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Maria Piena di grazia? O Colmata dalla grazia?

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I non cattolici dicono in genere:

Quel 'pieno di grazia' è stato messo per sostenere che Maria era nata senza peccato, ma come abbiamo già detto il greco smentisce questa traduzione. E' chiaro che con queste parole ('piena di') che l'angelo Gabriele non disse mai a Maria, i Cattolici riescono a presentare Maria come una donna che aveva in sé ogni grazia, anche quella di essere senza peccato. Coloro che hanno adulterato queste parole dell'angelo Gabriele definendo Maria 'piena di grazia' hanno voluto così mettere Maria sullo stesso livello del Figliuolo di Dio (anche se a parole dicono che Maria aveva meno grazia di Gesù Cristo) e questo perché di Gesù Cristo è detto che egli era pieno di grazia secondo che é scritto in Giovanni: "E la Parola é stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità" (Giov. 1:14).

Ecco perché milioni di persone in tutto il mondo sono convinte che Maria era piena di grazia e perciò anche senza peccato; ecco perché moltitudini di pecore erranti la invocano dicendole: 'Ave Maria, piena di grazia....', con la speranza di essere esauditi! E se qualcuno fa notare loro che anche di Stefano è detto che era pieno di grazia? In questo caso rispondono che il 'piena di grazia' che l'angelo Gabriele gli disse 'appare, in un certo modo, come un nome caratteristico che sta al posto di nome proprio; ed per questo che non si può ammettere alcuna somiglianza con S. Stefano (Atti 6,8)...'. Come potete vedere da voi stessi i teologi romani hanno un'astuta risposta da dare anche a questa domanda.

Si risponde:
Esaminiamo i vari punti del testo che ho evidenziato con il grassetto:
1) mentre il testo dice: "E l'angelo, entrato da lei, disse: Ti saluto, o favorita dalla grazia: il Signore è teco"
2) E se qualcuno fa notare loro che anche di Stefano è detto che era pieno di grazia?
3) ... rispondono che il 'piena di grazia' che l'angelo Gabriele gli disse 'appare, in un certo modo, come un nome caratteristico che sta al posto di nome proprio; ed per questo che non si può ammettere alcuna somiglianza con S. Stefano (Atti 6,8)...'

Risposta al punto:
1) Non è vero che il testo greco si traduce letteralmente con "favorita dalla grazia". Il testo dice esplicitamente "kekaritomène" che tradotto, questa volta sì, letteralmente significa " arricchita di grazia" oppure "riempita di grazia". Il tempo usato in greco ( passivo perfetto) indica un'azione cominciata nel passato e che prosegue tutt'ora. Volendo dare lo stesso senso in italiano dovremmo dire: "nel passato sei stata riempita dalla grazia e continui ad esserlo anche adesso". Ovviamente questo passaggio non ci dice QUANDO Maria è stata resa "piena di grazia" ma ci conferma che questo è successo PRIMA dell' annunciazione da parte dell 'Angelo e quindi PRIMA del concepimento di Gesù.
2)Stefano è detto "pieno di grazia" nella traduzione in italiano di At 6,8 ma il testo greco che, non dimentichiamolo, è scritto sempre da Luca, non usa "kekaritomène" bensì  "plères charitos". In italiano la differenza non si nota ma leggendo il testo in greco la differenza si nota, eccome.
2) Anche questo non è vero. In realtà il nome di Maria non è stato cambiato, dato che lei continua ad essere chiamata sempre Maria. Semplicemente lei è stata chiamata in questo modo dall' Angelo come se fosse un titolo o un nome aggiunto per meglio identificarla. Questo non sarebbe stato messo in evidenza se non avesse avuto un significato particolare. Nella mentalità semitica ( e quindi nella Bibbia) i nomi hanno un significato simbolico e descrittivo molto importante. Per capire meglio il senso di questo "titolo" bisogna tenere presente che la "grazia" è in antitesi al  "peccato" e lo sovrasta ( cfr fra gli altri. Rm 5,20-21)

A questo punto dobbiamo fare una serie di considerazioni:

Il termine "grazia" traduce l'equivalente greco "karis" ed è il genere di appellativo usato dall' Angelo in Lc 1,28 per descrivere lo stato di Maria, cioè "kekaritomene".


Da questo possiamo desumere che:

a) La grazia ci salva
b) La grazia ci rende santi e giusti e pertanto senza peccato
Quindi una persona "piena di grazia" è contemporaneamente salvata e completamente santa. Da quest'affermazione noi desumiamo inoltre.
a) Essere pieni di grazia ( che è quella che salva) significa essere sicuramente salvati
b) Essere pieni di grazia ( che ci rende santi e giusti e senza peccato) significa essere completamente svuotati dal peccato

Tutte queste affermazioni derivano dalla Bibbia, naturalmente.
Fatta questa premessa possiamo dire che:

a) La Bibbia insegna che siamo salvati dalla grazia di Dio
b) La Bibbia insegna che noi abbiamo bisogno della grazia di Dio per vivere una vita santa e senza peccato
c) Chi è pieno di grazia è salvato
d) Maria (la "piena di grazia") è salvata
e) Quindi Maria è santa ed è senza peccato
f) Dal termine "kekaritomène" sappiamo che la sua santità e la sua salvezza sono precedenti all' Annunciazione.
Concludiamo dicendo semplicemente che la traduzione "Altamente favorita" non è conforme al testo greco e che "piena di grazia" non rende ancora l'idea, molto più profonda, dello stato di grazia di Maria


Qualche motivo di polemica tra cattolici e protestanti viene ancora dalla traduzione di Luca 1,28 dove le Bibbie cattoliche continuano a rendere κεχαριτωμένη con "piena di grazia", mentre le Bibbie acattoliche preferiscono tradurre "favorita dalla grazia", "colmata di grazia", "favorita" o "molto favorita". Di fatto, la Revised Standard Version cattolica (1966) ha reintrodotto, in chiara polemica con i protestanti, il tradizionale "full of grace", mentre la New American Bible (1970), versione ufficiale dei cattolici americani, ha sostituito il "full of grace" della Douay Reims (1610) con  "favored one", addolorando così non pochi cristiani e seguendo, come in altri punti (vedansi ad esempio Romani 9,5 e Tito 2,13), il triste esempio della King James (1611). Non intendiamo evidentemente entrare in polemica con i fratelli protestanti né tanto meno con la conferenza episcopale statunitense. Prendiamo, invece, atto del fatto che oggi molti cattolici ed ortodossi sono perplessi non tanto verso traduzioni antiche, grammaticalmente accreditate e letteralmente accettabili, come:
·         "o tu cui grazia è stata fatta" (Diodati 1607, 1641, 1825);
·         "favorita dalla grazia" (Riveduta, Nuova Riveduta);
·         "colmata di grazia" (Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente)
ma verso versioni come:
·         "favorita" (Young Literal Translation, Darby inglese, Revised Standard Version, New Revised Standard Version, New American Standard Bible, New American Bible) o
·         "molto favorita" (Nuova Diodati, King James, American Standard Version, New King James, New International Version, New World Translation),
visto e considerato che l’espressione "favorita" fu (ed è tuttora) spesso usata per identificare donne di dubbia virtù o di perduta fama.
Di fatto, traducendo "kekaritomene" con "favorita", si rischia di presentare l'amore di Dio verso Maria come un evento fugace, effimero ed ambiguo: le favorite dei re e dei potenti erano (e sono) personaggi soggetti ad un continuo ricambio e ad eterni capricci. Tradurre "kekaritomene" con "favorita dalla grazia" (come fecero il Diodati ed il Luzzi) o "colmata di grazia" (come fa la TILC) rappresenta una posizione più equilibrata, che enfatizza l'immensità della grazia di Dio verso l'umanità. Il "gratia plena" di Gerolamo sembra però confermare a Maria (e all'umanità) la stabilità, la forza e la pienezza di un amore che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Giovanni 3,16).

La bellezza della traduzione di Gerolamo è pertanto evidente e sembra andare oltre le riserve verso la devozione mariana espresse dagli evangelici, i dogmi di fede elaborati dai cattolici e dagli ortodossi e le dotte dispute di tutti coloro che vorrebbero far dire al testo biblico ciò che esso esplicitamente non dice.

Κεχαριτωμένη è il participio perfetto passivo (vocativo, femminile e singolare) del verbo lt χαριτοω che vuol dire "concedere grazia, colmare di grazia, rendere aggraziato, affascinante, bello, piacevole, esaminare con grazia, circondare di favore, onorare con benedizioni, favorire, gratificare". Il prefisso Κε indica che il verbo è al tempo perfetto, mentre il suffisso μένη mostra che il verbo è usato in forma di participio passivo. La traduzione cattolica "piena di grazia" risale al "gratia plena" di Gerolamo, che nella Vulgata non intese certo rendere attivo un participio perfetto passivo ma si limitò a cogliere qualche sfumatura sostantivata e forse pure aggettivale nel participio perfetto passivo (colmata di grazia, piena di grazia, dotata di grazia, leggiadra, graziosissima, bellissima, prediletta, graziatissima, oggetto della grazia divina, onorata dalla grazia, benedetta dal favore divino, guardata con grazia, resa splendida dalla grazia, favorita dalla grazia, circondata dalla divina grazia).

Secondo molti studiosi, il perfetto, che nel greco classico avrebbe quasi sempre valore "stativo" e "puntuale", nel greco koiné e nel Nuovo Testamento tenderebbe ad assumere valenza "resultativa e durativa". La stessa cosa sembra essere valida pure per i participi perfetti passivi che, nella cosiddetta "forma perifrastica", tendono a sostituire il perfetto, soprattutto nelle Scritture Greche Cristiane. Di fatto, nel greco koiné il perfetto e la forma perifrastica "estin + participio perfetto passivo" sono spesso sostanzialmente equivalenti. Nel Nuovo Testamento esistono poi casi in cui il tempo perfetto, il participio passivo perfetto preceduto da "estin" ed il participio perfetto passivo usato da solo hanno valenza simile ed uso praticamente accomunabile. Evidentemente il participio perfetto passivo, quando è usato da solo, rivela sia sfumature sostantivate o attributive che valenza verbale (essendo "estin" spesso sottointeso).

Coloro che traducono "kekeritomene" con "favorita" sostengono che "kekaritomene" sia un participio sostantivato totalmente privo di pienezza, durata e stabilità. Il ragionamento si basa sul fatto che il verbo della frase, detta a Maria dall’Angelo Gabriele, sarebbe l’imperativo "chaire" cioè "rallegrati". Molti pensano invece che il participio perfetto passivo "kekaritomene" sia comunque una forma verbale e non un sostantivo vero e proprio. Nel Nuovo Testamento, nei Padri Apostolici e negli Apologeti Greci non mancano, infatti, esempi di participi perfetti passivi usati in forma perifrastica e numerose sono le forme perifrastiche in cui il verbo essere è chiaramente sottointeso. Il fatto poi che "chaire", possa esser piuttosto un saluto che un vero e proprio imperativo (come intuì bene Girolamo quando tradusse "chaire" con "Ave"), permette di ipotizzare che "kekaritomene" conservi qui un elevata valenza verbale. Anche se non tutti condividono l'ipotesi secondo cui "kekaritomene" corrisponderebbe alla forma perifrastica "estin kekaritomene", è forse il caso di notare come, all'interno dello stesso versetto, il verbo "essere" sia sottointeso almeno un'altra volta. Luca 1,28 suona, infatti, come:

"Χαιρε κεκαριτωμενη ο κυριος μετα σου"
"Kaire kekaritomene o Kurios meta sou"
"Ti saluto [sei stata] colmata di grazia, il Signore [è] con te."

Su influenza di Luca 1,42, in alcuni manoscritti (Textus Receptus compreso), il saluto dell'Angelo Gabriele prosegue poi con:

"ευλογημενη συ εν γυναιξιν”
"Eulogemene su en gunaiksin"
"Benedetta [sei o sei stata] tu tra le donne",

dove troviamo ευλογημενη (eulogemene), participio passivo perfetto nominativo singolare e femminile (come kekaritomene), con tanto di verbo "essere" sottointeso.
Il fatto che tutto il brano lucano ometta la copula conferisce al saluto angelico carattere breve, conciso, solenne, esclamativo ed enfatico . Il gratia plena di Gerolamo potrebbe pertanto rendere con accurata precisione l'idea che la grazia di cui Maria è stata colmata sia piena, stabile, completa e duratura . Volendo pertanto tradurre letteralmente in italiano il "kekaritomene" greco si dovrebbe dire "tu che sei stata, che sei e che rimani stabilmente colmata dalla grazia divina". Papa Giovanni Paolo II ha giustamente osservato che "Per rendere con più esattezza la sfumatura del termine greco, non si dovrebbe quindi dire semplicemente "piena di grazia", bensì "resa piena di grazia" oppure "colmata di grazia", il che indicherebbe chiaramente che si tratta di un dono fatto da Dio alla Vergine. Il termine, nella forma di participio perfetto, accredita l'immagine di una grazia perfetta e duratura che implica pienezza. Lo stesso verbo, nel significato di "dotare di grazia", è adoperato nella Lettera agli Efesini per indicare l'abbondanza di grazia, concessa a noi dal Padre nel suo Figlio diletto (Efesini 1,6)". Un autorevole pastore della chiesa cattolica ha anche recentemente sottolineato come "Nel Libro dell’Esodo leggiamo che anche Dio è "pieno di grazia" (Esodo 34,6), ma mentre Dio lo è in senso attivo, come colui che riempie di grazia, Maria lo è in senso recettivo come Colei che è stata riempita di grazia e per questo è diventata icona sublime della divina grazia.
Il "gratia plena" della Vulgata sembra peraltro condiviso dalle versioni Vetus Latina, Syriaca Peshitta, Arabica, Egiziana ed Etiopica, dai padri greci Giovanni Damasceno, Giovanni Crisostomo, Teodoto di Ancira ed Efrem Siro e da larga parte delle Chiese Greco Ortodosse tuttoggi esistenti.

Inoltre:

·         la Wyclif's Version [1380] ha "full of grace";
·         la  Tyndale's Version [1534] ha "full of grace";
·         la Cranmer's Version [1539] ha "full of grace";
·         la Geneva Bible [1599] ha in nota a margine "might be rendered full of favour and grace",
·         la Douay Reims [1610] ha "full of grace";
·         l’Authorized Version or KJV [1611] ha in nota a margine "much graced or graciously accepted";
·         la Revised Version [1881], l’American Standard Version [1901] e la Scofield Edition [1909, 1914] hanno in nota a margine "Or Endowed with Grace".
·         la versione francese di David Martin [1707] ha "(ô toi qui es) reçue en grâce";
·         la versione francese di Jean-Frédéric Ostervald  [1744] ha " toi qui as été reçue en grâce";
·         la versione francese di Louis Segond [1880] ha "toi à qui une grâce a été faite";
·         la versione francese del Darby [1910] ha "toi que Dieu fait jouir de sa faveur";
·         la New American Standard Bible [1971, 1977] in nota riporta "Or, O woman richly blessed".
·         la English Peshitta Translation di Etheridge [1849] ha "Peace to thee, full of grace"
·         la English Peshitta Translation di Murdock [1852] ha "Peace to thee, thou full of grace"
·         la English Peshitta Translation di Lamsa [1933] ha "Peace to you, o full of grace"
·         la English Peshitta Translation di Younan [2000] ha "Peace to you, full of grace"
 
A conferma di questo è forse il caso di osservare che κεχαριτωμένω, corrispondente maschile di κεχαριτωμένη, si trova solo un'altra volta nella Bibbia (Siracide 18,17) e nella Vulgata fu tradotto da Gerolamo con "iustificato”, senza introdurre alcuna sfumatura attiva . Il termine Κεχαριτωμένον è comunque piuttosto raro e, oltre che dal libro del Siracide, fu anche impiegato da Simmaco per tradurre il termine ebraico ברר (barar) cioè "puro" (Salmo 18,26).. Nei Padri della Chiesa troviamo poi κεχαριτωμένον, corrispondente neutro di κεχαριτωμένη, usato per lo Spirito Santo che “ci fu donato per grazia" o che è "pieno di grazia" (Clemente Alessandrino, Stromata, I, 1, 14).

Chiarito che grazia e favore vengono sempre e solo da Dio (1 Pietro 5:10) e ci rendono a lui graditi (Efesini 1,6), la traduzione "piena di grazia" nel senso di "graziosissima, prediletta e da sempre piena della grazia divina" ci sembra senza dubbio corretta, accurata ed applicabile a Maria da tutti i cristiani, visto e considerato che non solo Gesù (Giovanni 1,14) ma anche il diacono Stefano (Atti 6,8) fu chiaramente detto πλήρης χάριτος cioè "pieno di grazia". La pienezza di grazia di Maria è evidentemente diversa da quella di Gesù e da quella di Stefano; il titolo di "piena di grazia" è comunque più che legittimo, come più che legittimo era il titolo di "Figlio di Dio" applicato a Cristo, visto che perfino i giudici ebrei erano chiamati "dei" dalla Scrittura (Salmo 82,6 e Giovanni 10,34).

L’opposizione mostrata da alcuni acattolici verso la traduzione "piena di grazia" sembra pertanto legata più a pregiudizi teologici (timore che Luca 1,28 possa essere citato per sostenere la devozione mariana, l’invocazione della Madonna ed il dogma dell’Immacolata Concezione) che a ragioni logiche, linguistiche, grammaticali ed estetiche (Cantico dei Cantici 4,7). Sicuramente molti cattolici hanno, in passato, fatto ampio ricorso alla traduzione di Gerolamo per provare il dogma dell'Immacolata Concezione, non riuscendo a dimostrare nulla e rendendosi così odiosi a tutto il protestantesimo. Di fatto, il gratia plena di Gerolamo spinse molti cattolici del passato sulla strada di deduzioni filosofiche e teologiche piuttosto che verso analisi propriamente esegetiche (vedasi ad esempio, Tommaso d'Aquino, Summa Teologica, III, 27).

La pienezza di grazia di Maria diventò così più una grazia santificante da dispensare che l'originale benevolenza divina di cui fu oggetto. Oggi nessun cattolico ragionevole si oppone a traduzioni del tipo "Esulta, o privilegiata dalla grazia" o "Rallegrati, o tu che sei stata colmata di grazia". Insistere su termini come "favorita" o "molto favorita" sembra però una scelta volutamente volgare, lessicalmente ambigua e stilisticamente criticabile. Invero, il "gratia plena " non ha alcun valore teologico ed i dogmi della Chiesa Cattolica sono basati su ben altri fondamenti logici, filosofici e teologici. Si consideri poi che le "favorite" dei potenti erano tali per bellezza, intelligenza o cultura, mentre Maria è "colmata di grazia" perché ha "trovato grazia presso Dio" (Luca 1,30). Paradossalmente, è sulla traduzione "favorita" che si potrebbero ipotizzare precedenti meriti di Maria, mentre il "piena di grazia" di Gerolamo, il "o tu cui grazia è stata fatta" di Diodati ed il "favorita dalla grazia"di Luzzi permettono solo di dimostrare "l'umiltà della serva del Signore" (Luca 1,48).

Dalle Sacre Scritture risulta poi che pieni di Spirito Santo furono Giovanni il battista (Luca 1,15), Maria (Luca 1,35), Zaccaria (Luca 1,67), Gesù Cristo (Luca 4,1), Pietro (Atti 4,8), Stefano (Atti 7,55), Barnaba (Atti 11,24), Paolo (Atti 13,9). La pienezza di grazia di Maria è pertanto più che legittima, in quanto legata alla particolare pienezza di Spirito Santo di cui fu colmata. Alla madre di Gesù l’angelo Gabriele disse infatti: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo" (Luca 1,35).

Tutti coloro che provano un’istintiva avversione nei confronti della devozione cattolica verso Maria citano spesso la Bibbia laddove è scritto: "Lo stolto pensa: Dio non esiste. Sono corrotti, fanno cose abominevoli, nessuno fa il bene. Dio dal cielo si china sui figli dell'uomo per vedere se c'è un uomo saggio che cerca Dio. Tutti hanno traviato, tutti sono corrotti; nessuno fa il bene; neppure uno" (Salmo 53,2-4) oppure "Non c’è nessun giusto, nemmeno uno" (Romani 3,10). Se si vuole sostenere che la giustizia degli uomini non deriva da particolari opere meritorie o dall’osservanza di particolari precetti (Romani 3,19; Galati 3,11), ma dalla fede in Dio Padre ed in Cristo Gesù, nostro Signore e Salvatore (Romani 1,17; Romani 3,28; Galati 2,16) non c'è nulla da eccepire.

Se, invece, si vuole affermare che Maria non condusse un'esistenza giusta e pura dal peccato, occorre ricordare che per fede e per opere (Giacomo 2,26), cioè attraverso una fede operante attraverso l'amore (Galati 5,6), oltre a Maria, vennero considerati giusti molti uomini del tempo antico, come Noé, uomo giusto ed integro (Genesi 6,9 e 7,1), Abramo che ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia (Romani 4,3), il giusto Lot (2 Pietro 2,7), Tobia, uomo giusto e largo di elemosine (Tobia 7,6-9,6), Abele (Matteo 23,35), Giovanni Battista, giusto e santo (Marco 6,20), Simeone, uomo giusto e timorato di Dio (Luca 2,25), Zaccaria ed Elisabetta, giusti davanti a Dio (Luca 1,6), Giuseppe d'Arimatea, persona buona e giusta (Luca 23,50) ed il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio (Atti 10,22).

Maria resterebbe "giusta e piena di grazia" anche se, unita dal sacro vincolo del matrimonio, avesse generato figli e figlie con Giuseppe, suo legittimo sposo. La "pienezza di grazia" sembra infatti prescindere da tutte le critiche portate avanti dalla Riforma Protestante e da tutti i dogmi elaborati dalla Chiesa Cattolica. Coloro che affermano che Maria avrebbe avuto altri figli, oltre a Gesù, citano alcuni passi del Vangelo (ad esempio Matteo 13,55 e Marco 6,3) dove si fa riferimento a quattro fratelli del Signore, chiamati Giacomo, Giuseppe (o Ioses), Giuda e Simeone (o Simone). I cattolici hanno sempre rigettato la possibilità che Cristo possa aver avuto dei fratelli carnali, sostenendo come il termine "fratelli", in aramaico, assuma significato molto ampio, comprendendo anche il significato di "cugini".

La critica protestante e razionalista ha però sempre obiettato che nella lingua greca il termine "fratello" è "adelphos", mentre il termine "cugino" è "anepsios", come bene sapevano alcuni autori del Nuovo Testamento (in Colossesi 4,10 Marco è detto chiaramente cugino di Barnaba). Dal punto di vista linguistico la discussone è però giunta ad un punto morto, visto che gli apostoli pensavano in aramaico e scrivevano in greco, risentendo fortemente sia dell’influsso della lingua madre che dell’influenza della cultura greco-romana. Prima di accettare in modo acritico le tesi acattoliche, pensiamo che potrebbe essere di qualche utilità considerare alcune testimonianze risalenti ai primi secoli dell’era volgare. È infatti verosimile pensare che Giacomo e Giuseppe (o Ioses) fossero figli di Maria, sorella della Madre di Cristo, come sembra emergere da alcune fonti attendibili (Matteo 27,56; Marco 15,40; Giovanni 19,25 e da Girolamo,
Gli Uomini Illustri, II). Simeone (o Simone) potrebbe essere invece figlio di Cleofa, fratello di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, come sembra affermato dalle autorevoli testimonianze degli storici Egesippo ed Eusebio (Eusebio, Storia Ecclesiastica, III, 11 e IV, 22). Fratello carnale di Gesù potrebbe, invece, essere soltanto Giuda, possibile figlio di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, come sembra emergere dalla Storia Ecclesiastica di Eusebio (Eusebio, Storia Ecclesiastica, III, 19-20.



"Highly favoured" (kecharitomene): Perfect passive participle of charitoo and means endowed with grace ("charis"), enriched with grace as in Ephesians. 1:6, non ut mater gratiae, sed ut filia gratiae. The Vulgate gratiae plena is right, if it means 'full of grace which thou hast received'; wrong, if it means 'full of grace which thou hast to bestow'. A. T. Robertson, Word Pictures in the New Testament, Nashville, 1930, vol. II, pag. 13. Evidentemente le considerazioni del Robertson sono corrette se riferite al giorno dell’Annunciazione. Di fronte all’Arcangelo Gabriele, Maria fu "figlia della grazia", cioè figlia dell’immenso amore divino che a lei si rivolse. Dopo aver dato alla luce il Salvatore, Maria divenne però anche "madre della grazia", cioè madre del nostro Signore Gesù Cristo.

Molti participi passati, anche nella lingua italiana, hanno perso larga parte della funzione verbale primitiva per assumere ruolo di aggettivo o di sostantivo, conservando ben poco dell’originale sfumatura attiva o passiva (si pensi, ad esempio, a termini come uscita, entrata, vista, visto, udito, gelato, bandito, invitato, messo, eletto, fatto, accaduto, successo, prefisso, evaso, esatto, giusto, amata, favorita, ….). A seconda del verbo reggente, del contesto grammaticale e delle circostanze, alcuni di essi hanno solo valore sostantivato, mentre per altri non si può escludere un certo carattere verbale con qualche sfumatura "resultativa" e "durativa". Di fatto, nella lingua italiana, alcuni participi hanno totalmente perso ogni sfumatura verbale (si pensi a termini come vestito, bandito, contenuto, docente, cantante, recipiente, …), mentre altri participi sembrano ancora sottointendere il verbo essere o qualche altro verbo.

Il "vestito" è tale perché veste le persone e non perché è stato vestito e cucito addosso ad esse. Il "bandito" è tale perché viola la legge e non perché è stato bandito (come in passato) dalla società. Un caso intermedio è quello del "convertito" che può aver fatto un autonomo cammino di fede o può essere stato convertito da altri. Participi passati come "amata", "favorita", "inviato" o "impiccato", quando non vengano usati in senso riflessivo ed autoreferenziale, sembrano invece sottointendere ancora il verbo essere (chi è stata amata, favorita, chi è stato inviato o impiccato). La permanenza di qualche sfumatura verbale durativa e resultativa sembra pertanto essere qui possibile, logica e legittima. Il termine "gelato" ha un'evidente valenza puntuale: dopo pochi minuti ciò che è stato gelato si scioglie, mentre il termine "ammazzato" ha una evidente valenza resultativa e durativa: il morto non riprende vita. Il termine "amata" ha invece una valenza non sempre chiara: "colei che è stata amata" può essere stata amata per un istante, per un certo tempo oppure in eterno.

Nel saluto angelico, "kekaritomene" è probabilmente un participio attributivo che tuttavia conserva elevata valenza verbale, essendo la copula verosimilmente omessa (sulla possibilità che Luca 1,28 sia una "incomplete structure" con probabile mancanza del verbo essere vedasi, ad esempio, Winer, A Treatise on the Grammar of New Testament Greek, 1870, pag. 732). Di fatto, nel greco antico come in molte altre lingue, il participio è un modo verbale molto vicino all'aggettivo e al sostantivo. Deve il suo nome proprio al fatto che partecipa a queste categorie, cioè condivide le caratteristiche di un verbo e di un aggettivo. Qualcuno ha pertanto osservato che il participio è una specie di "aggettivo verbale", in parte verbo ed in parte aggettivo (vedasi H. W. Smith, A Greek Grammar for Colleges, n. 2039, 1920; E. C. Colwell & E. W. Tune, A Beginner's Reader Grammar for New Testament Greek, 1965, pag. 44; A.T.Robertson, A Grammar of the Greek New Testament in the Light of Historical Research, 1919, pp. 1101). È sicuramente vero che il greco antico non è l’italiano e che la valenza greca di un participio perfetto passivo non sempre coincide con quella posseduta dalla corrispondente traduzione italiana. Rimane, comunque, sempre discutibile il ricorso acritico a classificazioni accademiche, che spesso rischiano di catalogare in modo prescrittivo i participi perfetti passivi in categorie eccessivamente rigide (predicativi, attributivi, aggettivali, sostantivati, perifrastici....), imponendo talora schemi poco realistici ed un po' dogmatici.

La tendenza di alcune forme perifrastiche ad evolvere verso participi sostantivati è comunque evidente. Se nel Medioevo un messaggero di un ricco principe avesse salutato un capitano di ventura con la frase: "Rallegrati, o soldato, il Principe è con te. ….non temere, Giovanni, perché sei stato assoldato presso le milizie del Principe", la forma "soldato" sarebbe stata un participio passivo perfetto del verbo "soldare" o "assoldare nelle milizie", visto che "soldato" era chi veniva reclutato, dietro compenso, per combattere al servizio di un sovrano o di uno stato che fossero privi di un esercito nazionale. Oggi, invece, "soldato" è un sostantivo derivante da un participio sostantivato ed indica chi combatte in un esercito o chi è parte delle truppe militari, senza distinzione di grado o arma, sia volontariamente che per obbligo di leva. Con il senno di molti secoli fa, non sembrerebbe pertanto errato rendere la frase con "Ti saluto, o uomo pieno di ricchezza" oppure "Rallegrati, o tu che sei stato assoldato nelle milizie".

Il passaggio dal perfetto alle forme perifrastiche e da queste ai participi attributivi è stata lenta e graduale e non ha determinato un'immediata perdita della valenza verbale di detti participi. Oltre che nelle scritture greche e cristiane, troviamo forme perifrastiche che tendono a sostituire il perfetto anche in alcuni autori greci del I e II secolo avanti Cristo (come, ad esempio, Polibio, Strabone e Diodoro Siculo). Un caso emblematico è dato dal verbo "grapho" cioè scrivere. Per citare i Profeti, il Nuovo Testamento utilizza indifferentemente "gegraptai" (perfetto di grapho), "estin + gegrammenon" forma perifrastica o "gegrammenon da solo" con valenza ibrida. In questi casi sembra indifferente tradurre "come sta scritto", "come è stato scritto" , "come è scritto" o "secondo lo scritto" o "in conformità a quanto scritto". Esistono evidentemente casi con sfumature verbali più accentuate, mentre in altri contesti la valenza sostantivata sembra essere più forte: il significato logico non sembra comunque molto diverso. Per l’uso di "gegraptai" vedansi, ad esempio, i casi di Matteo 2,5; Romani 3,4; Apocalisse 13,8. Per l’uso di "estin + gegrammenon" si vedano Luca 20,17; Giovanni 2,17; Giovanni 6,31; Giovanni 6,45; Giovanni 10,34; Giovanni 12,14; Giovanni 19,19. Per l’uso di "gegrammenon" da solo con funzione perifrastica-sostantivata (e talora anche preceduto da articolo) vedansi infine Luca 22,37 e 2 Corinzi 4,13. Non mancano poi casi in cui "estin" nella forma verbale è probabilmente sottointeso (come in Apocalisse 2,17; Apocalisse 5,1; Apocalisse 14,1 e Apocalisse 17,5). Vedasi, a tal proposito, Joseph A. Fitzmyer, Essays on the Semitic Background of the New Testament, 1997, pp. 8-9. Per la possibilità che la forma perifrastica "estin + participio perfetto" esprima - come il perfetto - uno stato o una situazione, risultante da un precedente evento ma persistente nel presente, vedasi J. Gonda, Selected Studies, 1975, Vol I, pag. 472.

Per un'analisi dell'uso del perfetto per caratterizzare un effetto "prolungato" e "durativo" vedasi Blass & De Brunner, Greek Grammar of the New Testament, Chicago: University of Chicago Press, 1961, pp. 176-177. Per un accenno all'uso delle forme perifrastiche nel "perfetto", vedasi, ad esempio, Blass & De Brunner, Greek Grammar of the New Testament, Chicago: University of Chicago Press, 1961, pag.179. Per la possibilità che la forma perifrastica "estin + participio perfetto" esprima uno stato o una situazione, risultante da un precedente evento ma persistente nel presente, vedasi J. Gonda, Selected Studies, 1975, Vol I, pag. 472. Per un'analisi della regola generale secondo cui il participio perifrastico sarebbe sintatticamente riconoscibile dal fatto che il verbo essere ed il participio non sono separati da alcun elemento, vedasi S.E. Porter, Idioms of the Greek New Testament, 1992, pp. 45-49. Per un esame dettagliato della tendenza, nel greco del Nuovo Testamento, ad omettere il verbo "essere" vedasi ancora Blass & De Brunner, Greek Grammar of the New Testament, Chicago: University of Chicago Press, 1961, pp. 70-71. Per la possibilità di forme perifrastiche senza copula vedasi A.T. Robertson, A Grammar of the Greek New Testament in the Light of Historical Research, 1919, pp. 1119-1120. Sulle cosiddette "incomplete structures"con omissione del soggetto o del verbo essere (come copula e come predicato verbale) vedasi, ad esempio, Winer, A Treatise on the Grammar of New Testament Greek, 1870, pp. 731-751.

Nel Nuovo Testamento, l’omissione del verbo essere (come copula o come predicato verbale nel senso di "esistere") è molto comune nei proverbi, nelle costruzioni impersonali (specialmente in quelle che esprimono necessità o possibilità), nelle domande, nelle esclamazioni, in particolari forme poetiche, in numerose forme idiomatiche, nelle benedizioni, nelle dossologie, in alcune formule augurali ed in molte strutture volutamente brevi e concise. A tal proposito vedasi, ad esempio, Matteo 5,3 (5,5-5,10); Matteo 7,9; Matteo 10,10; Matteo 13,11; Matteo 21,9; Marco 13,33; Luca 2,25; Luca 4,36; Luca 6,34; Luca 22,37; Giovanni 1,6; Giovanni 3,1; Atti 10,21; Atti 13,11; Atti 19,28; Atti 19,34; Romani 3,1; Romani 4,8; Romani 4,14; Romani 8,27; Romani 11, 16; Romani 12,9; Romani 13,11; Romani 14,21; Romani 15,33; 1 Corinzi 1,26; 2 Corinzi 2,16; 2 Corinzi 4,13; 2 Corinzi 8,16; 2 Corinzi 11,16; Filippesi 2,11; Filippesi 4,3; Efesini 4,5; Efesini 5,17; Colossesi 4,6; Tito 3,15; 1 Tessalonicesi 4,6; 2 Tessalonicesi 3,2; 1 Timoteo 1,15; 1 Timoteo 5,18; 1 Timoteo 6,7; 2 Timoteo 2:11; 2 Timoteo 3,16; 1 Pietro 1,6; 1 Pietro 3,8; Ebrei 2,11; Ebrei 6,8; Ebrei 13,4; Apocalisse 2,17; Apocalisse 5,1; Apocalisse 13,4; Apocalisse 17,5…..

Alcuni cattolici riportano la frase: "It is permissible, on greek grammatical and linguistic grounds, to paraphrase "kecharitomene" as completely, perfectly, enduringly endowed with grace", citando Blass & De Brunner, Greek Grammar of the New Testament, Chicago: University of Chicago Press, 1961, pag.166 e 175-176. Blass e De Brunner non hanno però mai espresso una valutazione sul significato del termine greco "kekaritomene". La citazione, presente soprattutto in alcuni siti web statunitensi, vorrebbe accreditare la possibilità di applicare al termine in questione l’uso del perfetto quando, come insegnano Blass e De Brunner, questo venga utilizzato per caratterizzare un effetto prolungato su un soggetto o su un oggetto (§342). Per chi è profondamente convinto del fatto che "kekaritomene" sia solo un participio sostantivato privo di ogni sfumatura verbale, la citazione appare come una forzatura disonesta e truffaldina. Se, invece, si considera che nel greco koiné il perfetto è spesso sostituito dai participi perfetti passivi e si ammette l'ipotesi che, in alcuni contesti, il verbo essere potrebbe anche non essere esplicitato, la citazione rimane onesta, accettabile e legittima.

Giovanni Paolo II, Udienza del Mercoledì, 8 maggio 1996 e Tarcisio Bertone, lt Omelia nella festa dell'Immacolata Concezione, 8 dicembre 2007. Per amor del vero va detto che in Efesini 1,6 (dove Girolamo tradusse letteralmente: in laudem gloriae gratiae suae in qua gratificavit nos in dilecto, cioè a lode della gloria della sua grazia con cui ci graziò nel Diletto) è usato l'aoristo attivo indicativo (ekaritosen) del verbo "karitoo". Si tratta qui di un'azione puntuale, circostanziata e definitiva, visto che l'aoristo greco è molto simile al nostro passato remoto.

Nella Bibbia cattolica Douay Reims (1610) κεχαριτωμένω di Siracide 18,17 è reso con "justified man”, mentre la Nova Vulgata traduce κεχαριτωμένω con “gratioso", la New American Bible con "kindly man", la Bibbia CEI con "caritatevole", la Nuovissima Versione della Bibbia con "generoso", la Revised Standard Version e la New Revised Standard Version con "gracious man", la Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente con "gentile".
A tal proposito vedasi: F. Field, Origenis Hexaplorum: quae supersunt sive veterum interpretum graecorum in totus Vetus Testamentum fragmenta, Oxford University Press, 1875, vol II, pag 111.

Può essere forse di qualche interesse notare come l'Arcangelo Gabriele si fosse rivolto al profeta Daniele utilizzando (anche in quella occasione) un termine piuttosto raro, cioè "chemdah iysh" (Daniele 9,23 e Daniele 10,11) cioè "uomo molto amato, prediletto, grazioso e piacevole", termine che la Settanta e Gerolamo tradussero un po' liberamente con "aner epitomion", cioè "uomo molto desiderato" e con "vir desideriorum" cioè "uomo dei desideri".


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