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Catechesi Padre Nostro significato Commento spiegazione

OSIAMO DIRE: PADRE

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Il «Padre Nostro»  Stampa

Scritto da Card. Giacomo BIFFI   


È la preghiera che ci ha insegnato Gesù Cristo. Nel giro di poche frasi raccoglie ed esprime le richieste essenziali dell’uomo al suo Creatore. Una preghiera esemplare


Quali sono le parole giuste da usare nella preghiera? Come devo rivolgermi a Dio?: è un interrogativo che spontaneamente si affaccia alla mente del credente consapevole.
Il problema una volta è stato sottoposto anche a Gesù: «Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli” » (Lc 11,1). E Gesù, nella sua abituale concretezza, risponde non con enunciati teorici, ma con una formula precisa che ci è familiare:

«Voi dunque pregate così:
Padre nostro, che sei nei cieli
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo Regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male» (Mt 6,9-13).

1. Una preghiera “esemplare”

La Chiesa ha sempre proposto il “Padre nostro” ai suoi figli come preghiera esemplare, che nel giro di poche frasi raccoglie ed esprime le richieste essenziali dell’uomo al suo Creatore. E l’ha collocata onorevolmente anche nelle sue celebrazioni ufficiali, tanto nella liturgia eucaristica quanto nella liturgia delle ore.

2. Un linguaggio comune

C’è in essa un’ammirevole semplicità di linguaggio, che riesce a richiamare i concetti più alti avvalendosi dei termini più consueti alla nostra ferialità.
«Padre», «pane», «debiti»: vocaboli presi, si direbbe, dalla nostra vita casalinga. Evocano una realtà usuale e dimessa: la realtà degli affetti semplici e naturali, del lavoro compiuto per vivere, degli affanni e delle paure degli umili.
«Padre», «pane», «debiti»: parole antiche che rievocano l’esistenza tipica del nostro popolo, con le sue modeste possibilità economiche e le sue sostanziali “ricchezze” morali.

a) Il Padre

Il «Padre»: la prima fondamentale fortuna sociale era l’esistenza diffusa di genitori che, prima che al diritto di vivere ciascuno la «propria vita», pensavano soprattutto ai figli e per essi si sobbarcavano a ogni fatica. Potevano anche litigare sulla maniera più opportuna di far quadrare l’angusto bilancio familiare, ma non avevano la minima discordanza circa la volontà di fare crescere i loro figli secondo i princìpi di comportamento ereditati dai loro padri e nella fede tipica della nostra gente.
b) Il pane
Il «pane» era il grande dono che nelle nostre case non era mai negato a nessuno. I companatici erano tutti attentamente misurati e distribuiti sulle mense con oculatezza. Il pane invece era dato senza limiti; e nessun altro alimento a noi ragazzi sembrava così amico e così nostro.
c) I debiti
Faceva parte di quell’antica civiltà la volontà e possibilmente la fierezza di non aver debiti con nessuno. Era la fierezza che costringeva a essere attenti ad arrivare puntuali e pronti alle varie scadenze inderogabili di pagamento (l’affitto, la luce, l’acqua, il gas), facendo poi bastare per tutte le altre spese quello che avanzava dell’unica busta paga.

3. Annuncio di verità superiori

Mi emoziona e mi affascina vedere come nella preghiera di Gesù proprio questi comuni pensieri della gente meno abbiente e più oscura (il padre, il pane, o i debiti) siano caricati di un messaggio altissimo e diventino annuncio di superiori verità, quasi segno della nostra relazione di creature esigue e contaminate nei confronti del nostro Creatore e della sua santità.
In questa preghiera, ad esempio, si afferma che Dio è da noi lontanissimo eppure vicinissimo a noi: remoto e sovrastante come la volta del cielo, ma insieme intimo e caro come il nostro papà: «Padre, ... che sei nei cieli » (Mt 6,9). Qui si dice anche che egli è l’unica sorgente vitale di tutti, perché in lui tutta l’umanità, per così dire, s’imparenta e diventa una sola famiglia: «Padre nostro»; sicché ogni lacerazione, ogni odio, ogni guerra in qualche modo ha la malizia del sacrilegio. Qui si dice infine che Dio è la sorgente in noi di una sorprendente e quasi incredibile nobiltà – una nobiltà addirittura «regale» – dal momento che egli ha un suo «regno» che è anche «nostro», visto che siamo suoi figli.

Il pane invece è citato a segnare la nostra radicale indigenza; è l’emblema di tutto ciò che ogni giorno ci necèssita per tirare avanti nel nostro travagliato mestiere di uomini: il cibo, l’aria, la luce, la tenacia, il coraggio, nonché una plausibile ragione di esistere, un po’ di pace interiore, qualche sincera amicizia, e così via.
Sono tutte cose che disperiamo di poterci assicurare con le sole nostre forze, e perciò le imploriamo nell’immagine e nel simbolo del «pane». Sono tutte cose che si consumano in fretta o addirittura di colpo si eclissano, e proprio per questo vanno chieste ogni giorno: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano » (Mt 6,11).

Infine i debiti: lo spettro di chi, pur senza tranquillizzanti riserve finanziarie e senza garanzie per il futuro, vuol poter continuare a camminare a testa alta. Sono qui ricordati per dirci che, all’opposto, di fronte a Dio il nostro capo deve essere sempre chinato nell’umiliazione, perché davanti a lui non siamo mai come dovremmo: siamo sempre in uno stato debitorio. Davanti a Dio siamo sì in uno stato intrinsecamente fallimentare ma che non ci fa cadere nella disperazione, perché sappiamo che i conti possono sempre essere riportati in pareggio dal miracolo della grazia divina filialmente sollecitata: «Rimetti a noi i nostri debiti» (Mt 6,12).
Al tempo stesso, la menzione dei «debiti» ci rivela che anche noi paradossalmente abbiamo qualcosa da regalare. Noi abbiamo il potere e l’opportunità – ci ammonisce la preghiera che Gesù ci ha insegnato – di donare agli altri il perdono, dal momento che c’è sempre qualcuno che pecca contro di noi; allo stesso modo del resto che noi ogni giorno pecchiamo contro gli altri e contro Dio: «Come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

Il «padre», il «pane», i «debiti»: con questi tre termini – si è visto – Gesù ci ha suggerito, quali contenuti immancabili della nostra preghiera, tre essenziali valori: la certezza di avere un Padre che non ci lasci mai soli a cavarcela con i guai dell’esistenza (come purtroppo fatalmente avviene dei padri che ci generano nella carne); la concreta possibilità di una sopravvivenza degna della nostra natura di uomini; il sollievo e la gioia di sentirci assolti dopo ogni caduta e di poter quindi ripartire a percorrere la via della giustizia. Non so che cosa di più elementare e di più indispensabile si possa mai desiderare nella vita.

4. Una preghiera inattuale?

Ma la cultura oggi dominante non sembra essere di questo parere. Un’umanità orgogliosamente secolarizzata sembra ritenere Dio un “optional” irrilevante e fuori moda. Soprattutto non accetta un Dio che si intrometta a dirci che cosa è bene e che cosa è male, che si offra come nostro interlocutore appassionato, che ci pensi e ci ami: insomma, non accetta un Dio che sia «padre».
Inoltre, i nostri contemporanei – più preoccupati di mantenere la linea che di sfamarsi, più vogliosi di sperimentare ciò che è sofisticato e trasgressivo che non ciò che è sensato ed essenziale – spesso aborrono dal “pane” (cioè da quanto è secondo l’indole primigenia delle cose, secondo la saggezza, secondo la “norma”): e così il più delle volte finiscono col diventare denutriti e inappetenti. Soprattutto pare che non ci sia più la “fame di perdono”. Si dice che questo sia una conseguenza del fatto che si è perso il “senso del peccato”. Non mi pare del tutto vero: l’odierno imperversare delle accuse di tutti contro tutti e l’infittirsi delle denunce in tutti i campi – in campo sociale, politico, giudiziario – testimonia che oggi c’è un fortissimo “senso del peccato”, ma è il “senso del peccato altrui”; che non è quello di cui parlava Gesù.

Oggi poi pare che non ci sia più molta paura dei debiti. Si fanno tranquillamente dei debiti anche per poter disporre di ciò che è lussuoso e non necessario. C’è, ad esempio, chi fa debiti per andare in vacanza alle Seycelles. Parrebbe dunque di poter concludere che il «Padre nostro» sia diventato “inattuale”. Ma attenzione: quando la parola di Dio diventa “inattuale”, questo vuol dire soltanto che la nostra “attualità” non è più “vera”. Proponiamoci allora di “inverarla” nella nostra mentalità e nella nostra vita, seguendo le indicazioni che il Signore Gesù continua a prospettarci nella “sua preghiera”.


DA NON PERDERE
Giacomo Biffi, L’Unità d’Italia. Centocinquant’anni 1861-2011. Contributo di un italiano cardinale a una rievocazione multiforme e problematica, Cantagalli, Siena 2011, pp. 88, € 8.

Il prezioso libro dell’arcivescovo emerito di Bologna ha il merito di sintetizzare in poche pagine i “nodi” del Risorgimento italiano, nell’ottica di mantenere e valorizzare l’unità politica raggiunta nel 1861, ma con la libertà di criticare il modo con cui è stata realizzata. Dai danni provocati dalla dominazione napoleonica, al riconoscimento della vitalità, soprattutto artistica, “dell’Italia prima dell’Italia”, il presule mette in luce la “ferita” anche legislativa inferta dal processo risorgimentale contro la Chiesa e la presenza cattolica. Senza nostalgie per il passato preunitario, senza mettere in dubbio l’assetto politico sorto con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, riconoscendo anzi come provvidenziale la “liberazione” della Chiesa dal peso ormai anacronistico del potere temporale, l’autore ricorda che «agli occhi del mondo gli italiani esistevano già da almeno sette secoli e, proprio come italiani, almeno da sette secoli erano oggetto di stima e di ammirazione da parte di tutti gli altri popoli».


IL TIMONE  N. 103 - ANNO XIII - Maggio 2011 - pag. 48 - 49

Catechesi - Erano gli antichi che usavano chiamare Dio con il nome di “Padre”.esempio: Zeus era denominato “padre degli dei e degli uomini”.secondo millennio a.c. troviamo un'invocazione sumerica al Dio Sin: “O Padre, misericordioso e clemente, che hai nelle tue mani la vita del mondo intero, o Padre generatore degli dei e degli uomini...”. (vedi mappa sito)


'ANTICO TESTAMENTO
occorre fare attenzione; tutti coloro che chiamano Dio col nome di Padre si rivolgono allo stesso Dio; anche Assur il dio sanguinario di Ninive era chiamato Padre.non basta fermarsi al titolo, ma occorre la realtà che esso indica
rimane meravigliati constatando che nell'Antico Testamento, l'appellativo  Padre riferito a Dio sia usato volte(15 in tutto).infatti ha imparato a chiamre JHWH “Padre” molto tardi. Quale il motivo?pensare che nelle mitologie pagane la paternità di Dio era intesa in senso fisico-materiale. E questa era una visione incompatibile con l'altissima concezione spirituale che Israele aveva di Dio.'uso del termine “padre” suggerire ad Israele concezioni pagane ripudiate sin dall'inizio(Gs 24,23).quando Israele inizierà a chiamare Dio “Padre”, per la ricchissima simbologia che l'attributo contiene, non lo farà come nei popoli pagani con le loro mitologie che lo designano come progenitore “padre del mondo”.scrittura userà la simbolica del padre in un primo tempo per il dovere dell'obbedienza del figlio-Israeleal proprio padre (“siete figli di JHWH, vostro Dio” Dt 14,1), oppure per fondare una universalistica delle fede ebraica(“Non abbiamo noi tutti un unico padre? Non ci ha creati un solo Dio? Ml 2,10).
' interessante notare che la grande e tardiva monoteistica mussulmanatra i novantanove nomi dati a Dio non contiene quello di “padre”. Troppo forte è per loro la concezione di una trascendenza assoluta di Dio per potergli applicare una simbolica che troppo fa riferimento all'esperienza umana.

TEMPO DI GESU'
al tempo di Gesù insegnavano:
“il nostro padre è misericordioso nei cieli, così anche voi dovete essere misericordiosi sulla terra”Benedizioni, preghiera che certamente Gesù recitava quotidianamente leggiamo:
“O Padre nostro, facci tornare alla tua legge”(V ben.)
“O Padre nostro perdonaci perché abbiamo peccato”(VI ben.)preghiera dello àtroviamo:
“O Padre nostro, tu hai pietà di noi...nostro, padre di misericordia, il misericordioso, abbi pietà di noi”
Così nel :
“Che le preghiere e le suppliche di Israele siano accolte dal loro Padre che è nei cieli. Amen!”
Gli pregavano:
“Mio padre non mi conosce e, in confronto a te, mia madre mi ha abbandonato. Eppure tu sei padre di tutti i tuoi fedeli e ti compiaci di essi come una madre amorosa nel suo piccolo, e come un padre premuroso tu stringi al petto tutte le tue creature”.

Raccontavano i rabbini commentando 14,19 (“'angelo del Signore che andava innanzi al campo di Israele si mosse e andò dietro a loro”) “uomo camminava per la via insieme al suo bambino. Il bambino lo precedeva, ma ad un certo punto giunsero i briganti a rapire il fanciullo. Il padre allora lo tolse davanti a sé e se lo pose dietro. Ma un lupo apparve in quella direzione ed egli tolse il fanciullo di dietro e di nuovo se lo pose dinanzi. E vennero poi i briganti dinanzi e lupi di dietro, sì che egli dovette sollevare il bambino e portarselo in braccio. Il bambino cominciò a soffrire per l'ardore del sole. Il padre lo coprì con la sua veste. Il bambino ebbe fame: il padre lo nutrì; ebbe sete e il padre gli diede da bere.ì fece Dio con Israele quando fu liberato dall'Egitto” (Mech 30a)una parabola: “figlio di un re aveva preso una cattiva strada. Il re gli inviò il suo precettore con questo messaggio: “Ritorna figlio mio!”. Ma il figlio gli fece rispondere: “Con che faccia posso tornare? Mi vergogno a comparirti dinanzi”.padre allora gli mandò a dire: “Può un figlio vergognarsi di tornare da suo padre? E se tu torni, non torni da tuo padre?” (Dt R. 2,24).
Dio “Padre” non significa ancora chiamarlo “à”: parola con cui i bambini si rivolgevano al loro papà. Dicevano i rabbini: “un bambino inizia ad assaporare il frumento, impara a dire Abbà e Immà”. Un termine troppo affettuoso e confidenziale per essere applicato alla maestà infinita di Dio. Pietro Crisologo nei suoi Sermoni scrive: “consapevolezza che abbiamo della nostra condizione di schiavi ci farebbe sprofondare sotto terra, il nostro essere di terra si scioglierebbe in polvere se l'autorità dello stesso nostro Padre e lo Spirito del Figlio suo non ci spingessero a proferire questo grido: “Abbà, Padre!”. Quando la debolezza di un mortale oserebbe chiamare Dio suo Padre se non soltanto allorché l'intimo dell'uomo è animato dalla potenza dall'alto?” (Ser. 71).

Gesù lo usa abitualmente: tutte le sue preghiere iniziano con questa invocazione. Il che sta ad indicare un tipo di rapporto con Dio fatto di assoluta confidenza e fiducia, un rapporto profondamente filiale.
Gesù possiamo ardire (Nella liturgia questo è espresso con le formule introduttive: “dire”, “Rendici degni di”...) rivolgerci a Dio chiamandolo a nostra volta Abbà. Paolo dirà: “non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre!” (Rm 8,15' questa la del cristiano: la semplicità schietta, la fiducia filiale, la gioiosa sicurezza, l'umile audacia, la certezza di essere amati (cfr CCC 2777).

OSSERVAZIONI

Se per gli israeliti Dio è anzitutto l'Altissimo, il Giudice e il Legislatore, in Gesù ritroviamo l'di un Padre Buono che ha cura dei suoi figlilui ci si rivolge con la semplicità del bambino (Mt 5,15)ha cura di ogni sua creatura (Mt 6,25-31)i capelli del nostro capo, e conosce ogni nostra necessità (Lc 12,6).lui non si deve e non si può avere paura. ).

Il che Gesù ha con il proprio Padre appare peculiare a lui solo Gesù non prega mai con i discepoli dicendo “Padre nostro”. Vi è sempre in lui una chiara distinzione (“Padre mio e Padre vostro” Gv 20,27).' possibile essere figli di Dio solo in lui, accogliendo il dono del suo Spirito: “conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27).

Il Padre nostro può essere recitato da tutti? La à di cui parla Gesù è riservata a coloro che hanno ricevuto il suo SpiritoE' una figliolanza che deriva dal dono gratuito della vita stessa di Dio.cui a buon diritto esso può essere pregato in verità e consapevolezza solo da coloro che nella fede hanno accolto Gesù, la sua Parola e il dono del suo Spirito.

PATER OGGI
e sociologi affermano che la nostra società ha rifiutato la presenza e il ruolo del padre.figura è stata sentita come presenza bloccante e frenante della spontaneità della vita. Si è presentato come un avversario-padrone da combattere in quanto rappresenta tutti i condizionamenti e le alienazioni.è rivendicato, in una società improntata su un'ideologia radicale, il diritto di ognuno di costruire se stesso senza nessun “padre”. Ciascuno è autonomo, indipendente, creatore di se stesso.'uomo si è ritrovato solo, sperduto. Incapace di darsi risposte. Ma questo invece di spingerlo al ritorno alla casa del padre lo ha spesso spinto in un parrossistico tentativo di spegnere la sua angoscia in direzione del raggiungimento di piccoli orizzonti individuali, piccole altre case che però non riscaldano mai a sufficienza il cuore.padre diventa una realtà insignificante, un ornamento di cui si può fare benissimo a meno.

religione del Padre è stata rifiutata o quel che è peggio lascia ora completamente indifferenti.scrittore E. Hemingway scriveva in uno dei suoi Racconti una parodia del Padre Nostro: O nulla nostro che sei nulla, / sia nulla il tuo nome / nulla il regno tuo / e sia nulla la tua volontà / così in nulla come in nulla/. Dacci oggi il nostro nulla quotidiano / Ave, nulla, pieno di nulla, / il nulla sia con te.
Sono parole estremamente drammatiche, ma quanto mai rappresentative di un 'epoca.spauracchio di Dio, o il “buon Dio”al massimo è utile per le donne e i bambini. Il giovane, l'adulto non ha bisogno di un Padre, può rischiare in proprio la vita. ù è meglio far riferimento a uno spirito universale, ad un cosmo divinizzato, ecc... in cui non mi sento minacciato nella mia libertà (cf New Age)  si impone un'importante riflessione. Padre è quello rivelatoci da Gesù? Possiede le caratteristiche frustranti che vengono rifiutate e perseguitate dalla nostra cultura? Non è che forse si è rifiutata un'immagine caricaturale che di Dio era stata data e che forse la stessa Chiesa in tanti modi coscienti o incoscienti ha avvallato allontanandosi dalla rivelazione biblica?le esperienze negative che tanti hanno fatto nell'ambito delle relazioni familiari hanno e stanno influenzando nel loro rapporto con Dio Padre per cui egli diviene il giudice, il castigatore, colui che pretende sempre, il controllore....?questo proposito lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica fa un commento illuminante: di fare nostro questo slancio iniziale della Preghiera del Signore, non è superfluo purificare umilmente il nostro cuore da certe false immagini di “questo mondo”. L'umiltà ci fa conoscere che “nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” cioè “ai piccoli” (Mt 11,25-27).purificazione del cuore concerne le immagini paterne e materne, quali si sono configurate nella nostra storia personale e culturale, e che influiscono sulla nostra relazione con Dio. Dio nostro Padre, trascende le categorie del mondo creato. Trasporre su di lui, o contro di lui, le nostre idee in questo campo equivarrebbe a fabbricare idoli da adorare o da abbattere. Pregare il Padre è entrare nel suo mistero, quale egli è, e quale il Figlio ce lo ha rivelato” (2779)  ci rivela al contrario Padre che è garante e fonte di liberazione; pensiamo solo alla rilettura che Gesù fa della Legge!

E' un Padre che ci proietta ad un futuro da costruire con lui nella solidarietà con i nostri fratelli; pensiamo alla parabola del Padre misericordioso.è certo l'Abbà di Gesù un padre-padrone geloso dell'autonomia dei figli. visione negativa di Dio si incuneò nell'esperienza umana al momento della tentazione di Adamo ed Eva quando il serpente insinuò il sospetto di un Dio geloso delle sue prerogative divine.Paolo II scrive nella sua enciclica et Vivificantem 38: Lo spirito delle tenebre (Ef 6,12) è capace di mostrare Dio come nemico della propria creatura e prima di tutto come nemico dell'uomo, come fonte di pericolo e di minaccia per l'uomo. In questo modo viene innestato da Satana nella psicologia dell'uomo il germe dell'opposizione nei riguardi di colui che “sin dall'inizio” dev'essere considerato come nemico dell'uomo e non come Padre. L'uomo viene sfidato a diventare l'avversario di Dio.

Terminiamo con un episodio tratto dalla vita di Teresa di Lisieux, una piccola del Regno, che ha sperimentato nella sua vita un abbandono totale e fiducioso nelle mani del Padre.
giorno, racconta Celina sorella di Teresa, entrando nella cella della nostra cara sorella rimasi sorpresa dalla sua espressione di grande raccoglimento. Cuciva con slancio e tuttavia sembrava perduta in una profonda contemplazione. “A che pensi?” le chiesi. “Medito il Pater noster” mi rispose “ è così dolce chiamare Dio Padre Nostro!”. E le spuntarono le lacrime agli occhi. Teresa amò Dio come un bambino vuole bene al babbo con incredibili manifestazioni di tenerezza. Durante la sua malattia accadde che, parlando di lui, prese una parola per un'altra e lo chiamò papà. Noi ridemmo ma lei riprese tutta commossa: “Oh sì, è proprio mio papà, e quanto mi è dolce dargli questo nome (Consigli e ricordi)



NOSTRO CHE STAI NEI CIELI


'aggettivo “nostro” nel Pater è riferito ovviamente a Dio (“di noi”), non sta ad indicare certamente possesso.
il suo popolo ed egli è il Dio. Si tratta di un'reciproca che ci è stata offerta gratuitamente nell'alleanza:
sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio (Ap 21,7).

Ancora: indica la à, la Chiesa , la famiglia di Dionella quale siamo stati generati alla fede mediante il nostro battesimo.quando preghiamo l'Orazione del Signore, anche nel silenzio e solitudine della nostra stanza, sempre noi ci dobbiamo sentire inseriti nella grande preghiera della Chiesa: in questo senso non esiste per me cristiano una preghiera
ì il Padre nostro fa uscire dal nostro individualismoE per essere pregato in verità “nostre divisioni e i nostri antagonismi devono essere superati”(ccc 2792).' la preghiera che deve abbattere ogni frontiera e ostacolo che si frappone agli altri.
nella Preghiera del Signore ci presentiamo portando coloro per i quali il Figlio ha offerto se stesso: 'amore di Dio è senza frontiere, anche la nostra preghiera deve esserlo(CCC 2792).
così il Padre Nostro ci collochiamo sicuramente nell'ambito della preghiera di Gesù, la sua grande preghiera sacerdotale, nella quale lui stesso chiese che siano una cosa sola
Pater, lo possiamo affermare, è la preghiera che ci fa passare dal al infatti che nella prima parte al centro vi è un Tu:
il tuo nome
il tuo regno
la tua volontà.seconda parte predomina il noi:
da a noi il nostro pane quotidiano
rimetti a noi i nostri debiti
non indurre noi in tentazione
libera noi dal male.Tu del Padre passiamo ad noi scoprendo in tal modo l'altissima nostra dignità. Siamo figli, siamo un unico corpo per il battesimo e l'eucaristia, siamo un'unica famiglia, siamo fratelli e sorelle in Cristo con un legame più forte che quello del sangue (Mt 23,8).
pregare insieme il Pater significa riconoscere gli uni di fronte agli altri, in una comune professione di fede, la paternità di Dioda cui procede ogni altra paternità. Questo riconoscimento comune è garanzia di libertà, di dignità e responsabilità vicendevole.
una à cristiana(religiosa) significa riconoscere che è famiglia che trova il suo punto di riferimento non in se stessa, ma nel Padreda cui trae la propria origine e la sua ragione d'essere.si riconosce così figli di un unico padre e fratelli non tanto per un legame fisico di sangue, ma per una “consanguineità” di fede ancor più profonda. “Chi fa la volontà del Padre, questi è fratello, sorella e madre”.à che si percepisce Corpo di Cristo in cammino verso l'esperienza della comunione.


SEI NEI CIELI
indica evidentemente un luogo ma un modo d'essere.questa un'comunissimaal tempo in cui Matteo scrisse il suo vangelo. Ad esempio un rabbino contemporaneo degli apostoli dice: “pietre dell'altare fanno nascere la pace fra Israele e il Padre suo che è nei cieli”.
il significato di questa espressione?antichi erano meravigliati dalla profondità del cielo a loro inaccessibile che rievocava il mistero, la trascendenza, l'infinito. loro cosmologia il cielo appariva loro come una realtà solida, costituito da acque trattenute da un immenso velo costellato di stelle. Nel cielo erano i depositi dell'acqua, della grandine e della neve (cf Gb 37,9; 38,22). Tutta la costruzione del cielo poggiava su solidissime colonne (“Io tengo salde le sue colonne”). di sopra di tutto il trono di Dio, la sua dimora, la sua corte celeste, il suo palazzo (cf Sal 2,2s; 104,2; Gb 1,6-12).comunicava con la terra tramite gli angeli; essi scendevano tramite scale (cf Gn 28,12); in seguito per influsso delle raffigurazioni persiane essi si serviranno di ali.
'espressione “che sei nei cieli” sta ad indicare dunque la trascendenza di Dio, ma non la sua lontananza! Evitando anche la banalizzazione e la proiezione di false immagini di Dio.collocata subito all'inizio dopo la parola Padre essa vuole anzitutto eliminare ogni possibile confusione tra i “padri terreni” e il “Padre” da cui proviene ogni paternità.l'espressione che “sei nei cieli” unita a “Padre”, può generare in noi un certo disagio: un vero padre non è mai lontano, staccato, inaccessibile.nella fede cristiana siamo chiamati a conciliare questi due aspetti di Dio; la sua paternità non esclude la sua trascendenza e viceversa. ' un mistero di amore che ci avvolge e che nello stesso tempo ci trascende infinitamente.

peccato ci ha allontanato “dai cieli”, sono essi la “patria”. Viviamo come esiliati: in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste (2Cor 5,2).nostra conversione potrebbe essere letta come un ritorno al cielo. E' un cielo ormai aperto: “si spalancarono i cieli” durante il battesimo di Gesù, e da allora non sono più richiusi all'uomo. In lui cielo e terra sono ormai eternamente riconciliati. Paolo dirà: Padre ci ha fatti sedere(ovvero possiamo rimanervi, sono ormai nostra dimora)nei cieli in Cristo (Ef 3,6).
a Diognetoriporta la stessa riflessione: cristiani sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Passano la loro vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo(5,8).

PREGHIERA CRISTIANA
tre gesti con cui accompagniamo la nostra preghiera cogliamo alcuni elementi della nostra fede, ovvero della nostra relazione con Dio.
vediamo che cristiani pregano il Pater stando in piedimussulmani invece pregano stesi a terra rivelando la loro sottomissione a Dio. Pregando così essi sottolineano la sua assoluta trascendenza e lontananza.preghiamo il Padre nostro stando in piedi. E' la di Colui che è risorto, è il nostro identificarci con Cristo.battesimo siamo infatti passati da morte a vita. Gesù ci ha fatto dono del suo stesso Spirito. Cristo risorto così vive in noi (cf Gal 2,20).ci sentiamo poi schiacciati dalla trascendenza di Dio, costituiti nella libertà e nella figliolanza nei suoi confronti
lo sguardo in alto, verso il cielo. Luogo della trascendenza di Dio.vedere le cose con gli occhi di Cristo sempre rivolti al Padre (cf Canone Romano): infatti è in Lui che sta la verità di noi stessi, della realtà che ci circonda e della storia che attraversiamo.ì diciamo  che egli è Padre che è nei cieli, vicino ma nello stesso tempo avvolto nel suo mistero.sant'Ambrogio: “O uomo tu non osavi levare il tuo volto verso il cielo, rivolgevi i tuoi occhi verso terra, e, ad un tratto, hai ricevuto la grazia di Cristo: ti sono stati rimessi tutti i tuoi peccati. Da servo malvagio sei diventato un figlio buono... Leva, dunque, gli occhi tuoi al Padre... che ti ha redento per mezzo del Figlio e di: Padre nostro!... Ma non rivendicare per te un rapporto particolare. Del solo Cristo è Padre in modo speciale, per noi tutti è Padre in comune, perhé ha generato lui solo, noi invece, ci ha creati. Dì anche tu per grazia: Padre nostro, per meritare di essere suo figlio”(De Sacram. 5,19).
prega le braccia allargateè questo il gesto spontaneo con cui il corre incontro al papà o alla mamma.' pure il gesto indicante una à incondizionata, come quella di Gesù sulla croce: “non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi hai preparato... Allora ho detto: Ecco io vengo per fare o Dio la tua volontà”(Ebr 10,5-7)' gesto di e di non solo per noi ma per il mondo intero.chiediamo con questo gesto che la volontà del Padre si pieghi alla nostra: al contrario è segno di apertura, disponibilità alla sua volontà; è la consegna di noi stessi.



SCHEDA DI LAVORO



Ciascuno di noi lungo la sua storia, attraverso l'educazione e l'ambiente, viene a configurarsi un'immagine di Dio con dei tratti positivi e negativi. Si tratta di un'immagine il più delle volte “inconscia” ma che  proprio per questo rischia di arrestare o di facilitare l'incontro con Dio.bisogna avere paura di queste immagini, determinante invece è prenderne coscienza. Senza scandalizzarsi se ci accorgiamo che esse sono forse ben lontane dal volto del Padre rivelatoci da Gesù.a guardare il tuo mondo interiore, soprattutto quello dei sentimenti, l'idea di Dio da quali sentimenti è accompagnata, quali idee ed immagini suscita?quali tratti è vicina all'immagine del Padre di Gesù?quali ne è invece lontana?

Quale esperienze ricordi come fondamentali nella tua esperienza di Dio?


Quale immagine di Dio e di uomo emerge dalla preghiera di Gesù presentata  in Mc 14,36-37? Prova a richiamare altri testi in cui Gesù rivela il volto di Dio come Padre.


Quale gesto spontaneamente saresti portato a fare recitando il Padre nostro?




SCHEDA DI LAVORO


Gesù insegnando il Padre nostro ci invita ad uscire dal nostro individualismo e da una concezione gretta di Dio. Dio è Padre di tutti, e in una famiglia uno ha a cuore i bisogni dell'altro.in considerazione la mia preghiera e quella della mia famiglia-comunità.possiede la caratteristiche di essere costantemente aperta a tutta la Chiesa e al mondo intero?sforzi di superare la tentazione di una preghiera ripiegata solo su te stesso e le tue necessità?

Dio è vicino e nello stesso tempo costantemente trascendente. Sempre da ricercare e scoprire. Il suo mistero è insondabile.me Dio Padre è vicino o lontano? La sua trascendenza mi allontana da lui, oppure diviene spinta alla ricerca umile e fiduciosa della preghiera?

I “cieli” in cui ha dimora il Padre sono oggetto del tuo desiderio. Il tuo cuore è rivolto là dove sta assiso Cristo Gesù alla destra del Padre?

Prega lentamente il Pater immedesimandoti in Gesù. questa tua conformazione a lui con dei gesti:
le braccia allargate che ti ricordano l'offerta della sua vita sulla croce e la sua disponibilità
in piedi facendo memoria della sua risurrezione dai morti.
gli occhi rivolti al cielo dove è  la dimora del Padre.
il cuore aperto a tutto il mondo presentato al Padre nell'intercessione.



SANTIFICATO IL TUO NOME

Più che trattarsi di domande le prime tre richieste del Padre Nostro esprimono degli auspici, dei desideri, delle attese:
sia santificato il nome
venga il regno
sia fatta la volontàquesto proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica commenta così: ' proprio dell'amore pensare innanzi tutto a colui che si ama. In ognuna di queste tre petizioni noi non “ci” nominiamo ma siamo presi dal “desiderio ardente” dall”ansia” stessa del Figlio diletto per la gloria del Padre suo (2803).
di questi desideriè dunque che il santo Nome di Dio sia santificato.tratta per noi di una espressione strana per noi (è sempre stata per lo più intesa come il rispettare il nome di Dio non bestemmiandolo), ma comunissima nel giudaismo.
ad esempio nella preghiera quotidiana dello :
glorificato e santificatotuo grande Nome mondo che egli ha creatola sua volontà

E nella terza delle Benedizioni leggiamo:
sei santo e il tuo nome è santo.santificheremo il tuo nome nel mondo,è santificato nell'alto dei cieli.


L'ANTICO TESTAMENTO
la cultura semitica il nome era una semplice designazione convenzionale, esso era intimamente legato alla persona, si identifica con essa
un nome nuovo significava ad esempio affidare a quella persona una nuova missione, un nuovo modo di essere, implicava un profondo cambiamento e un potere su di lui (cfr il romanzo di Gary Jennings, 'Azteco, in cui il protagonista Mixtli lo scrivano dovrà cambiare nel suo cammino diversi nomi a seconda con i potenti con cui si troverà a che fare). un nome da qualcuno significava riconoscere di essere dipendenti da Lui (cf Gn 17,5; 1,3-10; 2,20: ti chiamerai più Abram ma Abraham perché padre di molti popoli io ti costituirò)).conseguenza il nome significava possedere il segreto intimo della persona, avere un potere su di lui, da qui il suo valore magico.
conosceva il santo di Dio che gli era stato rivelato(cf Es 3,14-15; 6,2-3), ma doveva impegnarsi a non ingiuriarlo mai nè impiegare per maledizioni (cf Lv 24,11-15), nè per giuramenti o altro (cf Lv 19,12; Es 20,7).post esilio il rispetto del Nome giunse a tal punto che solo il Sommo Sacerdote lo poteva pronunciare e una sola volta all'anno, nel Santo dei Santi nel giorno dell'espiazione (Kippur). La qual cosa fece sì che si perdesse l' esatta pronuncia del sacro Tetragramma JHWH.nella lettura della Scrittura doveva essere sempre sostituito da un titolo similare (es Adonai) aggiungendo la formula “Benedetto sia il suo Santo Nome”.
un primo livello dunque capiamo che  il nome di Dio significa rispettarlo, onorarlo, mai profanarlo, non usarlo in modo magico al fine cioè di voler piegare Dio al proprio servizio (cf Lv 18,21; 20,3).
verbo “santificare” equivale a separare, distinguere.è il “Tre volte Santo” (cf Is 6,1-5), ovvero Colui che è totalemente “Altro” dall'uomo, distinto e separato da lui.il nome di Dio ad un secondo livello significa dunque che egli è Unico, ineguagliabile, ineffabile nel suo misteroEd era in questo senso che il giudaismo interpretava il termine Unonello à Israel
santificava il nome di Dio e magnificando la sua azione nella storia, narrando le opere da lui compiute, manifestando lo stupore per il suo agire e rivelarsiEd è questo un terzo livello:
“lo starniero, che non appartiene ad Israele tuo popolo, se viene da un paese lontano a causa del tuo nome perché si sarà sentito parlare del tuo grande nome, della tua mano potente e del tuo braccio teso, se egli viene a pregare in questo tempio, tu ascoltalo dal cielo, luogo della tua dimora, e soddisfa tutte le richieste dello straniero, é tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome, ti temano come Israele tuo popolo e sappiano che al tuo nome è stato dedicato questo tempio che io ho costruito” (1Re 8,41-43).
nome di Dio è glorificato-santificato quando si annunziano le sue opereIsraele è chiamato ad essere un inno vivente alla santità-unicità di Dio, popolo nel quale JHWH manifesta la sua gloria:
“ciò che ho fatto in mezzo a loro, il mio nome,il Santo di Giacobbe,di fronte al Dio di Israele” (Is 29,23).
E' tutta la storia di Israele che santifica il nome del Signore, e Israele ben conosce questa sua missione. Compito dei padri sarà di narrare ai figlio le grandi opere di JHWH iniziandoli alla santificazione del nome:
“è il Signore e degno di ogni lode,sua grandezza non si può misurare.generazione narra all'altra le sue opere,le sue meraviglie.il ricordo della sua bontà immensa” (Sl 145,3-7).
vi è uncora un quarto livello. Occorre partire dalla considerazione che anche la santificazione del nome fatta nella liturgia splendida del Tempio e nei riti non è sufficiente, e i profeti lo ricorderanno insistentemente; è indispensabile che tutto questo sia accompagnato da una vita “santa” ovvero conforme ai dettami della Torah:
“santi, perché io il Signore, Dio vostro, sono santo” (Lv 22,31)
“i miei comandi, non profanate il mio nome, perché io mi manifesti santo in mezzo agli isrraeliti. Io sono il Signore che vi santifico”
L'ingiustizia, il sopruso, l'idolatria sono profanazioni del nome santissimo di Dio:
“venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali; calpestano come polvere della terra la testa dei poveri... e così hanno profanato il mio santo nome” (Am 2,6-7).
ad un testo fondamentale per entrare in una ancor più profonda comprensione dell'espressione “santificare il nome di Dio”. Si tratta di Ez 36,20-38:
“Giunsero fra le nazioni dove erano spinti e disonorarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese. Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che gli Israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati.  Annunzia alla casa d'Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati.  Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi.
Il profeta sta scrivendo al popolo esiliato, ridotto in schiavitù. Tale situazione è letta come conseguenza dell'infedeltà alla Legge. I pagani, un tempo meravigliati per il successo di Israele, ora lo deridono e con esso un Dio che si è dimostrato non più dalla loro parte.ecco che JHWH non sopporta che il suo Nome a motivo di Israele sia disonorato. Egli dunque prenderà sicuramente posizione al fine di difendere il suo nome. In che modo? Ricostruendo il suo popolo, riportandolo nella terra promessa, soprattutto dando un cuore nuovo ad Israele affinché non si allontani più da lui, santificando così il suo Nome santo davanti a tutti i popoli.
parlare di ciò che Dio compie, la spiritualità giudaica usava la forma passiva (passivo teologico onde evitare il Nome di Dio): “sarete giudicati”, “vi sarà dato...” equivale a “Dio vi giudicherà”, “Dio vi darà”...
“Sia santificato il tuo nome” lo traduciamo con “O Dio santifica il tuo nome”.ù dirà ad esempio: “glorifica il tuo nome” (Gv 12,28).
siamo noi anzitutto a glorificare Dio, non ne ha bisogno!suo nome è glorificato nella sua opera di salvezza gratuita nei confronti dell'uomo: il cieco, il paralitico, il peccatore che sperimentano la salvezza se ne tornano “e glorificando Dio”.Pater noi chiediamo di sperimentare al più presto la sua opera di salvezza in noi, nella Chiesa, nel mondo interopreghiera già esaudita dalla fedeltà di Dio anche se non ancora realizzata in modo definitivo, ma di cui possiamo già sin d'ora “assaggiare” gli anticipi. E di cui a volte, in momenti difficili, ci augurereremmo di vedere già realizzata pienamente.e desiderio ardente presente già nell'antico giudaismo: “e santificato sia il suo grande nome nel mondo... E ciò avvenga ai nostri giorni, nel tempo di vita della casa di Israele, in fretta e in tempo prossimo”.
questo punto sorge una domanda: è Dio che deve santificare il suo santo nome a che serve la nostra preghiera?
La nostra supplica non cambia il cuore di Dio che rimane sempre fedele al suo patto, ma il nostro. Siamo noi che dobbiamo renderci disponibili ad accogliere la sua opera di salvezza. Che il suo nome sia santificato perciò nella nostra vita.


NOME: MISTERO DELLA PERSONA
mezzo ad una massa di volti sconosciuti dà gioia il sentirsi chiamare improvvisamente per nome da una voce amica.mio nome risuona come un riconoscimento di me stesso come persona, esso è quella realtà che mi distingue dagli altri e che mi permette di entrare in relazione con l'altro.un nome io non esisto. Quando incontriamo un bambino gli chiediamo infatti per prima cosa: Come ti chiami?nome è dunque non soltanto quella realtà che mi definisce ma altresì quella realtà che mi pone in relazione con qualcun altro: quando sono chiamato io esisto, io sono interpellato.
Dio ha rivelato al suo popolo il suo nome: JHWH (cf Es 3,14). Non è dunque un'astrazione, un principio anonimo di esistenza.mentre rivelava il suo nome vi si nascondeva. JHWH significa infatti: “Io sarò”. E' come se avesse detto: Da ciò che farò capirete chi sono.
rivelazione del suo nome lungi dal compiere la rivelazione diventa un invito pressante alla ricerca, perché Dio non si lascia afferrare: JHWH è Dio ineffabile, indicibili, indescrivibile.
ù, che è l'esegesi del Padre (cf Gv 1), ci ha manifestato un altro nome di Dio: il suo essere Padre, il suo essere amore. Con la sua incarnazione, passione e morte ci ha detto chi è Dio.
' in Gesù che il Nome del Dio Santo ci viene rivelato e donato, nella carne, come Salvatore: rivelato da ciò che egli è, dalla sua parola, dal suo sacrificio (CCC 2812).nuovo nome è dunque Amore (“Dio è Amore”). santificare il Nome noi dobbiamo unicamente rifugiarci nella croce di Cristo. Nella sua sofferenza e morte (O. Clèment).


IL NOME DEL SIGNORE
ci conosce nome per nome. Di fronte a lui non siamo una massa.nome con il quale Dio ci interpella, intesse un dialogo, una relazione sponsale, paterna, amicale. Quando chiama qualcuno lo fa sempre con il suo nome.
il nome santo di Dio è rispondere a questa chiamata, e questa invocazione può assumere tantissime sfaccettature:
un chiamare in causa Dio di fronte al dramma della sopfferenza umana: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).
un atto di abbandono e resa nelle sue mani: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46)
un grido di aiuto: “Padre passi da me se possibile questo calice”.
il nome non è pretesa di piegare Dio: è lui il Signore, l'onnipotente, il creatore che chiama le stelle per nome (Is 40,26).

IL NOME
' Gesù colui che più di ogni altro ha santificato il Nome di Dio.'Eucaristia memoriale vivo della sua morte e risurrezione, preghiera somma della Chiesa, noi santifichiamo il Nome di Dio. Nella liturgia della parola narriamo le sue meraviglie per noi santificando il suo Nome. La memoria di Dio nella vita ci porta a compiere opere tali da santificare il suo nome.  I nostri gesti di amore, di dono, di sacrificio sono occasione di lode al Padre da parte degli uomini (cf Mt 5,16), la nostra vita di fronte agli altri assume il compito di specchio di Dio:
“serafini, lodando Dio, dicono: Santo, Santo, Santo; appunto le parole “sia santificato il tuo nome” significano che il suo nome sia glorificato. E' come se dicessimo a Dio: Concedici di vivere in modo così puro e perfetto che tutti, vedendo noi, ti glorifichino. La perfezione del cristiano sta proprio in questo, nell'essere così irremprensibile in tutte le sue azioni, che chiunque lo vede, per esse rende lode a Dio” (s. Giovanni Cris., Om. In Matteo, 19)
In fin dei conti non possiamo santificare il Nome se non lasciandolo entrare nella nostra vita con la sua azione santificante. “Il nome santifica ed è santificato in un medesimo processo” (B. Standaert).Nieztche: che tu sei redento e io crederò al tuo Redentore.


'INIZIAZIONE CRISTIANA
battesimo: è l'evento di salvezza posto all'inizio della nostra vita in cui il nostro nome è messo in relazione al nome del Padre, del Figlio e dello Spirito. La Trinità ristabilisce in noi la sua dimora di gloria-santità.
confermazione Dio ci chiama ancora per nome per affidarci un compito, una missione dentro la comunità cristiana. La nostra vocazione come missione-testimonianza della santità di Dio
'Eucaristia, solenne invocazione del Nome, la Trinità rinnova l'alleanza con noi. Ci si riconosce Uno dinanzi all'altro. Essa è memoriale delle grandi opere compiute da Dio in cui egli è santificato.
catechesi e la predicazione assumeranno ancora la tonalità del racconto come ambito in cui Dio rivela il suo nome e in cui viene santificato.

NOME DI GESU'

Ogni preghiera liturgica è rivolta al Padre nel nome di Gesù nello Spirito SantoAvviene così una duplice rivelazione:
la via che Dio ha percorso per arrivare a noi
la via che dobbiamo percorrere per andare a lui.
' Cristo la via per giungere al Padre (cf Gv 14,6 la via...).nostra preghiera è dunque valida, efficace, se fatta nel suo nome:14,13-16; 15,16; 16,23-26
è lo Spirito di Gesù a suscitare in noi la preghiera: il grido di à(cf Rm 8,15-27).
nostra preghiera raramente si rivolge al Padre (forse sintomo dell'abbandono della tradizione biblica e liturgica). Ci sembra non conveniente “scomodare” il Padre, non si ha familiarità con lui. Anche Cristo spesso è rispedito in cielo, lontano da noi... non ci resta che Maria!la tradizione biblica  ci mostra un Padre tenero e “materno”, di cui Gesù è il volto umano. Nel suo Spirito ci rivolgiamo al Padre in tutta fiducia (Ebr 4,14).esasperiamo il ruolo dei santi rischiamo di adombrare questo volto paterno di Dio, ricadendo in una sorta di mitologia diversificata secondo tante “competenze”.

'EDUCAZIONE

Il nome di Dio va sempre abbinato a realtà positive. Non va usato come deterrente o come ricatto. - Ci si abitui a rivolgersi al Padre nella lode e nel rendimento di grazie per i suoi doni.
Alla luce del suo Nome vengAno letti a grandi fatti della vita.

Si purifichi continuamente la conoscenza di Dio. Vi è troppa ignoranza in questo campo d essa genera spesso solo puerilità, magismo, paure.


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