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Bibbia - Versetti difficili da capire

La Sacra Scrittura è intrinsecamente difficile

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Nella lettera dell'apostolo Giacomo si legge che la fede, se non ha le opere, è morta (Gc 2,17), e che ognuno viene giustificato in base alle opere, e non soltanto per la sua fede (Gc 2,24). Lutero che insegnava diversamente, espunse dal novero dei libri ispirati la lettera di Giacomo, la lettera di paglia, come egli ironicamente la denominava. Atti degli Apostoli san Luca ci dice che i missionari Paolo e Barnaba, imponendo loro le mani, eleggevano i presbiteri ai quali affidavano le nuove cristianità da loro stessi fondate
(At 14,22) mentre i Valdesi, ne Il Nuovo Testamento con note spiegative, Torre Pellice, 1955 insegnano che i due missionari facevano eleggere da altri, cioè dai fedeli, i propri presbiteri, come usano i Valdesi tuttora.

Ancora nel Atti 21,9 leggiamo che il diacono Filippo aveva quattro figlie vergini, cioè non maritate, in greco parthenoi, voce che nell'opera valdese sopraccitata viene espressa dalla frase che erano maritate, suggerita dall'avversione dei Valdesi nei riguardi dei celibato.

Non è il caso di meravigliarsi: la manomissione della sacra Scrittura fu abitudine comune a tutti gli eretici, preoccupati di avallare i propri errori ricorrendo alla sacra Scrittura convenientemente ritoccata o addirittura ridimensionata. Come potrà il semplice fedele difendersi da tali manomissioni indebite?

Non certo interrogando la sacra Scrittura stessa; ma solo ricorrendo all'autorità competente della Chiesa cattolica: Chiesa per la quale i libri ispirati vennero per l'appunto ispirati: autorità cui compete in esclusiva anche la facoltà di dichiarare autentica questa e quella traduzione della sacra Scrittura dalle lingue originali in una qualsivoglia lingua moderna.

Tuttavia bisogna pur ammettere che non c'è traduzione per quanto accuratamente eseguita e debitamente approvata, che equivalga perfettamente l'originale. Per questo le traduzioni cattoliche della sacra Scrittura sono corredate di note, ordinate anche a mettere a disposizione del lettore un testo il più possibile corrispondente a quello scritto nelle lingue bibliche, l'ebraico antico, l'aramaico e il greco ellenistico. Tuttavia anche il possesso di tali lingue talora non basta per afferrare il senso autentico di qualsivoglia pagina del libro sacro.

Libro? Piuttosto libretti, come dice esattamente la parola greca Biblia. Si tratta infatti di una biblioteca, alla cui composizione concorsero numerosi autori umani, amanuensi dello Spirito Santo; autori umani che scrissero innanzi tutto per i loro contemporanei; e questi e quelli con mentalità e modi di esprimere sotto vari aspetti diversi dai nostri; libri ritoccati da vari redattori posteriori lungo il decorso di non pochi secoli; libri nei quali si trattano, a volte in modo alquanto promiscuo, argomenti d'indole varia: parabole, poesie, profezie, apocalissi, preghiere, lamentazioni, imprecazioni; ma principalmente fatti storici, narrati ora in modo piano, ora ampliati dallo stile epico, ora adornati dagli aedi popolari che li conservarono e li trasmisero da secolo in secolo oralmente, fino a quando non vennero messi per iscritto in questa o in quell'altra forma.

Tradurre tutto ciò secondo le esigenze della nostra mentalità senza guastare nulla, sarà mai possibile?

Per questo il biblista impegnato si studia di tradurre il più possibile la propria mentalità moderna in quella degli antichi agiografi: opera certo non facile, che raramente può riuscire in modo perfetto, ma affascinante e religiosamente quant'altra mai ben rimunerata.
Tuttavia la maggiore difficoltà che contrasta la retta interpretazione della sacra Scrittura, non deriva tanto dalla sua forma letteraria, quanto dal suo contenuto. E’  facile convincersene, sol che si badi a quanto avviene presso quei Protestanti che ricorrono alla Bibbia come a un prontuario di ricette. In tal modo, a base di Bibbia, si possono sentire autorizzati oggi ad affermare una certa opinione, e domani la contraria; oggi a sostenere la moralità di un certo comportamento, e domani a riprovarlo. Ciò avviene perché non si può prendere come norma di verità a sé sufficiente una pagina della sacra Scrittura avulsa dal contesto prossimo e remoto.

L'ispirazione biblica

La tradizione ebraico-cattolica, riconfermata solennemente nel Concilio di Trento, afferma che l'autore della sacra Scrittura è Dio stesso; ma riconosce anche che Dio non ne è l'unico autore: a ragione si parla di Legge di Mosè, di Salini dì Davide, di Proverbi di Salomone.

Dio infatti volle servirsi a modo di strumenti intelligenti e liberi di collaboratori umani, a volte coscienti di parlare o di scrivere in nome di Dio, come quando certi Profeti proclamavano alle folle gli oracoli di Yahweh, altre volte invece del tutto inconsci della provvidenza divina tutta speciale che vegliava sul loro lavoro, illuminava la loro mente, dirigeva la loro volontà, tanto da ottenere che trasmettessero fedelmente agli uomini mediante i loro scritti il messaggio di Dio. In questa azione dello Spirito Santo sulla mente e sulla loro volontà dell'agiografo consiste essenzialmente la sacra ispirazione, secondo la definizione classica della medesima stilata da Leone XIII il 18 novembre 1893 nell'enciclica Providentissimus Deus.

Tali strumenti umani, nello scrivere, nel ritoccare, nel ridimensionare i libri ispirati, lasciarono in essi la propria impronta, in modo analogo a quanto avviene di un pennino che, pur tracciando fedelmente le consonanti e le vocali volute da colui che impugna la penna, le traccia tuttavia più o meno fini, più o meno intozzate, a seconda della forma e dell'elasticità della propria punta.
Ciononostante anche la forma letteraria si deve dire ispirata, in quanto è lo Spirito Santo che elesse questo piuttosto che quell'altro strumento umano appunto perché in consonanza con la propria personalità e temperamento e sensibilità artistica, avrebbe usato un certo genere letterario piuttosto che un altro: anche la forma dei pennino viene scelta dallo scrivente, quando sceglie quel certo pennino.

Il metodo storico-critico è il metodo indispensabile per lo studio scientifico del significato dei testi antichi. Poiché la Sacra Scrittura, in quanto «Parola di Dio in linguaggio umano», è stata composta da autori umani in tutte le sue parti e in tutte le sue fonti, la sua giusta comprensione non solo ammette come legittima, ma richiede, l’utilizzazione di questo metodo.   

San Luca ci assicura di non essersi accinto a comporre il suo Vangelo, che dopo aver investigato diligentemente ogni cosa sin dall'inizio (Lc 1,3).

Tanta cura sarebbe stata superflua, se lo Spirito Santo gli avesse dettato quanto egli mise per iscritto. Se si prende la parola "dettato" nel suo senso più stretto e rigoroso, la sacra ispirazione non può essere dichiarata propriamente "dettato dello Spirito Santo". Negli Atti 23,26-30 san Luca inserisce di sana pianta la lettera inviata al procuratore romano Felice dal tribuno Claudio Lisia: lettera nella quale Claudio Lisia, mentendo, afferma di essere corso a salvare Paolo aggredito dai Giudei, appena seppe che Paolo era cittadino romano.

Anche tale lettera si può dire ispirata, non meno che ogni altra pagina degli Atti, non in quanto sia stato ispirato Lisia a scriverla, e tanto meno a mentire, ma in quanto venne ispirato san Luca, affinché la inserisse negli Atti.
Così si dica della sentenza dei Sinedrio: È reo di morte (Mt 26,66).
Lo Spirito Santo ispirò san Matteo a collocarla nel suo Vangelo; ma fu il demonio a ispirarla ai sinedristi, non lo Spirito Santo.

Consideriamo ancora la lettera di Lisia per una precisazione ulteriore. Detta lettera non rivela una qualche verità altrimenti inaccessibile alle capacità conoscitive naturali dell'uomo: tutto quello che vi si legge, è uscito dalla mente e dalla fantasia di Lisia: tutto ciò che vi si contiene, è ispirato; nulla di ciò che vi si contiene è rivelato.
Non tutto ciò che è ispirato, è necessariamente anche rivelato. La sacra ispirazione ha un'estensione maggiore della divina rivelazione.

Ecco perché non fa difficoltà ammettere come ispirati nella Bibbia anche dei semplici ornamenti pittorici, quali ad esempio i riferimenti al cane che accompagna Tobia e l'arcangelo Raffaele lungo il viaggio, che precede costoro alla casa dove li attende Tobia il vecchio, cui annunzia il ritorno dei figlio menando festosamente la coda (Volgata-Tobia 6,1; 11, 9).

La Sacra Scrittura ha per autore principale Dio, e perciò è ultimamente parola di Dio. Dio ce la rivolge per farci conoscere delle verità a noi naturalmente inaccessibili, i divini misteri, e quindi la meta suprema per la quale ci ha creato, e i mezzi che ci offre affinché possiamo raggiungerla. Se la Sacra Scrittura contenesse qualche errore vero e proprio, ci proponesse cioè come verità comunicataci da Dio qualche falsità senza definirla per tale, senza il debito correttivo, cesserebbe di essere sentiero di vita, né potremmo ritenerla derivata dalla fonte da Dio, fonte ultima di ogni verità.

Ora, scorrendo le pagine della Sacra Scrittura, possiamo imbatterci nell'espressione Dio non esiste. Presa a se stante è certamente falsa, e non può essere parola di Dio. Tutto cambia appena la si ricolloca nel suo contesto immediato: Lo stolto pensa: "Non c'è Dio" (Sal 14 [13], 1). Questa o quella parte della sacra Scrittura, avulsa dal contesto più o meno prossimo, può assumere un significato addirittura antitetico rispetto a quello inteso dal suo autore.

Or questo può avvenire anche per il Vecchio Testamento in genere, quando venga avulso dal Nuovo. La rettifica o condanna di un qualche. comportamento o di una qualche opinione errata, a volte è dato trovarla nel Vecchio Testamento stesso. Così avviene a riguardo dell'opinione ateistica espressa dall'insipiente, subito corretta dal contesto che ne denuncia l'insipienza; così avviene per la ribellione di Adamo, per il fratricidio commesso da Caino, per l'amoralismo di Lamek, colpe condannate da tutto il contesto.
Di altri comportamenti ed opinioni invece la messa a punto definitiva si trova solo nel Nuovo Testamento. Basti considerare il discorso della Montagna. In esso Gesù, dopo aver premesso di non essere venuto per distruggere, ma per portare alla piena maturazione le prescrizioni della Legge e dei Profeti, per ben sei volte presenta la sua legge come correttivo al comportamento tollerato dall'antica legge: Avete udito quanto fu detto agli antichi... Ma io vi dico (Mt 5).

Dal punto di vista morale l'antica legge a volte, più che disposizioni positivamente divine, non conteneva che delle limitazioni poste da Dio a dei costumi immorali incancreniti. Una legge che li avesse interdetti in tronco, non avrebbe avuto risonanza: invece di giovare, avrebbe suscitato meraviglia, scandalo, disprezzo.

Per questo il Signore agì come il medico che vuol disintossicare una persona affetta da alcoolismo: non la priva bruscamente dell'alcool; ma gliene concede via via sempre di meno
, fino a quando potrà negarglielo del tutto senza pericolo.

Ora il compito di restaurare integralmente la legge di Dio era riservato a Gesù, che infatti non esita a legiferare come solo Dio stesso avrebbe potuto legiferare, e nel campo morale proibisce in modo inequivocabile il divorzio, pur tanto diffuso universalmente e non raro anche tra il popolo d'Israele, la poligamia, già tollerata nella stessa tribù di Abramo; la vendetta privata estesa talora anche contro degli innocenti; e nel campo dottrinale proietta un raggio di chiara luce sull'aldilà, sostituendo la sua dottrina categorica nei riguardi del Paradiso e dell'Inferno, all'opinione sullo Sheòl, tanto vaga e nebulosa e, fatta eccezione per qualche persona particolarmente privilegiata e illuminata, tanto diffusa in Israele.

Vediamo ora, commentando un versetto difficile, in che senso la Bibbia non contiene errori

Non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba. Ma noi, i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre. (Sal 115, 17-18 [113, 25-26]).

L'espressione sempre è enfatica: significa infatti fino a che vivremo, perché il salmista ha affermato esplicitamente che, finita questa vita, l'uomo cessa di lodare il Signore. Una tale opinione che a prima vista sembra ignorare una retribuzione nell'aldilà discriminatrice dei buoni e dei malvagi, offende l'autore dei libro di Giobbe (21 passim), lascia perplesso Geremia (12,14), e viene contraddetta in qualche altro salmo (16 [15], 49 [48]).

Anche se non si può affermare che l'autore di questo salmo affermi formalmente l'impossibilità dei morti di lodare i Signore:
il v. 13 dello stesso salmo suona: Il Signore benedice quelli che lo temono, benedice i piccoli e i grandi. Quelli che lo temono sono i viventi, il "noi" del v. 18. Chi non teme il Signore è solo uno destinato ad una condizione in cui non si può lodare il Signore.

Quindi l'autore non vuole dire nulla di preciso sull'esatta condizione degli uomini dopo la morte, ma soltanto, in termini poetici, sul destino di chi non teme il Signore: scendere nel silenzio (ebr.: dumah), nell'assenza di lode.

Quindi non è esclusa neppure l'ipotesi dell'inferno, in cui i dannati sono immersi in questo silenzio assoluto di espressioni di lode. Vediamo quindi come è difficile capire il significato della scrittura e solo il contesto e l'interpretazione globale della Chiesa rendono ogni singolo versetto assolutamente privo di errore. In altre pagine del Vecchio Testamento si riprende questo tema, e si alimenta la speranza in una vita eterna nell'Aldilà, come nel libro della Sapienza (3,1-11) e nel secondo libro dei Maccabei (7passim).

Tuttavia solo dalle labbra di Gesù sono pronunciate delle espressioni che a questo riguardo non lasciamo adito al minimo dubbio:

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. (Gv 6,54).

Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno
(Gv 11, 25b-26).

E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna (Mt 25,46).

Quello che, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, rettamente interpretati, non troveremo assolutamente mai, è l'approvazione diretta e esplicita dei comportamenti immorali e delle opinioni erronee e l'autorizzazione a farle nostre. A volte, quando non sono deprecate, sono riportate a titolo di cronaca senza commenti, come avviene per il suicidio di Saul, ma anche a nostro indiretto ammonimento come avviene per i sentimenti anticristiani espressi da questo o da quell'altro personaggio biblico.

"Come Giona fu tre giorni e tre notti nel ventre del cetaceo, così il Figlio dell’Uomo starà tre giorni e tre notti nelle profondità della terra."

C’è chi contesta i tre giorni e le tre notti, facendo notare che partendo dal venerdì pomeriggio, fino ad arrivare all’alba della domenica non ci sono tre giorni e tre notti, ma un giorno e mezzo, calcolando per un giorno il completamento delle 24 ore.
Eppure per gli ebrei non era così, infatti sant’Agostino ci spiega che:
Per quanto riguarda il venerdì dovrai intendere come una notte e un giorno, e quindi per un giorno intero, quelle ore del giorno che seguirono la sepoltura aggiungendovi anche la notte che l’aveva preceduto; il sabato notte e giorno; per la domenica sono un giorno intero, la notte e l’alba dello stesso giorno. In tal modo, considerando come un tutto anche la parte, hai i tre giorni e le tre notti. È come quando d’una donna incinta si dice che è al decimo mese della gravidanza. Non si vuole dire altro che i nove mesi sono già completi e l’inizio del decimo mese lo si computa per un mese intero. Lo stesso notiamo a proposito della trasfigurazione del Signore sul monte. Un evangelista dice che avvenne dopo sei giorni (Matteo 17,1) mentre un altro dopo otto (Luca 9,28). Questo secondo computa come giorni interi e l’ultima parte del primo giorno, (quello nel quale il Signore promise l’evento) e la prima parte dell’ultimo giorno (quello cioè in cui la promessa si realizzò). Egli scrive così per farti comprendere che l’altro, parlando di sei giorni, si riferisce ai soli giorni intermedi, che effettivamente furono completi e interi. Da notarsi anche che, nella Genesi, il giorno comincia col sorgere della luce e finisce con le tenebre, volendosi indicare con ciò la caduta dell’uomo; nel Nuovo Testamento invece il giorno inizia dalle tenebre per muovere verso la luce, come fu detto: Dalle tenebre sorge la luce. Con ciò si indica l’uomo che, liberato dai peccati, giunge alla luce della giustizia. Senza un’adeguata spiegazione, solo con la preghiera i nostri mezzi e la nostra scarsa umiltà, avremmo capito il perché vengono menzionati giorni diversi dai diversi agiografi?
I settantadue discepoli Luca 10,2
La terra compie l’intero suo giro in ventiquattro ore, e ciò anche noi osserviamo. Una cosa simile avvenne quando fu dato l’incarico di predicare il Vangelo della Trinità ai settantadue discepoli: settantadue infatti è il prodotto di tre per ventiquattro. Il fatto poi che li manda a due a due è un richiamo mistico alla carità, sia perché due sono i comandamenti della medesima carità
sia perché nessuna carità può esistere se non ci sono almeno due persone.

Vediamo un altro di questi brani:

Suscita un empio contro di lui
e un accusatore stia alla sua destra.
Citato in giudizio, risulti colpevole
e il suo appello si risolva in condanna.
Pochi siano i suoi giorni
e il suo posto l'occupi un altro.
I suoi figli rimangano orfani
e vedova sua moglie.
Vadano raminghi i suoi figli, mendicando,
siano espulsi dalle loro case in rovina.

L'usuraio divori tutti i suoi averi
e gli estranei facciano preda del suo lavoro.
Nessuno gli usi misericordia,
nessuno abbia pietà dei suoi orfani.
La sua discendenza sia votata allo sterminio,
nella generazione che segue sia cancellato il suo nome.
L'iniquità dei suoi padri sia ricordata al Signore,
il peccato di sua madre non sia mai cancellato.

Ha amato la maledizione: ricada su di lui!
Non ha voluto la benedizione: da lui si allontani!
Si è avvolto di maledizione come di un mantello:
è penetrata come acqua nel suo intimo
e come olio nelle sue ossa.
Sia per lui come vestito che lo avvolge,
come cintura che sempre lo cinge.

Sal
109 [108], 6-14. 17-19.

È probabile che, nel modo di esprimersi del tempo, le imprecazioni siano in realtà dirette al male più che al malvagio come tale. Non dimentichiamo che negli stessi salmi, a fianco delle imprecazioni, ci sono tante invocazioni alla misericordia di Dio.

È lecito concludere che tali sentimenti che mal si accordano, a prima vista, con il messaggio evangelico, non sono riportati nel Vecchio Testamento affinché li condividiamo: anche qui solo il contesto dell'interpretazione della Chiesa ne rivela il vero significato.
Questo linguaggio duro, insieme a tanti episodi di crudeltà narrati nella storia sacra, ci ricordano che solo nella dottrina e nell'esempio del Verbo incarnato la legge di Dio non avrebbe più oltre tollerato di essere coinquinata da concessioni fatte al popolo ebraico, di dura cervice (come tutta l'umanità, prima dell'infusione della nuova legge della grazia); non solo, ma anche affinché siamo riconoscenti al Signore che ci volle riservare per la sua legge perfetta.


Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste.
(Mt 5,43-45)

Il Vecchio Testamento senza il Nuovo, suo complemento indispensabile, può trarre in inganno, e siccome la parola di Dio non può trarre in inganno, il Vecchio Testamento, avulso dal Nuovo, non si può dire in senso pieno parola di Dio.
Non si dimentichi tuttavia che anche la sacra Scrittura cattolica, completa di Vecchio e Nuovo Testamento, a sua volta esige come complemento indispensabile: la Sacra Tradizione Cattolica. Basti considerare come nel Nuovo Testamento, per esempio, si dichiara Simon Pietro pietra fondamentale della Chiesa (Mt 16, 18-20), e pastore non solo degli agnelli, i semplici fedeli, ma anche delle pecorelle, loro madri (Gv 21,15-17), i vescovi: Gesù chiede a Pietro: " "Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?" Chiede un amore maggiore di quanto è richiesto agli altri apostoli, perché la missione si Pietro ha un primato rispetto a loro. Attenzione, bisogna ricordare ciò che rispose Pietro a Gesù "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene
"; notiamo, infatti, che Pietro non disse "Non più di costoro, ma allo stesso modo di costoro", rispose invece, Certo… cioè è vero tu lo sai che ti amo più di costoro, cioè degli altri apostoli. Anche e, non solo, da queste parole si capisce il primato petrino, primo tra uguali.
Tuttavia solo la Tradizione, confermata storicamente dalla vita della Chiesa sin dai suoi primi passi, risolve ogni dubbio a riguardo del modo di interpretare rettamente i passi dei Nuovo Testamento citati in favore dei primato di giurisdizione del Papa.
Non tutto l'insegnamento di Gesù e quanto egli operò, fu messo per iscritto: che il mondo intero non basterebbe a contenere i libri che sarebbero necessari per riferire tutte quelle meraviglie (Gv 21,25), tutto quello che Gesù volle si trasmettesse fedelmente e infallibilmente attraverso a tutte le generazioni, egli affidò alla sacra Tradizione cattolica.
Riassumiamo: ispirazione e inerranza si estendono a tutta la sacra Scrittura, ma in modo diverso: l'ispirazione si estende anche a ogni singola frase, purché nella redazione accolta dalla Chiesa come definitiva; l'inerranza invece accompagna la sacra Scrittura solo se globalmente presa, completa di Vecchio e Nuovo Testamento, e ulteriormente arricchita dal magistero ecclesiastico autorevole.
La sacra Scrittura non si regge da sola; si regge solo se sorretta dalle mani della Chiesa docente.
Finalmente la conoscenza dei generi letterali biblici ci salvaguarda dall'interpretare erroneamente schemi e finzioni poetiche, metafore varie, simboli desueti, descrizioni dei fenomeni naturali secondo apparenze, e la rielaborazione di fatti storici propria di certi antichi popoli orientali; ci aiuta insomma ad afferrare la portata esatta delle espressioni bibliche. Or proprio questa esatta portata della sacra Scrittura, a volte ravviluppata in determinati procedimenti letterari, è il vero senso letterale della sacra Scrittura stessa, vale a dire il senso inteso dal suo autore principale, Dio; ed è secondo questo senso che la sacra Scrittura è sempre essenzialmente religiosa, ordinata cioè a religare a Dio ogni anima debitamente disposta.
"Quale poi sia il senso letterale di uno scritto, sovente non è così ovvio nelle parole degli antichi Orientali, com'è per esempio negli scrittori dei nostri tempi.
Quel che hanno voluto significare con le parole quegli antichi non va determinato soltanto con le leggi della grammatica o della filologia, o arguito dal contesto; ma l'interprete deve tornare con la mente a quei remoti secoli dell'Oriente, e con l'appoggio della storia, dell'archeologia, dell'etnologia e di altre scienze, nettamente discernere quali generi letterari abbiano voluto adoperare gli scrittori di quella remota età" (Enc. Divino afflante Spiritu di Pio XII, del 30 settembre 1943).
Appurato il senso letterale autentico di una qualche pagina biblica, è tuttavia lecito domandarsi se non possa tale pagina suggerire un qualche senso, un senso analogico. Di fatto non di raro è dato trovare anche più di un senso analogico di una stessa pagina biblica.
Tipica, ad esempio, è l'interpretazione dei Padri della Chiesa e della sacra Liturgia: questa adotta sovente delle espressioni bibliche che adombrano il mistero che vuol celebrare.
Vedansi i versi dei Cantico dei Cantici usati dalla Chiesa per celebrare la festa dell'Immacolata Concezione di Maria Santissima:

Tota pulchra es Maria et macula originalis non est in te.
Vestimentum tuum candidum quasi nix
Et facies tua sicut sol.
Trahe nos, Virgo immaculata.
Post te curremus in odorem unguentorum tuorum

Possiamo vedere i versetti radunati insieme per dar vita a questo brano liturgico:

Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.
Cant 4,7

Io continuavo a guardare, quand'ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve Dan 7,9

Attirami dietro a te, corriamo! Cant 1,4

L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. Cant 4,10

La Chiesa ha intuito un misterioso legame tra questi versetti e ha colto un significato profondo che potrebbe andare parzialmente oltre la comprensione degli agiografi stessi quando hanno scritto questi brani.

Questo tipo di interpretazione è rispettabile in quanto è fatto proprio dalla Chiesa e approvato da molti secoli di pratica liturgica. Così pure rispettiamo un simile uso della Scrittura ad opera dei Padri della Chiesa.
Questi avevano una grande padronanza della Scrittura perché uomini di grande virtù e pieni di Spirito Santo: cronologicamente vicini a Gesù e agli apostoli, erano facilitati nell'interpretazione autentica della Bibbia.

Nessun altro può, con leggerezza, collegare arbitrariamente vari brani della S. Scrittura, senza invocare a suffragio di una certa interpretazione la testimonianza di qualche padre della Chiesa o della liturgia; costui stiracchierebbe la Bibbia secondo la sua fantasia e avremmo così un senso accomodatizio improprio della Scrittura.

Già la narrazione sostanzialmente storica delle prime pagine della Genesi è abbellita dalla disposizione poetica dei "sei giorni più uno" della creazione; il Tentatore, Satana, vi è rappresentato sotto la maschera convenzionale del serpente; l'immortalità corporea di Adamo prima del peccato, è raffigurata dall'Albero della Vita, dei cui frutti Adamo può cibarsi; di pari il mistero della libertà psicologica, dal cui esercizio deriva il bene e il male morale, è raffigurata dall'Albero del Conoscere bene e male, proibito ad Adamo.
Altrove un semplice atto permissivo di Dio viene drammatizzato in una scena celeste, che lo trasforma addirittura in un positivo comando divino:

Io ho visto il Signore seduto sul trono; tutto l'esercito del cielo gli stava intorno, a destra e a sinistra. Il Signore ha domandato: Chi ingannerà Acab perché muova contro Ramot di Gàlaad e vi perisca? Chi ha risposto in un modo e chi in un altro. Si è fatto avanti uno spirito che - postosi davanti al Signore - ha detto: Lo ingannerò io. Il Signore gli ha domandato: Come? Ha risposto: Andrò e diventerò spirito di menzogna sulla bocca di tutti i suoi profeti. Quegli ha detto: Lo ingannerai senz'altro; ci riuscirai; và e fa così. (1 Re 22,19b-22).

Attenzione, qui sembrerebbe che Dio favorisca la menzogna, l’inganno, come può il Dio di Verità avallare l’inganno? Ecco questo tipo di brani, se rimangono non spiegati dalla Chiesa, deviano il fedele che li legge e vi si sofferma sopra a riflettere senza una adeguata preparazione biblica.

In modo analogo la stipulazione di un'alleanza militare tra due tribù viene presentata sotto forma di dialogo tra due persone:

Dopo la morte di Giosuè, gli Israeliti consultarono il Signore dicendo: "Chi di noi andrà per primo a combattere contro i Cananei?". Il Signore rispose: "Andrà Giuda: ecco, ho messo il paese nelle sue mani". Allora Giuda disse a Simeone suo fratello: "Vieni con me nel paese, che mi è toccato in sorte, e combattiamo contro i Cananei; poi anch'io verrò con te in quello che ti è toccato in sorte". Simeone andò con lui. (Gd 1, 1-3).

Più piane sono le narrazioni storiche del Nuovo testamento. Per questo non è lecito ammettere che là dove san Luca (1,38) ci fa sapere che la Madonna rispose all'arcangelo Gabriele avvenga di me quello che hai detto, riferisce un fatto storico, mentre là dove ci fa sapere che la Madonna disse L'anima mia magnifica il Signore (1,40) introduca il cantico di un qualche pio rabbino per altro non meglio conosciuto. Luca è storico in entrambi i casi; né si può negare l'attribuzione del Magnificat alla Madonna, senza annebbiare la storicità del mistero dell'Annunciazione.
Con ciò non si intende asserire che tutto quanto leggiamo in san Luca e negli altri Evangelisti sia storico: troviamo infatti nei Vangeli anche delle parabole con dei personaggi fittizi, quali il Buon Samaritano, il Ricco Epulone, il Figlio Prodigo: personaggi nei quali tuttavia si possono riconoscere rappresentati tanti e tanti personaggi vissuti e viventi in carne ed ossa.
In ogni caso, ciò che un evangelista narra come storicamente avvenuto, è da ritenersi tale.
La stessa descrizione dei Giudizio Universale, quale troviamo in Matteo (25, 32-46), pur essendo di un fatto storico futuro, è tuttavia rivestita di una forma drammatico parabolica, di conseguenza non è lecito ritenere che tale giudizio verterà solo sulla carità verso il prossimo e che i giudicandi non siano ancora consci del loro stato morale e delle loro sorti eterne.
Ancora un rilievo. Gesù predisse più volte la propria risurrezione, e in una di tali predizioni si espresse così: Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra (Mt 12,40). Ora il profeta Giona fu certamente un personaggio storico; ma quello del libro di Giona è ritenuto personaggio di parabola. Tuttavia il ricorso che vi fa Gesù per predire la propria risurrezione non sminuisce affatto la storicità di tale risurrezione.
Ora è facile ammettere come il valore della testimonianza data a riguardo di Gesù dagli Apostoli, e raccolta nei Vangeli, sia certamente più perfetta di quella data dal redattore dei libri dei Re a riguardo di Elia ed Eliseo. Nel primo caso infatti si tratta di scritti vergati da testimoni oculari, quali Matteo e Giovanni, mentre nel secondo caso si tratta di scritti vergati da uno o più redattori che raccolsero con cura le memorie giunte a loro dalla tradizione, talora anche documentata, ma sovente popolare. Meno perfetto non vuol dire tuttavia fantasioso in quanto lo Spirito Santo ha assistito anche questa raccolta di fonti popolari.

Genere profetico e apocalittico

Questi generi non hanno riscontro nelle letterature moderne. Il genere profetico ha di specifico gli oracoli. Questi non sono esclusivamente delle predicazioni di avvenimenti futuri: sovente infatti sono semplicemente delle esortazioni o delle ammonizioni. Generalmente gli oracoli si trovano distribuiti or qua or là tra dei dati biografici o autobiografici del profeta, o a delle pagine di storia contemporanea al profeta. Altre volte ci sono offerti raggruppati, in modo più o meno convenzionale, dall'opera di un qualche redattore.
Le predicazioni di eventi futuri, cioè le profezie in senso corrente, non vanno esenti da oscurità, che solo l'avveramento del fatto preannunziato varrà a dissipare. Sovente infatti il profeta stesso ignora la vera portata, e il quando e il come del fatto che predice. Non solo, ma talora un certo fatto, predetto dal profeta, non è che la prefigurazione a sua volta di un altro fatto di maggiore importanza, come l'abominazione della desolazione, della quale leggiamo il preannunzio nel libro di Daniele (9,27), verificatasi al tempo dei Maccabei (1 Macc 1,54 e 4,52) e più grave e definitiva nell'anno 70 dell'Era cristiana, allorquando il tempio di Gerusalemme venne profanato e distrutto (Mt 24,15).
Qualche cosa di simile si ha anche nel salmo iniziato da Gesù crocifisso, nel quale l'autore strumentale, il salmista, effonde l'angoscia del proprio cuore in un'ora di tribolazione particolarmente acerba, mentre l'autore principale che lo ispira, prefigura l'agonia del divin Redentore.

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza":
sono le parole del mio lamento.
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.

Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
"Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico".

E' arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.
Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
si dividono le mie vesti

(Sal 22 [21], 2-3. 7-9. 16-19)

A volte la predizione è, espressa dal profeta con dei gesti simbolici: Geremia circola per le vie di Gerusalemme con un giogo sulle spalle per predire ai Giudei l'imminente schiavitù. A volte è espressa mediante delle immagini, anche molto ardite, conte quelle cui fa ricorso Isaia per predire la pace messianica.

Il lupo dimorerà insieme con l'agnello,
la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un fanciullo li guiderà.
La vacca e l'orsa pascoleranno insieme;
si sdraieranno insieme i loro piccoli.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide;
il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

(Is 11, 6-8)

Talora non è facile stabilire se questo o quel dettaglio di una pagina biblica esprima una predizione, mentre è facile ammettere come nel suo insieme il Vecchio Testamento costituisca globalmente un'unica profezia, in quanto tutto orientato verso il Messia e l'Era messianica, che promette, che prefigura, che invoca.

Al genere profetico si può ricondurre in parte il genere apocalittico.
Apocalisse è la traduzione in italiano della parola greca apokàlypsis che significa scoprimento, manifestazione. Le apocalissi bibliche hanno uno scopo confortatorio, in quanto mirano a sostenere la speranza nel cuore di coloro per i quali vengono scritte, oppressi da qualche grave calamità. Per ottenere tale scopo, lo scrivente si adopera per dimostrare come le vicende della storia umana siano guidate dal Signore per il vero bene dei suoi fedeli, e quindi conclude annunciando un futuro migliore. Per dare maggior credito al suo scritto non di raro lo attribuisce a un qualche antico e famoso personaggio. Di conseguenza la descrizione che egli fa dei fatti passati viene ad assumere l'aspetto di predizione di eventi futuri: abbiamo così della storia dei passato in veste di predizione del futuro. Tale espediente ben difficilmente avrebbe tratto in inganno i destinatari del suo scritto, cui era noto il significato convenzionale di tale procedimento, come pure delle ardite iperboli caratteristiche degli scritti apocalittici. Così per significare che la sventura sarà tale da terrorizzare la stessa natura inanimata, ricorrono alle stesse espressioni iperboliche sia Isaia, per esprimere gli orrori della catastrofe di Babele, sia Gesù per esprimere quelli della catastrofe di Gerusalemme.

Poiché le stelle del cielo e la costellazione di Orione
non daranno più la loro luce;
il sole si oscurerà al suo sorgere
e la luna non diffonderà la sua luce.

(Is 13, 10)

… il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,
gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte.

(Mt 24,29)

Il testo della sacra Scrittura

Si dice che Cesare sapesse dettare opere diverse a diversi scrivani anche simultaneamente. Di tali e tanti manoscritti non ci è pervenuta superstite neppure una lingua originale, ma solo delle copie più o meno antiche. Lo stesso dicasi delle opere scritte di proprio pugno da Dante Alighieri, e quindi di non pochi secoli più recenti. Del pari non ci è giunta una sola riga del testo primitivo di Isaia, di Geremia e degli altri autori sacri. Gli scritti biblici più antichi, risalenti a Mosè, certamente non furono dettati in ebraico, lingua ancora non esistente; ma in copto, la lingua appresa dagli Ebrei in Egitto, o in un qualche linguaggio proto-aramaico o in accadico, parlato da Abramo, e perciò considerato sacro.
Tali opere più antiche vennero in seguito via via tradotte, probabilmente a cominciare dal periodo del Giudici, nella lingua parlata nella Terra di Kena’àn, lingua che in bocca ebraica diede origine all'ebraico. Dopo l'esilio babilonese anche l'aramaico entrò in qualche parte dei libri sacri.
Sulle copie di tali libri lavorarono gli scribi della scuola di Esdra, in Babilonia, e gli scribi palestinesi. Da tale lavoro redazionale risultò la bibbia ebraica, che più tardi, tra il IV e VI secolo dell'Era cristiana, i cosiddetti Masoreti riesaminarono accuratamente e munirono delle vocali. Si ebbe così la bibbia ebraica attuale, dalla quale sono esclusi i libri scritti originariamente in greco. Tale testo, o parte di esso, è conservato in più dì 1500 codici manoscritti, alcuni dei quali risalenti fino al III secolo avanti l'Era cristiana, primo tra tutti il libro di Isaia, ritrovato nella prima delle undici grotte di Hìrbet Qumràn, nel 1947.
Non senza gradita sorpresa si poté rilevare che il testo del rotolo di Qumràn corrispondeva esattamente a quello della bibbia masoretica.
Ben più numerosi sono i codici (12,1 Nuovo Testamento, nonostante tanti e tanti di essi venissero distrutti durante le persecuzioni anticristiane.
I codici maiuscoli, tra completi e frammentari ascendono a 224, e a 2650 i minuscoli o corsivi. Testi parziali del Nuovo Testamento sono contenuti anche, in circa 2000 lezionari compilati per riso liturgico. Quanto alle citazioni contenute nelle opere dei Padri, degli Apologeti e delle autorità ecclesiastiche, sono tante e tali che da sole basterebbero per ricomporre tutto il Nuovo Testamento.
Esistono inoltre numerosissime versioni di tutto il Nuovo Testamento in varie lingue antiche. È ben vero che le varianti riscontrate nei codici più autorevoli sono migliaia, ma riguardano semplicemente la forma. Quelle di contenuto non sono più di una dozzina, non importano difficoltà particolari, poiché altri passi del testo sacro permettono di dissipare ogni dubbio al riguardo.

Ad un fratello evangelico, intervenuto in un forum Internet, di discussione sul canone biblico, fu chiesto quanto segue:

"se si trova d'accordo con il Concilio di Gerusalemme descritto in Atti, come fa ad essere d'accordo con il Concilio di Jamnia dove non vi erano presenti nessuno degli apostoli e nessun vescovo dopo di loro, considerata pure l’ipotesi che Giovanni l'apostolo era ancora vivo?"

Il fratello evangelico diede una mezza risposta, dicendo che agli ebrei furono affidati gli oracoli di Dio. Giusto, corretto, ma bisogna concentrarsi sul "furono ", infatti con la nascita del cristianesimo, agli ebrei fu tolta ogni autorità ecclesiastica, e questo lo dice la Bibbia, del resto furono proprio gli ebrei a far uccidere Gesù, continuando a far perseguitare i cristiani, screditandoli con ogni mezzo e mezzuccio, come ad esempio asserire che Gesù era figlio di prostituzione, cioè dell’adulterio di Maria commesso con il soldato romano Phantera. Una bestemmia simile la riportano più o meno velatamente nel loro Talmud, ancora oggi.
A tal proposito il fratello Luca ci riporta quanto ha trovato nel sito Avventista di Malta, quindi preso da fonte non cattolica.

Leggiamo:

"Lo sviluppo del cristianesimo contribuì certamente anch'esso all'affinamento della critica testuale ebraica. Gli Ebrei avevano infatti bisogno di chiarire ed affermare la reale natura del testo ebraico ritenuto giustamente fondamentale, oltre che per l'importanza che esso aveva per la propria esperienza religiosa e sociale, anche in relazione alla loro apologetica di fronte ai Cristiani che usavano prevalentemente la LXX."

Poi continua Luca:

"Un particolare interessante che ho scoperto è che il Talmud al quale fanno più affidamento è quello Babilonese, mi chiedo come questo particolare si possa conciliare con la teologia cristiana, dal momento che tali letture sono giudicate  extrabibliche:"

"Letteratura giudaica extrabiblica
Il Talmud (studio) è semplicemente la Mishnà accompagnata dai commenti dei Rabbini successivi, una volta che essa stessa diventa fondamento della vita del popolo e oggetto di meditazione. Questi commenti costituiscono la gemara (ricordarsi che la "g" in ebraico come in greco ha sempre il valore duro di "gh"), cioè la materia studiata. Siccome si sviluppano due tradizioni esegetiche sulla Mishnà, una in Palestina e l'altra in Babilonia, si hanno due Talmud, uno palestinese e l'altro babilonese. Quest'ultimo è quello che assunse più ampia fama e autorità in seno al giudaesimo sia per l'estensione della sua ghemara (da sette a otto volte quella palestinese) che per la sua qualità.(12) Il Talmud Palestinese si concluse verso il 400 a causa dell'instabilità politica del Paese che impedì ai Rabbini di continuare la loro opera, mentre quello babilonese verso il 500."

Stiamo parlando del 500 d.C. il sito è della Chiesa Avventista.

Ma quello che ho trovato ancora più interessante è il confronto di una frase fra la LXX e il testo Masoretico:

8) Homoteleuton (finale simile). Quando nel testo vi sono due parole o due righe che finiscono in modo uguale, l'occhio del copista può passare facilmente dal primo al secondo saltando ciò che sta in mezzo.
Esempio: In I Sam. 14:41 il masoretico ha "E Saul disse a Yahveh: Dio d'Israele, fa conoscere la verità ...". La LXX invece legge: "E Saul disse: Signore Dio d'Israele, perché non hai risposto al tuo servo oggi? L'iniquità si trova in me o in mio figlio Jonatan? Signore Dio d'Israele, fa conoscere la verità ...". E' più logico pensare che sia il masoretico ad omettere una parte a causa dell'homoteleuton, che la LXX ad inventarsi ciò che non c'era.

9) Omissione accidentale di parole anche in caso diverso dall'homoteleuton. Esempio: In I Samuele 13:1 manca l'indicazione dell'età che Saul aveva quando cominciò a regnare. La cifra 30 che abbiamo nella Luzzi (Bibbia protestante) deriva da un manoscritto della LXX e sembra arbitraria. Il masoretico dice che Saul aveva un anno quando cominciò a regnare ma è chiaramente un assurdo che non possiamo spiegare se non con la perdita della vera cifra per motivi accidentali.


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