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Il primato della coscienza catechesi chiesa

Catechesi

IL PRIMATO DELLA COSCIENZA


La Dignitatis humanae è la dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa.
 
2. Tale dichiarazione afferma: “Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa.
Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata.
Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società” (DH 2).
 
3. Ricorda anche che “Cristo, che è Maestro e Signore nostro, mite ed umile di cuore, ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. … Mandando gli apostoli nel mondo, disse loro: “Chi avrà creduto e sarà battezzato, sarà salvo. Chi invece non avrà creduto sarà condannato” (Mc 16,16), ma conoscendo che la zizzania è stata seminata con il grano, comandò di lasciarli crescere tutti e due fino alla mietitura che avverrà alla fine del tempo. (…)
Si presentò come il perfetto servo di Dio che “non rompe la canna incrinata e non smorza il lucignolo che fuma” (Mt 12,20). Riconobbe la potestà civile e i suoi diritti, comandando di versare il tributo a Cesare, ammonì però chiaramente di rispettare i superiori diritti di Dio: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). (…)
Infatti rese testimonianza alla verità, però non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano. Il suo regno non si erige con la spada ma si costituisce ascoltando la verità e rendendo ad essa testimonianza, e cresce in virtù dell’amore con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli esseri umani” (DH 11).

 
4. Fatte queste premesse, vengo direttamente alla tua domanda: il rapporto tra il "primato della coscienza personale"  e l’obbedienza che dobbiamo alla Chiesa.
Va detto anzitutto che la coscienza non è infallibile, si può sbagliare.

Lo ricorda Giovanni Paolo II in Veritatis splendor: “Il monito di Paolo ci sollecita alla vigilanza, avvertendoci che nei giudizi della nostra coscienza si annida sempre la possibilità dell’errore. Essa non è un giudice infallibile: può errare. Nondimeno l’errore della coscienza può essere il frutto di una ignoranza invincibile, cioè di un’ignoranza di cui il soggetto non è consapevole e da cui non può uscire da solo.
Nel caso in cui tale ignoranza invincibile non sia colpevole, ci ricorda il Concilio, la coscienza non perde la sua dignità, perché essa, pur orientandoci di fatto in modo difforme dall’ordine morale oggettivo, non cessa di parlare in nome di quella verità sul bene che il soggetto è chiamato a ricercare sinceramente (VS 62).

La coscienza che è nell’ignoranza invicibile e incolpevole, come nel caso di tanti non cristiani in buona fede, va seguita.
Infatti qui uno crede di obbedire alla verità, a Dio, anche se di fatto si sbaglia.
 
5. Per un cristiano invece non è possibile anteporre il proprio giudizio al giudizio del Magistero.
Il cristiano infatti sa che Cristo ha garantito solo al Magistero l’infallibilità nell’insegnamento della fede e della morale.

E sa pure che Cristo a lui personalmente tale infallibilità non l’ha garantito, anzi ha detto di ascoltare gli apostoli e i loro successori: “Chi ascolta voi, ascolta me e chi disprezza voi, disprezza me” (Lc 10,16).

Nei giudizi morali non dobbiamo quindi ascoltare anzitutto la nostra coscienza come se essa fosse la regola suprema del nostro agire morale, ma dobbiamo invece ascoltare la coscienza e seguirla in definitiva, come regola immediata dell’agire hic et nunc, dopo aver consultato la legge morale e nell’intento non di superarla con un’arbitraria «etica personale», come crede Rahner, ma di applicarla nei casi concreti.

Non è quindi lecito e  vantaggioso sottrarsi all’obbedienza alla legge morale col pretesto di  ascoltare la propria singola coscienza. Infatti, la legge  morale è universale ed obbliga tutti. Se la verità o norma morale  variassero da coscienza a coscienza, sì da verificarsi il noto detto quot capita, tot sententiae, scomparirebbero l’uguaglianza e la comunicazione umana, sarebbe il trionfo della violenza dell’homo homimi lupuse per conseguenza la convivenza umana diventerebbe impossibile.

Ciò naturalmente non toglie legittimità e ragion d’essere alla varietà delle opinioni morali.  Ma esse posseggono appunto tale legittimità e ragion d’essere, in  quanto fondate sul bisogno e sulla ricerca di una verità universale, sia  essa di ordine morale o speculativo.

Altra considerazione da fare è che il  primato nell’orizzonte dell’essere non appartiene alla coscienza, che è  ristretta al campo del pensiero umano, ma appartiene allo stesso essere  reale, appartiene alla realtà, dalla quale dipende il pensiero e al  vertice del quale non c’è la coscienza umana, ma Dio.

La coscienza non ha il primato neppure come principio della verità. Questo è stato l’errore del cogito cartesiano.  E tanto meno essa dà origine all’essere, come credette Hegel.  La  coscienza certo ha a che fare con la verità, ma in quanto la coscienza è  adeguazione al reale, che è il principio ontologico della verità e  della stessa coscienza.

Infatti, se oggetto immediato della  coscienza è un dato interiore, è un pensato un concepito, non bisogna  dimenticare che la conoscenza del reale non si esaurisce nella  coscienza, come a dire che l’oggetto del conoscere o del sapere non è il  pensato, ovvero il concetto, ma il pensabile, ossia la realtà esterna  indipendente dalla coscienza, che esiste anche se non la pensiamo.
E lo stesso dato di coscienza non  sarebbe possibile, se la coscienza non lo avesse ricavato dal contenuto  della conoscenza che direttamente ha attinto al reale. Per questo, la  conoscenza della legge morale non è un dato a priori della coscienza,  come credeva Kant, ma si ricava dalla conoscenza oggettiva della natura  umana, creata da Dio, indipendente dalla coscienza.

La falsa idea del primato della  coscienza rispetto alla realtà, così come l’ho illustrata, genera tre  principali concezioni sbagliate della coscienza, che distolgono l’agire umano dall’osservanza della legge morale e quindi dal conseguimento del suo fine di raggiungere Dio.

Tutte e tre pretendono di far dipendere la legge dalla coscienza, anziché la coscienza dalla legge:

il soggettivismo,  per il quale la legge è ciò che decide la coscienza del singolo  soggetto, per cui non esiste una legge universale, ma la coscienza di  ognuno decide per conto proprio secondo il suo comodo personale;

il relativismo,  per il quale la legge morale varia relativamente ai tempi e ai luoghi;  lo storicismo, per il quale non esiste una legge morale immutabile, ma  essa muta nel corso della storia.
La coscienza è atto riflessivo  dell’intelletto, naturalmente orientato alla verità, anche se di fatto  la coscienza umana è fallibile, sia che erri in buona fede o che erri  volontariamente. La coscienza umana coglie infallibilmente il suo  rapporto con Dio e la legge naturale, dato che ogni uomo deve rispondere  davanti a Dio delle sue azioni. Ciò non impedisce che la coscienza  morale possa oscurarsi a causa delle passioni o di una cattiva  educazione ed abbia quindi a volte bisogno di essere corretta, in quanto  i suoi contenuti non corrispondono alle vere esigenze della legge  morale.

La dignità della coscienza può  essere pienamente riconosciuta e rispettata senza bisogno di porla  presuntuosamente in cima e all’origine di tutta la realtà e la verità.  In ogni caso la coscienza ha il compito di intervenire in ogni atto del  giudizio teoretico e morale, perché non possiamo giudicare della verità  di qualcosa, se non sappiamo di esser nel vero, cioè se non ne abbiamo  coscienza. Tuttavia la fallibilità della coscienza richiede che essa sia  disposta ad istruirsi e rettificarsi in caso di errore. Dobbiamo sempre  agire secondo coscienza, anche quando la coscienza è errante in un  errore del quale essa non si rende conto.

Nessuno può costringere un altro o proibirgli di pensare o agire contro la sua coscienza.  Dobbiamo lasciare liberi gli altri di pensare o fare secondo la loro  coscienza, anche se errano nel pensare o nell’agire, salvo che la loro  condotta non metta in pericolo il bene comune. Bisogna pertanto  accogliere benevolmente l’obiezione di coscienza, a meno che non sia  chiaro che essa si trova in mala fede e disprezza ciò che è tenuto a  sapere.

Giudicare in ciò tuttavia non è facile e richiede somma prudenza, perché è buona regola pensare che gli altri siano in buona fede, salvo che diano chiara prova in contrario.
Un atto morale può essere oggettivamente  peccaminoso in foro esterno, ossia in base alla scienza morale e a  prescindere dalla coscienza che il peccatore possa averne. Ciò allora  non vuol dire che il peccatore pecchi consapevolmente in foro interno.  Certo le intenzioni degli altri possono venire alla luce; ma occorre  esser sempre cauti nel giudicare dell’esistenza o dell’entità della  colpa, date le attenuanti che possono sopravvenire o per l’ignoranza o  per la fragilità del peccatore.
dal sito libertaepersona.org


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