Padre nostro Non ci indurre o non ci abbandonare alla tentazione? - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Padre nostro Non ci indurre o non ci abbandonare alla tentazione?

Catechesi
PADRE NOSTRO
 
 
NON INDURCI IN TENTAZIONE O NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE ?
 
 
LA TENTAZIONE E' PROVA non dimentichiamolo

Se le lettere, la parole originali aramaiche, greche, latine, hanno ancora una valore la corretta  traduzione di
eisenenkes,
da eis-ferein, (o in latino, inducas) che significa letteralmente “portare/condurre dentro” o anche “intro-durre”.
 
 
E se leggiamo che Dio tentò Abramo chiedendogli in sacrificio il figlio Isacco... che facciamo restiamo sconvolti?
 
 
O cerchiamo di capire cosa è realmente la tentazione, è perchè Dio ci prova, o consente a satana di metterci alla prova, di tentarci?

Gesù stesso fu condotto non da Erode, non da Pilato, non da satana, ma dallo Spirito Santo nel deserto per essere tentato, ecco questo ci spiega benissimo cosa significa “INDURCI NELLA PROVA” Gesù fù indotto, portato, dallo Spirito Santo nel deserto, per essere sottoposto alla prova, nella tentazione. Anche questi versetti fanno capire la corretta traduzione della frase in questione del Padre Nostro.

Matteo 4,1 “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.”
 
 
E se ADDIRITTURA dovessimo leggere che anche Gesù Cristo tentò (mise alla prova) qualcuno degli apostoli?
 
 
Continuiamo a sconvolgerci sempre di più, oppure magari cerchiamo di capire meglio, facendoci aiutare? Sarebbe così sconvolgente istruire i fedeli con dei corsi biblici, piuttosto che favorire la loro ignoranza, semplificando?
 
 
"Dove leggiamo di Cristo che tenta? È il Vangelo a parlare; racconta: Disse a Filippo: Avete dei pani, date loro voi stessi da mangiare 7. E continua l'evangelista: Questo diceva per metterlo alla prova; lui sapeva bene ciò che avrebbe fatto 8. Rivolgi ora l'attenzione a Dio che tenta Abramo. Questo diceva anche Dio per tentare Abramo, sapeva bene infatti ciò che stava per fare. Come si accetta Cristo che tenta, si accetti anche Dio che tenta e si converta l'eretico che tenta. Ma l'eretico tenta in modo diverso da come tenta Dio: Dio tenta per aprirsi all'uomo, l'eretico tenta per chiudersi a Dio." Sant’Agostino
 
 
Agli amanti della semplificazione a tutti i costi, invece che del migliorare l'istruzione biblica dei fedeli, bisognerebbe ricordare che: "la frase “incriminata” «Non ci indurre in tentazione», deriva dal greco εἰσενέγκῃς, da cui la fedele traduzione latina inducas, che nella lingua italiana è altrettanto fedelmente tradotta con indurre. Detto questo è d’obbligo e di rigore chiedersi: si rendono conto gli amanti del ritorno alle autentiche origini, che, stando così le cose, questo “errore” oggi finalmente corretto, risale ai tempi delle prima epoca apostolica?
 
(significa forse che gli evangelisti, agiografi, sbagliarono a scrivere? Ndr).
 
 
Se i testi patristici conosciuti da secoli sono quelli tutt’oggi noti, se le lingue antiche e le loro traduzioni fedeli sono quelle che sono, ecco allora che ciascuno, senza essere indotto ad alcuna tentazione, può trarre da se stesso le proprie conclusioni, dato che in nome di un non meglio precisato ritorno alle origini si è alterato quell’originale che è tale sin dalle aramaiche e greche origini più remote, ed è tale prima del latino e molto prima delle attuali lingue moderne." (cfr padre Ariel Levi Di Gualdo) Se dobbiamo però analizzare le nuova frase NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE... Cosa vuole dire?
 
 
Non troviamo scritto, "NON ABBANDONARCI DURANTE LA TENTAZIONE" ma "NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE" Gli stiamo chiedendo che non vogliamo essere tentati? GLI DOBBIAMO FORSE CHIEDERE DI NON METTERCI ALLA PROVA?
 
Perchè la tentazione è prova, Dio ci mette alla prova consentendo a satana di tentarci, cioè di provarci. La frase “incriminata” proclama alla lettera testuali parole: «e non portarci in tentazione».
 
 
Quando dall’originale testo il Pater Noster fu tradotto dall’aramaico al greco, per evitare di caricare la frase con una lunga perifrasi è usato soltanto un verbo che significa “indurre” o “far entrare”:
 


 
E se il greco non è un’opinione, la frase “incriminata” tradotta alla lettera recita proprio: «Non ci indurre in tentazione». Da questi due testi nasce la terza traduzione, quella latina, del tutto aderente e fedele al testo originale greco:
 
 
Pater Noster qui es in cælis:
 
sanctificetur nomen tuum;
 
adveniat regnum tuum;
 
fiat voluntas tua,
 
sicut in cælo, et in terra.
 
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
 
et dimítte nobis debita nostra,
 
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
 
et ne nos inducas in tentationem,
 
sed libera nos a malo.
 


 
Non è comunque da escludere che in un vicino futuro, una squadra di esegeti provveda quanto prima a cambiare anche la pagina del Vangelo del Beato Evangelista Matteo che narra del Demonio che tenta l’uomo Gesù nel deserto [cf. Mt 4, 1-11], dove il Divino Figlio non si è rivolto al Divino Padre domandando: «E non abbandonarmi alla tentazione», posto che il Creatore permise che Satana lo inducesse in tentazione.
 
 
Dovranno poi intervenire i biblisti per riscrivere e attualizzare anche vari passi biblici secondo le direttiva della nuova gestione e secondo la «rivoluzione epocale» in corso, visto che Dio ci mette alla prova e ci rafforza permettendo che noi fossimo tentati. Non possiamo infatti dimenticare che l’uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta con la conseguente entrata nella scena del mondo e dell’umanità del peccato originale. Leggiamo infatti nei testi vetero testamentari: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» [Sir 2,1].
 
Ma soprattutto è bene ricordare che la Chiesa, in documenti non certo sospetti, giacché si tratta di una delle costituzioni del Concilio Vaticano II, da molti ritenuto il concilio dei concili, ricorda che la tentazione è legata al valore di quella libertà che nell’uomo è il «segno altissimo dell’immagine divina» [Gaudium et spes, 8]. (cfr, don Ariel Levi Di Gualdo)
 
 
Evitare la prova significa vanificare la Croce; già Pietro voleva evitare a Cristo la Croce, ma sappiamo che Gesù gli disse che era una tentazione satanica.
 

Ricordiamo dunque che:

 
Adamo ed Eva furono messi alla prova, cioè tentati, Dio permise a Satana di tentarli.
 
Genesi 22,1-14

 
Dio mette alla prova (tenta) Abramo Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
 
Dio è così all'oscuro delle cose, così ignaro del cuore umano, da aver bisogno di tentare l'uomo per conoscerlo? Non sia mai! Ma lo fa perché l'uomo conosca se stesso. (s. Agostino)
 
 
Sappia dunque la vostra carità che la tentazione di Dio non ha lo scopo di far conoscere a lui qualcosa che prima gli era nascosto, ma di rivelare, tramite la sua tentazione, o meglio provocazione, ciò che nell'uomo è occulto. L'uomo non conosce se stesso come lo conosce Dio, così come il malato non conosce se stesso come lo conosce il medico. L'uomo è un malato. Il malato soffre, non il medico, il quale aspetta da lui di udire di che cosa soffre. Perciò nel salmo l'uomo grida: Mondami, Signore, dalle mie cose occulte 9. Perché ci sono nell'uomo delle cose occulte allo stesso uomo entro cui sono. E non vengono fuori, non si aprono, non si scoprono se non con le tentazioni. Se Dio cessa di tentare, il maestro cessa di insegnare. Dio tenta per insegnare, mentre il diavolo tenta per ingannare. Costui, se chi è tentato non gliene dà l'occasione, può essere respinto a mani vuote e deriso. Per questo l'Apostolo raccomanda: Non date occasione al diavolo 10. Gli uomini danno occasione al diavolo con le loro passioni. Non vedono, gli uomini, il diavolo contro il quale combattono, ma hanno un facile rimedio. Vincano se stessi interiormente e trionferanno di lui esternamente. Perché diciamo questo? Perché l'uomo non conosce se stesso, a meno che non impari a conoscersi nella tentazione. Quando avrà conosciuto se stesso, non si trascuri. E se trascurava se stesso quando non si conosceva, non si trascuri più una volta conosciutosi.
 

Che diremo, fratelli? Anche se Abramo conosceva se stesso, noi non conoscevamo Abramo. O a se stesso o certamente a noi doveva mostrarsi: a sé, perché si rendesse conto del motivo per cui dovesse ringraziare; a noi, perché imparassimo che cosa dobbiamo chiedere al Signore o che cosa dobbiamo imitare in lui. Che cosa ci insegna Abramo? Per dirla in breve: a non anteporre a Dio ciò che Dio dà. Intanto, per quanto riguarda il significato letterale dei fatti, prima di trattare i significati nascosti del sacramento, cioè che cosa si nasconda in questo mistero, [Abramo ci insegna] che gli fu comandato di uccidere il suo unico figlio. Perciò neanche ciò che ti dà il Signore come la cosa più grande, lo devi anteporre a Colui che te l'ha dato. E quando Dio te lo vorrà togliere, non ti abbattere, perché Dio occorre amarlo gratuitamente. Quale premio più bello si può ottenere da Dio che lui stesso?.
 
5. Abramo dunque aggiunge l'obbedienza alla pietà. Si sente dire da Dio: Ora so che tu temi Dio 11. La frase deve intendersi in questa maniera: Dio ha fatto sì che Abramo si conoscesse. (sant’ Agostino)
 

la difficoltà di questa frase del Padre nostro, non sta nelle traduzioni, latina, italiana o inglese che siano, ma è insita proprio nel testo originale riportato dai vangeli. Lo si può constatare facilmente, aprendo un qualunque buon commentario al vangelo di Matteo o di Luca, che ci riportano il testo del Pater in due forme un po’ diverse: al versetto corrispondente, che è identico sia nel vangelo di Luca sia in quello di Matteo, ci si imbatte immancabilmente in analisi più o meno lunghe e complicate, dedicate alla spiegazione e interpretazione del vero senso, o presunto tale, della difficile espressione: “non ci portare/condurre nella tentazione”. Se, evidentemente, non è Dio a tentare al male, poiché egli vuole solo il bene, allora perché rivolgersi a lui con una simile richiesta?
 
In questi commentari, però, si troverà anche scritto che la parola greca che noi traduciamo senza problema con “tentazione” (peirasmos) può anche significare semplicemente “prova”. E in effetti, non si capisce perché tutta l’attenzione si sia recentemente concentrata sul verbo “indurre” e non sul sostantivo “tentazione”. La traduzione “non ci condurre nella prova”, sarebbe altrettanto accettabile. Infatti, il latino tentatio/tentare, indica indifferentemente (come il greco peirasmos/peirazein) sia la prova (sofferenza) in generale sia quella prova specifica che è l’essere tentati al male dal diavolo. Per secoli nella Bibbia latina si è letto, senza scandalizzarsi: “Deus tentavit Abraham” (“Dio mise alla prova Abramo”: Gen 22,1) oppure “Hoc autem (Iesus) dicebat tentans eum” (Gesù diceva questo – a Filippo – per metterlo alla prova”: Gv 6,6).
 
A riprova di quanto detto, basti considerare che di Gesù si dice che “fu condotto (anechthe) dallo Spirito nel deserto per essere tentato/provato da Satana” (Mt 4,1). Frase sconcertante, a prima vista, ma che nessuno si sognerebbe di tradurre diversamente, solo perché lascia intendere che il Padre, per mezzo dello Spirito, ha consegnato Gesù alla prova e alla tentazione, esponendolo a Satana. Se poi ci addentriamo nella tradizione spirituale cristiana, ci possiamo imbattere in affermazioni non semplicissime da comprendere, come questa, risalente a Sant’Antonio abate: “Togli le tentazioni, e nessuno si salverebbe”. La tentazione (o la prova) viene presentata come una fase necessaria sulla via della salvezza, dunque come qualcosa di cui dovremmo persino ringraziare Dio, come in effetti i santi hanno fatto e fanno. E infatti la Bibbia ci presenta le prove come parte della pedagogia divina.
 

Quello che insomma dobbiamo capire, è che le difficoltà di questo versetto del Padre nostro non sono per nulla nuove e che già gli antichi commentatori si erano cimentati nello spiegarle. Ma di oscurità la Bibbia è piena. E i più grandi Padri non solo non l’hanno negato, ma hanno considerato le oscurità delle pagine bibliche non qualcosa da evitare o ridurre attraverso semplificazioni, ma come un segno della trascendenza di Dio e del suo mistero.
 
Esse fanno parte delle “prove” che accompagnano il cammino verso Dio. Chiedendo “non ci abbandonare alla tentazione”, Dio appare ora non più come colui che potrebbe “indurre in tentazione”, ma colui che potrebbe tuttavia abbandonarci ad essa. Dunque, l’oscurità o la difficoltà teologica non è sciolta, ma solo spostata».

Più in generale, il «bel risultato» a cui si è approdati, scrive dom Meiattini, è fallimentare sotto tutti i punti di vista:
 
a) si è scelta una traduzione chiaramente sbagliata sul piano filologico;
 
b) non si è risolto il problema interpretativo e teologico, che rimane tale e quale;
 
c) si è ripiegato sulla semplificazione divulgativa, considerando quest’ultima come l’unico livello di cui tenere conto;
 
d) questa opera di semplificazione non raggiunge però il suo scopo».

«Il dettaglio della nuova traduzione del Pater– spiega l’autore – è rivelativo di un problema molto più largo e profondo. È il problema della “pastorale” eretta a unico ed esclusivo criterio, che non fa più conto, non dico della teologia, ma neppure del testo biblico e, in nome dell’adattamento e della semplificazione, è disposta non a spiegare, bensì a piegare anche la Scrittura, dopo aver già spiegazzato la liturgia»
 
Se poi ci addentriamo nella tradizione spirituale cristiana, ci possiamo imbattere in affermazioni non semplicissime da comprendere, come questa, risalente a Sant’Antonio abate: “Togli le tentazioni, e nessuno si salverebbe”. La tentazione (o la prova) viene presentata come una fase necessaria sulla via della salvezza, dunque come qualcosa di cui dovremmo persino ringraziare Dio, come in effetti i santi hanno fatto e fanno. E infatti la Bibbia ci presenta le prove come parte della pedagogia divina. Quello che insomma dobbiamo capire, è che le difficoltà di questo versetto del Padre nostro non sono per nulla nuove e che già gli antichi commentatori si erano cimentati nello spiegarle. Ma di oscurità la Bibbia è piena. E i più grandi Padri non solo non l’hanno negato, ma hanno considerato le oscurità delle pagine bibliche non qualcosa da evitare o ridurre attraverso semplificazioni, ma come un segno della trascendenza di Dio e del suo mistero. Esse fanno parte delle “prove” che accompagnano il cammino verso Dio.”
 
Dom Giulio Meiattini

Ripetiamo ancora che la parola greca che noi traduciamo senza problema con “tentazione” (peirasmos) può anche significare semplicemente “prova”. E in effetti, non si capisce perché tutta l’attenzione si sia recentemente concentrata sul verbo “indurre” e non sul sostantivo “tentazione”. La traduzione “non ci condurre nella prova”, sarebbe altrettanto accettabile. Infatti, il latino tentatio/tentare, indica indifferentemente (come il greco peirasmos/peirazein) sia la prova (sofferenza) in generale sia quella prova specifica che è l’essere tentati al male dal diavolo. Per secoli nella Bibbia latina si è letto, senza scandalizzarsi: “Deus tentavit Abraham” (“Dio mise alla prova Abramo”: Gen 22,1) oppure “Hoc autem (Iesus) dicebat tentans eum” (Gesù diceva questo – a Filippo – per metterlo alla prova”: Gv 6,6).

A riprova di quanto detto, basti considerare che di Gesù si dice che “fu condotto (anechthe) dallo Spirito nel deserto per essere tentato/provato da Satana” (Mt 4,1).

Frase sconcertante, a prima vista, ma che nessuno si sognerebbe di tradurre diversamente, solo perché lascia intendere che il Padre, per mezzo dello Spirito, ha consegnato Gesù alla prova e alla tentazione, esponendolo a Satana.
 
Ricordiamo dunque che:
 


 
Genesi 22,1-14
 
 
Dio mette alla prova (tenta) Abramo
 
Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
 
Dio è così all'oscuro delle cose, così ignaro del cuore umano, da aver bisogno di tentare l'uomo per conoscerlo? Non sia mai! Ma lo fa perché l'uomo conosca se stesso. (s. Agostino)
 

Adamo ed Eva furono messi alla prova, cioè tentati, Dio permise a Satana di tentarli.
 
 
Gesù stesso fu messo alla prova da Satana e condotto nel deserto, fu indotto in tentazione.
 

Gesù stesso tentò, cioè mise alla prova un apostolo,
 

Disse a Filippo: “Avete dei pani, date loro voi stessi da mangiare.” E continua l'evangelista: “Questo diceva per metterlo alla prova; lui sapeva bene ciò che avrebbe fatto.”
 
Quindi piuttosto che semplificare assecondando l'ignoranza biblica dei fedeli, forse sarebbe il caso di istruirli meglio.
 
Dovremmo forse indagare o condannare Dio per IGNAVIA?
 
Perchè Dio consente a satana di tentarci?
 

Per IGNAVIA?
 
 
Ohh.. , tranquilli,
non sto bestemmiando,
 
Sto tentando di far riflettere alcuni ostinati,
 
Se con la nostra libertà, concessaci da Dio, possiamo CADERE nella tentazione, cioè peccare, e Dio lo sa benissimo, meglio di chiunque altro,
 
perchè Dio permette a satana di tentarci?
Non potremmo risparmiarci certi errori volte fatali?
 
Ad una madre che vuole abortire, ad esempio, Dio non potrebbe risparmiarle la tentazione?
 
Ad un uomo che vuole tradire la moglie, Dio non potrebbe risparmiargli la tentazione, visto che poi si rovinerà una famiglia, oltre che sarà commesso un peccato mortale?
 
Dio ci lascia liberi, perchè ci ha creati liberi, liberi di amarlo e liberi di rifiutarlo, la prova, la tentazione, parte da lontano, fina dalla Genesi, con Adamo ed Eva, tentati e caduti nel peccato, cacciati dall'Eden, Dio non sapeva forse come sarebbe andata a finire?
 
 
Certo che lo sapeva, ma ha permesso lo stesso a satana di tentare Adamo ed Eva, non per IGNAVIA, ma per rimanere fedele a se stesso, alla libertà concessa alle sue creature,
 
e per EDUCARE Adamo ed Eva.
 
 
Con il loro errore si sono resi conto, nella pratica, di cosa erana capaci, cioè anche di peccare, mancando di fiducia a Dio, e dando fiducia al nemico, cioè a satana.
 
Sbagliando si impara, e i nostri progenitori impararono, Tutti impariamo dai nostri errori, ecco perchè Dio consente a satana di metterci alla prova.
 
Ma, Gesù da chi fu indotto, portato, condotto, nel deserto per essere tentato, cioè sottoposto alla prova?
 
 
Fu satana a portarcelo? Fu Erode? Fu Pilato? Matteo 4,1 "Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo."
 
 
Nella Bibbia non leggiamo che fu indotto, portato nella prova, o per sostenere la prova, la tentazione, dal diavolo, fu lo Spirito Santo, cioè Dio a condurlo lì.

 
Anche questo conferma l'esattezza del "NON INDURCI IN TENTAZIONE"
 
che per secoli e secoli ci hanno correttamente insegnato, e ora improvvisamente non va più bene... Dio ci può mettere alla prova per educarci, per farci conoscere i nostri limiti, il diavolo invece ci tenta per ingannarci.
 
 
Non ci sarebbe alcun bisogno di cambiare la frase del Padre nostro, anche perchè il termine greco “tentazione” (peirasmos) può anche significare semplicemente “prova”. E in effetti, non si capisce perché tutta l’attenzione si sia recentemente concentrata sul verbo “indurre” e non sul sostantivo “tentazione”. Far notare questi errori non significa creare divisioni, e essere contro qualcuno, NO, significa semplicemente far notare un errore, punto. Non credo che Paolo quando fece notare a Pietro ai Galati che sbagliava, voleva causare divisioni, o mettersi contro Pietro, gli fece semplicemente notare un errore, punto.

Incardona Salvatore
 
 
Dio non ci abbandona mai, nemmeno nella prova, ma talvolta ci INTRODUCE NELLA PROVA (tentazione) o consente a satana di provarci/tentarci, PER EDUCARCI.

Ma potremmo semplificare anche il "SIA SANTIFICATO IL TUO NOME",

che vuol dire di preciso?
Siamo sicuri che nel cattolico medio (cioè oltre il 90%, senza preparazione biblica)  non susciti perplessità?

Se Dio è Santo per se stesso, il santo dei santi, il santissimo,
che bisogno ha che noi diciamo "sia santificato il tuo nome?"
Dicendo questo accresciamo la sua santità?
Ma la sua santità non si può accrescere perchè è perfetta, quindi perchè diciamo "sia santiificato il tuo nome?"

Io lo so perchè ho studiato, ma siamo sicuri che la maggior parte di cattolici lo sappiano?

Vogliamo semplificare pure questa frase?

Oppure magari più che semplificare sarebbe opportuno istruire meglio i fedeli su tanti punti biblici?

 
Incardona Salvatore
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