Pietro fu a Roma - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Pietro fu a Roma – Prove storiche

RC n. 35 - Giugno 2008    

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I protestanti e tra essi anche i Testimoni di Geova hanno in comune l’avversità contro la Chiesa di Roma, cercando ogni cavillo che possa demolirne la discendenza apostolica. Ai protestanti quindi preme molto dimostrare che Pietro non fu mai a Roma, visto che il papa si proclama successore di Pietro apostolo.
Innanzitutto bisogna capire bene, ma non è difficile, a che cosa si riferivano nel Nuovo Testamento coloro che usavano il nome “Babilonia” visto che la città era stata distrutta secoli prima e quindi non esisteva più.
I protestanti naturalmente asseriscono che Babilonia era la città persiana (oggi in Iraq) ignorando o facendo finta di ignorare la storia che prova la distruzione di Babilonia nel 539 a.C. ad opera di Ciro II re di Persia.
Bisogna pure conoscere la situazione dei cristiani all’interno dell’impero romano, sappiamo tutti infatti che i romani li perseguitavano duramente, e ne uccidevano a centinaia. In questo contesto la corrispondenza epistolare tra cristiani doveva avvenire in modo cifrato, era necessario non rivelare i luoghi nei quali erano presenti i cristiani, per mantenere il più a lungo possibile la vita.

Questo spiega perché Pietro scrivendo da Roma, usasse il nome in codiceBabilonia”, che dai pagani o dai romani all’epoca non poteva essere associato ad una città in particolare, ma che i cristiani identificavano benissimo con la capitale del grande impero idolatrico, Roma. Per cui leggendo “da Babilonia” i destinatari delle lettere sapevano che si trattava di Roma, quindi Pietro nella sua prima lettera saluta proprio da Roma, stando attento a non usare questo nome di città, per non mettere a rischio la vita dei discepoli romani, qualora la lettera veniva intercettata dai soldati romani.

“Vi ho scritto, come io ritengo, brevemente per mezzo di Silvano, fratello fedele, per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi! Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio”(1 Pt 5,12-13)
Babilonia (detta anche Babele, Babel o Babil) era una città della  Mesopotamia antica, situata sull' Eufrate, le cui rovine coincidono oggi con la città di  Al Hillah, nella Provincia di Babilonia in  Iraq a circa 80a sud di  Baghdad. Fu la città sacra del regno omonimo nel  e capitale dell' Impero Babilonese nel  626 a.C. È il primo esempio di metropoli moderna[ senzaall'epoca di  Alessandro Magno contava forse un milione di abitanti[]. Babele in  lingua accadica significa "Porta di Dio" (Bab-El).
Nella  Bibbia “Babilonia” viene utilizzata  come metafora del male, in contrapposizione alla  Gerusalemme celeste nell' Apocalisse  giovannea.
Il  profeta  Isaia ( Is 13, 19;14, 22-23) ha predetto la sua distruzione circa due secoli prima del suo effettivo verificarsi nel  539 a.C.[3]

L'odio per Babilonia nella Bibbia è probabilmente dovuto al fatto che il Regno di Israele fu spesso conteso tra le due superpotenze del Medio-Oriente: l'Egitto e Babilonia. Per molto tempo fu un semplice stato cuscinetto tra questi due imperi. Tra l'altro furono i Babilonesi con  Nabucodonosor II a distruggere Gerusalemme e a deportare gli ebrei a Babilonia.

Zaccaria ad esempio nel suo libro al capitolo 2 vers. 11 riporta
“A Sion mettiti in salvo, tu che abiti ancora con la figlia di Babilonia!”
Quando gli ebrei dovevano indicare la somma idolatria, usavano il nome di Babilonia, appunto perché era noto a tutti nell’antichità che la città era piena di dei, idoli, che venivano adorati dai babilonesi, e dalle nazioni da essi conquistate. Solo gran parte del popolo di Israele pur conquistato non si sottomise mai ad adorare gli dei babilonesi.
Non dimentichiamo che la grande Persia conquistò sia Babilonia con Ciro II nel 539 a.C., distruggendola; sia Israele, e che l'odio per Babilonia nella Bibbia è probabilmente dovuto al fatto che il Regno di Israele fu spesso conteso tra le due superpotenze del Medio-Oriente: l'Egitto e Babilonia. Per molto tempo fu un semplice stato cuscinetto tra questi due imperi. Tra l'altro furono i Babilonesi con  Nabucodonosor II a distruggere Gerusalemme e a deportare gli ebrei a Babilonia, nel 587 a.C..
Babele nella Bibbia è proprio Babilonia, con la sua torre costruita da uomini orgogliosi che furono puniti da Dio.

Indagando nella storia in modo serio, e leggendo opere di autorevoli storici come Marta Sordi o Ilaria Ramelli, si scoprono interessantissime notizie sui cristiani e l’impero Romano. E’ stato scoperto un documento romano importantissimo che prova l’esistenza di Gesù, la sua resurrezione storica, e la presenza dei cristiani a Roma nei primissimi anni successivi alla resurrezione di Gesù Cristo. (
Carcere Mamertino, a Roma, in cui fu rinchiuso s. Pietro, qui 2 dei suoi carcerieri (i santi martiri Martiniano e Processio ) e altre 47 persone si convertirono al cristianesimo grazie alla testimonianza del Principe degli Apostoli. Qui fu incarcerato anche s. Paolo.)

Questo documento è il famoso senato consulto, che Tiberio imperatore romano in carica ai tempi di Gesù, inviò al senato di Roma, per chiedere di considerare anche Gesù come un dio, da aggregare ai tanti dei che già adoravano i romani. Il sincretismo romano infatti era assai conosciuto, ed era uso dei romani non “inimicarsi” nessun dio, per avere l’appoggio di tutti gli dei esistenti, nella conquista di nuove terre.
Nell’anno 35 d.C. quindi Tiberio fa questa richiesta ufficiale al senato di Roma, “Senato consulto” ma il senato bocciò tale richiesta, il documento però venne archiviato, come del resto tutti i documenti ufficiali scritti per volere dell’imperatore.



Pilato aveva inviato un rapporto dettagliato all’imperatore, dove spiegava i fatti della presunta resurrezione di Gesù, e che avendo mandato altri soldati ad analizzare il sepolcro vuoto, questi avevano visto le bende che avvolgevano il corpo di Gesù non afflosciate come normalmente dovevano essere, ma ancora sospesa in aria, come se contenessero ancora il corpo di Gesù. Ecco perché Tiberio voleva ammettere anche Gesù tra gli dei di Roma.
La relazione di Pilato avrà fatto tesoro delle testimonianze ricevute dai soldati messi di guardia al sepolcro di Gesù, dal momento che si trovarono a essere i testimoni oculari di qualcosa di eccezionale e quindi finirono al centro di concitate indagini. Ma come reagirono le autorità del Tempio al primo diffondersi della notizia relativa alla resurrezione di Gesù? Ce lo riferisce l’evangelista Matteo, descrivendo le convulse ore del mattino del 9 aprile dell’anno 30, mentre le tre Marie che al sepolcro avevano incontrato Gesù di nuovo vivo, sconvolte stanno correndo a dirlo agli apostoli. I farisei misero in giro la voce che le guardie del sepolcro furono pagate, per dire che mentre dormivano i discepoli di Gesù rubarono il corpo. I soldati avranno anche preso quei soldi fornendo alla gente la versione, ma a Pilato dovettero dire la verità perché la quella versione non stava in piedi: se infatti dormivano – mancando gravemente al loro dovere- non potevano  affermare di aver visto i discepoli di Gesù venuti a rubarne il corpo. E se non dormivano, vedendoli certamente avrebbero impedito il misfatto. La versione dei capi dei sacerdoti fa acqua anche perché non era cosa facile né veloce spostare quella grossa pietra che chiudeva il sepolcro e trafugare il corpo, inoltre dovette bastare una rapida ispezione fatta fare da Pilato per constatare che in quel sepolcro, sulla pietra dove era posto il corpo, era misteriosamente rimasto il lenzuolo, ancora avvolto e legato come quando racchiudeva il morto, ma senza più il corpo stesso, quella strana posizione del lenzuolo induceva a pensare che nessuno avesse slegato e aperto il lino per prelevare il cadavere.” (cfr, Guerra contro Gesù, Antoni Socci)


Petronio prima del 50 d.C. a Roma scrive il suo Satyricon e prende a bersaglio satirico l’unzione di Betania, l’istituzione dell’Eucaristia, il canto del gallo per il tradimento di Pietro, la crocifissione la resurrezione, la madre di Gesù e l’idiozia credulona dei cristiani che si bevono la balla che un morto possa risorgere. E’ stupefacente che per così tanto tempo non si siano notate queste clamorose parodie anticristiane, così ricche di riferimenti ai dettagli della vita di Gesù. Questa è una delle tante tracce del cristianesimo che arrivò a Roma, assieme al senato consulto del 35 d.C. di fatto da Tiberio.

Dunque Gesù era conosciuto a Roma negli anni 40. Questo è probabilmente l’annuncio cristiano che deve essere stato portato da Pietro in persona. Gli Atti degli apostoli (12,1-3) in effetti dicono che attorno al 41, quando Erode Agrippa assume il governo della Giudea.
In Giudea l’unica persecuzione <<statale>> che la Chiesa subì dopo il processo di Stefano e prima del 62, si verificò nel periodo in cui la regione fu affidata a un re locale, Erode Agrippa I,  tra il 41 e il 44, e sottratta al governo romano: il re <<colse l’occasione>> , fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni e <<visto che ciò faceva piacere ai Giudei>> fece arrestare Pietro (At 12,1-3). Gli Atti raccontano che Pietro, libero miracolosamente dal carcere, <<se ne andò in un altro luogo>> (At 12,17)
In uno studio recente F. Grzybek, riprendendo una proposta del Thiede, ricorda che i commentatori antichi e moderni vedono in questo <<altro luogo>> Roma ed accosta questa espressione a quella identica di Ezechiele 12,3 e 12,13 in cui <<un altro luogo>> è Babilonia. Il nome Babilonia per indicare Roma torna nei saluti finali della prima lettera di Pietro, 5,13 inviati ai cristiani dell’Asia Minore dalla <<comunità degli eletti che è in Babilonia, insieme a Marco, mio figlio>> Lo Grzybek spiega che qui non si tratta, come nell’Apocalisse, di una designazione simbolica di Roma, ma di un crittogramma: come Pietro nella sua lettera, così Luca negli Atti ricorre al medesimo stratagemma per non svelare la presenza e la venuta di Pietro a Roma.


Agrippa I morì nel 44 e questo è il terminus ante quem per la partenza per Roma di Pietro; la data del 42 per l’arrivo dell’Apostolo a Roma si trova nella traduzione latina di Gerolamo del Chronicon di Eusebio (p. 179 Helm) ma le testimonianze più importanti, riferite dallo stesso Eusebio nella sua Storia Ecclesiastica, sono quelle di Papia di Gerapoli (vissuto fra l’ultimo quarto del secolo I e la prima metà del II) di Clemente di Alessandria e di Ireneo, ambedue della seconda metà del II secolo. La testimonianza di Papia è conservata da Eusebio in due citazioni distinte: nella prima (H.E. II, 15) dopo aver detto che Pietro predicò a Roma all’inizio del regno di Claudio e che i suoi ascoltatori chiesero a Marco di mettere per iscritto l’insegnamento  che avevano ascoltato a voce e che essi furono così responsabili della stesura del Vangelo detto di Marco. Oltre a Papia e Clemente anche Ireneo ricorda che Matteo aveva scritto il suo Vangelo, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano a Roma, ed osserva che Marco, discepolo di Pietro trasmise anche lui per iscritto.


L’identificazione di un frammento papiraceo in lingua greca scoperto nelle grotte di Qumran (l’ormai famoso 7Q5) con un passo del Vangelo di Marco 6,52/53), la datazione di questo frammento in base  ad un’analisi della scrittura, fatta quando non si pensava affatto di trovarsi davanti ad un passo del Nuovo Testamento, agli anni prima del 50 d.C., la provenienza del frammento da Roma suggerita dalla presenza, nella stessa grotta, di un coccio di giara con una scritta semitica indicante Roma, hanno stimolato, nonostante le molte contestazioni, la ricerca storiografica che, accogliendo l’identificazione come utile ipotesi di lavoro, ha riesaminato il problema della prima venuta di Pietro a Roma, e la formazione della più antica comunità cristiana dell’Urbe, riconoscendo l’aderenza della scoperta relativa al frammento di Marco a testimonianze antiche e autorevoli come quelle di Papia e di Clemente.
Secondo il frammento latino di Clemente, la predicazione di Pietro si era svolta coram quibusdam Caesarianis equitibus e che erano stati proprio questi a chiedere a Marco di mettere per iscritto le cose che Pietro aveva detto.
Anche il Vangelo di Luca sembra dedicato a un cavaliere il titolo che egli dà a Teofilo, a cui dedica il suo Vangelo (1,4) , corrisponde al latino egregius ed è il titolo che spettava ai cavalieri romani. La lettera ai Romani 16,11 parla di fedeli nella casa di Narcisso, il più celebre dei liberti imperiali (Caesariani) del tempo di Claudio. Tacito pone nel 42/43 la conversione a una superstitio externa, che è certamente il cristianesimo (Ann. XIII,32), di Pomponia Grecina, moglie di Aulo Plauzio, generale romano, che proprio nel 43 condusse per Claudio la spedizione in Britannia. Negli Atti di Pietro, un apocrifo asiatico della fine del II secolo, Pietro fu ospite a Roma in case di senatori, e , in particolare in casa di un certo Marcello: vale la pena di notare che Marcello è il nome di colui che L.Vitellio – nella missione affidatagli da Tiberio a Gerusalemme nel 36-37m che culminò con il rinvio a Roma di Pilato e con la deposizione di Caifa (Flavio Giuseppe, Ant. XVIII,89ss.,95) e che, presumibilmente, assicurò la pace ai cristiani nelle regioni sotto il controllo romano (At 9,31) – aveva lasciato in Giudea per sostituire Pilato. L. Vitellio, che aveva avuto modo di occuparsi dei cristiani negli anni dopo il 35 per conto di Tiberio, e che aveva probabilmente portato in Siria il nome Christiani, era nel 43 console e si trovava certamente a Roma, dove Claudio lo aveva lasciato con poteri straordinari durante la sua assenza in Britannia. Questo potrebbe spiegare l’interesse che una parte dell’aristocrazia romana provò nel 42/43 per la predicazione di Pietro: la richiesta rivolta a Marco, proprio da personaggi della classe dirigente, di mettere per iscritto ciò che avevano ascoltato a voce, potrebbe non essere nato solo da entusiasmo religioso, ma anche dal desiderio di valutare attentamente l’atteggiamento che la nuova <<setta>>, che stava diffondendosi in seno al giudaismo aveva verso Roma.


Sotto Claudio, insomma, il governo romano sembra essere convinto della non pericolosità per i Romani della nuova dottrina e mostra la sua intenzione di non ostacolarne la diffusione.
L’incontro di Paolo con Sergio Paolo proconsole di Cipro, può essere datato intorno al 48 d.C. l’iniziativa dell’incontro fu presa dallo stesso proconsole, che volle conoscere Paolo (che stava predicando nelle sinagoghe giudaiche) e che sembra in qualche modo al corrente dell’esistenza dei cristiani. La conversione del proconsole comportò un mutamento nell’onomastica di Paolo, che fino a questo momento l’autore degli Atti chiama sempre Saulo, con l’assunzione di un signum, qui et Paulus che da questo momento diventa il nome con cui egli si presenta.
Eusebio ricorda (H.E. II, 14,5ss.) che Pietro era venuto a Roma sotto Claudio per contrastare l’azione di Simon Mago, la cui presenza a Roma (sotto Claudio e non sotto Nerone) è nota anche a Giustino Martire (1 Apol. 26) e a Ireneo (Adv. Haer. I,23,1ss.)
Negli Atti degli apostoli ricordiamo At 13,8 l’episodio in cui Saulo davanti al proconsole Sergio Paolo fece diventare cieco il mago bar-Iesus, per punirlo con la giustizia divina.
(cfr, Marta Sordi – I cristiani e l’impero romano)

Continua...

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