I sette vizi capitali catechesi - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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I Sette Vizi Capitali

1) Superbia
Il superbo ostenta sicurezza e cultura e sminuisce i meriti altrui. La sua posizione psicologica è però più complessa: non sempre è realmente convinto di possedere tutte le qualità che lui stesso si attribuisce. Teme delusioni e insuccessi perché rivelerebbero la triste verità che egli stesso sospetta, quella di essere in realtà un mediocre, un normodotato, di rientrare nella media.

2) Accidia
Indolenza, indifferenza: l'accidioso indugia voluttuosamente nell'ozio e nell'errore. Sa quali siano i suoi impegni, ma pur di non assolverli, ne ridimensiona la portata, autoconvincendosi che si tratti di piccolezze e che rimandarle non comporti conseguenze gravi.

3) Lussuria
La lussuria non è la semplice dedizione ai piaceri sensuali. Lussurioso è soprattutto chi si lascia rapire e cullare continuamente dalla fantasie sensuali. La lussuria diventa un vizio quando il costante volgersi del pensiero al desiderio impedisce il normale svolgimento delle incombenze quotidiane.

4) Ira
L'ira non è l'occasionale esplosione di rabbia:  diventa un vizio in presenza di un'estrema suscettibilità che fa sì che anche la più trascurabile delle inezie sia capace di scatenare una furia selvaggia.

5) Gola
Il peccato di gola non è la mera ingordigia o la smodata consumazione di cibo, ma il lusso alimentare, la predilezione per la cucina raffinata, la propensione a cibarsi esclusivamente di pietanze  pregiate e costose.

6) Invidia
Per l'invidioso, la felicità altrui è fonte di personale frustrazione. Sminuisce i successi altrui e li attribuisce alla fortuna o al caso o sostiene che siano frutto di ingiustizia.

7) Avarizia
Estremo contenimento delle spese non perché lo imponga la necessità, ma per il gusto di risparmiare fine a se stesso. L'avaro si sente un virtuoso e si descrive con aggettivi delicati ed equilibrati: prudente, attento, oculato, parco.


SUPERBIA
Le quattro specie ovvero i quattro tentacoli con cui ci tiene avvinghiati

Il brutto mostro della superbia, oltre che sette figlie, ha anche quattro specie, che potrebbero essere
allegoricamente paragonate ad una sorta di tentacoli con cui questa brutta bestia ci tiene avvinghiati alle sue pestifere spire. San Tommaso d’Aquino le descrive in questo modo: vantarsi di avere ciò che non si ha; credere che il bene posseduto derivi da se medesimi; credere che il bene posseduto derivi dall’Alto, ma sia dovuto ai propri meriti; cercare di far apparire del tutto singolari le doti che si hanno disprezzando gli altri. Penso che, se siamo un po’ onesti con noi stessi, difficilmente potremmo affermare di non essere caduti in almeno qualcuno di questi brutti atteggiamenti. Quante volte i discorsi dei mortali di riducono ad uno squallido sciorinamento di improbabili “palmarès” infarciti di inesistenti meriti, titoli, posizioni di prestigio, esperienze, ricchezze, etc. Vantarsi di avere ciò che non si ha mette bene in luce la radice evanescente e inconsistente del vizio della superbia, la cui etimologia ebraica significa “vapore, fumo”. Quanti figli dell’uomo trascorrono la vita terrena vendendo fumo, amara constatazione che la sapienza popolare ha cristallizzato nel popolare aforisma: “tutto fumo e niente arrosto!”. Poniamo invece il caso che una persona si vanti di beni, meriti e titoli realmente posseduti: ecco così comparire la seconda specie in cui si manifesta e morde la mala bestia della superbia. San Paolo, nelle sue lettere, tuonò con forza e vigore: “che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se lo hai ricevuto perché te ne vanti come se non lo avessi ricevuto?” (1Cor 4,7). Quale uomo può essere tanto stolto da non riconoscere che niente è suo di tutto quello che ha, che fa e che è? A partire dal dono della vita, che noi riceviamo senza nemmeno sapere consapevolmente quando e come (noi sappiamo la nostra data di nascita solo perché ce lo hanno detto i nostri genitori), proseguendo con la “permanenza nella vita” (riceviamo dall’atmosfera l’ossigeno per respirare e dal cuore il battito vitale per tenere in vita il nostro organismo) e terminando con un’infinità di altre cose (sono laureato? Ma i miei genitori mi hanno permesso di studiare! Sono intelligente? Ma questo non dipende dai miei meriti, è un dono che mi sono ritrovato e che posso solo far fruttificare. Ho un bel carattere? Ma quali meriti potrei vantare nei confronti di altri disgraziati fratelli che, senza colpa alcuna, si trovano a combattere con pessimi caratteri? Gli esempi, com’è evidente, potrebbero moltiplicarsi all’infinito…). Ho raccontato spesso che in un momento forte e drammatico della mia esistenza, quando vedevo spegnersi tra inaudite sofferenze un mio caro giovanissimo amico colpito da un brutto male, mi ritrovai una mattina a ringraziare il Signore perché, alzandomi, potevo recarmi in bagno usando le mie gambe… Fatto che davo per scontato, prima di vedere quel caro ragazzo inchiodato in un letto e costretto alle torture di cateteri e altri noti strumenti utilizzati per aiutare i malati ad espletare le normali funzioni fisiologiche… e mi chiedevo (e mi chiedo): ma c’è bisogno di situazioni così estreme per rendersi conto che tutto è dono?... Veniamo alla terza ridicola variante di questo stupido vizio: d’accordo, il bene che io possiedo è un dono di Dio, ma lo ha fatto a me e non ad altri perché io sono più bravo e dunque lo merito… In altre parole: certo che i doni che ho vengono da Dio, ma a chi altri se non a me Dio dovrebbe elargirli, dato che sono così buono, così santo, etc.? Magari vado a Messa tutte le domeniche, prego regolarmente, faccio pure qualche digiuno, metto i soldi nella questua in Parrocchia, do pure qualche spicciolo agli importuni lavavetri, etc. Quindi, come potrebbe Dio non beneficarmi? La risposta l’ha data Gesù nella ben nota parabola del fariseo e del pubblicano, che sarebbe quanto mai opportuno farne oggetto di frequente e attenta meditazione…. L’ultimo atto estremo della fantasia di questo mostro consiste nel dar vita al quarto tentacolo. Va bene, mi arrendo i beni derivano da Dio e non li ho meritati, però i miei sono proprio belli, “super”, stratosferici. Devo certamente ringraziare il Signore e ciò perché mi ha oltremodo beneficato, ponendomi in una condizione elitaria e privilegiata rispetto ai poveri comuni mortali che non hanno doni tanto belli e tanto grandi... Esattamente il contrario di ciò che hanno sempre fatto e insegnato gli uomini santi, che pur insigniti di doni talora realmente eccellenti e straordinari, si schernivano cercando di minimizzarli e ritenendosene del tutto immeritevoli, nella serena coscienza che grandi doni comportano grandi oneri e che Dio avrebbe chiesto conto dell’uso di essi, che devono essere amministrati non come strumento di mortificazione del prossimo, ma ponendoli al servizio del bene e della salvezza delle anime. Esaminiamo sempre bene la nostra coscienza, i nostri pensieri e le nostre intenzioni per riconoscere le spire avvelenate di questi tentacoli e tenerli lontani dal nostro cuore, sapendo che appestano e macchiano anche le migliori azioni, rendendole completamente prive di merito agli occhi di Dio nonché fastidiose (o talora davvero detestabili) anche agli occhi degli uomini.

LA SUPERBIA DELLA VOLONTA’ E DELL’INTELLETTO
I dodici gradi della mala bestia della superbia
Per concludere il discorso sul vizio capitale della superbia, faremo riferimento a un gigante della spiritualità e della dottrina cristiana: san Bernardo da Chiaravalle (1090-1053), soprannominato, per la soavità della sua dottrina “doctor mellifluus” (ed anche “doctor marianus” per l’amore, la devozione e la chiarezza con cui parlò della Beatissima Vergine Maria). San Bernardo distingue due modalità distinte in cui si manifesta la superbia (e, di contro, l’opposta virtù dell’umiltà) nonché dodici gradi dell’una e dell’altra. C’è anzitutto una superbia dell’intelletto e una superbia della volontà a cui fanno da contraltare l’umiltà della mente e del cuore. La superbia dell’intelletto è tipica di chi si crede di essere qualcuno, “chissà chi o chissà cosa”, mentre l’umiltà dell’intelligenza consiste nella conoscenza sapienziale di sé, data dalla serena e umile consapevolezza di essere nulla (perché tutto ciò che si è, si ha e si fa è stato ricevuto come dono di natura o di grazia), aggravata dalla coscienza - anch’essa scevra da ansie e turbamenti – delle proprie miserie e dei propri peccati. Il superbo non conosce e non vuole riconoscere le proprie colpe, non le ammette, le minimizza, in confessionale non le dice oppure si giustifica, scarica sugli altri le proprie responsabilità, cerca mille circostanze attenuanti. Distinta dalla prima è la superbia della volontà, per cui desidera apparire, comparire, distinguersi, primeggiare, emergere e, per questo, si mette in mostra, ostenta titoli, denaro, successi, riconoscimenti, onori, cariche, conoscenze… L’umiltà del cuore, per contro, consiste nella rinuncia ferma alla gloria del mondo e nell’amore della propria abiezione, ovvero nel desiderare di essere non conosciuti e riconosciuti, non apprezzati, non stimati, non lodati, non onorati, per amore di Colui che pur essendo il Tutto venne disprezzato, disonorato, stimato pazzo e condannato alla più infame e infamante delle morti. La superbia ha infine dei gradi (dodici) che sono come delle “spie” che avvertono quanto sia profonda e radicata questa mala bestia in un’anima. Il più alto grado di essa è l’abitudine di peccare, che rende simili al principe dei superbi che ha come sacrilego motto quello di non voler servire Dio. Al secondo posto viene la “libertà di fare quello che si vuole”, opposta alla doverosa soggezione ai voleri di Dio e alle giuste indicazioni delle legittime autorità. Segue lo spirito di ribellione, ossia la riluttanza a sottomettersi pacificamente ai legittimi comandi altrui, che si oppone alla rara virtù dell’obbedienza. Il superbo non accetta inoltre di affrontare le responsabilità e le conseguenze delle proprie colpe, riparandole dove possibile e offrendosi all’espiazione quando non fosse possibile porvi rimedio (quarto grado); a differenza dell’umile che affronta ogni fatica e ogni pena quando si tratta di fare il bene e perseguire la virtù. Segue quella fastidiosa e assai diffusa tendenza ad autogiustificare se stessi puntando sempre il dito sugli altri, a differenza dell’umile che comincia ogni discorso con l’accusa di se stesso, che sa scusare il prossimo e riconoscere il bene, le virtù e i meriti altrui.

Il sesto e il settimo grado sono la presunzione (che fa pensare di essere capaci di fare chissà quali grandi e strepitose cose) e l’arroganza, che spinge a rinfacciare e sbandierare i propri meriti disprezzando gli altri (atteggiamenti opposti al ritenersi inutili e incapaci oppure inferiori agli altri in virtù e meriti). Il superbo, inoltre, cerca sempre di apparire del tutto singolare, anche in ciò che non è necessario o opportuno, a differenza dell’umile che, quando non è in gioco il bene o la gloria di Dio, si conforma a ciò che è comune. Il nono grado consiste nel parlare molto, anche quando non si è interrogati e nella facilità nell’interrompere le conversazioni altrui, atteggiamenti opposti al parlare con giusta misura o quando si è interrogati. Il superbo si abbandona facilmente alla stolta allegria e alla leggerezza d’animo (risa sguaiate, divertimenti sfrenati, conversazioni frivole, chiacchiere inutili, maldicenze), al contrario dell’umile che, pur sorridendo sempre e prendendosi i giusti e onesti divertimenti, sta lontano da ogni eccesso o bagordo e sa controllare la lingua. Infine, grado più basso ma assai significativo, il superbo è curioso, ovvero tende ad impicciarsi di cose che non lo riguardano ed è preso dal desiderio di sapere e conoscere anche ciò che non è utile o non conviene, al contrario dell’umile che, pur essendo competente nelle cose di Dio o in ciò che concerne la propria professione, sa essere discreto e mai invadente, stando lontano da tutto ciò che potrebbe in qualche modo ledere la virtù, il bene proprio, l’onore di Dio o l’interesse del prossimo.

Accidia
L’accidia è il vizio capitale che attacca in modo subdolo la vita del cristiano. Il credente, infatti, poco alla volta, incomincia ad infastidirsi della sua fede, lascia la preghiera, va raramente a Messa, non legge mai la Bibbia, non s’interessa del suo prossimo, pensa solo a se stesso e così Dio rischia di essere messo da parte.

La pigrizia spirituale, l’indolenza, la svogliatezza si sono alleate insieme sì da impadronirsi sia dell’intelligenza che della volontà.
Costoro si comportano come quelle persone che per mantenere la linea e apparire quali manichini perfetti, alla moda, non vogliono più mangiare. Il cibo dà loro fastidio. E così, come esiste l’inappetenza fisica esiste anche quella spirituale che è appunto l’accidia.
Purtroppo ci sono tanti cristiani all’acqua di rosae. Non sono né carne né pesce, eppure si proclamano cristiani. Per costoro la Bibbia riserva una frase che ci deve far riflettere: “Conosco le tue opere, tu non sei né freddo né caldo. Ma poiché tu sei tiepido sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3,15-16). È proprio il mitissimo nostro Salvatore Gesù che ci apostrofa con queste parole. Tutti, purtroppo, chi più chi meno, veniamo attirati dalla pigrizia, ci adagiamo comodamente, con mille scuse, sull’inerzia spirituale e così trascuriamo gli insegnamenti di Gesù, accontentandoci del dolce far niente spirituale.
L’accidia è una parola che viene dal greco e vuol dire negligenza, indifferenza. Nella Chiesa cattolica il vizio capitale dell’accidia consiste nella negligenza dell’esercizio delle virtù cristiane e in generale, nelle attività dello spirito che dovrebbero tendere alla santificazione dell’anima. Altre sfaccettature dell’accidia sono: indolenza, pigrizia, svogliatezza, inerzia, ignavia. San Tommaso ci dice che si tratta di tedio e persino di tristezza di un bene spirituale. Purtroppo a motivo di tristezza, tedio, avvilimento, alcuni fanno tante cose sbagliate, che poi ci fanno piangere per tutta la vita, come capitò all’apostolo Pietro quando, in quella notte, tutto scoraggiato, vide il suo Maestro catturato, condannato, sconfitto, si comportò da vigliacco e lo rinnegò.
Davvero l’accidia è capace di addormentarci, di spingerci a non renderci conto di ciò che sta succedendo nella nostra vita spirituale. Non si tratta di una semplice trascuratezza di qualche cosa di veniale, ma può portare, se uno non è vigilante, a diventare incapaci di volere e di operare per la deplorevole mancanza di forza morale. Quando uno si getta in balia di dubbi, di esempi per nulla cristiani, di discorsi che distruggono ogni valore, diventa un pusillanime privo di forza d’animo, un vile incapace di testimoniare la sua fede, un vigliacco senza coraggio pronto a rinnegare la sua fede e cambiare anche religione.

Adamo ed Eva si lasciano tentare dal serpente
Quando uno rifiuta di stare con Dio, di obbedirlo e amarlo, è chiaro che va incontro a qualche cosa di brutto. Un dramma che hanno vissuto i nostri progenitori e che vivono coloro che hanno deciso di rompere i ponti con l’Altissimo. Il serpente antico, geloso, li spinse a dubitare della Parola di Dio, come narra il racconto della Genesi.
Il serpente disse alla donna:
– “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare il frutto di nessun albero del giardino?”.
– “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”.
– “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”.
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei (cf Genesi 3).

Come possiamo definire l’accidia
La definizione del vizio capitale dell’accidia è: la negligenza nell’esercizio delle virtù cristiane e nell’attività spirituale tendente alla santificazione dell’anima. Si tratta quindi di pigrizia, di inerzia circa le cose che riguardano Dio e precisamente i suoi comandamenti, la sua volontà santissima per la salvezza degli uomini. Se non stiamo attenti, se non ci sforziamo di camminare per il retto sentiero tracciato dalla Parola di Dio, se non seguiamo con coraggio il nostro unico salvatore Gesù Cristo, rischiamo tutti di cadere nell’indifferenza, nella pigrizia spirituale, fino al punto di negare Dio e di far prevalere nella nostra vita il nostro “io”.
Anche i cedri del Libano, così maestosi e forti, possono cadere al suolo, come avvenne al re Salomone.
L’esempio del Re Salomone
Dio diede a Salomone “sapienza e intelligenza come nessuno ha mai avuto e mai potrà avere” (1 Re 3,12).
Ebbene, mentre il Signore aveva proibito agli Israeliti matrimoni con gente pagana perché li avrebbero spinti ad adorare altri dèi. Il re Salomone trasgredì questo comando unendosi a donne pagane e accettò di prostrarsi davanti alle molte divinità che ogni donna adorava (1 Re 11,1-13). Egli stesso fece costruire santuari in onore di dèi abominevoli. Salomone si era stancato del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, forse era arrivato al punto di credersi veramente sapiente, il più sapiente di tutti, tanto da stabilire per se stesso ciò che era bene o male.
Uno sbadiglio potrebbe essere la sua icona.
I suoi seguaci? I pigri, quelli che ciondolano in giro tutto il santo giorno senza combinare niente. Noia, insomma. Un vizio, se possibile, più pericoloso degli altri perché in apparenza può sembrare vago e indefinibile. Esprime un forte disagio esistenziale. Un tempo l’acedia era “il demone del mezzogiorno” che tentava nell’ora più calda i monaci delle prime comunità in Egitto. Oggi, in Occidente, l’accidia è il demone notturno che minaccia ciascuno di noi col suo vuoto, rapporto deformato con lo spazio
Ci sono altri modi di definirla: indifferenza, disinteresse, apatia. Ma non ci si deve scherzare: l’acedia può portare diritti all’Inferno. Dante immerge gli accidiosi nella palude Stige: neanche si vedono, sotto la melma, ma se ne intuisce la presenza dal gorgogliare dell’acqua. Stanno in posizione orizzontale così come li rappresenta nel suo Inferno William Blake, poeta e pittore simbolista inglese dell’Ottocento. San Tommaso d’Aquino, nella Summa theologiae, sottolinea come l’accidia possa portare alla paralisi interiore.
Malattia della psiche e dell’anima, l’acedia rende incapaci di lavorare, concentrarsi, stare al proprio posto. Fa sentire claustrofobicamente schiacciati dalle situazioni. E proprio il nostro modo moderno di vivere, compulsivo e iperattivo, genera quella insoddisfazione, sconforto. Un vizio che predilige i solitari.
Ma tutti siamo a rischio, tentati dallo zapping e ossessivamente tentati dall’ultima email. Finché il vuoto interiore ci assale. A volte sotto forma di malinconia. Nel 1514 Albrecht Dürer rappresenta la sua Melencolia come una ragazza ripiegata su sé stessa, mentre intorno spazio, tempo e oggetti la opprimono.
E Hieronymus Bosch, nei Sette peccati capitali, rappresenta l’accidia nell’immagine di un borghese, seduto davanti al camino, appoggiato mollemente il capo a un cuscino, sonnacchioso, mentre una suora invano lo invita alla preghiera porgendogli un rosario.

LA LUSSURIA
Il Vizio della lussuria distrugge la sacralità della famiglia e profana la santità del corpo

Un’altra possibile distinzione degli aspetti del vizio della lussuria può rilevarsi in base all’ambito formalmente e direttamente leso dai singoli atti impuri, vale a dire la santità del corpo in quanto tempio dello Spirito Santo oppure la santità del sacramento del matrimonio e la sacralità della famiglia. Negli ultimi quarant’anni si è assistito a un crescente, progressivo e sempre più virulentemente aggressivo attacco alla famiglia fondata sul matrimonio, in barba, peraltro, alla stessa Costituzione “laica” italiana che, nell’art. 29, sancisce solennemente la tutela e la promozione della famiglia fondata sul matrimonio. La rivoluzione sessuale e il femminismo di fine anni ’60, preparati, a livello culturale, dal boom della musica rock con la sua carica di trasgressività e contestazione sistematica dei valori “tradizionali” e di ogni forma – anche legittima – di autorità, hanno rappresentato l’apripista per fenomeni culturali e, purtroppo, anche giuridici che qualcuno continua, orgogliosamente, a chiamare “conquiste della civiltà”. Il primo terremoto istituzionale fu la legge Fortuna del 1970, che sancì, contestualmente, la legittimità del divorzio e l’abolizione del reato di adulterio. Contemporaneamente il fenomeno del libertinaggio sessuale, propagandato sotto i suadenti cartelli del “vietato vietare”, faceva strage dell’aurea virtù della purezza e distruggeva il sacrosanto valore della verginità, e, sia pur indirettamente, metteva ulteriore “carne sul fuoco” alle spinte, già di per sé forti e insistenti, verso la liberalizzazione del crimine dell’aborto, puntualmente avvenuta con la sciagurata legge 194 del 1978. Altro passaggio essenziale verso la dissoluzione culturale dell’istituto familiare è stata la massiccia e progressiva diffusione delle libere convivenze (ovviamente fomentata e favorita dal libertinaggio sessuale), fino a giungere alla pretesa di “legalizzare” non solo queste ultime, ma anche le unioni tra persone dello stesso sesso, ultima tappa di un progetto studiato a tavolino negli ambienti gay, che dal “coming out” (cominciato timidamente negli anni ‘80-’90 e letteralmente esploso con i “gay-pride” a cavallo tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo millennio), attraverso la liberalizzazione e il riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, vorrebbe giungere (e, in alcune nazioni, già lo ha fatto) al riconoscimento del titolo di “famiglia” a queste unioni, con annessi diritti sia di adozione sia di concepimento e filiazione “naturale” attraverso l’uso delle tecniche di fecondazione assistita. Tutte le forme di lussuria coinvolte in questi fenomeni (adulterio, divorzio, fornicazione, atti impuri contro natura, etc.) costituiscono, oltre che gravissimi frutti di questo pessimo albero, altrettanti pesantissimi attacchi sia alla santità e indissolubilità del sacramento del matrimonio che alla sacralità dell’istituto che da questo sacramento nasce: la famiglia. Mentre questo articolo va in stampa è in esame nel Parlamento italiano, la cosiddetta legge sull’omofobia, che, se approvata nei termini e nei modi che qualcuno vorrebbe, impedirà di poter dire le cose suddette anche a titolo di verità morali di natura confessionale. Per cui oltre al dilagare della marea sudicia della lussuria sfrenata, si vorrà costringere i discepoli di Cristo al silenzio, come peraltro alcuni recentissimi eventi di cronaca (convegni sulla famiglia e sul “gender” ostacolati da organizzazioni omosessualiste fino ad impedirne la celebrazione; revoca da parte di qualche amministrazione della concessione dei luoghi dove tenere tali convegni; e la lista potrebbe ampiamente aumentare…) fanno tristemente presagire. Siamo certi, che insieme ad una sincera e doverosa carità e dolcezza nei modi di porsi, sempre attenti a cercare di far comprendere le ragioni profonde del male di certi comportamenti, non mancherà ai discepoli di Cristo il coraggio, la forza e l’onore per tenere alta, senza farsi punto intimidire, la bandiera della fede e della verità.
I comportamenti che, fuori di questi ambiti, sono espressioni comunque di lussuria, ledono la santità e la sacralità del corpo umano, giustamente definito, da san Paolo, tempio dello Spirito Santo (cf 1Cor 6,19) e gravemente offeso dalla ricerca del piacere in modo solitario, dalla sessualità compiuta, in qualunque forma anche minima, fuori del sacramento del matrimonio, dal dilagare di nudità e pornografia e dalla piaga, ormai profondamente radicata nell’Occidente, delle mode a dir poco invereconde. I discepoli di Cristo, anche a questo, possono e devono rispondere, con la gioia sul volto, con una rinnovata e convinta professione verbale e pratica di purezza, non avendo alcuna paura, come tutti i recenti Pontefici hanno raccomandato (ai giovani specialmente), di camminare controcorrente. Solo il coraggio di eroici testimoni, pagato quanto meno con scherni e derisioni, avrà la dirompente e pacifica forza di rompere il muro della connivente omertà e, come già avvenne 2000 anni fa, tornerà a “imporre” con la forza persuasiva dell’amore, lo splendore aureo e angelico della castità e della purezza.
La lussuria e le sue sette figlie
Come accennammo a suo tempo nell’introduzione al terzo vizio capitale, secondo gli aurei insegnamenti di san Tommaso d’Aquino ,si possono distinguere nella lussuria sette figlie e sei specie. Le sette “figlie”, ossia i comportamenti e le abitudini derivanti dalla schiavitù a questo vizio, sono la cecità di mente, la precipitazione, l’inconsiderazione, l’amore di sé, l’odio di Dio, l’attaccamento alla vita presente e la disperazione della vita futura. Le sei specie, vale a dire le forme particolari con cui questo vizio si manifesta (o, metaforicamente, i rami di questo tronco attossicato), sono la fornicazione, la deflorazione, lo stupro, l’adulterio, l’incesto e il quadriforme vizio contro natura.
Il lussurioso è fondamentalmente una persona che, dimenticando di avere un’anima spirituale e di essere stato creato per fini assai più nobili del godimento dei più bassi e animaleschi tra i piaceri sensibili, si immerge dentro di essi con tutto se stesso. Molto prima che le scienze umane moderne dimostrassero che nella sessualità, per quanto si esplichi in gesti molto materiali, è comunque impegnato e coinvolto tutto l’uomo, agli esponenti della spiritualità cristiana (e, per la verità, anche alle menti più illuminate tra i filosofi pagani – si pensi a un Socrate o a un Seneca) questo principio era chiarissimo. Chi si dà al vizio della lussuria si “abbrutisce”, nel senso che trascina verso il basso, obnubilandole, anche le sue facoltà più nobili, facendo loro perdere, in maniera direttamente proporzionale al “tasso” di impurità, la capacità di compiere gli atti per cui sono state create. La memoria, per esempio, si riempie degli oggetti e delle scene impure, l’intelletto pensa alle cose basse e diventa incapace di meditare, di contemplare, di percepire il senso profondo delle cose, la volontà viene come “legata” dalla violenza delle passioni ai loro bassi oggetti, divenendo, da padrona e signora, serva e schiava degli istinti e dei piaceri. Ecco dunque apparire anzitutto la cecità di mente, cioè la perdita della capacità di conoscere il fine ultimo dell’uomo, che è il motivo per cui Dio ha creato la nostra anima spirituale: conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo nell’altra. Il lussurioso non sa che Dio ci ha fatti per Sé e che il nostro cuore non trova pace finché non riposa in Lui attraverso la grazia in questa vita e la gloria nell’altra. Ne era ben consapevole quel gran lussurioso convertito che fu sant’Agostino, che scrisse questa ed altre sentenze simili non solo in base alla sua straordinaria sapienza soprannaturale, ma anche per esperienza vissuta. Diminuendo notevolmente la capacità di esercitare in modo retto le facoltà intellettive (assolutamente spirituali), il lussurioso è inevitabilmente precipitoso, cioè incapace di ponderare e ben deliberare circa i mezzi adatti al fine e per questo compie molte azioni che, ad un osservatore esterno, appaiono sproporzionate, insensate o stravaganti. Questa incapacità di ben ponderare dipende, ancora più a fondo, da una progressiva perdita della retta capacità di giudicare le azioni da compiere o meno (inconsiderazione), perché al lussurioso manca una corretta “scala di valori” avendo fatto dell’ultima e più bassa realtà della vita il proprio dio e il motivo della sua esistenza. Evidentemente, peraltro, chi si dà a questo vizio è l’emblema dell’amore (disordinato) di sé, ovvero di colui che sceglie di vivere per godere il più possibile e senza freni tutti i piaceri della carne, identificando, grossolanamente e scioccamente la felicità con il piacere, cosa che oltre che essere sbagliata è anche profondamente stupida. Speculare, ma anche complementare all’amore disordinato di sé, è l’odio di Dio, che è detestato e sfuggito proprio perché condanna, come indegni dell’uomo e della sua elevata natura spirituale, i godimenti sfrenati dei piaceri venerei (non – si badi – la sessualità umana in quanto tale). Conseguentemente il lussurioso è sommamente attaccato alla vita terrena, perché vorrebbe continuare a godere senza limiti in eterno e fa di tutto per essere attraente e seducente. In barba alla tanto sbandierata “crisi”, si interroghino i gestori delle palestre, gli estetisti e i chirurghi estetici per sapere come vanno i loro affari… Donne e anche uomini (molti più di quanto si pensi…) commettono gravissimi peccati di “somatolatria” (io preferisco chiamare così l’idolatria del corpo) solo per essere più piacenti e poter godere di più, con più persone e per più anni possibili. Infine questi sciagurati schiavi dei sensi “disperano” della vita futura, nel senso che sono semplicemente e totalmente disinteressati dei beni eterni e, più in generale, di quelli spirituali.
Mi chiedo: è tanto difficile, alla luce di queste immortali considerazioni tratte dal grande Aquinate, capire la ragione della crisi e della decadenza del mondo contemporaneo e, di riflesso, della Chiesa? Servono sondaggi, analisi, convegni pastorali, oppure sarebbe più semplice prendere atto della pansessualizzazione imperante e constatarne gli inevitabili frutti, cresciuti talora, ahimé, anche con la connivenza di non pochi atteggiamenti minimalisti e inopportunamente perdonisti di qualche maldestro confessore? Domanda, ovviamente, retorica; risposta – conseguentemente – drammaticamente lapalissiana…
Il vizio capitale dell’ira
Un impeto dell’animo che si sfoga fino alla vendetta, questa è l’ira. Uno vi cade perché vuole respingere un’ingiuria superandola di gran lunga non solo con altre ingiurie verbali ma anche con azioni concrete.
Si vuole colpire l’avversario, come sfogo dei più bassi sentimenti, mentre la mente perde lucidità e la volontà viene privata della sicura libertà di azione. In questo momento uno scoppia e l’ira si impossessa di lui. Allora non c’è ragione che tenga e neppure servono intermediari.
Si può colpire a morte, o venire duramente alle mani, non solo in un momento in cui uno perde la testa, ma anche a sangue freddo, in perfetta lucidità.
L’ira se non viene domata può sempre esplodere anche contro i nostri principi morali. Quando però nel nostro cuore si annida l’odio, che è un profondo sentimento, deliberatamente voluto, di grave avversione e ostilità verso una o più persone, sì da essere indotti a fare o anche solo a desiderare per loro del male, allora l’ira ha il suo campo aperto.
Due esempi biblici
Un giorno mentre Davide tornava dall’uccisione di Golia, uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro al re Saul. Alternandosi in doppio coro intonarono: «Saul ha ucciso i suoi mille, David i suoi diecimila». Saul ne fu profondamente sconvolto fino al punto che uno spirito cattivo si impossessò di lui e si mise a delirare. E mentre Davide suonava la cetra per intrattenere il re, questi impugnò la lancia e gliela scagliò contro pensando di inchiodarlo al muro. Fortunatamente Davide gli sfuggì indenne (cf 1 Sam 18,8ss).
Il re Erode ai magi che gli chiedevano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato?». Disse: «Andate a Betlemme e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Attese invano. Accortosi dunque che i re Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio (cf Mt 2,1ss).
La parola di Gesù
Ogni cristiano ha preso degli impegni precisi da quando è stato battezzato. L’odio e la collera sono banditi dal nostro comportamento, non perché la nostra natura sia stata cambiata, ma perché la Parola di Dio è potenza in noi. Una potenza che ci aiuta fortemente a vincere ogni passione cattiva, e quindi l’ira e ogni sorta di collera, non per una sorta di miracolo ma perché la Parola di Dio che attingiamo nella Bibbia è per noi come un balsamo che con l’esercizio ci guarisce.
“Non uccidere” ci dice Gesù, e subito dopo aggiunge: “Non andare in collera contro il tuo fratello” (Mt 5,21ss). Un buon esame di coscienza rimprovera un po’ tutti, specialmente quelli che vivono nell’ambito familiare. Le parole volano per un nonnulla, per una inezia, e feriscono fortemente. Il nostro io, il nostro modo di vedere le cose, vuole avere sempre ragione. E ancora. Gesù è esplicito. Senza mezzi termini comanda: “Amate i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,43). E poi; “Non condannate e Dio non vi condannerà” (Mt 7,1).
Purtroppo i nostri discorsi sono infarciti di giudizi, di condanne. Soltanto noi siamo i più bravi, quelli che hanno ragione, invece gli altri sbagliano sempre, sono cattivi, ingiusti. Questo comportamento indica chiaramente quanto noi siamo collerici, iracondi: il volto si altera e uno diventa verde dalla bile. Noi preferiamo guardare la pagliuzza che sta nell’occhio del fratello e la vogliamo togliere, piuttosto che vedere la trave che offusca la nostra vista. Effettivamente, ci insegna San Tommaso, l’ira è la passione che maggiormente impedisce l’uso della ragione.
Poi quando è passato il momento di crisi siamo pronti a pentirci di quanto abbiamo detto e fatto, riconoscendo il turbamento e lo sconvolgimento del cuore e della mente, rimanendone profondamente pentiti.
Ogni creatura umana possiede, nell’arco della vita, mille tesori per mantenere i quali uno è sempre pronto a lottare tenacemente: la vita, il proprio io, i genitori, i figli, gli amici, le proprie idee, quanto possiede, poco o molto che sia, il lavoro, il tempo libero, ecc. ecc. Nella vita familiare il bene più importante penso che sia il rispetto reciproco, il riconoscimento dei valori di ciascun componente e il perdono dato generosamente, in modo che vi regni la pace e l’armonia.
A questi beni tutti ci teniamo e li difendiamo con energia fino al punto di adirarci terribilmente, con conseguenze inaspettate. Gesù mette in guardia i cristiani così: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi fanno del male... e se qualcuno ti prende ciò che ti appartiene, tu lasciaglielo” (Lc 6,27.31). Dunque il cristiano deve rivestirsi di amore, di misericordia e bandire dalla sua vita ogni irascibilità e odio dalle conclusioni nefaste, sempre pronto al perdono. Tutte cose che succedono sotto i nostri occhi ogni giorno, sia a livello familiare come a quello internazionale. Purtroppo facciamo molta fatica a comprendere che praticamente soltanto la pace e l’amore liberano l’uomo e le stesse nazioni.
Copia di Paul Rubens della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci (foto Scala).
La collera è uno di quei vizi che, come si dice, “si leggono in faccia”. Il volto di chi ne è preda si sfigura. Come scrive il monaco Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, questo stato d’animo – diverso e peggiore rispetto a una sana indignazione – produce effetti psicosomatici. Fa venire il “fiatone”. Provoca senso di soffocamento.

Nessun artista ha saputo uguagliare Leonardo da Vinci nell’esprimerlo. Così, per esempio, in un disegno preparatorio per la Battaglia di Anghiari (scomparsa sotto un affresco del Vasari a Palazzo Vecchio, a Firenze, e di cui ci resta una copia di Paul Rubens) la collera esplode nel volto e nel terribile groviglio di cavalli e guerrieri che si combattono partendo da fronti opposti.
L’ira è un sentimento pericoloso che può portare a conseguenze estreme. Si può arrivare a uccidere. Il primo omicidio della storia si è consumato tra due fratelli. Per colpa della collera. L’immagine di Caino che ammazza Abele percorre tutta la storia dell’arte, dai mosaici di Monreale del XII secolo ai grandi interpreti di scene bibliche, dal Rinascimento al Settecento, da Tiziano a Tintoretto. I Padri della Chiesa insegnano che occorre governare l’ira prima che diventi odio e generi vendetta.

Ma qual è l’antidoto? Sant’Agostino, nella sua Regola, afferma che bisogna evitare le liti o almeno risolverle al più presto. Se l’offesa poi è reciproca, bisogna sapersi perdonare a vicenda. Altrimenti, come insegna Gesù, come si fa a pregare Dio se prima non ci si riconcilia con il fratello? Nei Vangeli apocrifi un momento bello come le nozze di Maria con Giuseppe viene guastato da un gesto di collera: uno dei mancati pretendenti di Maria spezza il suo ramo che non è fiorito come quello di Giuseppe, il prescelto. Così nel famoso Sposalizio della Vergine di Raffaello, ma anche in quelli di Perugino, Paolo Veneziano, Taddeo Gaddi e Bernardino Luini (santuario di Saronno).

Nell’affresco di Domenico Ghirlandaio che si trova a Firenze, in Santa Maria Novella, il pretendente, fuori di sé, alza addirittura il pugno contro la coppia che sta celebrando il matrimonio. Qualche anno prima Giotto, sulle pareti della chiesa superiore di Assisi, rappresenta l’ira di un padre, Pietro Bernardone, che si scaglia contro suo figlio Francesco, il quale per farsi umile e povero rinuncia all’eredità.
C’è anche una “santa collera”: per esempio quella del Cristo giudice della Sistina di Michelangelo. Una giusta indignazione l’esprimono pure i profeti, primo tra tutti Mosè, che davanti al tradimento del popolo che adora un vitello d’oro spezza le tavole dei Dieci Comandamenti. Leggiamo la collera soprattutto sul volto del Mosè di Michelangelo che si ritrova a Roma, in San Pietro in Vincoli; ma anche altri artisti lo hanno rappresentato: Guercino, Reni, Rembrandt, Chagall.

La guerra è certamente la più terribile dimostrazione di dove possa portare la collera: alla distruzione del genere umano. Se il Vangelo chiama beati gli operatori di pace, l’arte, la storia e persino la mitologia ci mostrano che c’è sempre qualcuno che si pone come intermediario per tamponare gli effetti della collera. Tiepolo, nei suoi affreschi della Villa Valmarana, a Vicenza, ci mostra la dea Minerva mentre trattiene Achille che sta per uccidere Agamennone. Anche tra gli dèi e gli eroi le cose non vanno dunque meglio che tra gli uomini e oggi, nonostante le denunce dell’arte, dalla Fucilazione del 3 maggio 1808 di Goya (1814) al quadro-manifesto di Picasso, Guernica (1937), non abbiamo ancora imparato a spegnere nel nostro cuore quella scintilla di distruzione che la collera nasconde.
GOLA
L’invito a non essere ingordi ce lo sentiamo ripetere fin da quando siamo bambini. Un invito apparentemente banale. Scontato. Eppure dietro a questa raccomandazione si nasconde un’antica e saggia preoccupazione: quella di disciplinare l’istinto, evitando gli eccessi. Il cibo? Né troppo né troppo poco. È elemento vitale e riguarda l’equilibrio delle singole persone. Ma, per come è prodotto, per il modo con cuiviene venduto e per la ritualità che ne accompagna il consumo dice molto anche sul rapporto con la natura, l’economia, il prossimo.

Tra i vizi capitali l’ingordigia s’accompagna a degenerazioni d’altro tipo come la lussuria, l’avarizia, la collera, l’accidia, l’orgoglioe l’invidia. Tutti atteggiamenti che indicano un rapporto deformato con la realtà: la sessualità, il denaro, le cose, il lavoro, il tempo, lo spazio, noi stessi e il prossimo. Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, nei libri d’Avvento, usando il linguaggio dei padri del deserto, riflette su queste “tentazioni” che insidiano la nostra libertà.

La lotta spirituale ispira anche l’arte. È, ad esempio, il mondo descritto dal grande pittore medievale fiammingo Hieronymus Bosch(1453-1516), un mondo di monaci tentati nel deserto, di uomini e donne sedotti da un paesaggio fatto di cose e animali ibridi e deformi. Della vita di Bosch sappiamo ben poco, ma la sua opera ci trasporta nell’aldilà con la forza visionaria di Dante Alighieri, dipingendo le anime viziose sottoposte alle pene del contrappasso.

Come tutti i grandi artisti medievali Bosch ha saputo mostrare ai suoi contemporanei l’umanità sul baratro della dannazione, esplorando i meandri della mente umana e le immagini mostruose e inquietanti che nascono dalle nostre fantasie e generano paure.Un secolo prima di lui Giotto, a Padova, sulle pareti della cappella degli Scrovegni aveva illustrato i vizi sotto forma di silhouette monocrome di donne dall’aspetto deforme. E dopo Bosch altri artisti hanno affrontatol’argomento. Nell’Ottocento, l’inglese William Blake ha illustrato la Bibbia e in particolar modo il Giudizio universale. Nel Novecento, il catalano Salvador Dalí ha portato su tela paesaggi visionari e allucinati. Fino ad arrivare a L’urlo di Munch: esprime una domanda di un senso da dare alla vita che attraversa tutto il Novecento e ancora ci inquieta.
In questo panorama artistico Bosch rimane insuperato. Nell’opera I sette peccati capitali riesce a scrivere un vero e proprio trattato di teologia. Nella pupilla di un grande occhio, l’occhio di Dio che tutto vede, rappresenta Cristo con i segni della passione. Nella raggiera dell’iride inserisce i sette vizi capitalie a lato, in quattro cerchi o globi, i Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso. Così facendo comunica un grande insegnamento:è guardando a Cristo che entriamo nello sguardo di Dio e possiamo essere guariti, riscattati dai nostri vizi e peccati.

Non uno sforzo moralistico ma una grande opportunità per essere felici. Si diventa ciò che si guarda, come insegna Gesù. L’ingordigia è rappresentata in un interno fiammingo. Due contadini si abbuffano mangiando e bevendo smodatamente mentre un bambino obeso si aggrappa alle ginocchia e si protende verso l’adulto il quale, indifferente, è tutto intento a spolpare un cosciotto. La stanza a soqquadro e piena di oggetti inquietanti esprime il senso di peccato. Come il disordine: il vizio porta al peccato e all’egoismo persino verso i propri figli.
Gola.. il peccato entro quali limiti di quantità?

Per prima cosa tu chiedi: "il peccato entro quanti limiti?".
La risposta è ovviamente entro nessun limite, se il peccato è peccato bisogna evitarlo sempre, sia esso grande o piccolo, è sempre un abbrutimento, è sempre una perdita più o meno grande del proprio stato di grazia, è sempre una macchia sul vestito della propria anima. Il problema sta tuttalpiù nel capire cos'è il peccato di gola, per poterlo così evitare!
San Tommaso d'Aquino nella Summa Theologica scrive così
Il peccato di gola, [...] non consiste nella materialità del cibo, ma nella brama di esso non regolata dalla ragione. Perciò se uno eccede nel mangiare, non per ingordigia, ma stimando necessaria quella quantità, questo non va attribuito alla gola, bensì a un errore. Alla gola va attribuito invece soltanto questo, che uno ecceda nel mangiare per la brama di un cibo gradevole.
La gola è un vizio capitale, ma cosa sono i vizi capitali?
Ce lo spiega molto bene sempre San Tommaso dicendo : Capitali si dicono quei vizi da cui, come da cause finali, ne nascono altri.
e ancora
Come abbiamo già spiegato, si dice capitale quel vizio da cui nascono, come da causa finale, altri vizi, avendo esso un fine molto appetibile, cosicché desiderandolo gli uomini peccano in più modi.

Diceva S. Francesco di Sales: Si ha da mangiare per vivere, non si ha da vivere per mangiare.
Gola e lussuria sono due peccati che solitamente, permettetemi il termine viaggiano a braccetto. Le tentazioni di gola sono spesso correlate alle tentazioni impure...e chi cede alle voluttà della gola peccando, molto spesso cade in peccati di lussuria, poichè il piacere carnale è una forma di fame insaziabile, per molti aspetti simile a quella della fame del goloso!
Chi mortifica la gola, riceverà una grande forza nel combattere le tentazioni impure. Per questo il diguno ha un valore fondamentale nel cammino di crescita spirituale, poichè aiuta a spezzare la volontà e a far fuggire il vile tentatore desideroso di attirare al peccato con l'ausilio di mezzi piacevoli.
A conferma di queste mie impressioni scriveva Sant'Alfonso Maria de' Liguori nell'opera La vera Sposa di Gesù Cristo
Inoltre chi dà libertà alla gola, facilmente darà libertà poi anche agli altri sensi; poiché, avendo perduto il raccoglimento, come si è detto, facilmente caderà in altri difetti di parole indecenti e di gesti scomposti. E 'l peggior male si è che coll'intemperanza ne' cibi passa gran pericolo la castità. Ventris saturitas, dice S. Girolamo, seminarium libidinis (In Iovinian.):18 La sazietà del ventre è un gran fomento dell'incontinenza. Onde scrisse Cassiano essere impossibile che non esperimenti tentazioni impure, chi sta sazio di cibi: Impossibile est saturum ventrem pugnas non experiri (Inst. lib. 5, c. 13).19 Perciò i santi, per conservarsi casti, sono stati così attenti a mortificare la gola. Dice l'Angelico: Diabolus, victus de gula, non tentat de libidine:20 Quando il demonio resta vinto nel tentar di gola, lascerà di tentare d'impudicizia.
6. All'incontro quei che attendono a mortificare il gusto fanno continuamente avanzamento nello spirito: poiché, mortificando la gola, facilmente mortificheranno anche gli altri sensi e si eserciteranno nelle virtù, secondo canta la santa Chiesa: Deus, qui corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutes largiris et praemia (Praefat. Quadrag.). Per mezzo del digiuno il Signore dà forza all'anima di superare i vizi, di sollevarsi dagli affetti terreni, di praticar le virtù e di acquistare meriti eterni.
A tenere a freno i peccati di gola e lussuria è la medesima virtù, la temperanza.
Dice San Tommaso:
[i]È compito della temperanza tenere a freno quei piaceri che attirano troppo l'animo: come è compito della fortezza rafforzare l'animo contro i timori che spingono ad abbandonare il bene di ordine razionale.
Il criterio finale è dunque quello di mangiare con moderazione, senza eccedere, glorificando Dio e lodandolo per il dono più grande quello del Sua Amore per noi.
«Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che altro facciate, fate ogni cosa
alla gloria di Dio» (1 Cor. 10, 31)
Il cibo viene sempre dopo di Dio, quando il cibo sostituisce Dio diventa un'idolo, una divinità pagana vera e propria.
San Paolo nella lettera ai Filippesi 3,19 fa luce su questo problema sottolineando la gravità di questa forma di idolatria nella lettera ai Filippesi parlando dei buoni e cattivi cristiani dice:
"Perché molti, ve l`ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19 la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra"
Ricordiamo allora quella parole che il Signore ci ha donato:
"Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola uscita dalla bocca di Dio"
Possa crescere in noi, che ogni giorno ci nutriamo del pane che la Provvidenza ci dona, una sempre crescente fame di Dio!
INVIDIA
La storia di Giuseppe l’Ebreo
Il Patriarca Giacobbe amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché lo aveva avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. Per questo i suoi fratelli, lo odiavano e il loro odio si accese ancor più quando Giuseppe raccontò loro e ai suoi genitori i suoi sogni. “Noi stavamo legando i covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio”. E ancora: “Ho fatto un sogno: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me”.
Un giorno Giacobbe disse a Giuseppe: “Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Va’ a vedere come stanno”. Il ragazzo andò. Ma quando essi lo videro complottarono di farlo morire: “Ecco, il sognatore arriva! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l’ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!”. Quando Giuseppe fu arrivato, i suoi fratelli lo spogliarono e lo gettarono in una cisterna vuota, senz’acqua. Poi sedettero per prendere cibo. Passavano in quel momento alcuni mercanti ed essi tirarono su Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento lo vendettero agli Ismaeliti.
Così Giuseppe fu condotto in Egitto. Poi presero la tunica del fratello, scannarono un capro e l’intinsero nel sangue. Quindi la fecero pervenire al padre con queste parole: “L’abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio”. E il padre suo lo pianse (cf Genesi 37).
In che consiste il vizio capitale dell’invidia
L’invidia consiste in un sentimento di profondo rammarico che investe una persona nel vedere, o anche solo nel sapere, che un altro è più fortunato, più bravo e più capace di lui: perché il suo successo negli affari è grande, perché è felice, perché la sua carriera è brillante, perché ogni cosa gli va a gonfie vele, anche la salute e la famiglia.
Ciò può investire il mio cuore e la mia mente per qualche momento e questo non ci deve impressionare, ma quando il rammarico si impadronisce di tutto me stesso, tanto da diventare un disappunto astioso e pieno di bile che può sfociare in qualche azione o comportamento non corretto, allora diventa vizio capitale, con strascico di gelosie, rivalità, dispetti e livori. Tutta la persona viene contaminata e uno rischia anche di rovinarsi la salute.
Il desiderio di poter avere anche noi il bene degli altri e la loro fortuna, è disdicevole soltanto quando il successo altrui lo consideriamo un male per noi, quando appunto consideriamo il bene degli altri quale diminuzione della nostra gloria e della nostra superiorità. Allora il cuore si rattrista, sente che ci viene rubata la stima che ci è dovuta, le nostre parole e i gesti diventano vivaci, senza ritegno, e tutto ci crea una malinconia infinita.
Il nostro io, il nostro orgoglio, sono feriti mortalmente. Il mio cuore diventa una fontana che butta in abbondanza odio, maldicenze, mormorazioni, giudizi avventati e perversi.
Che cosa ci dice la Bibbia
“Un cuore tranquillo è la vita di tutto il corpo, l’invidia è la carie delle ossa” (Pr 14,30).
“Dio ha creato l’uomo per l’immortalità, ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sap 2,23-24).
“Pilato sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato Gesù per invidia” (Mc 15,10).
È chiaro che i mali dello spirito vengono perché non ascoltiamo il nostro Gesù. Dice infatti la Bibbia: “che se uno non segue la sana parola, costui è accecato dall’orgoglio, è preso dalla febbre di cavilli, e da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi” (1 Tm 6,4).
Come si camuffa l’invidia
Non è cosa rara che l’invidia si presenti come zelo per le cose di Dio. Si tratta di un falso zelo e ciò ci deve far riflettere. Infatti quelli stessi che ardono d’invidia per il bene che altri compiono, pensano e si convincono di agire soltanto loro per la gloria di Dio. Questo succedeva anche nei primi anni della Chiesa e non solo allora. Sappiamo che non sono esenti le comunità religiose e i movimenti. Ecco alcuni esempi.
Molti miracoli e prodigi avvenivano tra il popolo per opera degli apostoli, e andava crescendo il numero di coloro che credevano nel Signore, fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze quando passava Pietro, perché anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro e venisse guarito. Allora il sommo sacerdote e i suoi aderenti, pieni di gelosia e di invidia misero le mani sugli apostoli e li gettarono in prigione (cf At 5,12ss).
Un giorno ad Antiochia di Pisidia, dopo il grande discorso che Paolo tenne nella Sinagoga, molti Giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Barnaba. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la Parola di Dio. Quando i Giudei videro quella moltitudine furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo. Ma l’apostolo vista la loro ostinazione disse: “A questo punto ci rivolgiamo ai pagani. Fu allora che i Giudei sobillarono le donne pie e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba” (cf At 13,12ss).
Può, dunque, succedere che l’ardore di zelo per il Signore diventi, in pratica, vera gelosia, una sporca invidia che sfocia in contese che minacciano la vita di una comunità ecclesiale.
Dice San Giacomo: “Dove c’è invidia e ambizione egoistica, là c’è disordine e ogni azione cattiva” (Gc 3,16). E San Paolo scrivendo ai Corinti afferma: “Quando c’è tra voi invidia e discordia, non appartenete forse al mondo? Quando uno dice: Io sono di Paolo, e l’altro: Io sono di Apollo, non vi dimostrate semplicemente uomini?” (1 Cor 3,3ss). Si devono fuggire come la peste: contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, litigi, gelosie, insubordinazioni, al contrario dobbiamo rivestirci del Signore nostro Gesù Cristo.


L'avarizia e le sue sette figlie
Secondo la dottrina di san Tommaso d’Aquino che, come è noto, scriveva le sue sentenze sulla base della dottrina dei più autorevoli padri e scrittori ecclesiastici del primo millennio, anche l’avarizia (come già la superbia) ha sette figlie: la durezza di cuore, l’inquietudine, la violenza, la bugia, lo spergiuro, la frode e il tradimento. Vediamo nel dettaglio questi tossici frutti di questa mala pianta.
L’avaro è anzitutto un uomo dal cuore indurito. La brama di ricchezze e l’egoismo lo rendono totalmente insensibile ai bisogni altrui. In questo senso sono quanto mai emblematici gli esempi evangelici del ricco epulone e dello stolto accaparratore e accumulatore di beni, già citati in precedenza. Giova ricordare anche il celebre aneddoto di sant’Antonio da Padova che, alla morte di un celebre avaro del suo tempo, ordinò di aprire il petto di quell’infelice per constatare che al posto del cuore aveva un forziere pieno di monete: e così avvenne. Queste gravissime forme di insensibilità sono formalmente e gravemente contrarie alla carità, alla compassione e alla misericordia e per questo sono severamente punite dalla divina giustizia. Chi è attaccato alle ricchezze e avido di esse, inoltre, è sempre inquieto, non trova pace. Anzitutto perché passa il tempo a studiare i modi con cui accrescere il patrimonio, farlo fruttificare, procurarsi nuove fonti di introiti e guadagni. Ci sono persone che fanno investimenti spregiudicati e passano le giornate davanti al PC a controllare gli andamenti dei titoli, pieni di patemi per eventuali ribassi o addirittura per la perdita d’interi capitali. L’avidità di molti e il miraggio di soldi facili – lo si dica tra parentesi – ha peraltro contribuito non poco all’attuale pessima congiuntura economica che vede la finanza farla da padrona e dettatrice di legge sull’economia, mettendola sovente in ginocchio sulla base di meri giochi e meccanismi speculativi. L’avaro è inquieto anche perché teme di perdere il suo patrimonio: oltre i crack finanziari, teme l’arrivo dei ladri, è costretto a circondare la casa d’impianti di videosorveglianza, a blindarla con sofisticati sistemi di allarme, a renderla simile ad un bunker con cancelli, mura e inferriate. Con buona pace della quiete e della tranquillità del cuore. Molti avari sono violenti, non solo nel senso della violenza fisica, ma sono spregiudicati e spavaldi nei modi. Pur di conseguire qualche guadagno, non esitano a calpestare il prossimo e, talora, a violare i diritti anche della povera gente (per esempio non pagando o dilazionando senza giusto e grave e motivo gli stipendi dei dipendenti o i crediti dei loro prestatori d’opere e servizi). La prepotenza figlia dell’avidità li rende estremamente litigiosi e sono pronti ad ingrassare i ruoli delle cause civili (già al limite della totale congestione) per questioni di lana caprina o per supposti interessi di minimo conto. Spesso gli avari sono anche bugiardi e ciò, purtroppo, non è raro nel mondo del commercio. Vengono gonfiate eccessivamente le qualità di un prodotto, oppure se ne celano o minimizzano i difetti o addirittura si dichiarano inesistenti requisiti e qualità. Questo fenomeno è particolarmente grave – e le cronache purtroppo ne danno ampia attestazione – quando tali comportamenti ricadono su beni di consumo, particolarmente generi alimentari, con grave danno e pregiudizio della salute pubblica. Lo spergiuro è oggi fattispecie meno frequente in un mondo totalmente scristianizzato e laicizzato come quello occidentale. San Tommaso e con lui i santi padri, individuavano tuttavia anche questa particolare malizia dell’avaro, che pur di acquistare beni altrui non si fermava neanche dinanzi alla gravissima offesa del santo nome di Dio perpetrata con il falso giuramento. La frode invece è quanto mai attestata nel nostro mondo e oggi ha nuove e cospicue frontiere nel campo della rete. La frode si distingue dalla menzogna perché si attua non solo e non principalmente con le parole, ma con comportamenti e azioni. Truffe e frodi commerciali sono decisamente incalcolabili e praticamente incensibili tanto sono frequenti e numerose e bisogna essere molto attenti e accorti per non cadere nelle maglie dei sempre nuovi e sofisticati marchingegni escogitati da gente avida e senza scrupoli. Infine l’avaro può essere un traditore e ciò è tristemente testimoniato dal comportamento di Giuda Iscariota, che vendette il figlio di Dio per soli 30 denari (cifra, peraltro, molto, molto modesta…). A testimonianza di come l’indurimento del cuore causato da quest’orrido vizio possa portare a calpestare con disinvoltura gli affetti più grandi, i valori più nobili, le persone più sante. Dio ci guardi da esso e procuriamo tutti, con l’elemosina, la liberalità e la generosità, di mortificare l’odioso tarlo dell’avarizia.


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