E' giusto pagare la Decima? E' biblico? - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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LA DECIMA

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E' giusto pagare la decima alla Chiesa, o meglio al pastore? E' biblico?

Molti pastori pentecostali dicono di sì, ed esortona con molteplici esempi i loro fedeli a farlo, ma di biblico ha ben poco, nel Nuovo Testamento Gesù non ha mai detto di pagare la decima, era nel V.T. che bisognava farlo.
Non si capisce perchè usano il Vecchio Testamento per i propri tornaconti.
E’ biblico pagare la decima?

In molte comunità protestanti e pentecostali si usa pagare la decima
, cioè il decimo dello stipendio o del guadagno che ogni mese percepisce ogni singolo fedele.
Alcuni pastori ci speculano e sfruttano i fedeli, non a caso alcune trasmissioni televisive come LE IENE, e Striscia La Notizia se ne sono occupate per smascherare le truffe a danno dei fedeli pentecostali.
In ogni caso ognuno è libero di dare quello che vuole, in molti casi però questo qualcuno viene ingannato, perché crede di dare i propri soldi per il bene della Chiesa, quando invece è per il bene del pastore.
Ci sono casi di pastori ricchissimi, come Benny Hinn, che per giustificare le proprie ricchezze, come aereo personale, mega ville, e immobili vari, si è inventato il vangelo della prosperità, cioè più si è benedetti da Dio, più ricchi si diventa. Lui dice  di aver ricevuto moltissime benedizioni dal Signore Gesù, per questo è ricchissimo.
Ma funziona davvero così?
Sinceramente no, queste sono solo speculazioni per spremere soldi ai fedeli, le offerte devono essere volontarie, mai imposte. Gesù nel Nuovo Testamento non ha mai detto di pagare la decima.

La fregatura è che per diventare davvero cristiani in molte comunità protestanti o pentecostali bisogna lasciarsi del tutto spogliare dal pastore di turno, con decime, primizie, offerte e quant’altro. Ovviamente c’è anche la giustificazione biblica tramite i seguenti passi: Malachia 3, 10 (grandi benedizioni per chi dà la decima); Levitico 27, 30 (la decima di ogni cosa appartiene a Dio); 1 Re 17, 1-16 (episodio di Eliseo e la vedova); Mt 12, 41-44 (episodio della vedova al tesoro del Tempio). Quando un evangelico vi cita insistentemente questi passi rifiutandosi – come al solito – di ragionarci e di rapportarli al resto della Scrittura, vuol dire che avete trovato un pentecostale sedotto dal vangelo della prosperità.
Nel vangelo della prosperità, conosciuto anche come “Parola di Fede” al credente viene insegnato ad usare Dio, anche se la verità del cristianesimo biblico è l’opposto, ovvero è Dio che si serve del credente. “Parola di Fede” o teologia della prosperità vede lo Spirito Santo come un potere da essere usato per soddisfare i desideri del credente. Invece la Bibbia insegna che lo Spirito Santo è una persona che aiuta il credente a compiere la volontà di Dio. Il movimento del vangelo della prosperità assomiglia ad alcune sette avide che si infiltrarono nella chiesa delle origini. Paolo e gli altri apostoli non avevano nè un atteggiamento conciliatorio e nè accomodante verso questi falsi insegnanti che diffondevano tali eresie. Essi li identificarono, invece, come insegnanti pericolosi e esortarono i credenti ad evitarli.

Paolo avvertì Timoteo circa tali uomini in 1 Timoteo 6:5,9-11. Questi uomini dalla “mente corrotta” ritenevano la religione essere fonte di guadagno e il loro desiderio di ricchezze una trappola, che li avrebbe portati alla “rovina e alla distruzione”
(verso 9). Ricercare il benessere economico a tutti i costi è un sentiero pericoloso per i cristiani e su questo Dio ci mette in guardia:”Difatti l’amore del denaro è radice di ogni sorta di male; alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori.”(verso 10). Se le ricchezze fossero state un obiettivo giusto per i credenti Gesù stesso lo avrebbe perseguito. Ma non era così, difatti la Bibbia dice che Egli non aveva posto dove posare il Suo capo (Matteo 8:20) e insegnava ai suoi discepoli a fare lo stesso. Inoltre, ricordiamo che l’unico discepolo che si preoccupava della ricchezza era Giuda.

Paolo disse che l’avarizia è idolatria (Efesini 5:5) ed istruì gli Efesini ad evitare chiunque diffondesse un messaggio di immoralità o di avarizia (Efesini 5:6-7).

L’insegnamento della prosperità impedisce a Dio di operare come Egli vuole, in quanto Dio non sarebbe Signore di tutto ed Egli non può operare finché noi non glielo permettiamo. La fede in accordo con la dottrina “ parola di fede” non è una fiducia sottomessa a Dio; la fede diviene una sorta di formula con la quale noi manipoliamo la legge spirituale che gli insegnanti della prosperità credono che governi l’universo. Secondo quanto il nome stesso, “parola di fede” implica, questo movimento insegna che la fede è una questione di ciò che diciamo più di quel che crediamo e affermiamo nei nostri cuori.

Uno dei termini più favoriti nel movimento parola di fede è la “confessione positiva”. Questo fa riferimento all’insegnamento che le parole stesse abbiano un potere creativo. Quel che tu dici, gli insegnanti di “Parola di Fede”, insegnano che determina ogni cosa che ti avviene. Le tue confessioni e in particolare i favori che tu richiedi a Dio devono tutti essere richiesti positivamente e senza dubitare. A Dio è richiesto di rispondere (come se l’uomo potesse richiedere qualsiasi cosa a Dio!). in tal modo la capacità di Dio di benedirci dipende tutta dalla nostra fede. Giacomo 4:13-16 contraddice chiaramente questo insegnamento:” E ora a voi che dite: Oggi o domani andrete nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo, mentre non sapete quel che succederà domani! Cos’è la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce”. Non solo non possiamo parlare di cose che avverranno nel futuro, ma non sappiamo neanche quel che porterà il domani o se saremo in vita.
È stata fondata perfino una grande scuola internazionale chiamata Centro di formazione biblica Rhema
che ha la sua filiale anche in Italia. Stando al sito, ci sarebbero nel mondo quasi trentamila diplomati Rhema che in seguito possono anche ricevere licenza e ordinazione ministeriale. È utile saperlo perché se un vostro parente o amico finisce in una chiesa che magari non è nella lista del Cesnur ma ha un pastore Rhema, potete capire subito che il vostro congiunto subirà un bombardamento continuo sul tema ricchezza. Come accennavo prima, queste indicazioni non devono alimentare una falsa sicurezza. Infatti il vangelo della prosperità, magari camuffato o rimodulato, è generalmente diffuso in molte chiese pentecostali.

Perchè Dio comandò agli Israeliti di dare la decima ai Leviti

Nella legge di Mosè è scritto: "Ogni decima della terra, sia delle raccolte del suolo sia dei frutti degli alberi, appartiene all’Eterno; è cosa consacrata all’Eterno...E ogni decima dell’armento o del gregge, il decimo capo di tutto ciò che passa sotto la verga del pastore, sarà consacrata all’Eterno" (Lev. 27:30,32); questo è il comandamento relativo alla decima che l’Eterno diede a Mosè per i figliuoli d’Israele sul Monte Sinai.
Vediamo ora la ragione per cui Dio ordinò agli Israeliti di dare le decime delle loro entrate ai Leviti, in altre parole vediamo a che cosa le decime dovevano servire sotto la legge.

Siccome che Aaronne e i suoi figli come anche i Leviti
dovevano del continuo esercitare l’ufficio datogli da Dio e non svolgevano un’attività lavorativa per il loro sostentamento, Dio provvide al loro sostentamento e a quello delle loro famiglie in questa maniera; ad Aaronne ed ai suoi figli diede una parte delle cose consacrate dai figliuoli d’Israele, ed ai Leviti il possesso delle decime che dava il popolo d’Israele. Vediamo da vicino questo diritto che avevano Aaronne e i suoi figli, e il resto dei Leviti.

Aaronne e i suoi figli erano stati unti per esercitare il sacerdozio e avevano il diritto di mangiare ciò che veniva offerto sull’altare e le primizie che gli Israeliti offrivano all’Eterno; tenete presente che questo diritto era chiamato diritto d’unzione e che esso era stato dato loro da Dio.
Per ciò che concerne invece i Leviti, che erano preposti al servizio della tenda di convegno, Dio disse: "E ai figliuoli di Levi io do come possesso tutte le decime in Israele in contraccambio del servizio che fanno, il servizio della tenda di convegno" (Num. 18:21); e inoltre comandò questo ai Leviti: "Quando riceverete dai figliuoli d’Israele le decime che io vi do per conto loro come vostro possesso, ne metterete da parte un’offerta da fare all’Eterno; una decima della decima; e l’offerta che avrete prelevata vi sarà contata come il grano che viene dall’aia e come il mosto che esce dallo strettoio. Così anche voi metterete da parte un’offerta per l’Eterno da tutte le decime che riceverete dai figliuoli d’Israele, e darete al sacerdote Aaronne l’offerta che avrete messa da parte per l’Eterno...Quando ne avrete messo da parte il meglio, quel che rimane sarà contato ai Leviti come il provento dell’aia e come il provento dello strettoio. E lo potrete mangiare in qualunque luogo, voi e le vostre famiglie, perchè è la vostra mercede, in contraccambio del vostro servizio nella tenda di convegno" (Num. 18:26-28,30,31). Quindi gli israeliti dovevano, per ordine di Dio, dare la decima delle loro entrate ai Leviti
, i quali avevano a loro volta l’ordine, secondo la legge, di prendere le decime dal popolo ed anche quello di mettere da parte la decima delle decime ricevute e di darla ad Aaronne.

Bisogna dire anche che le decime prelevate dagli Israeliti da tutte le loro entrate non servivano solamente a sostenere il diritto dei sacerdoti e dei Leviti, ma anche quello che avevano lo straniero e l’orfano e la vedova, secondo che è scritto nella legge: "Alla fine d’ogni triennio, metterai da parte tutte le decime delle tue entrate del terzo anno, e le riporrai entro le tue porte; e il Levita, che non ha parte nè eredità con te, e lo straniero e l’orfano e la vedova che saranno entro le tue porte verranno, mangeranno e si sazieranno, affinchè l’Eterno, il tuo Dio ti benedica in ogni opera a cui porrai mano" (Deut. 14:28,29).

Secondo quello che insegna la Scrittura, quando gli Israeliti cessarono di dare le decime delle loro entrate, Dio smise di benedirli e li colpì di maledizione
, mandando insetti divoratori a distruggere i frutti del loro suolo, e questo perchè siccome Dio aveva detto: "Ogni decima della terra, sia delle raccolte del suolo sia dei frutti degli alberi, appartiene all’Eterno; è cosa consacrata all’Eterno" (Lev. 27:30), non dargli la decima equivalse a derubarlo di ciò che gli apparteneva, appunto delle decime. Questa è la ragione per cui Dio, tramite Malachia, disse agli Israeliti ribelli: "L’uomo deve egli derubare Iddio? Eppure voi mi derubate. Ma voi dite: ‘In che t’abbiamo noi derubato?’ Nelle decime e nelle offerte. Voi siete colpiti di maledizione, perchè mi derubate, voi, tutta quanta la nazione!" (Mal. 3:8,9).
Noi non siamo sotto la legge di Mosè, ma sotto la legge di Cristo.
Ora, qualcuno domanderà: ‘Ma ora, sotto la grazia, cioè sotto il nuovo patto, noi Gentili di nascita che abbiamo creduto siamo obbligati a pagare la decima di tutte le nostre entrate come lo erano gli Israeliti sotto la legge? La risposta è no.

La legge che Dio diede ad Israele era basata sul sacerdozio levitico (ricordatevi che erano proprio i Leviti che dovevano riscuotere le decime dal popolo), ma siccome la perfezione non fu resa possibile per mezzo di quel sacerdozio, Dio ha fatto sorgere un altro Sacerdote secondo un altro ordine, cioè non secondo l’ordine di Aaronne, ma secondo l’ordine di Melchisedec. Oltre a ciò, voi sapete che questo altro Sacerdote, cioè Gesù, non è disceso dalla tribù di Levi, alla quale apparteneva il sacerdozio, ma da quella di Giuda, "circa la quale Mosè non disse nulla che concernesse il sacerdozio" (Ebr. 7:14). Il punto sul quale dobbiamo concentrare la nostra attenzione è questo, e cioè che siccome è mutato il sacerdozio (e sul sacerdozio levitico era basata la legge) è avvenuto, per forza di cose, un mutamento pure della legge, secondo che è scritto: "Mutato il sacerdozio, avviene per necessità anche un mutamento di legge" (Ebr. 7:12); di conseguenza, noi non siamo più sotto la legge di Mosè (basata sul sacerdozio levitico), ma sotto la legge di Cristo (basata sul sacerdozio di Cristo) la quale non comanda di dare la decima come invece fa quella di Mosè
.

Noi, ora, dobbiamo attenerci alla legge di Cristo, e quindi dobbiamo conoscere i comandamenti di questa legge che concernono il dare, sì perchè anche la legge di Cristo comanda di dare. Gesù Cristo conosceva bene il comandamento della legge sulla decima, ma in tutti i suoi insegnamenti non vi è l’ordine di darla.

Gesù ha detto: "Date, e vi sarà dato: vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perchè con la misura onde misurate, sarà rimisurato a voi"
(Luca 6:38).

Naturalmente noi tutti discepoli di Cristo dobbiamo dare; ora, Gesù ha detto che con la misura con la quale noi misuriamo sarà rimisurato a noi, il che significa che ci sarà dato in base alla misura che noi usiamo nel dare al Signore. Sotto la legge di Mosè chi non dava la decima parte di tutte le sue entrate ai Leviti (anche se dava poco meno della decima di esse), veniva colpito dalla maledizione di Dio perchè derubava Dio (e Dio aveva detto: "Non rubare" [Es. 20:15]) e non dava nella misura prescrittagli e impostagli dalla legge; ora, sotto la legge di Cristo, Dio non ha promesso di maledire chi gli dà meno della decima delle sue entrate. Come potrebbe Dio colpire di maledizione quelli che infrangono questo ordine della legge di Mosè, quando è scritto che "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi" (Gal. 3:13)? Gesù non ha detto affatto che chi non dà la decima verrà da lui maledetto, ma non dare nulla, non fare offerte di carità non è cosa buona per un cristiano; di Dio non ci si può fare beffe, perché Egli è giusto e non commette ingiustizie neppure quando deve remunerare quelli che gli fanno delle offerte. Che ognuno di noi mieterà nella misura che semina lo ha confermato pure Paolo ai Corinzi, quando disse loro:
"Or questo io dico; chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina liberalmente mieterà altresì liberalmente"

(2 Cor. 9,6). Chi è avveduto, sa che per raccogliere molto deve dare tanto e non poco, e perciò si guarda da ogni avarizia e semina liberalmente perché conosce la Scrittura che dice che "c’è chi spande liberalmente e diventa più ricco, e c’è chi risparmia più del dovere e non fa che impoverire" (Prov. 11,24). Anche l’apostolo Paolo ordinò ai santi di dare, quando si trattò di raccogliere una sovvenzione per i poveri fra i santi, e lo fece in questa maniera: "Dia ciascuno secondo che ha deliberato in cuore suo; non di mala voglia, nè per forza perchè Iddio ama un donatore allegro" (2 Cor. 9,7). Come potete vedere Paolo esortò i santi di Corinto a dare quello che potevano secondo la prosperità che Dio aveva concesso loro, e come avevano deliberato in cuore loro; ma li esortò pure a non dare di mala voglia e nè per forza perchè Dio non prende piacere nè in un donatore che dà per far vedere che dà e nè in un donatore che dà mormorando perchè non è contento di dare. Dio ama un donatore allegro, quindi bisogna dare allegramente per piacere a Dio, e con ciò si accordano le parole dello stesso apostolo Paolo ai santi di Roma: "Chi fa opere pietose, le faccia con allegrezza" (Rom. 12:8). Notate che Paolo non ha detto che chi semina scarsamente sarà colpito dalla maledizione di Dio, ma solo che egli mieterà scarsamente, il che è differente.
Quando si parla dell’apostolo Paolo, non bisogna mai dimenticare che egli, quanto alla carne, era stato un Fariseo, infatti egli era stato un membro della setta dei Farisei che era la più rigida setta della religione giudaica, la quale non tollerava il non pagare la decima. Ricordatevi che Paolo conosceva bene il comandamento della decima, perchè si era attenuto scrupolosamente ad esso quando era un Fariseo, tanto che poteva dire ai Filippesi che lui, quanto alla giustizia che è nella legge, era irreprensibile; eppure in tutte le sue epistole ai Gentili non ha mai comandato loro di pagarla. Paolo nelle sue epistole ha dato tanti e tanti comandamenti, ma tra di essi non c’è quello della decima. Dimenticò forse di scriverlo? Affatto. Sapete perché non impose questo precetto della legge? Perchè lui usava la legge in modo legittimo e non illegittimo, come fanno alcuni pastori protestanti o pentecostali.

Gesù Cristo diede pure questo comandamento ai suoi discepoli: "Vendete i vostri beni, e fatene elemosine; fatevi delle borse che non invecchiano, un tesoro che non venga meno nei cieli, ove ladro non s’accosta e tignola non guasta. Perchè dov’è il vostro tesoro, quivi sarà anche il vostro cuore" (Luca 12:33,34); ed essi, dopo che lo Spirito Santo fu sparso su loro, lo misero in pratica infatti è scritto che "vendevano le possessioni ed i beni, e li distribuivano a tutti secondo il bisogno di ciascuno" (Atti 2:45), e che "non v’era alcun bisognoso fra loro; perchè tutti coloro che possedevano poderi o case li vendevano, portavano il prezzo delle cose vendute, e lo mettevano ai piedi degli apostoli; poi, era distribuito a ciascuno, secondo il bisogno" (Atti 4:34,35). Tra coloro che misero in pratica questo ordine di Cristo vi fu pure Barnaba, che era un uomo dabbene, pieno di Spirito Santo e di fede, infatti è scritto: "Or Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba (il che, interpretato, vuol dire; Figliuol di consolazione), levita, cipriota di nascita, avendo un campo, lo vendè, e portò i denari e li mise ai piedi degli apostoli" (Atti 4:36). Barnaba era un Levita, cioè un discendente di Levi. Ora, ogni Levita sapeva bene che, secondo la legge di Mosè, i Leviti avevano l’ordine di prendere le decime dal popolo, e di dare a Dio la decima delle decime riscosse dal popolo, e perciò anche Barnaba conosceva bene il comandamento attorno alla decima. Ma egli, quando vendette il campo che era di sua proprietà, non portò solo la decima del denaro ricavato dalla vendita del suo podere, ma tutto il prezzo del campo.

Noi sappiamo che ci dobbiamo fare dei tesori nel cielo e non sulla terra perchè ce lo ha comandato il Signore, e sappiamo pure che questi tesori ce li si fa nel cielo facendo elemosine.
Un giorno, un giovane ricco si accostò a Gesù e gli disse: "Maestro, che farò io di buono per avere la vita eterna? E Gesù gli rispose: Perchè m’interroghi tu intorno a ciò ch’è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti. Quali? Gli chiese colui. E Gesù rispose: Questi: Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso. E il giovane a lui: Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora? Gesù gli disse: Se vuoi essere perfetto, và, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, ed avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguitami. Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò contristato, perchè aveva di gran beni" (Matt. 19:16-22). Come potete vedere inizialmente Gesù disse al giovane ricco che se voleva entrare nella vita doveva osservare determinati comandamenti scritti nella legge, e il giovane replicò al Signore che egli, questi comandamenti, li aveva osservati sin dalla sua giovinezza, e che voleva sapere che cosa gli mancava ancora, infatti gli domandò: "Che mi manca ancora?" (Matt. 19:20) Gesù sapeva che cosa mancava a quel giovane per diventare un discepolo perfetto e glielo disse: "Una cosa ti manca; và vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri, e tu avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi" (Mar. 10:21). Queste parole di Gesù a questo giovane ricco confermano che egli è venuto, non per abolire la legge, ma per completarla.
Notate che Gesù disse al ricco cosa egli doveva fare se voleva essere perfetto, ma anche che il giovane, quando sentì dire a Gesù che questa era la cosa che gli mancava, se ne andò rattristato perchè era molto ricco. Questo giovane avrebbe potuto diventare perfetto e farsi un tesoro nel cielo a questa condizione, ma rifiutò di osservare quest’ordine del Maestro perchè egli aveva posto il suo cuore nelle ricchezze che possedeva e non aveva nessuna intenzione di rinunciare ai suoi molti beni. Forse sarebbe stato disposto ad osservare qualche altro comandamento della legge che non implicava la vendita di tutti i suoi beni, ma non quello che gli diede Gesù. Certamente, se per essere perfetto, egli avrebbe dovuto pagare la decima su tutte le sue entrate mensili e fare delle offerte, il Signore glielo avrebbe confermato e lui non avrebbe reagito in quella maniera, ma il Signore non gli disse di rinunziare solo ad una parte dei suoi beni terreni ma a tutti.

Ma allora perchè questo ordine del Signore non viene insegnato, mentre quello della decima sì? Perchè ciò che dovrebbe essere insegnato sotto la grazia non viene insegnato, mentre quello che non dovrebbe essere più insegnato viene insegnato? Perché questo ordine del Signore relativo alla vendita dei propri beni è molto meno conosciuto di quello relativo alla decima? Perchè quello relativo alla decima implica una rinunzia molto inferiore di quella che implica la vendita di una casa o di un campo.


Siccome il comandamento relativo alla decima viene imposto da alcuni perchè dicono: ‘Il pastore è dato interamente alla predicazione e all’insegnamento, non ha un lavoro secolare e quindi dobbiamo pagarlo’, vediamo come è giusto comportarsi sotto la grazia a tale riguardo.
I Leviti insegnavano al popolo la legge secondo che è scritto: "Essi insegnano i tuoi statuti a Giacobbe e la tua legge a Israele" (Deut. 33:10), ed essi erano sostenuti dal popolo mediante le decime perchè così Dio aveva stabilito per loro, infatti Egli disse: "E ai figliuoli di Levi io do come possesso tutte le decime in Israele in contraccambio del servizio che fanno" (Num. 18:21).
Sotto la legge gli Israeliti dovevano pagare le decime delle loro entrate perchè Dio le aveva prese per darle ai Leviti che facevano il servizio che Lui aveva ordinato loro di fare; questo diritto dei Leviti era nella legge di Mosè, la quale essi insegnavano al popolo; in altre parole essi vivevano di ciò che la legge prescriveva loro.

Ora, sotto la grazia, anche coloro che annunziano il Vangelo, cioè i ministri del Vangelo, hanno un diritto, ma questo diritto è nell’Vangelo e non nella legge di Mosè, infatti è scritto: "Il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano il Vangelo vivano del Vangelo" (1 Cor. 9:14); fratelli, il Signore ha ordinato a quelli che annunziano il Vangelo di vivere del Vangelo, quindi di fare uso di questo diritto che loro hanno nel Vangelo. Vediamo ora che cosa dice il Vangelo a tale proposito.

Gesù, quando mandò i suoi dodici discepoli a predicare il Vangelo del Regno, disse loro: "Non fate provvisione nè d’oro, nè d’argento, nè di rame nelle vostre cinture, nè di sacca da viaggio, nè di due tuniche, nè di calzari, nè di bastone, perchè l’operaio è degno del suo nutrimento" (Matt. 10:9,10), e quando mandò i settanta disse loro: "Non portate nè borsa, nè sacca, nè calzari, e non salutate alcuno per via. In qualunque casa sarete entrati, dite prima: Pace a questa casa! E se v’è quivi alcun figliuolo di pace, la vostra pace riposerà su lui; se no, ella tornerà a voi. Or dimorate in quella stessa casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perchè l’operaio è degno della sua mercede" (Luca 10:4-7).

Come potete vedere Gesù stesso ha detto che l’operaio del Signore è degno sia del suo nutrimento e sia della sua mercede, il che significa in altri termini che egli ha il diritto di mangiare e di bere e di ricevere uno stipendio in contraccambio del servizio che egli compie nella casa di Dio. Paolo, parlando degli anziani, ha confermato pienamente le parole del Signore infatti scrisse a Timoteo: "Gli anziani che tengono bene la presidenza, siano reputati degni di doppio onore, specialmente quelli che faticano nella predicazione e nell’insegnamento; poichè la Scrittura dice: Non mettere la museruola al bue che trebbia; e l’operaio è degno della sua mercede" (1 Tim. 5:17,18; Deut. 25:4; Luca 10:7) (in questo caso Paolo per sostenere il diritto che gli anziani hanno nel Vangelo, ha citato un passo della legge di Mosè ed un passo del Vangelo). Notate che Paolo ha detto che gli anziani che faticano nella predicazione e nell’insegnamento sono degni di doppia mercede.

È naturale che se da un lato coloro che predicano il Vangelo e insegnano la Parola del Signore hanno questo diritto, dall’altro ci deve pur esser qualcuno che ha il dovere, secondo il Vangelo, di dare loro questo nutrimento e questa mercede, e questo qualcuno è chi viene ammaestrato, difatti Paolo ai Galati disse: "Colui che viene ammaestrato nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi l’ammaestra" (Gal. 6:6). Come potete vedere, è colui che riceve il beneficio del servigio del ministro del Vangelo che ha il dovere di fargli parte di tutti i suoi beni, e non solo di una parte di essi (come la decima parte, per esempio). Questo è confermato anche dalla Scrittura che dice: "Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano" (Deut. 25:4); infatti anche qui è chi riceve il beneficio dell’opera del bue che non deve mettere la museruola al bue che trebbia, affinchè il bue possa mangiare una parte del grano che trebbia.
Il meccanismo è lo stesso di quello che c’era sotto la legge, la differenza sta nel fatto che sotto la grazia i credenti devono far parte di tutti i loro beni a coloro preposti dal Signore ad ammaestrarli, e non solo di una parte di essi (la decima); quindi, nell’insieme, in una misura maggiore a quella che prescriveva la legge nei confronti dei Leviti.

È chiaro che se coloro che vengono ammaestrati nella Parola rifiutano di fare parte di tutti i loro beni a chi l’ammaestra, essi si rendono colpevoli di un peccato perchè così facendo mettono la museruola al bue che trebbia il grano, in altre parole calpestano il diritto che chi insegna la Parola ha nel Vangelo.
Ricordatevi che sì gli anziani hanno dei doveri nei confronti della chiesa che essi pascono, ma anche che la chiesa ha i suoi doveri in verso gli anziani, uno dei quali è quello di provvedere alle loro necessità, affinchè nulla manchi loro.
Quindi chi predica il Vangelo ha il diritto di ricevere uno stipendio dalla chiesa, ma badate che questo non significa che ha il diritto di imporre ai santi il pagamento della decima, perchè lo stipendio che riceve deve essere formato da denaro offerto liberamente e allegramente dai santi, secondo che è scritto: "Dia ciascuno secondo che ha deliberato in cuore suo; non di mala voglia, nè per forza perchè Iddio ama un donatore allegro" (2 Cor. 9:7), e non da denaro estorto ai santi facendo leva sul comandamento della decima (e la proclamazione della relativa benedizione di Dio su chi la dà, ma anche della relativa maledizione di Dio su chi non la dà) per costringerli a dare a tutti i costi quella determinata parte delle loro entrate (per la paura che essi diano meno della decima, e per assicurarsi così almeno le loro decime).

Vediamo ora cosa Paolo scrisse ai Corinzi a proposito del diritto nell’Evangelo che anche lui e Barnaba avevano, e perchè lui e i suoi collaboratori rinunziarono a fare uso di questo diritto sulla chiesa di Corinto e su quella di Tessalonica.
Egli scrisse ai Corinzi: "Non abbiamo noi il diritto di mangiare e di bere?...O siamo soltanto io e Barnaba a non avere il diritto di non lavorare? Chi è mai che fa il soldato a sue proprie spese? Chi è che pianta una vigna e non ne mangia del frutto? O chi è che pasce un gregge e non si ciba del latte del gregge? Dico io queste cose secondo l’uomo? Non le dice anche la legge? Difatti, nella legge di Mosè è scritto: Non mettere la musoliera al bue che trebbia il grano. Forse che Dio si dà pensiero dei buoi? O non dice Egli così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza; e chi trebbia il grano deve trebbiarlo colla speranza d’averne la sua parte. Se abbiamo seminato per voi i beni spirituali, è egli gran che se mietiamo i vostri beni materiali? Se altri hanno questo diritto su voi, non l’abbiamo noi molto più? Ma noi non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcuno ostacolo all’Evangelo di Cristo. Non sapete voi che quelli i quali fanno il servigio sacro mangiano di quel che è offerto nel tempio? e che coloro i quali attendono all’altare, hanno parte all’altare? Così ancora, il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo" (1 Cor. 9:4,6-14).

Paolo ribadì ai Corinzi che lui e Barnaba avevano il diritto nel Vangelo, ma anche che lui e i suoi collaboratori non fecero uso di questo loro diritto su di loro. Come uno non fa il soldato a sue proprie spese, perchè egli viene pagato da chi lo ha arruolato; come chi pianta una vigna ha il diritto di mangiare del frutto della vigna; come chi pasce un gregge ha il diritto di cibarsi del latte del gregge; così, chi annunzia il Vangelo se da un lato ha il dovere di seminare i beni spirituali dall’altro ha anche il diritto di mietere i beni materiali dei credenti. Questo diritto che hanno i ministri del Vangelo è confermato pure dalla legge che dice: "Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano" (Deut. 25:4); e che attesta che quelli che adempivano il loro sacro servigio nel tempio mangiavano di quello che veniva portato nel tempio in offerta a Dio, e che quelli che erano preposti a scannare gli animali per offrirli in sacrificio a Dio mangiavano di quelle cose che essi ponevano sull’altare.
Naturalmente, chi fa uso di questo diritto ha il diritto di non lavorare per darsi interamente alla predicazione ed all’insegnamento della Parola di Dio.

Dopo avere detto ciò, bisogna dire la ragione per cui Paolo e i suoi collaboratori non fecero uso di questo diritto a Corinto; sì, perchè Paolo, l’apostolo che poteva dire ai Corinzi: "Quand’anche aveste diecimila pedagoghi in Cristo, non avete però molti padri; perchè sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor. 4:15), non fece uso di questo suo diritto su loro.

Così lui spiegò questa sua rinuncia: "Ho spogliato altre chiese, prendendo da loro uno stipendio, per potere servire voi; e quando, durante il mio soggiorno fra voi, mi trovai nel bisogno, non fui d’aggravio a nessuno, perchè i fratelli, venuti dalla Macedonia, supplirono al mio bisogno; e in ogni cosa mi sono astenuto e m’asterrò ancora dall’esservi d’aggravio. Com’è vero che la verità di Cristo è in me, questo vanto non mi sarà tolto nelle contrade dell’Acaia. Perchè? Forse perchè non v’amo? Lo sa Iddio. Ma quel che fo lo farò ancora per togliere ogni occasione a coloro che desiderano un’occasione; affinchè in quello di cui si vantano siano trovati uguali a noi" (2 Cor. 11:8-12).

Nella chiesa di Corinto vi erano alcuni falsi apostoli che non erano d’aggravio alla chiesa e cercavano un’occasione per gloriarsi contro Paolo, e Paolo, per togliere a costoro ogni occasione, decise di non essere d’aggravio alla Chiesa di Corinto (benchè avesse il diritto di farlo) non valendosi del suo diritto nel Vangelo, e questo affinchè, in quello di cui si vantavano (questi falsi apostoli si vantavano di non essere d’aggravio alla chiesa di Corinto) costoro fossero trovati uguali a Paolo ed ai suoi collaboratori.

La chiesa di Corinto non calpestò affatto il diritto nell’Evangelo che Paolo aveva su di essa, perchè fu Paolo a decidere di non fare uso di questo suo diritto a Corinto, e per questa sua decisione chiese loro di perdonarlo, infatti scrisse loro: "In che siete voi stati da meno delle altre chiese se non nel fatto che io stesso non vi sono stato d’aggravio? Perdonatemi questo torto" (2 Cor. 12:13). Come potete ben capire, Paolo decidendo di non essere d’aggravio ai Corinzi, li mise, in questo, in una condizione d’inferiorità rispetto alle altre chiese alle quali invece era stato d’aggravio e perciò chiese loro di perdonargli questo torto.

Vorrei farvi notare che secondo quello che dice Luca, Paolo, a Corinto, in un primo tempo lavorò con le sue mani per provvedere alle sue necessità, infatti è scritto: "E siccome era del medesimo mestiere, dimorava con loro (con Aquila e Priscilla), e lavoravano; poichè, di mestiere, erano fabbricanti di tende" (Atti 18:3), ma in seguito, quando Sila e Timoteo lo raggiunsero a Corinto, egli smise di lavorare per darsi tutto alla predicazione, infatti è scritto: "Ma quando Sila e Timoteo furono venuti dalla Macedonia, Paolo si diè tutto quanto alla predicazione, testimoniando ai Giudei che Gesù era il Cristo" (Atti 18:5). Quando Paolo disse ai Corinzi: "E quando, durante il mio soggiorno fra voi, mi trovai nel bisogno, non fui d’aggravio a nessuno, perchè i fratelli, venuti dalla Macedonia, supplirono al mio bisogno" (2 Cor. 11:9), fece riferimento al secondo periodo del suo soggiorno a Corinto, quando, benchè lui avesse cessato di lavorare, Sila e Timoteo che erano venuti a lui dalla Macedonia, supplirono al bisogno nel quale si venne a trovare.

Anche a Tessalonica Paolo non si valse del suo diritto di non lavorare e ne spiegò la ragione ai Tessalonicesi in questi termini: "Voi stessi sapete com’è che ci dovete imitare: perchè noi non ci siamo condotti disordinatamente fra voi; nè abbiamo mangiato gratuitamente il pane d’alcuno, ma con fatica e con pena abbiamo lavorato notte e giorno per non essere d’aggravio ad alcuno di voi. Non già che non abbiamo il diritto di farlo, ma abbiamo voluto darvi noi stessi ad esempio, perchè c’imitaste" (2 Tess. 3:7-9); Paolo, Silvano e Timoteo, non erano stati d’aggravio ai Tessalonicesi, ma non perchè non ne avevano il diritto, ma perchè non avevano voluto fare uso di questo loro diritto di non lavorare; essi lavorarono notte e giorno con le loro mani per dare loro stessi l’esempio in questo, onde i Tessalonicesi li imitassero. Essi, per evitare che qualcuno che non voleva lavorare, non vedendoli lavorare ma vedendoli solo predicare, si mettesse in testa che poteva non lavorare anche per affaccendarsi in cose vane, rinunciarono al loro diritto di non lavorare; loro furono disposti pure a fare questa rinuncia per non creare alcun ostacolo al Vangelo. Per questo Paolo disse ai Corinzi: "Ma noi non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcun ostacolo al Vangelo di Cristo" (1 Cor. 9:12). Naturalmente Paolo ebbe una ricompensa da questo suo modo di agire che tenne sia in Corinto e sia a Tessalonica, infatti disse ai Corinzi: "Qual’è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunziando il Vangelo, io offra il Vangelo gratuitamente, senza valermi del mio diritto nell’Evangelo" (1 Cor. 9:18).

Naturalmente Paolo alcune volte si valse del suo diritto nel Vangelo, infatti lui prese uno stipendio da delle chiese dei santi per potere essere dato interamente alla predicazione; lui lo fa chiaramente capire quando dice, sempre ai Corinzi: "Ho spogliato altre chiese, prendendo da loro uno stipendio, per poter servire voi..." (2 Cor. 11:8).

Vediamo ora come Gesù, nei giorni della sua carne, dopo che lasciò il suo lavoro di falegname per mettersi a predicare il Vangelo del Regno, fece uso di questo diritto che è nel Vangelo, assieme ai suoi apostoli. Luca dice: "Ed avvenne in appresso che egli andava attorno di città in città e di villaggio in villaggio, predicando ed annunziando la Buona Novella del Regno di Dio; e con lui erano i dodici e certe donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, e Giovanna, moglie di Cuza, amministratore d’Erode, e Susanna ed altre molte che assistevano Gesù ed i suoi coi loro beni" (Luca 8:1-3). Come potete vedere, pure Gesù fece uso del diritto di non lavorare per darsi interamente alla predicazione e all’insegnamento della Parola; pure il Maestro visse del Vangelo quando si mise a predicarlo di città in città e di villaggio in villaggio, infatti molte donne lo seguivano e assistevano sia lui che i suoi apostoli con i loro beni. Nel comportamento di quelle donne noi vediamo l’adempimento della Parola che dice: "Colui che viene ammaestrato nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi l’ammaestra" (Gal. 6:6)

In conclusione il buon cristiano deve dare ai poveri, se può, Dio lo gradisce, ma senza nessun obbligo, solo spontaneamente e con gioia, le tariffe non vanno bene, in qualsiasi Chiesa.


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