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Omosessualità secondo gli antichi greci e romani

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Francesco  Colafemmina, filologo e grecista, autore del saggio Il matrimonio nella  Grecia classica. Il libro – «formidabile, ricco di citazioni  sorprendenti e di brillante scrittura» secondo lo scrittore e  giornalista Antonio Socci – fa a pezzi la vulgata tradizionale  inneggiante a una Grecia classica libera e gaia, la cui felicità sarebbe  stata soffocata dall’avvento della buia morale cristiana. Ha contro non  pochi accademici, Francesco Colafemmina, ma dalla sua ha una  documentazione che grida vendetta, e citazioni schiaccianti dei suoi  amati autori greci. «Per cui – dice – se il fine recondito di certa  propaganda era quello di sovvertire l’ordine fondato sul matrimonio tra  uomo e donna, è arrivato il momento di un surplus di efficacia,  chiarezza e coraggio».

A  grattare queste biografie si materializza il verso che Dante dedica a  Semiramide, colei che «libido fé licito in sua legge». Ma veniamo ai  testi. Cosa scrivono, davvero, gli autori greci sull’omosessualità?

In  effetti è quello il punto nodale. È fondamentale però fare prima un  passo indietro. Secondo il dogma ormai imperante, nell’antica Grecia la  pedofilia (o efebofilia) sarebbe stata al centro di un vero e proprio  rito di iniziazione: l’uomo adulto, l’erastés, aveva rapporti sessuali  con l’adolescente, l’eròmenos, e così facendo lo formava anche  spiritualmente. Capiamo bene che nella prospettiva di una formazione  spirituale dell’adolescente avere rapporti pedofili diventava un merito!  Di qui si è poi passati a definire il dogma dell’assenza di una "morale  sessuale" nell’antichità classica attraverso la proclamazione  dell’omosessualità come qualcosa di naturale.

Scusi  Colafemmina, è un caso che l’oncologo Umberto Veronesi tempo fa affermò  che gli omosessuali, a differenza degli eterosessuali, vivono un "amore  puro" perché non volto alla procreazione, quindi un amore spirituale?

Non  è affatto un caso, è esattamente la stessa folle visione. Attenzione  però: quello dell’amore puro e spirituale non è altro che ciò che anche i  gay del tempo affermavano per giustificare le loro pratiche, in un  contesto sociale che invece le condannava risolutamente. L’errore  madornale è che chi ripete oggi queste tesi non fa altro che ripetere  ciò che dicevano gli autori omosessuali della Grecia classica. Oppure  non fa altro che ridire ciò che Platone fa dichiarare ad alcuni suoi  personaggi già noti come omosessuali nell’antichità (come Pausania nel  Simposio) per arrivare però a smontare le loro tesi e a sostenere  l’esatto contrario. È qui che è caduto Galimberti nell’articolo citato,  scambiando Pausania, voce che Platone fa parlare ma non approva, per Platone.

Come  dire che Manzoni la pensa come don Rodrigo… Ci spiega allora come mai  nell’immaginario collettivo Platone passa per un autentico guru  dell’omosessualità?

La promiscuità sessuale è tipica di  taluni ambienti aristocratici ateniesi e Platone ci racconta anche  questo. Eppure più che il soddisfacimento delle nostre pruderie storiche  dovrebbe interessarci ciò che Platone ha davvero scritto  sull’omosessualità: quattrocento anni prima di Cristo e  duemilaquattrocento anni prima del Catechismo della Chiesa cattolica, Platone  scrive che l’omosessualità è «contro natura». Nelle Leggi (636, c), ad  esempio, si legge testualmente: «Il piacere di uomini con uomini e donne  con donne è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere». Più chiaro di così!

La  verità è che nella Grecia classica l’omosessualità non era affatto così  diffusa come si crede, e soprattutto, cosa che conta ancora di più, non  era istituzionalizzata. Eschine, politico e oratore ateniese del IV  secolo avanti Cristo, nell’orazione Contro Timarco scrive che ad Atene  era vietato aprire scuole e palestre col buio affinché i ragazzi fossero  sempre sorvegliati; e che, anche se col consenso del familiare, era  vietato dare un giovane a un amante omosessuale per ottenerne in cambio  denaro o altri benefici. Eschine scrive che era addirittura vietato agli  adulti essere apertamente omosessuali praticanti. È interessante notare  che gli omosessuali erano chiamati con un appellativo decisamente  forte: cinedi (kinaidos al singolare), etimologicamente "colui che  smuove la vergogna" o, per altri, e in un senso ancor più realistico,  "le vergogne".

Vuole dire che nella Grecia del IV e V secolo  a.C. a uno come Cassano nessuno avrebbe intimato di scusarsi in  ginocchio sui ceci?

Guardi, basterebbe leggere Aristofane per  fare di Cassano un chierichetto. Celebre è il repertorio, che oggi si  direbbe omofobico, che il commediografo greco dedica ad gay del suo  tempo. Parliamo di epiteti come lakkoproktos, katapygon, euryproktos,  parole assolutamente intraducibili. Altro che cassanate.
Gentilmente, traduca. Gli accademici potrebbero rimproverarla di non essere un filologo rigoroso.
Confidando  nella libertà di tono di questo giornale posso dire che euryproktos,  per esempio, può tranquillamente tradursi con "culaperto". Espressione  tipica della sospensione delle regole operata dalla commedia, ma  certamente poco gay-friendly. L’omosessuale era un tipo comico e se  volessimo seguire la teoria di Henri Bergson potremmo affermare che il  riso della commedia è un cementante sociale.

Ma allora dove nasce il mito dell’ordinaria omosessualità del mondo greco?

I molti che erano in malafede (spesso perché gay) ci hanno marciato
,  e lo abbiamo detto; chi era in buona fede, invece, ha commesso lo  sbaglio tipico della nostra epoca di "sessualizzare" tutto e troppo. I  "ti amo" trovati nelle lettere di Leopardi a Ranieri o in quelle di  Frontone a Marc’Aurelio, l’amicizia di Patroclo e Achille o di Eurialo e  Niso, sono diventati immediatamente "chiari indici di omosessualità".  Semplicemente leggiamo quegli scambi di amichevole e profonda affettuosità con gli occhi malati di oggi,  interpretando male amicizie autentiche, sane e purissime. È un errore  e, insieme, una grande perdita. Non è un caso che oggi sviliamo  l’amicizia e il suo valore a una richiesta di un contatto su Facebook.

Che  ci dice invece della figura della donna nella Grecia classica? Davvero  il suo ruolo era nettamente inferiore a quello di una donna  contemporanea o anche qui c’è qualche mito da sfatare?

Segregata,  la donna, non direi proprio. Pensiamo solo alle feste religiose  dell’Atene del V e VI secolo: si è calcolato che fossero addirittura 150  l’anno, se solo i tribunali pubblici restavano chiusi per le feste  religiose per 54 giorni. Tra queste e un po’ di shopping, alle ragazze  ateniesi non mancava certo la possibilità di adocchiare e sorridere a  potenziali pretendenti. E poi avevano stratagemmi privati anche per  contribuire alla scelta del marito.

Si riferisce al "caffè della consolazione" raccontato nel suo saggio?

Sì,  per esempio. È stata una tradizione viva fino a qualche decennio fa in  Grecia. Il pretendente, il gambròs, si recava nella casa della ragazza  per incontrare il padre e magari concordare i termini della dote. La  particolarità era tutta nel salotto in cui il giovane veniva accolto  (nel museo di Kastorià, nel nord della Grecia, se ne conserva uno  bellissimo). Nascosto da un quadro, un buco sulla parete permetteva alla  figlia di osservare chi era arrivato fin lì per chiedere la sua mano.  Se il giovane non le andava a genio veniva servito un caffè molto  zuccherato, il caffè della consolazione, appunto. Il giovane non avrebbe  avuto la mano della ragazza ma sarebbe tornato a casa con la bocca  dolce.

Quali sono le assonanze tra matrimonio cristiano e matrimonio greco?

Sono  fortissime. Guardi, possiamo essere precisi perché in questo ci aiuta  molto l’Economico di Senofonte. Come per il cattolicesimo, anche per la  Grecia classica il fine principale del matrimonio era la procreazione.  L’ateniese del IV secolo avanti Cristo considerava i figli "una grazia  di Dio". Sempre da Senofonte sappiamo che l’altro fine del matrimonio era l’educazione della prole.  Per cui quanto a scopi principali siamo perfettamente in linea con  quanto insegna la dottrina cattolica nella Gaudium et Spes. Non solo,  nel matrimonio greco c’è anche la meta della castità coniugale. Oltre  che in Senofonte, la sophrosyne, un concetto assolutamente analogo a  quello di castità, lo troviamo in Plutarco e in autori come Carìtone  d’Afrodisia.

Dov’è allora la differenza?

Per certi  versi si può trovare nell’indissolubilità, elemento che il cristianesimo  ha portato a pienezza e purificato. Le nozze per gli antichi greci non  erano legalmente indissolubili come per i cristiani. Eppure anche su  questo tema quello che solitamente non si legge è che il rapporto  monogamico è in qualche modo insito nella cultura greca. Basterebbe  leggere l’Andromaca (vv. 11-179), in cui Euripide si lancia in un  nobilissimo elogio della fedeltà monogamica, come del resto fa anche  nell’Alcesti. È però forse di Plutarco la più bella celebrazione del  vincolo sacro: nell’Amatorius (767 D-E) si arriva ad affermare che  l’affetto per le proprie mogli è «simile alla partecipazione ai grandi  riti sacri».

Infatti leggendo Plutarco di Cheronea sembra di  avere davanti un autore cristiano, non siamo lontani dallo zelo e dal  pathos delle lettere paoline. I Precetti coniugali – opera plutarchea  che lei riporta integralmente in appendice al saggio – possono essere  considerati una sintesi della visione che la Grecia classica aveva  dell’etica matrimoniale?

I Precetti coniugali (Gamikà  Paranghélmata) sono in effetti una lettura strabiliante se pensiamo che  provengono da una fonte pagana. Furono composti da Plutarco in occasione  del matrimonio di due suoi allievi, Polliano ed Euridice, nel I secolo  dopo Cristo. È un’opera agile e godibilissima, un trattatello sulla vita  coniugale ricco di massime, amorevoli consigli pratici e racconti  esemplari, quasi un libro sapienziale se non fosse per l’allegria che lo  pervade. Un’opera che personalmente farei leggere nei corsi  prematrimoniali, spesso così scialbi. Di certo i Precetti coniugali  rappresentano bene quella che era l’etica matrimoniale per gli antichi  greci, nutrita da valori saldi, da rapporti fondamentalmente monogamici  propri di una solida civiltà contadina, valori poi trasferitisi nella  società cristiana e nobilitati dalla sua etica. Non è certo un caso se  l’opera plutarchea sarà poi ripresa da autori cristiani come Ugo da San  Vittore (De amore sponsi ad sponsam) e san Girolamo (Adversus  Iovinianum).

Colafemmina, qual è lo scopo ultimo del suo saggio?

In  realtà è un augurio. Che una sintesi alta tra una ritrovata morale  ellenica e l’etica cattolica possa offrire uno specchio in cui  riflettere l’eredità inestimabile che abbiamo ricevuto dal mondo  classico. E in cui vedere anche il rischio che comporta l’incamminarsi a  passo svelto nella direzione opposta, quella del baratro.

Sarà  un caso che molti degli accademici che hanno messo in giro queste idee  siano omosessuali? Il filosofo Michel Foucault, professore al Collège de  France, la più prestigiosa istituzione culturale francese, morì di Aids  nel 1984. Anche John Boswell, docente all’Università di Yale e  attivista gay (a Yale organizzò il Centro di studi lesbici e gay), colui  che per tutta la vita tentò di far convivere morale cattolica e  condotte gay (vedi il suo Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al XIV secolo),  morì di Aids a 47 anni, alla vigilia del Natale del 1994. E l’elenco  degli studiosi con biografie "interessate" sarebbe ancora lungo. Per la  cronaca, Boswell è l’autore a cui si rifà Umberto Galimberti (senza  ovviamente citarlo, com’è suo costume) per affermare che sant’Anselmo  d’Aosta, canonizzato nel 1494 e proclamato Dottore della Chiesa nel  1720, fosse omosessuale. Galimberti lo scrive in una risposta a un  lettore apparsa su D, il magazine femminile di Repubblica, il 28 luglio  scorso. Purtroppo siamo a questo punto.

«Che ne sarà», si chiede Morandini, «di Platone,  che relega "l’omosessualità maschile e femminile" fra le "perversioni  che sono responsabili di incalcolabili sciagure, non solo per la vita  privata dei singoli, ma anche per l’intera società" (Leggi, 836, B)?».

E di «Seneca,  che tesse le lodi dell’amore sponsale contrapponendolo ad altre unioni»  che il filosofo romano riteneva «contro natura» (Cfr. Epistulae ad  Lucillium, 116, 5; 123, 15)?

E di «Kant che, in Metafisica dei costumi è fortemente critico verso l’omosessualità?». «Che ne sarà di costoro? Potranno essere ancora studiati –  prosegue Morandini -, oppure chi sarà sorpreso con libri loro in  possesso magari quelli ricordati, in cui sono contenute esplicitamente  "idee fondate sulla superiorità", rischierà» la reclusione fino a  quattro anni (sei, se si è capo di un’organizzazione), come prevede la  legge sull’omofobia?

«Nelle Leggi (636, c) di Platone, prosegue Colafemmina,  «ad esempio, si legge testualmente: "II piacere di uomini con uomini e donne con donne è contro natura  e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere».  Più chiaro di così! La verità è che nella Grecia classica  l’omosessualità non era affatto così diffusa come si crede, e soprattutto, cosa che conta ancora di più, non era istituzionalizzata». Infatti gli antichi Greci mai si sognarono di rivendicare il matrimonio omosessuale!

Mentre in due passi, nel Fedro e nelle Leggi, Platone si spinge ad affermare che la sessualità omofila è contro natura:
«Chi  non è di recente iniziato, o è già corrotto, non si innalza prontamente  di qui a lassù, versola Bellezzain sé, quando contempla ciò che quaggiù  porta lo stesso nome. Di conseguenza, guardandola, non la onora, ma,  dandosi al piacere come un quadrupede che cerca solo di montare e  generare figli, e, abbandonandosi a eccessi, non prova timore e non si  vergogna nel correre dietro a un piacere contro natura» (Fedro, 250e-251a).

«Da  un lato avremo, dunque, chi è amante del corpo ed è affamato dalla sua  fiorente giovinezza come di un frutto di stagione; costui si farà forza  per saziarsene senza dare alcun valore allo stato d’animo dell’amato.  Dall’altro lato avremo, invece, chi non dà soverchio valore alla brama  del corpo e per questo, pur ammirandolo, piuttosto che amandolo, con la  sua anima desidera sinceramente un’altra anima, così da ritenere un mero  atto di violenza il godimento che segue al rapporto fra due corpi, e,  invece, così da onorare e insieme rispettare la temperanza, il coraggio,  la magnanimità e l’assennatezza, tanto che il suo ideale sarebbe quello  di vivere sempre in castità con un amico casto». (Leggi, VIII 837 c-d)

L’altro autore citato ad esempio è Eschine, famoso politico ed oratore ateniese del IV secolo avanti Cristo, il quale – continua il grecista – "nell’orazione  Contro Timarco scrive che ad Atene era vietato aprire scuole e palestre  col buio affinchè i ragazzi fossero sempre sorvegliati; e che, anche se  col consenso del familiare, era vietato dare un giovane a un amante  omosessuale per ottenerne in cambio denaro o altri benefici. Eschine  scrive che era addirittura vietato agli adulti essere apertamente  omosessuali praticanti. È interessante notare che gli omosessuali erano  chiamati con un appellativo decisamente forte: cinedi (kinaidos al  singolare), etimologicamente "colui che smuove la vergogna" o, per  altri, e in un senso ancor più realistico, "le vergogne".

Veniamo ad Aristotele,  il quale nell’Etica Nicomachea (1148b 24-30) dice che «fare all’amore  tra maschi» è uno dei «comportamenti bestiali». Sono solo accenni, che  richiederebbero molto precisazioni (tra l’altro non abbiamo ricostruito  le argomentazioni, invero leggermente sbrigative, di Platone e  Aristotele a supporto di queste loro tesi). Bastano però per mostrare  come due fra i più grandi Greci (anzi fra i più grandi pensatori di  tutti tempi) siano stati contrari all’omosessualità.

Se poi ci  spostiamo tra i Romani, le condanne, anzitutto del matrimonio  omosessuale, ma anche dell’omosessualità, abbondano. In effetti, come ha  rilevato una grande e compianta storica come Marta Sordi, il matrimonio  romano è sempre stato monogamico e solo tra un uomo e una donna.  Perciò, le nozze omosessuali di Nerone vennero biasimate duramente da  autori come Tacito, Svetonio e Cassio Dione. Per continuare con gli esempi, Musonio Rufo (stoico del I secolo d.C.) specialmente nella Diatriba XII afferma chiaramente: «Gli  unici tipi di unioni che dovrebbero essere considerate giuste, sono  quelle che hanno luogo all'interno di un matrimonio e sono finalizzate  alla procreazione di bambini, […] laddove quelle che perseguono il  mero piacere sono ingiuste e illegittime, anche qualora dovessero avere  luogo all'interno di un matrimonio».

Quanto a Seneca (forse il  più grande tra i filosofi stoici), loda l'amore sponsale  contrapponendolo ad altre unioni che considera contro natura (Epistulae  ad Lucillium, 116, 5; 123, 15). E nel De matrimonio insiste proprio sulla liceità delle sole unioni sponsali finalizzate alla generazione.

Infine Epitteto, analogamente, biasima le unioni non matrimoniali ed approva solo quelle dirette alla procreazione  (Diatribe, III 7, 21; II 18, 15-18; III 21, 13). Potremmo continuare a  lungo, ma una cosa dovrebbe essere chiara: la condanna  dell’omosessualità e del matrimonio omosessuale non l’ha affatto  cominciata il cristianesimo.

Anche questo è un falso mito  inventato dalle lobby gay, nel tentativo di dimostrare la normalità del  pensiero e del comportamento omosessuale.
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