Pietro a te darò le Chiavi - Il primato - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli

Una sterminata bibliografia si è addensata attorno al testo “petrino” del Vangelo di Matteo: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte (nel senso di potenze) dell’Ade non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli” (16,18-19). Ci accontenteremo, perciò, do un’unica considerazione storico-critica riguardante la genesi del passo. Due premesse sono necessarie. Innanzitutto bisogna ribadire ancora una volta che i Vangeli non sono verbali delle parole di Gesù né saggi storici: essi riferiscono, sì,  ma interpretano il dato o il detto in chiave teologico-pastorale. L’altra nota riguarda Matteo: egli è l’evangelista più attento alla dimensione ecclesiale, tant’è vero che è l’unico a usare qui (16,18) e in un altro passo (18,17) il vocabolo ekklesia, termine ignorato dagli altri evangelisti, e che perciò può essere frutto della sua “redazione” del detto di Gesù.


Ora, per stare alle parole del nostro interlocutore, il testo “petrino”  sembra a prima vista rivelare “una esattezza formale sorprendente per l’epoca di Gesù, disegnando uno statuto giuridico con una formulazione romanistica perfetta”. Siamo, allora, in presenza di un pronunciamento fittizio della Chiesa delle origini messo artificiosamente e apologeticamente in bocca a Gesù per giustificare “legittimamente” e “con formulazione romanistica” il primato petrino?
Oppure, si ha un’elaborazione interpretativa e pastorale di impronta ecclesiale ma sulla sostanza di un detto del Gesù storico?

Entrambe le ipotesi hanno avuto sostenitori agguerriti. Vorrei soltanto far notare un dato incontrovertibile che, a mio avviso, criticamente favorisce la seconda ipotesi. Il passo rivela un indubbio retroterra semitico, vincolandosi non al linguaggio giuridico greco-romano contemporaneo o ecclesiastico posteriore ma a quello biblico-giudaico: questo giustifica almeno un presunzione di antichità del testo. C’è il nome aramaico Kepha, “pietra”, attribuito a Simone, che non esige nell’originale della frase il mutamento di genere come accade in greco (Petros/pètra). Perché usato proprio da san Paolo in modo prevalente, il nome suggerisce un’origine direttamente legata a Gesù.


Sappiamo, infatti, che  il rapporto tra i due apostoli fu anche conflittuale, eppure a Pietro-Cefa Paolo riconosce la funzione specifica di essere una “colonna” della Chiesa (con  Giacomo e Giovanni) (Gal 2,1-14). La formula “porte dell’Ade” è l’ellenizzazione dell’ebraico “porte della morte”, ampiamente attestato dalla letteratura biblica e giudaica. L’immagine delle “chiavi” è simbolo di autorità e responsabilità: famosa è un passo di Isaia (22,22) su un cambio di potere ai vertici del regno di Ezechia (VIII-VII secolo a.C.) con la sostituzione di un vizir (“Porrò sulla tua spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire). Notiamo inoltre che nel contesto (Mt 16,17) si ha la formula “carne e sangue” che è squisitamente semitica per indicare la realtà caduca dell’umanità: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato…”.
Ma veniamo al binomio giuridico “legare e sciogliere” (ripreso anche in Matteo 18,18 per l’intero collegio apostolico). Alla sua base c’è un comune uso linguistico giudaico-rabbinico, ampiamente attestato ‘asar e shera’ in aramaico (in ebraico ‘asar e hitir’) indicano l’infliggere e l’annullare una scomunica da parte della sinagoga ma hanno anche un valore per “un proibire e permettere”, indicando un comportamento secondo la legge intepretata autoritativamente. Nel cosiddetto “Documento esseno” di Damasco, ad esempio, il responsabile può “sciogliere tutti i vingoli che legano” i membri di quella particolare comunità, presente probabilmente anche a “Qumran (13,10). Lo storico giudaico Giuseppe Flavio  ricoosceva nel  I secolo d.C. i farisei avevano “la possibilità sciogliere e di legare”, lùein e dèsmein, dato che egli scrive in greco (Guerra giudaica I, 5, 2 n.111). Il binomio è ripreso anche dal quarto Vangelo per il collegio apostolico con la variante sinonimica afìemi/kratèin, “rimettere e convalidare” i peccati (Gv, 20,23).

In conclusione, è indubbio che per tutti i Vangeli la figura di Pietro riveste un primato: ad esempio, è sempre il primo nella lista dei Dodici ed è il nome più citato in tutto il Nuovo Testamento dopo quello di Gesù. Inoltre, a lui il Cristo risorto affida la missione di pascere il gregge dei fedeli (Gv 21,15-17). Tutto questo non può che essere riportato a una scelta del Gesù storico. Sulla definizione più puntuale di questo primato, il passo matteano offre un’indicazione chiara, certo, la frase può essere stata formulata sulla base della primitiva prassi ecclesiale, ma essa si radica in un detto forse aramaico dello stesso Gesù, il quale assegna a Pietro un compito delegato che – come si è detto – non è solo disciplinare, ma anche di insegnamento autorevole e di salvezza.
Non c’è alcun altro motivo per il quale Gesù abbia cambiato il nome a Simone chiamandolo Pietro, quest’ultimo nome non era un nome in uso tra il popolo giudaico, e quindi descrive il preciso ruolo che assume Simone dal momento in cui Gesù lo chiamò Pietro.
I protestanti se ne facciano una ragione.

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