Il celibato dei preti cattolici - sacerdoti matrimonio vietato Chiesa - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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IL CELIBATO DEI PRETI


Il celibato dei preti discusso e ridiscusso, spesso indicato come uno dei mali della Chiesa cattolica, è veramente causa di alcune deviazioni sessuali che attanagliano taluni preti?
La pedofilia clericale, è davvero frutto delle privazioni sessuali di questi preti?
I pedofili nel mondo sono tutti celibi?
Non mi risulta, anzi spesso, troppo spesso, sono padri che violentano i propri figli, nonni che abusano dei nipoti, gente sposata e perversa più dei celibi.
Poi spulcia le cronache e scopre, effettivamente, centinaia di bambini molestati, ministri di culto pedofili trasferiti da una parrocchia all’altra, indagini della polizia, condanne, scuse pubbliche: tutto venuto a galla nel 2003 nella Chiesa Anglicana dell’Australia del Nord, dove i pastori sono sposati. «Saremmo ingenui e disonesti» ha detto nel 2002 per quanto riguardava la situazione degli Stati Uniti il vescovo di Chicago della Chiesa Episcopaliana «se dicessimo che quello della pedofilia è un problema della Chiesa Cattolica e non ha nulla a che fare con noi anglicani perché abbiamo preti sposati e donne prete. Non è così».
Mariti e mogli che tradiscono i propri coniugi, perché lo fanno? Non certo perché sono celibi!
I mali dell’uomo, la miseria umana non derivano dal celibato, ma del peccato che è ben altra cosa. Anche molti pastori protestanti attaccano la chiesa cattolica sul fatto che i preti non si possono sposare.
In Mt 19,10-11 Gesù risponde  che qualcuno ha scelto di farsi eunuco a causa del regno dei cieli.
I preti non vengono ricercati e incarcerati, ma scelgono loro stessi di fare il voto di castità, si rendono eunuchi per il regno dei cieli.

In Isaia 56,3-5 “Non dica lo straniero che ha aderito al Signore:  «Certo mi escluderà il Signore dal suo popolo!». Non dica l’eunuco:  «Ecco, io sono un albero secco!». Poiché così dice il Signore: «Agli eunuchi, che osservano i miei sabati, preferiscono le cose di mio gradimento e restan fermi nella mia alleanza,  io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato.”

Dal 1200 d.c. i preti cattolici non possono sposarsi per effetto di una legge della Chiesa.
Capita sempre di leggere qua e là che il concilio di Nicea (325) respinse la proposta di obbligare i chierici al celibato o, addirittura, che a sancire questa legge fu il concilio Lateranense II (1139). Affermazioni del genere, oggi, possono essere solo frutto di ignoranza. Fu proprio il concilio di Nicea a introdurre ufficialmente il celibato ecclesiastico, dico ufficialmente perché formalmente era già praticato, fin dalla nascita della Chiesa nel senso di non usare la carnalità del matrimonio.
Basti pensare che i primi cristiani erano tutti ebrei, apostoli compresi, e gli ebrei sapevano che i sacerdoti durante il loro servizio nel Tempio di Dio, non usavano del matrimonio, si astenevano dai rapporti carnali con la propria moglie. Ecco perché i consigli di san Paolo apostolo «Bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta» (1 Tim 3,2; cf 3,12; Tt 1,6). La norma che escludeva dall’ordinazione chi aveva contratto un doppio matrimonio era fondata proprio sul pensiero che una tale persona non dava affidamento riguardo all’obbligo della continenza da osservarsi in futuro. Qual è il motivo di un tale impegno? In 1 Cor 7,5 san Paolo mette in relazione l’astensione dall’uso del matrimonio con l’intensità e l’efficacia della preghiera. Si tratta di un consiglio, vincolato al «comune accordo» dei coniugi e alla temporaneità, che non implica nessuna condanna della legittima e doverosa attività sessuale nell’ambito del matrimonio. Pone però un chiaro rapporto fra castità e preghiera che getta luce sul celibato sacerdotale.

L’«immagine del sacerdote del NT modellata sulla volontà di Cristo (…) si distingue sostanzialmente da quella dell’AT: quest’ultima è configurata solo come una funzione, per di più limitata nel tempo e puramente esteriore.
Dopo l’incarnazione del Verbo e la sua Passione non c’è più che un sacerdote e un sacrificio. Così come la Messa non moltiplica il sacrificio del Calvario offerto «una volta per tutte» (Eb 7,27), ma ne moltiplica solo la presenza, così il sacerdozio della Nuova Alleanza non moltiplica il sacerdozio di Cristo ma ne moltiplica la presenza. È sacramento del sacerdozio di Cristo e in questo legame ontologico consuma tutta la sua essenza e la sua identità.

Questa concezione per cui l’esercizio del sacerdozio richiede di per sé una speciale purità che – nel Nuovo Testamento – prende un significato non più momentaneo, ma costante e totalizzante, pur essendo vera, non rappresenta però che un primo livello, di per sé insufficiente, di spiegazione. Per raggiungere il vero cuore del problema dobbiamo andare all’uomo, che – nella questione della sessualità – si trova coinvolto in tutto il suo essere. L’essere sessuato infatti appartiene alla natura profonda dell’uomo e non è quindi un mero accidente. Non appartiene alla natura dell’uomo l’essere maschio, altrimenti dovremmo dire che le donne non hanno la natura umana (che nella Chiesa ci siano stati dubbi sul punto è solo una leggenda senza fondamento storico) e vice-versa. Ma appartiene alla natura dell’uomo l’essere o maschio o femmina, cioè essere sessuato.Possono esserci malattie che compromettono il normale sviluppo e quindi anche il normale esercizio della sessualità, ma esse non ne compromettono per ciò stesso la natura. Così come un handicappato psichico rimane uomo a tutti gli effetti, anche se il suo handicap è molto grave. La sessualità allora non riguarda solo l’aspetto corporeo e materiale dell’uomo, ma coinvolge anche il suo essere che è indissolubilmente spirituale-corporeo: è «Corpore et anima unus [unità di anima e di corpo]» (Concilio ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, n. 14; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 364).

Quando infatti nella Scrittura si afferma che l’uomo è immagine di Dio, si aggiunge subito che è «maschio e femmina» (cfr. Gen 1,27). Certamente l’uomo è immagine di Dio perché è intelligente e libero, ma il riferimento alla sessualità è troppo prossimo ed evidente per essere solo accidentale. Sant’Ireneo di Lione non teme di affermare che gli angeli, anch’essi intelligenti e liberi, non sono propriamente fatti ad immagine e somiglianza di Dio. È per la sua sessualità infatti che l’uomo è uno nella sua specie, nella sua natura, nella sua “carne” e plurale nelle sue singole persone, ad immagine di Dio che è uno nella sua natura e diverso nelle persone.Il piano originario di Dio prevedeva che fosse la sessualità a garantire la gloria, cioè la divinizzazione dell’uomo, il suo essere immagine dell’Eterno.Il peccato ha tutto compromesso.Dio però non ha abbandonato l’uomo alle tragiche conseguenze del peccato, ma ha deciso di operare una “nuova creazione” (cf Is 65,17; Ap 21,5) con una nuova generazione e una nuova nascita «da acqua e Spirito» (Gv 3,5), un nuovo Adamo (Gesù) e una nuova Eva (Maria). Il tutto ha origine da un atto di amore perfetto e definitivo compiuto attraverso la Croce dal Figlio di Dio fatto uomo, dal cui fianco squarciato sgorga infatti «sangue ed acqua» (Gv 19,34; 1Gv 5,6).In questa “nuova creazione” gli uomini «non prenderanno moglie né marito» (Mc 12,25; Mt 22,38; Lc 20,35): non ce ne sarà infatti più bisogno perché la morte non ci sarà più (Ap 21,4). A questo stato sono chiamati tutti, anche gli sposati: gli affetti matrimoniali non spariranno, anzi!, ma la castità ormai sarà di tutti e la sessualità sarà vissuta in modo completamente spirituale: ogni matrimonio diventerà, secondo le parole sopra citate di san Leone “da carnale spirituale”. Ad anticipare questa situazione sono chiamati soprattutto i religiosi, uomini e donne che fanno il voto di castità.

E il sacerdote? Lui è chiamato a rendere di nuovo presente l’atto di amore fondativo di Cristo, nel sacramento dell’Eucaristia, offrendo il sacrificio di Gesù, lo stesso identico sacrificio «in persona Christi». Ecco allora che la sua persona è chiamata ad identificarsi con lui, sia nel sesso (maschile), che nell’esercizio casto e “sublimato” di questa sua sessualità maschile.  Il motivo più decisivo a favore del celibato sacerdotale, oggi e sempre, è Cristo stesso. Sarebbe assurdo dire che Cristo, da sposato e padre di figli, sarebbe stato meno libero per la sua missione o avrebbe avuto meno efficacia: semplicemente non sarebbe mai stato il messia, il figlio del Dio vivo. I suoi figli avrebbero mai potuto chiamare Dio il loro “nonno”? Il celibato di Cristo non è casuale, è necessario! Questa è per me la massima giustificazione per il celibato sacerdotale: il sacerdote dona la sua vita a Cristo, celibe sacerdote eterno, vittima e altare, agnello intatto offerto per noi». (cfr, Il Timone)

Nel corso dei secoli è maturata,  tra le altre, la riflessione che il sacerdote è colui che agisce e ripropone la figura di Cristo,  quindi si propone al popolo come se fosse il Cristo, imita Gesù nel suo comportamento santo, e fa il possibile per rappresentare Cristo in ogni scelta di vita, attenzione, non si sostituisce a Cristo ma lo rappresenta, in quanto suo ministro.
Anche Paolo ci fa capire che lui non era sposato, e che avrebbe gradito che tutti gli altri fratelli fossero rimasti come lui, e che era contento della sua condizione di consacrato totalmente a Dio, così come aveva fatto Gesù.

Questo non significa che gli sposati sono dei peccatori, perché in Genesi Dio unì  l’uomo e la donna dicendogli di amarsi e moltiplicarsi, ma Paolo fa una distinzione tra matrimonio e verginità, dicendo chiaramente che quest’ultima è migliore, pur non disprezzando il matrimonio, infatti il matrimonio viene da Dio, e va vissuto mettendo al centro Gesù Cristo. Comunque ogni cristiano sposato o no, deve vivere mettendo al primo posto Gesù Cristo.

“Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia.” (Ap 14,1-5)

S.Giovanni usa la frase “contaminati con donne” e sta parlando in assoluto, non specifica infatti se sono mogli o concubine, si riferisce evidentemente alla purezza verginale assoluta, che si ha solo quando ci si consacra a Dio, rendendosi eunuchi per il regno dei cieli.
Del resto basta semplicemente ricordare la Genesi, Adamo ed Eva restarono vergini fino a quando incontrarono il demonio. Gli angeli sono vergini, Cristo è vergine, S. Paolo stesso consiglia di restare come lui, cioè vergini, tuttavia benedice il matrimonio.

In Isaia 56,3-5 “Non dica lo straniero che ha aderito al Signore:  «Certo mi escluderà il Signore dal suo popolo!». Non dica l’eunuco:«Ecco, io sono un albero secco!». Poiché così dice il Signore: «Agli eunuchi, che osservano i miei sabati, preferiscono le cose di mio gradimento e restan fermi nella mia alleanza,  io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato.”

Indubbiamente lo stato di verginità consacrata al Signore, richiede una spiritualità superiore, e avrà quindi una ricompensa superiore.
I protestanti invertono la priorità dei consigli biblici, preferendo il matrimonio. Biblicamente parlando nulla osta il matrimonio benedetto da Dio, ma la verginità è uno stato superiore ancora più benedetto. Del resto l’Apocalisse stessa ci attesta che sono in vergini i santi che seguono l’Agnello ovunque va, non solo ma parla pure di “contaminazione con donne” cioè perdita della purezza iniziale. Tuttavia Adamo ed Eva perdendo la loro purezza iniziale, furono lo stesso benedetti dal Signore, ma restarono contaminati e furono cacciati dall’Eden. A causa dell’inganno persero la verginità del loro cuore, fuori dall’Eden persero la verginità carnale. Non si contaminarono carnalmente alla presenza di Dio, perché nulla di impuro può stare alla Sua presenza.
Purtroppo per i protestanti la verginità non ha alcun valore, non riescono a comprendere come  monaci e preti (ma anche laici cristiani) possano consacrare spontaneamente la propria verginità a Dio, secondo loro la verginità consacrata è solo frutto dell’imposizione vaticana.
Per la maggior parte dei protestanti quindi la verginità consacrata non ha alcun valore biblico.
Evidentemente predicano un altro Vangelo, visto che la Bibbia la esalta!

“La questione del valore da assegnare al celibato di consacrazione non è secondaria ai fini della giusta comprensione del disegno salvifico di Dio e dell’evento cristiano.
Il celibato volontario e il matrimonio sono presentati entrambi dalla parola di Dio come doni desiderabili e come condizioni esistenziali spiritualmente preziose. Ciascuno –dice s.Paolo- ha il proprio dono da Dio, chi in un modo che in un altro (1 Cor7,7); vale a dire chi vivendo da coniuge, chi vivendo deliberatamente sciolto da ogni legame nuziale. Nell’ottica evangelica, dunque, sia il celibato come stato di vita liberamente voluto sia l’unione sponsale sono “doni di Dio” (charismata) fatti al singolo in vista del bene generale della comunità.

E’ un carisma eccezionale, il pensiero di Gesù sull’argomento ci è notificato con straordinaria forza espressiva: “vi sono eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli. Chi può capire capisca” (Mt 19,12). Questa frase è inquadrata nella problematica circa la legittimità o illegittimità del ripudio, ma le trascende: non si tratta più del marito che in ogni caso deve stare unito alla moglie, ma dell’uomo che si pone nella situazione di non unirsi a nessuna donna. Il termine “eunuco” indica uno stato senza ritorno: niente è più lontano dal pensiero di Cristo di un impegno a scadenza o di una dedizione soltanto provvisoria.

Il Vangelo non conosce contratti a termine. Gesù dice non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato “concesso” (Mt 19,11). Come si vede, la preferenza del Signore è nettissima; ma al tempo stesso egli suppone che sia un dono parsimoniosamente distribuito. In ogni caso, non così largamente come il dono dello stato sponsale. Dice anche: “chi può capire capisca”. “Chi può capire”: non è quindi una proposta rivolta a tutti. “Capisca” (chorèito): è un imperativo che manifesta il vivo desiderio che la possibilità sia di fatto tradotta in pratica.” Mons. Giacomo Biffi dal Timone n.37 del novembre 2004

“Per il Regno dei cieli” ci indica oltre allo stato angelico in cui saremo un giorno, dove non esisteranno più rapporti carnali, la necessità che qualcuno si prodighi affinché questo Regno sia già presente sacramentalmente in mezzo agli uomini.
Domandiamoci: perché Cristo non si è sposato, pur essendo arrivato a un’età considerata matura, ed essendo vissuto in una società che non aveva la consuetudine celibataria tra le scelte apprezzate? Gli ebrei del tempo infatti consideravano oltraggioso il celibato, non era cosa buona rimanere celibi.
Non è possibile considerare questo fatto come occasionale e irrilevante, perché tutto in Cristo è finalizzato e significante. Il celibato in Cristo ha senza dubbio un’indole manifestativa: è la prova che l’umanità non è rimasta preda dell’abbandono e della solitudine, ma al contrario è chiamata a entrare in una comunione sponsale col suo Salvatore e Signore.
Gesù è solo apparentemente celibe. In realtà è lo “Sposo” già sposato. Egli è sposo nei confronti dell’umanità redenta e rinnovata, cioè della Chiesa.
Che cosa vuol dire il suo “essere sposo” nei confronti della Chiesa? Vuol dire che Cristo è “capo” della Chiesa, la quale è perciò il suo “corpo”, ed è sottomessa a lui. Vuol dire che l’ha presa dalla corruzione del mondo, le ha dato il suo nome, e così l’ha riscattata: egli è “il salvatore del corpo” (Ef 5,25). Vuol dire che la rigenera e la purifica continuamente per mezzo dei sacramenti e della Parola di Dio. (Ef 5,26)
Spesso quando molti fratelli non cattolici devono attaccare la Chiesa cattolica tra i tanti argomenti di divergenza amano menzionare il “celibato forzoso” dei preti, dicendo che non è biblico. Dalle loro parole e dai loro discorsi sembrerebbe quasi quasi che la Chiesa cattolica mandi in giro i preti a reclutarne di nuovi, obbligandoli a non sposarsi. Molti fratelli separati dimenticano che un uomo decide liberamente di farsi prete e quindi di rinunciare al matrimonio, non è una forzatura, ma un atto di libera scelta.
Ai candidati al sacerdozio la Chiesa richiede espressamente oggi, per il rito latino, il celibato.

Il Sinodo di Elvira (Spagna) 300-303 d.C.

Delle testimonianze di vario genere che riguardano questo tema si deve invocare per prima quella del Sinodo di Elvira e il Concilio di Nicea. Nel primo decennio del secolo IV dopo Cristo si sono radunati vescovi e sacerdoti della Chiesa di Spagna nel centro diocesano di Elvira presso Granada per sottoporre ad una regolamentazione comune le condizioni ecclesiastiche della Spagna appartenente alla parte occidentale dell'Impero Romano, la quale sotto il Cesare Costanzo godeva di una pace religiosa relativamente buona. Nel periodo precedente, durante le persecuzioni dei cristiani, si erano verificati degli abusi in più di un settore della vita cristiana che aveva subito dei danni seri nell'osservanza della disciplina ecclesiastica. In 81 canoni conciliari si emanarono dei provvedimenti riguardo a tutti i campi più importanti della vita ecclesiastica che richiedevano dei chiarimenti e dei rinnovamenti, allo scopo di riaffermare la disciplina antica e di sancire le nuove norme resesi necessarie.
Il can. 33 di questo Sinodo contiene dunque la, già nota, prima legge sul celibato. Sotto la rubrica: " Sui vescovi e i ministri (dell'altare) che devono cioè essere continenti dalle loro consorti " sta il testo dispositivo seguente: " Si è d'accordo sul divieto completo che vale per i vescovi, i sacerdoti e i diaconi, ossia per tutti i chierici che sono impegnati nel servizio dell'altare, che devono astenersi dalle loro mogli e non generare figli; chi ha fatto questo deve essere escluso dallo stato clericale ". Già il canone 27 aveva insistito sulla proibizione che donne estranee abitassero insieme con i vescovi ed altri ecclesiastici. Essi potevano tenere con sé solo una sorella o una figlia consacrata vergine, ma per nessun motivo una donna estranea.



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