I Frutti dei cristiani - riconoscerli - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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RICONOSCERE I FRUTTI

"Dai frutti li riconoscerete", ripetono continuamente certi pastori, ed io gli rispondo, bene è vero, ma quali sono i vostri frutti?

"Non guardare la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, prima togli la trave che sta nel tuo occhio".
Ma per rincuorare i propri fedeli molti pastori citano Lc 14,26, che a dir loro giustificherebbe le divisioni familiari, tra credenti e atei, come anche tra protestanti e cattolici.
Capita, infatti, che in diverse famiglie vi siano parenti cattolici e altri protestanti.
"Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo." (Lc 14,26)

Siamo proprio sicuri che con queste parole Gesù voglia portare divisioni nelle famiglie?
"Odiare" nel linguaggio e nella mentalità ebrea aveva lo stesso identico significato inteso da noi oggi? No, cari fratelli, assolutamente no, "odiare" per gli ebrei significava "amare di meno", quindi Gesù sta insegnando ai suoi discepoli che bisogna mettere Lui al primo posto, di conseguenza bisogna "amare di meno" (rispetto a Lui) tutti gli altri, familiari compresi.


E’ allora quali sono i loro frutti?

Gli errori dei pentecostali sono più numerosi di quelli dei cattolici? No, li ho più volte equiparati, sono tali e quali.
Questa loro spregiudicatezza nel giudicare gli altri viene da Dio?
Sottolineo ancora una volta che non mi sto riferendo alla totalità dei pentecostali, ma buona parte è abituata a pensare così. In tal senso cito un episodio raccontatomi da mia moglie, circa una gita a Fiuggi che fecero alcuni gruppi pentecostali della chiesa evangelica internazionale qualche anno fa. Andarono a seguire un’evangelizzazione all’aperto, poi sulla strada del ritorno alcuni ragazzi fecero richiesta di passare da Roma per visitare il Vaticano, la richiesta fu accolta da alcuni pastori che accompagnavano i ragazzi. Arrivati in Vaticano vi furono comunità che entrarono nella Basilica di S.Pietro, la comunità della Chiesa Evangelica Internazionale di un piccolo paese in Provincia di Palermo (quella che frequentavo io)  non entrò, perché il pastore lo vietava. Vi furono alcuni membri di quella comunità che inconsapevolmente stavano per entrare nella Basilica, ma furono subito intimoriti da una monitrice, questa minacciava di farlo sapere al pastore, se solo si fossero permessi di entrare nella Basilica, quei fratelli ovviamente rinunciarono a entrare. Poi mi vengono a dire che nelle loro comunità non ci sono gerarchie. Tra pari grado, non si può imporre nulla a nessuno, invece pastori e monitrici sfruttando la loro autorità impongono o tentano di imporre la propria volontà agli altri fedeli, adducendo motivazioni dottrinali variegate. Ma perché racconto questi episodi?
La frase "dai frutti li riconoscerete…" non va manipolata e distorta, ma chiarita e spiegata.

Usando male tale famosa frase di Gesù, infatti, si finisce col cadere nel relativismo. Se immaginiamo un condominio in cui abitano rispettabilissimi cristiani, musulmani, buddisti, induisti, ebrei, ecc., e il mio vicino  mussulmano si rende sempre disponibile, pronto ad aiutare, caritatevole, mostra pure un forte attaccamento alla sua preghiera, non significa che la vera Via è l’Islam. Il buddista del primo piano, è persona amabilissima, sempre col sorriso sulle labbra, pronto a darti sempre un buon consiglio, aiuta economicamente chi ne ha bisogno, non gli mancano mai parole di conforto con chiunque manifesti problemi di vario carattere. Il dirimpettaio, cristiano pentecostale, si mostra sempre gentile, aiuta sempre i bisognosi, ha adottato un bambino a distanza, elargisce sempre molte offerte, a chi gli chiede non sa dire mai di no.

In buona sostanza anche i miei vicini atei sono delle brave persone, e lo dimostrano con i fatti, con la loro vita quotidiana.
Se li dobbiamo riconoscere solo dai frutti, allora o questi sono tutti dei perfetti cristiani oppure io non ho ancora capito nulla.
Tenendo sempre presente l’insegnamento della salvezza rivolta a tutti coloro che nel loro cuore nutrono il germe della carità, quindi rivolta anche agli atei, non si può prescindere dal fatto che un  mussulmano, un ebreo, un buddista o un cristiano pentecostale modalista che non crede alla Trinità, non possono essere ritenuti veri cristiani.

Ognuno dei miei vicini di condominio fa dei buoni frutti, siamo sicuri che basti solo questo per avere la sicurezza di essere nella giusta strada? E qual è quella giusta?
Restringendo il raggio alle sole denominazioni cristiane, possiamo dire che giacché in ognuna di esse saranno sicuramente presenti dei buoni frutti, ognuna possegga la tutta verità?

Alcuni, soprattutto gli agnostici seguendo questo metro di considerazione, cadono nel relativismo, per cui ogni religione è buona se finalizzata al rispetto umano. Altri invece rimangono intrappolati in tendenze settarie, che provocano il formarsi di gruppi indipendenti, autonomi, ognuno dei quali assicura di possedere la verità, e con forza afferma di essere il solo a conoscerla.

Perciò chi non crede nella Trinità sarebbe nella verità, chi non crede nell’Eucaristia pure, o chi non crede nella divinità di Gesù anche, pur restando nel suo compartimento stagno, che lo distingue e lo allontana dall’altro. Possibile che Gesù abbia insegnato -dottrinalmente parlando- a restare in compartimenti stagni? Se non ricordo male, Cristo parlava di unità, "Padre fa che tutti i miei discepoli siano uno, come lo io lo sono con te…" E allora come si spiegano tutte queste divergenze?

Esse in realtà sono necessarie alla Chiesa cattolica affinché pungolata da tanta avversità rinfreschi continuamente il suo amore, e il suo ruolo di colonna e sostegno della verità.
Riflettendo sulle tante e diverse spiegazioni che vengono attribuite alla Parola di Dio, io mi considero come quell’uomo della leggenda, che trovò nel deserto un fonte cristallina di ineguagliabile freschezza. L’acqua era tanto pura che egli decise di portarne un po’ al suo re. Dopo aver soddisfatto a malapena la propria sete, riempì una borraccia con quell’acqua e si rimise subito in viaggio sotto il sole cocente per raggiungere il palazzo reale. Diversi giorni dopo, quando finalmente arrivò dal sovrano, l’acqua era divenuta stagnante a causa del vecchio contenitore nel quale era stata tanto a lungo. Ma il re non diede neppure lontanamente l’impressione al fedel suddito che quell’acqua non fosse gradevole. La sorseggiò con un’espressione di gratitudine e piacere, e l’uomo se ne andò con il cuore traboccante di gioia. In seguito qualcuno assaggiò quell’acqua e si stupì che il sovrano avesse finto di gradirla. "Non ho assaporato l’acqua, ma l’amore che stava dietro a quell’offerta" disse il sovrano. Il mio servizio può essere contrassegnato da molte imperfezioni, ma il Signore guarda alle mie motivazioni. Egli si rallegra per le nostre azioni leali, malgrado quello che gli altri possano pensare di esse. Ecco cosa mi spinge ad andare avanti con questo lavoro apologetico.
Molti fratelli pentecostali, anche parecchio intelligenti, spesso non trovano il tempo per la ricerca, per il confronto, avvolti nel vortice della quotidianità, nel vivere di corsa, nell’affannarsi nel lavoro e nei pensieri quotidiani, taluni non trovano nemmeno la voglia per addentrarsi in lunghi studi.
Lo Spirito Santo mi ha infuso questa grande voglia di apprendere, di scrivere e di andare avanti nella conoscenza biblica, e nella conoscenza della mia famiglia, la Chiesa cattolica, ma sono ben conscio che non è lo studio che porta alla santità, bensì la fede, la carità, la preghiera. Pur cosciente dei tanti errori umani che hanno punteggiato molti uomini di Chiesa lungo tutti i secoli, sono convinto che bisogna andare oltre le apparenze, per poter vedere la verità. Non è facile andare oltre le apparenze, semmai è facile dirlo o scriverlo. Spesso ci compiacciamo degli errori altrui, come a dire: "Ecco, ben ti sta, vedi quali sono i frutti della tua dottrina?", è profondamente sbagliato farlo, non è cristiano, eppure spesso i protestanti si compiacciono degli errori dei preti cattolici, e noi cattolici di quelli dei pastori o del fedeli protestanti. Troppo spesso non si cerca di andare oltre le apparenze, ma si giudica subito e male, chiunque sbagli, e a differenza di Dio, noi giudichiamo senza remissione di peccati. In questo campo dovremmo impegnarci, e pregare tutti di più!
Riguardo all’obiettivo che mi prefiggo, il cristiano che visita il mio sito deve trovare tutto quello che gli serve sapere, senza rimandi ad altri testi di difficile reperibilità, e per far questo ci vuole tanto lavoro e impegno da parte mia.
Mi conforta l’aver capito che fra l’opinione dottrinale di un qualsiasi pastore pentecostale, e quella di un autorevole Padre della Chiesa, bisogna senza esitazione scegliere la seconda. C’è chi dice: "Io fra le due opinioni, scelgo la terza, cioè solo la Bibbia, la capisco da solo". Certo, la Bibbia è la fonte suprema della verità, ma poggia su una colonna che l’ha sostenuta lungo tutti i secoli a partire da Cristo, e continuerà a farlo fino alla fine dei tempi! Su tre punti si può appoggiare un piano, questa legge matematica sembra venirci incontro. Un solo punto non può tenere un piano, nemmeno un secondo punto è sufficiente; tre punti invece sono sufficienti. Chiesa, Tradizione, Bibbia sono i tre punti che mantengono saldo il piano della verità. L’ordine sopra scritto, come già detto non indica l’importanza di ciascuna, ma semplicemente la sua comparsa sulla terra. Prima nacque la Chiesa, seguirono la Tradizione e la Bibbia. Queste tre colonne sostengono la verità!
La Chiesa sposa di Cristo partorisce la Tradizione, da cui è scaturita la Bibbia.
La verità esiste fin dal principio, sulla terra fu svelata da Cristo, che la diede alla sua sposa, che tramite la Tradizione mise per iscritto gli insegnamenti dello sposo, unica Via di salvezza.
Solo chi ha molti pregiudizi non si accorge, dove sta la verità, basta indagare senza pregiudizi come ho fatto io, (e badate che non ho lauree) e come fanno tanti altri, per capire dove sta.
Se io do uno schiaffo a mio figlio perché sta sbagliando gravemente, non significa che lo odi, sto solo mostrando la mia disapprovazione per quello che fa, ma questo non è sinonimo di odio, io sto tentando di correggere mio figlio, non lo sto odiando.
A molti pentecostali risulta difficile capire che io non nutra odio nei loro confronti.
I mezzi per conoscere la verità oggi ci sono, ma spesso sono la volontà e il tempo che mancano.

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