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Pentecoste - Significato catechesi

LA PENTECOSTE PER GLI EBREI

In considerazione del fatto che i protestanti e pentecostali amano puntare il dito su ogni festa o commemorazione cattolica, prima fra tutte la festa del Natale, che, dicono, derivi dalla festa pagana del "Sol Invictus",  aldilà del fatto che noi cattolici non abbiamo festeggiato mai il "Sole Invictus" ma Gesù, "
Ma coloro che ti amano siano come il sole,quando sorge con tutto lo splendore" Giudici 5,31 e
Luca 1,78 "grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge"


riflettevo sulla loro profonda ignoranza, biblica e storica, che li porta a parlare SEMPRE per sentito dire, senza mai approfondire un bel nulla, sono dei megafoni del loro pastore, quindi elementi passivi che amplificano la voce altrui.ad esempio, a proposito della Pentecoste, feste ebraica, che improvvisamente con la resurrezione di Gesù Cristo cambiò di significato per i cristiani ad opera della Spirito Santo.
Ignorantemente potremmo dire che noi cristiani festeggiamo ancora una festa non cristiana, ma ebraica, cioè una festa seguita da coloro che uccisero Gesù, perché non lo riconobbero come Messia.
La realtà però ci dice che non importano le origini di una festa, ma il significato che gli si attribuisce,
noi cristiani attribuiamo a Pentecoste la festa della discesa dello Spirito Santo, non ci importa di quello che vi festeggiavano gli ebrei,  e lo stesso vale per il Natale, noi festeggiamo la nascita di Gesù che pur è nato in mezzo agli uomini.

Pentecoste significa cinquanta in greco, ed indica il temine ebraico delle Settimane,
appunto Shavuot. La festa di Pentecoste viene celebrata cinquanta giorni dopo
il secondo giorno di Pasqua. La Shavuot commemora la consegna della legge da parte di Dio a Mosè sul monte Sinai.

Ecco come viene celebrata la Shavuot, nelle Sinagoghe  si leggono i Dieci Comandamenti.
Gli ebrei più pii, fanno la veglia notturna meditando seduti la legge di Dio.
Ma Shavuot è una doppia festa, infatti è anche la festa delle primizie, cioè la raccolta dei
primi frutti in primavera, la Sinagoga viene adornata e decorata con bellissimi fiori e piante.
E’ uso durante la Shavuot, consumare pasti a base di latte e latticini.
La festa durava un giorno ai tempi di Gesù ma oggi si festeggia per due giorni.

Lo stesso vale per la Pasqua, che per gli ebrei aveva un significato e per noi cristiani SIGNIFICA RESURREZIONE di quel Cristo Gesù che gli ebrei chiamano ancora oggi IMPOSTORE!

Le immagini dello Spirito Santo       
Scritto da Card. Giacomo BIFFI    

La Sacra Scrittura ci rappresenta con immagini la terza Persona della Santissima Trinità. Che, a differenza del Padre e del Figlio, non ha un nome esclusivo. Vediamole…

I.    Alcune certezze
Chi si accinge a riflettere (e poi a parlare e scrivere) sullo Spirito Santo non deve mai perdere di vista alcune principali certezze che su questo argomento ci sono offerte dalla Rivelazione divina.
Lo Spirito – il “Pneuma” – non è un’idea, una categoria astratta, una soggettiva etichetta speculativa (come nei “sistemi” dei filosofi idealisti, quali Hegel, Gentile, Croce).

1. Per il cristianesimo lo Spirito è una Persona divina, che sussiste nell’ambito della vita trinitaria. Nella Sacra Scrittura non è mai presentato come qualcosa di creato, perciò la sua origine deve necessariamente trovarsi entro la realtà eterna e assoluta dell’unico Dio.

2. Gesù dice: «Lo Spirito di verità che procede dal Padre» (Gv 15,26). Il Padre, che è la sorgente di tutta la vita divina, è anche il principio dello Spirito Santo.

3. Con la stessa chiarezza è detto che Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto, lo manda a noi nella perenne effusione pentecostale che trasforma il cuore dell’uomo e suscita il prodigio della Chiesa. Lo Spirito è dunque “di Cristo” non solo perché è implorato e ottenuto dal Redentore immolato e trasfigurato, ma anche e soprattutto perché è (per così dire) il “respiro del Risorto”, che egli alita sulla sua Chiesa (cf Gv 20,22).

II.    Una particolare difficoltà

Senza un nome esclusivo
La difficoltà di capire la Terza Persona e di parlarne è data anche dal fatto che la parola di Dio non lo chiama con un nome che davvero gli appartenga in modo esclusivo: «Spirito» – in quanto dice negazione di ogni materialità – è qualifica che per sé conviene a tutte e tre le Persone divine. E così mentre il Padre e il Figlio sono indicati, e in qualche modo descritti, da una analogia – una somiglianza, sia pur lontanissima – desunta dai fondamentali rapporti umani (di “paternità” e di “filiazione”), per la Terza Persona non abbiamo nemmeno questo flebile ausilio terminologico.

L’aiuto di alcune immagini
Ma, quasi a incoraggiarci a proseguire nonostante tutto nella nostra meditazione e a non accontentarci dell’ossequio di un totale silenzio, la parola di Dio ci offre il sussidio di alcune figurazioni. Proprio dall’esame di queste immagini – che di loro natura sono un po’ eterogenee e concettualmente non rigorose – cercheremo di raccogliere con tutte le cautele del caso ogni possibile favilla di luce.

III.    Le immagini
Le immagini del Paràclito che prendiamo in considerazione sono tre: il fuoco, l’acqua e la colomba.
L’immagine del fuoco
Lo Spirito Santo è prima di tutto paragonato al fuoco. Come ogni descrizione simbolica, anche questa va interpretata.
«Battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Lc 3,16), aveva detto del Messia il suo Precursore. E questa citazione ci dà la prima e più semplice chiave di lettura. Lo Spirito investe l’uomo come concretamente esiste; cioè l’uomo che è contaminato dal male. Non si limita a evidenziarne la miseria con la sua luce, ma la cancella con la più tormentosa e radicale delle purificazioni: una purificazione assoluta che bruci ogni scoria. «Ognuno sarà salato con il fuoco» (Mc 9,49), ha detto Gesù duplicando il paragone. Lo Spirito non è un “tranquillante”: la sua immancabile azione è quella di affinare penosamente l’essere su cui Egli è disceso. Non c’è presenza vera dello Spirito che lasci l’uomo quieto e compiaciuto della sua connaturata mediocrità. Tutta la ruggine dell’anima – orgoglio, indolenza, sensualità, ripiegamento su di sé, avidità, viltà, acredine, volubilità – è assalita da questo fuoco.
Se c’è in noi peccato accolto e addirittura giustificato dalle mirabili acrobazie dialettiche delle quali talvolta ci scopriamo capaci, allora è certo che non domina in noi lo Spirito di Dio.

Un fuoco incontenibile
A Pentecoste un gruppo di uomini riceve il battesimo infocato dello Spirito (cf At 2,3- 4). Subito essi abbandonano ogni pavidità, ogni esitazione, ogni riserbo e si mettono irresistibilmente a gridare a tutti «le grandi opere di Dio» (cf At 2,11).
Chi è afferrato dallo Spirito non può accontentarsi di essere un contemplatore solitario e segreto della verità, ma – lo voglia o no – se ne fa annunciatore per gli altri. Come racconta di sé il profeta Geremia: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,9).

L’immagine dell’acqua
«Gesù ritto in piedi esclamò ad alta voce: “Se qualcuno ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo grembo”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Gv 7,37-39).
L’uomo è sempre un assetato, anche quando non se ne rende conto. Si sente incompleto e perciò è tormentato dal desiderio di qualcosa che possa placare le sue fondamentali aspirazioni. I valori che sono oggettivamente “dissetanti” sono la conoscenza, l’amore, la gioia: non ce ne sono altri, che non siano o riflessi di questi o illusori. E sono appunto i doni con cui lo Spirito risponde alla nostra sete.
La sua è un’acqua sovrabbondante e inesauribile: come l’acqua offerta alla samaritana, che fino allora era andata portando la sua arsura da una cisterna all’altra (cf Gv 4,7-26). Sono addirittura «fiumi» – ci dice il Signore – che fanno perdere ogni attrattiva alle pozzanghere degli appagamenti terreni. È un’acqua che, pur avendo un’origine celeste, scaturisce dal mondo interiore dell’uomo («dal suo grembo»). Questo è sempre lo stile dello Spirito, che agisce sì su di noi, ma come se fossimo noi a essere quasi i comprincìpi delle sue stesse donazioni. È un’acqua «viva»: è sempre fresca e nuova, e regala la vita più piena e più vera. È una fonte che non inaridisce mai, ma dentro di noi «zampilla per la vita eterna » (Gv 4,14); cioè fino a quando saremo finalmente sommersi nel mare di luce e di felicità che è proprio di Dio.

L’immagine della colomba
La figura più consueta all’arte cristiana per rappresentare lo Spirito di Dio è senza dubbio la colomba. Compare nell’episodio del battesimo di Gesù nel Giordano, ed è ricordata da tutte e quattro le narrazioni evangeliche. La comunità primitiva dunque è stata unanime nel giudicarla importante per la sua catechesi.
La scena del Nazareno che esce dall’acqua – simbolo e compendio del mondo nuovo – richiama da un lato la prima pagina della Genesi (Gen 1,2), dove lo Spirito di Dio è presentato appunto come un uccello che si libra sulle acque primordiali, aspettando il mondo che sta per affiorare e iniziare così la sua storia; dall’altro la conclusione del diluvio, con la colomba che annuncia la rinascita di una terra purificata e pronta a ricominciare la vita.
Nel battesimo di Gesù lo Spirito «come una colomba» (Mc 1,10) segna e proclama dunque l’emergere dalle acque mortifere di un universo redento, riconsacrato, nuovo. In questa sembianza, come si vede, lo Spirito è denotato come il principio di ciò che è giovane e sopravveniente: dove si effonde lo Spirito, si avvia qualcosa di inedito, di inaudito, di imprevedibile.
Le “novità” mondane sono per forza effimere: dopo un giorno sfioriscono. Le “novità” dello Spirito permangono e permangono nuove, perché nello Spirito è giovane non chi ha corte radici nel tempo, ma chi ha radici forti e profonde nella realtà eterna. Per questo le opere ai cui inizi presiede lo Spirito – come l’incarnazione del Figlio di Dio, la sua azione messianica, la Chiesa, l’esistenza battesimale – non sono soltanto una “sorpresa” per la mentalità puramente naturale, ma possiedono anche la prerogativa di una freschezza senza data.

I «cieli squarciati»
Per lasciar discendere la misteriosa «colomba » i cieli si aprirono, raccontano Matteo e Luca (cf Mt 3,16; Lc 3,21). Marco usa un linguaggio più espressivo e dice che i cieli furono «squarciati» (Mc 1,10). Non è stato un pertugio sottile quello per cui lo Spirito è passato verso la sua avventura terrestre; o un rapido schiudersi di un’imposta, subito gelosamente rinserrata: è stato uno scardinamento totale e definitivo.
Con la manifestazione dello Spirito sul Cristo – servo obbediente votato al dolore, figlio unico e amato dal Padre, uomo nel quale tutte le nostre sorti sono anticipate e raccolte – il muro dell’antica prigione è caduto ed è nata la nostra libertà: la libertà di essere quello che dobbiamo essere e di entrare nel Regno. Perciò san Paolo dice: «Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà » (2 Cor 3,17).
Per coloro che emergono rinnovati dalle acque battesimali, la terra è diventata il vestibolo della casa paterna: in virtù dello Spirito, ci si prepara a entrare anche visibilmente nella dimora della divina famiglia.

IL TIMONE  N. 111 - ANNO XIV - Mrzo 2012 - pag. 48 - 49.

Nel giorno di Pentecoste, che era già una festività giudaica, erano riuniti a Gerusalemme ebrei giunti da diverse parti del mondo allora conosciuto.
Alcuni venivano dalla Mesopotamia, altri dalla Cappadocia, dall'Egitto e dall'Arabia. La cosa più sorprendente fu che ciascuno di loro sentì predicare gli Apostoli nella propria lingua. Fu chiaramente un miracolo che indicava come il Vangelo doveva essere predicato in tutto il mondo, fino a raggiungere gli estremi confini della terra. Nella loro predicazione, gli Apostoli erano istruiti interiormente dallo Spirito Santo. Gesù lo aveva detto chiaramente: «Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).

Lo Spirito Santo lo abbiamo ricevuto in dono anche noi. Lo abbiamo ricevuto già con il Battesimo, ma è soprattutto con la Cresima che il Paraclito è disceso su di noi e ci ha arricchiti con i suoi Sette Doni. Lo Spirito Santo è il nostro Santificatore. Lo dobbiamo pregare frequentemente, affinché, come dice san Paolo nella seconda lettura, non ci facciamo dominare dalle opere della carne (cf Rm 8,8), ovvero dal peccato che continuamente ci minaccia. Sarà una cosa molto bella ripetere ogni giorno, magari al mattino, la bella Sequenza allo Spirito Santo che abbiamo recitato prima della lettura del Vangelo. Con questa stupenda preghiera abbiamo domandato al Paraclito che ci invada nell'intimo del nostro spirito, che lavi la nostra anima, che la irrighi se arida, che la sani se piagata, che la scaldi se gelida. Recitiamo questa Sequenza con amore e attenzione.

La parola Paraclito
, con cui è chiamato lo Spirito Santo, significa Consolatore. Egli ci consola nelle nostre miserie e guida la nostra preghiera, ispirandoci ciò che è bene domandare al Padre. Lo Spirito Santo arricchisce la nostra anima con i suoi Sette Doni, che ci fanno essere dei santi cristiani. Essi sono come dei piccoli semi che devono essere irrigati dalla nostra preghiera per giungere a maturazione. Nella vita dei Santi possiamo vedere il loro pieno sviluppo.

Il primo dono è la Sapienza
, che ci permette di ragionare non secondo il mondo, ma secondo la profondità di Dio, e ci dona il gusto inesprimibile di Dio e delle realtà divine; poi abbiamo il dono dell'Intelletto, che ci consente di approfondire le verità della nostra Fede e di aderire ad esse quasi per un istinto soprannaturale; segue poi il dono della Scienza, che ci dà la capacità di risalire al Creatore partendo dalle creature e di vedere in ciascuna delle creature un riflesso di Dio; poi abbiamo il dono del Consiglio, che, nei momenti più importanti, ci suggerisce la decisione giusta da prendere secondo la Volontà di Dio, e, innanzitutto, ci suggerisce di ascoltare con docilità il consiglio di una saggia guida spirituale; vi è inoltre il dono della Fortezza che ci dà l'energia per resistere al male che c'è intorno a noi e, tante volte, anche dentro di noi; in seguito, c'è il dono della Pietà che perfeziona il nostro amore e lo dilata oltre l'umana ristrettezza, per poter così amare Dio e il prossimo nostro fino all'eroismo; infine, abbiamo il dono del Timor di Dio, che ci consente di evitare il peccato, non tanto per paura dei castighi, ma per puro amor di Dio.
Preghiamo con fiducia lo Spirito Santo che questi piccoli semi, nella nostra vita, giungano a perfetta maturazione.


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