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Pasqua Origini Eucaristia Ireneo Giustino martire

ORIGINI DELLA PASQUA


La Pasqua cristiana è senza dubbio derivata da quella ebraica. Alcune usanze associate alla Pasqua - come le uova e i coniglietti, simboli antichi di fecondità - per i TdG costituirebbero una prova che con questa festa la "cristianità" avrebbe soppiantato antiche e radicate usanze pagane primaverili. Sicuramente queste usanze derivano dal paganesimo ma ora il loro significato originale è completamente cambiato od è stato del tutto dimenticato (cfr. questa pagina).

Secondo i TdG, i "primi cristiani" - che sarebbero solo quelli vissuti fino alla morte dell'ultimo apostolo, quindi fino a poco dopo il 100 d.C., in seguito sarebbe sopraggiunta la grande apostasia - non festeggiavano la Pasqua, intesa come ricordo della resurrezione di Cristo. La Svegliatevi! dell'8/8/92, p.8, afferma: «'I primi cristiani cominciarono a celebrare la risurrezione nel II secolo'. Pertanto, la Pasqua della cristianità fu introdotta molto tempo dopo la morte di tutti gli apostoli e dopo che la Bibbia era stata completata. Non è un segreto che la Pasqua della cristianità sia una tradizione di origine umana anziché divina».


Non esiste in effetti alcun versetto nella Scrittura in cui si dica di festeggiare la resurrezione di Cristo. Secondo il ragionamento dei TdG, estremamente legalistico, si dovrebbe concludere che se una cosa non è comandata esplicitamente dalla Bibbia questo significa che non è giusto compierla. Ma questo modo di pensare contraddice sia la Bibbia che la storia: esistono, infatti, usanze e consuetudini ebraiche che non sono mai state esplicitamente comandate nella Legge o nella Scrittura ma che tuttavia non erano disapprovate. Per esempio, la festa dei Purim, menzionata nel libro biblico di Ester, non è contemplata fra le feste obbligatorie comandate dalla Legge Questa festa viene celebrata il 14 e il 15 del mese di Adar e vuole ricordare la salvezza dei Giudei tramite Ester, come viene narrato nel libro di Ester 9:26-32. Il nome deriva dalla parola assira 'pur', che vuol dire 'sasso', il sasso usato per gettare la sorte. La festa - menzionata anche in 2 Macc. 15:36 in un decreto del 161 a.C. - ha chiare origini pagane, ciò nonostante venne sempre osservata - nella sua nuova forma - dai fedeli giudei e questo fino ai nostri giorni.

Che dire poi della festa della Dedicazione (hanukka)? Anche questa ricorrenza non viene comandata in nessun passo della Scrittura ma i fedeli giudei - Gesù compreso - ogni anno la celebravano (cfr. Giov. 10:23).

A proposito di origini pagane, i TdG fanno notare che la parola inglese Easter (= pasqua) era in origine il nome di una divinità pagana: «Secondo certi studiosi, infatti, in alcune lingue come l'inglese e il tedesco il nome stesso della festività [rispettivamente Easter ed Ostern] sarebbe di origine anglosassone e si riferirebbe alla primavera». (Svegliatevi! 22/3/86, p.6). Anche questo fatto viene citato per 'dimostare' che la Pasqua cristiana sia in realtà una festa pagana. Ci si potrebbe chiedere a questo punto perché i TdG accettino i nomi dei giorni della settimana: Lunedì, deriva da Luna che era adorata dai pagani come Selene; Martedì = Marte, il dio della guerra; Mercoledì = Mercurio; Giovedì = Giove; Venerdì = Venere, la dea dell'amore. Se la pasqua è pagana per via del nome allora anche i giorni della settimana sono pagani... In italiano comunque la parola Pasqua (come il francese pâques), deriva dall'antica parola ebraica pèsach, che significa "passaggio".

Qualcuno può affermare che sia sbagliato festeggiare la resurrezione del Signore? Di fronte a questa domanda i Testimoni ripetono pappagallescamente che la Pasqua cristiana è una festa dalle origini pagane e che i "veri cristiani" ricordano solo gli eventi che la Bibbia dice esplicitamente di ricordare, come la commemorazione della morte di Cristo. La storia e la tradizione della chiesa, che già nel II sec. introdusse questa celebrazione, non ha per loro quindi alcun valore.

A volte hanno citato, a riprova che la loro posizione risale agli apostoli, l'esempio dei cosiddetti quartodecimani, dei cristiani di origine giudaica che commemoravano la morte di Gesù il 14 nisan anziché il dies dominica, la domenica. Ecco cosa afferma il Dizionario Patristico e di Antichità Cristiane, vol. II, alla voce Quartodecimani:

«Gli antichi eresiologici chiamarono Q. i cristiani che, ispirandosi alla cronologia giovannea della Passione, celebravano la Pasqua il XIV giorno della prima luna di primavera, cioè nella data della Pasqua ebraica, il 14 di Nisan secondo il calendario ebraico, e a quella data interrompevano i digiuni penitenziali. Nel II sec. seguivano la prassi quartodecimana le chiese dell'Asia Minore ispirantisi alla tradizione giovannea (cfr. Euseb., HE V, 24, 2-8). Tra i più noti esponenti della prassi quartodecimana sono da ricordare Melitone di Sardi, Apollinare di Gerapoli, Policarpo e Policrate di Efeso. La Pasqua quartodecimana era incentrata sulla celebrazione del Cristo immolato quale vero agnello pasquale, a questa concezione liturgica si ispira la interpretazione etimologica PASCHA da PASCHEIN "soffrire" cara alla tradizione quartodecimana; nella liturgia della veglia pasquale ebbe particolare importanza la lettura e il commento tipologico di Esodo 12 e la sua interpretazione tipologica dovette essere aperta a prospettive escatologiche. Alla fine del II sec. tentò di affermare la prassi quartodecimana a Roma un presbitero di nome Blasto (cfr. Euseb., HE V,15 e V,20, l; Ps. Tertull., Adv. omn. haer. 8,1), destando la reazione di papa Vittore, che entrò in aperto conflitto con le chiese orientali osservanti della prassi quartodecimana Vittore avrebbe minacciato ili scomunicare i Q. (cfr. Euseb, HE V,23,3), ma non sappiamo se portò ad effetto le minacce. (certo è che i Q. sono catalogati tra gli eretici da Ippolito di Roma (Refut. VIII, 18) e dallo Ps. Tertulliano (Adv omn. haer. 8,1) e ricorrono nei gruppi ereticali citati da Epifanio (Pan. 50,1), Teodoreto (Haer. fab. comp. 111, 4), Pilastrio (Haer. 30). Ma dopo la decisione del concilio di Nicea circa la celebrazione domenicale della Pasqua cristiana, l'osservanza quartodecimana dovette restringersi a gruppi marginali della cristianità medio-orientale (cfr. Epif., Pan. 50, 1, 5-8)».

I quartodecimani celebravano quindi una solenne "cena del Signore" o "frazione del pane" il 14 nisan (cfr. Atti 2:42). La "cena del Signore" veniva comunque celebrata dai cristiani in generale ogni settimana, come si legge nella Didaché  ed in Giustino Martire come pure la Santa Messa Domenicale

Il giorno del Signore, riunitevi; spezzate il pane e rendete grazie: però dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Chiunque ha qualche dissenso con il suo vicino, non si unisca a voi, prima che essi non si siano riconciliati, altrimenti il vostro sacrificio sarebbe profanato. Infatti di questo sacrificio il Signore ha detto: In ogni luogo e in ogni tempo mi viene offerto un sacrificio puro, perché io sono un grande re - dice il Signore - e il mio nome è ammirabile tra le genti (Ml 1,11.14).  Riguardo poi all'eucaristia
farete il ringraziamento in questo modo. Anzitutto sopra il calice: «Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la santa vite di Davide tuo servo [secondo alcuni significa Gesù, secondo altri la Chiesa, e secondo altri, ancora, il vino consacrato], che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo. A te sia gloria nei secoli. Amen». Poi sopra il pane spezzato: «Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la vita e per la conoscenza che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo. A te sia gloria nei secoli. Amen. / Come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto è diventato una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno: perché tua è la gloria e la potenza per mezzo di Gesù Cristo nei secoli. Amen».  Nessuno mangi o beva della vostra eucaristia, se non i soli battezzati nel nome del Signore, poiché egli ha detto: Non date le cose sacre ai cani (Mt 7,6). Dopo esservi saziati ringraziate così: «Ti ringraziamo, o Padre santo, per il tuo santo nome, che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la sapienza, la fede, l'immortalità che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo. A te sia gloria nei secoli. Amen. / Tu, Signore onnipotente, hai creato tutte le cose a gloria del tuo nome e hai dato ai figli degli uomini cibo e bevanda perché ti lodino; ma a noi hai fatto la grazia di un cibo e di una bevanda spirituale e della vita eterna per opera di Gesù il servo tuo. / Anzitutto ti ringraziamo perché sei potente. A te sia gloria nei secoli. Amen. / Ricordati, o Signore, della tua Chiesa, liberala da tutti i mali, rendila perfetta nel tuo amore, riuniscila dai quattro venti santificata, nel tuo regno che per lei hai preparato. Perché tuo è il potere e la gloria nei secoli. Amen. / Venga la grazia e passi questo mondo! Osanna al Dio di Davide! Chi è santo si avvicini, chi non lo è si converta. Maranathà [espressione aramaica che significa: Il Signore nostro viene, oppure: Il Signore nostro è venuto]».  

Una cosa che i TdG non dicono è che i quartodecimani non ritenevano comunque sbagliato festeggiare la resurrezione di Cristo e non consideravano certamente pagana una simile osservanza.

Nel tentativo di trovare dei precedenti storici che giustifichino la consuetudine dei Testimoni di Geova  di osservare la "commemorazione" della morte di Cristo una sola volta all'anno - il 14 nisan (mese ebraico che corrisponde al nostro marzo/aprile) -, la Watch Tower Society (WTS) cita spesso l'esempio dei cosiddetti Quartodecimani, cristiani di origine asiatica che nei primi tempi del cristianesimo celebravano la Pasqua in quella data.

Per capire chi fossero i Quartodecimani e in che cosa si differenziassero dal resto della chiesa cristiana, possiamo leggere quello che scrisse su di loro l'antico storico ecclesiastico Eusebio di Cesarea, nella sua Storia ecclesiastica (5,22-24). Cito e commento questo suo scritto (tratto da La Teologia dei Padri, vol. IV, pp. 71-73, traduzione di Mario Spinelli, Città Nuova Editrice) :

Nell'anno decimo dell'impero di Commodo [anno 189, n.d.r.] ad Eleuterio, che tenne l'episcopato di Roma per tredici anni, successe Vittore...  Si agitò in quei tempi una controversia non lieve, perché tutte le Chiese dell'Asia Minore [quest'uso di celebrare la Pasqua quando gli ebrei avevano il primo giorno degli Azzimi, il 14 di nisan, era esteso alla provincia consolare dell'Asia, n.d.r.], basandosi su una tradizione antichissima, ritenevano che si dovesse celebrare la Pasqua del Salvatore nel giorno quattordicesimo della luna, quando era prescritto ai giudei di sacrificare gli agnelli e che in quel giorno, qualunque fosse il dì della settimana, si dovesse in ogni caso porre termine al digiuno. Invece le Chiese di tutto il resto del mondo non seguivano affatto questa usanza e, in base a una tradizione apostolica che vige fino ad oggi, si attenevano all'usanza di non ammettere la cessazione del digiuno se non nel giorno della risurrezione del Salvatore. A questo riguardo si riunirono sinodi e assemblee di vescovi e tutti concordemente notificarono con lettere ai fedeli di ogni luogo la norma ecclesiastica che non si doveva celebrare il mistero della risurrezione del Signore dai morti in nessun altro giorno se non di domenica e che solo in quel giorno si poteva rompere l'osservanza del digiuno pasquale.


Cominciamo con il fare alcune osservazioni. I Quartodecimani costituivano solo una parte minoritaria della Chiesa, "le chiese dell'Asia Minore". Essi sostenevano che la loro consuetudine di celebrare la Pasqua il 14 nisan si basasse su una "tradizione antichissima". Ma anche le chiese di tutto il resto del mondo si attenevano ad una "tradizione apostolica" secondo cui si doveva continuare il digiuno fino alla "resurrezione del Signore", giorno fissato alla domenica successiva al 14 nisan.

Eusebio continua:
Ci sono state conservate fino ad oggi la lettera dei vescovi di Palestina riunitisi allora sotto la presidenza di Teofilo, vescovo di Cesarea, e di Narciso, vescovo di Gerusalemme; la lettera dei vescovi radunatisi a Roma che tratta la stessa questione e porta il nome del vescovo Vittore (189-198); quella dei vescovi del Ponto presieduti da Palma, il più anziano; quella delle comunità di Gallia, di cui era vescovo Ireneo. E ancora la lettera dei vescovi di Osroene e delle città di quella regione; in particolare, poi, quella di Bacchillo, vescovo della Chiesa di Corinto, e di moltissimi altri. Tutti manifestarono la stessa identica opinione, presero la medesima decisione, diedero lo stesso voto. Quale la norma da loro unanimemente decisa, lo abbiamo già detto.


Quindi si contestava ai Quartodecimani non solo la rottura del digiuno prima del giorno in cui si festeggiava la resurrezione di Gesù ma anche il fatto che "il mistero della risurrezione del Signore" doveva essere celebrato la domenica. Da queste parole di Ireneo si comprende  che i Quartodecimani il 14 nisan ricordavano non solo la morte di Gesù, ma ne celebravano anche la resurrezione. È importante la menzione della figura di Ireneo di Lione, il quale era vescovo in Gallia ma proveniva proprio dall'Asia minore, e nelle sue opere ci informa di essere stato discepolo di Policarpo di Smirne. Pur essendo asiatico, Ireneo aveva accettato l'uso delle altre chiese, e giocò un ruolo importante nella pacificazione.

Eusebio prosegue:
Tra molte altre considerazioni, gli rivolge queste testuali parole: «La controversia non riguarda solo i giorni, ma la forma stessa del digiuno. Alcuni ritengono che si debba digiunare un giorno solo, altri due, altri vari giorni; altri ancora computano quaranta ore diurne e notturne, al loro digiuno [qui si parla del digiuno strettissimo che precedeva la Pasqua, non di quello quaresimale, n.d.r.]. Tale varietà nell'osservanza del digiuno non è sorta ai nostri giorni, ma da molto tempo, sotto i nostri predecessori; essi, non essendo probabilmente sufficientemente oculati, trasmisero ai posteri una consuetudine instauratasi per faciloneria e ignoranza. Pur tuttavia essi vissero in pace tra di loro, e anche noi viviamo in pace tra di noi: la diversità del digiuno conferma l'unità della fede».

I vescovi dell'Asia, che sostenevano fortemente di doversi osservare l'uso loro tramandato dagli antenati, erano presieduti da Policrate. Questi, nella lettera da lui scritta a Vittore e alla Chiesa romana, espone in questi termini la tradizione a lui pervenuta: «Noi celebriamo il giorno autentico, e non gli abbiamo né aggiunto né tolto nulla. È nell'Asia, infatti, che si sono estinti i grandi luminari i quali risorgeranno nel giorno della parusia del Signore, quando egli verrà con gloria dal cielo, e risusciterà tutti i santi. Essi sono: Filippo, uno dei dodici apostoli, che si addormentò a Gerapoli, e le due sue figlie invecchiate nella verginità; una terza sua figlia, che visse nello Spirito Santo, riposa a Efeso. Poi anche Giovanni, che riposò sul petto del Signore, che fu sacerdote e portò la lamina d'oro, che fu martire e maestro: egli si è addormentato a Efeso. Inoltre Policarpo, che fu vescovo e martire a Smirne; e Trasea, vescovo di Eumenia e martire, che riposa a Smirne. Che bisogno c'è poi di ricordare Sagari, vescovo e martire, addormentatosi a Laodicea? E il beato Papirio e l'eunuco Melitone, che agì sempre mosso dallo Spirito Santo, e che giace a Sardi in attesa della visita celeste, onde risorgerà dai morti? Tutti questi, in conformità al Vangelo, celebrarono la Pasqua al quattordicesimo giorno, senza nulla variare, seguendo la regola della fede; e anche io Policrate, il più piccolo di tutti voi, osservo la tradizione dei miei parenti, alcuni dei quali furono miei predecessori. Sette miei antenati infatti furono vescovi e io sono l'ottavo. Essi sempre celebrarono la Pasqua nel giorno in cui il popolo ebreo si astiene dal pane fermentato. Io, o fratelli, ho sessantacinque anni nel Signore; sono stato in rapporto con i fratelli di tutto il mondo, ho letto tutta la sacra Scrittura; non mi lascio perciò atterrire dalle minacce. Uomini più grandi di me hanno detto: Obbedire prima a Dio che agli uomini! (At 5,29)».

A ciò soggiunge che i vescovi presenti alla stesura della lettera erano del suo stesso parere, e dice: «Potrei ricordare anche i vescovi qui presenti, che voi mi chiedeste di convocare e io ho convocato. Se scrivessi i loro nomi, sarebbero un bel numero. Pur avendo conosciuto quanto io sia un piccolo uomo, hanno approvato la mia lettera, consci che non porto invano la mia canizie e che sempre sono vissuto nel Signore Gesù».

In seguito a ciò, il capo della Chiesa romana, Vittore, intende staccare immediatamente dalla comunione ecclesiale tutte le comunità dell'Asia e le Chiese confinanti, come eterodosse, e per lettera minaccia apertamente che tutti fedeli di quei paesi andavano incontro alla scomunica. Ma ciò non piacque a tutti i vescovi e molti lo esortarono, al contrario, ad avere cura della pace, dell'unità e dell'amore verso il prossimo. Ci sono state conservate anche le loro lettere, con cui si rivolgono abbastanza aspramente a Vittore. Fra di essi vi fu anche Ireneo che scriveva a nome dei fratelli della Gallia, cui presiedeva. È d'accordo che si debba celebrare il mistero della risurrezione del Signore solamente di domenica, ma esorta anche rispettosamente Vittore a non scomunicare intere Chiese di Dio che osservano l'usanza loro tramandata.


Ireneo ricorda quindi a Vittore, vescovo di Roma, come vi fossero tante usanze diverse in merito all'osservanza del digiuno pre-pasquale e che gia da "molto tempo" si erano instaurate tale differenti usanze, le quali tuttavia non avevano mai pregiudicato l'unità della fede.[1] Si trattava quindi, secondo Ireneo, di particolari secondari.
A ciò soggiunge una considerazione che ritengo opportuno riferire; è di questo tenore: «I presbiteri [vescovi di Roma, n.d.r.] che, prima di Sotero, furono a capo della Chiesa da te governata, cioè Aniceto e Pio, Igino e Telesforo e Sisto, né essi osservarono tale uso asiatico, né lo fecero osservare ai propri fedeli; ma ciò nonostante restavano in pace con i fedeli che provenivano dalle Chiese in cui tale usanza si osservava. Eppure la loro osservanza doveva apparire assai stridente in mezzo a quelli che non la tenevano! Ma nessuno fu per questo riprovato e i presbiteri tuoi predecessori inviavano l'eucaristia a quelli delle Chiese in cui vigeva quella osservanza [anticamente i vescovi solevano scambiarsi l'eucaristia, n.d.r.].


Si noti anche questo importante particolare: le comunità dei credenti celebravano comunemente l'"eucaristia"
. La "Cena del Signore" tenuta il 14 nisan non era quindi l'unica occasione in cui si celebrava l'eucaristia. La disputa, lo vogliamo ricordare di nuovo, verteva sulla data della Pasqua e sulla cessazione del digiuno e non sul fatto che solo una volta all'anno e solo il 14 nisan si doveva celebrare la "cena del Signore", come invece la WTS vorrebbe far credere. I cristiani, infatti, secondo testimonianze antichissime - si veda la Didaché (link), riconosciuta come autorevole dalla stessa WTS - celebravano la "Cena del Signore" o eucaristia ogni domenica e questo sin dalle origini. Questo è un particolare che la Watchtower non menziona o cerca di occultare.

Proseguendo Ireneo conferma questa consuetudine di celebrare frequentemente l'eucaristia:
Anche quando il beato Policarpo venne a Roma, ai tempi di Aniceto, per altre divergenze di lieve conto, subito si scambiarono l'abbraccio di pace e su questo argomento non discussero molto. Infatti Aniceto non poté persuadere Policarpo ad abbandonare l'osservanza che egli, vissuto familiarmente con Giovanni discepolo di nostro Signore e gli altri apostoli, aveva sempre praticato, né Policarpo si sforzò di persuadere Aniceto, il quale asseriva di sentirsi obbligato a mantenere l'uso tramandatogli dai presbiteri suoi predecessori. Pur stando così le cose, rimasero in unità e Aniceto, a titolo di onore, concesse a Policarpo di celebrare in Chiesa l'eucaristia, e alla fine si separarono in pace; e in tutta la Chiesa regnava la pace, sia tra chi seguiva e chi non seguiva l'usanza asiatica». Questi consigli diede e così trattò per la pace delle Chiese Ireneo, che fece veramente onore al suo nome: fu infatti «uomo di pace» non solo di nome, ma anche nelle opere. Non solo con Vittore, ma con molti altri capi di Chiese si tenne in corrispondenza epistolare, trattando la questione che si agitava.


Quindi questi cristiani, compreso Policarpo, discepolo dell'apostolo Giovanni, pur avendo delle divergenze sulla data in cui celebrare la Pasqua (= ricordo della morte e resurrezione di Gesù) e sulla sospensione del digiuno che la precedeva, erano uniti per quanto riguarda la celebrazione dell'eucaristia: «Aniceto, a titolo di onore, concesse a Policarpo di celebrare in Chiesa l'eucaristia, e alla fine si separarono in pace; e in tutta la Chiesa regnava la pace, sia tra chi seguiva e chi non seguiva l'usanza asiatica».


Quindi i TdG sbagliano e travisano i fatti quando citano l'esempio dei Quartodecimani per giustificare la loro osservanza annuale della "commemorazione". La storia attesta infatti che i primi cristiani - sia Quartodecimani che la chiesa in generale - pur seguendo tradizioni diverse in merito alla data in cui celebrare "la Pasqua del Salvatore", erano concordi nel celebrare frequentemente ed unitamente l'eucaristia.[2]

Questo però è qualcosa che i TdG non sanno e che la Watch Tower non ha mai insegnato. Infatti nella Torre di Guardia del 15/3/1994, p. 5 - in un articolo intitolato "Il Pasto Serale del Signore: con che frequenza va celebrato?" -, le parole di Eusebio vengono citate in questo modo:

«In una lettera Ireneo di Lione scrisse: "Aniceto non riuscì infatti a persuadere Policarpo a non osservare il quattordicesimo giorno, come aveva sempre fatto con Giovanni, discepolo del Signore nostro, e con gli altri apostoli con cui era vissuto; né Policarpo persuase Aniceto ad osservarlo, poiché quest'ultimo diceva che bisognava mantenere la consuetudine dei presbiteri a lui anteriori"».

E qui la Watch Tower si ferma. Bastava che avessero citato le tre righe precedenti e le tre righe successive della lettera di Ireneo e si sarebbe compreso che tutti i primi cristiani celebravano l'eucaristia frequentemente e non solo una volta all'anno, come invece la WTS vuole far credere.


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