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La «Madre di Dio»  

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Scritto da Mons. Giacomo BIFFI   


Può il Figlio di Dio, che è Dio, essere stato generato da una Donna? Che ne diventa la Madre? Una verità che scandalizza cristiani non cattolici e seguaci di diverse religioni. Ma la Chiesa ha ragione. Ecco perché Sacri concerti

Una ricchissima semplicità

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo figlio, nato da donna» (Gal 4,6). È difficile trovare parole più semplici di queste, più consuete, più ripetute nell’esistenza comune: pienezza, tempo, figlio, nascita, donna. C’è quasi un sapore casalingo in questi vocaboli, che sono propri della quotidianità del nostro vivere. Ma è anche difficile immaginare annuncio più consistente e sbalorditivo di questo, che in un solo rapido balenare di luce dal cielo ci svela tre “misteri”: il mistero della storia, il mistero della vita segreta di Dio come vita trinitaria, il mistero dell’incarnazione.

Il mistero della storia

La storia non è un sempiterno girare in cerchio, come favoleggiavano i greci; non è un indefinito progresso senza capo né coda, senza un traguardo né un significato (che non sia quello del suo continuo oltrepassarsi), come ipotizza larga parte della cultura moderna; non è un’assurda congerie di accadimenti senza connessione e senza logica, come si rassegna a dire la disperazione post-moderna. La storia ha una “pienezza”, e dunque un inizio, un approdo, un senso. Ha una pienezza che sostanzialmente è già in atto; e in questa “pienezza” è collocata in funzione determinante una donna.

Il mistero trinitario

Quando Paolo assegna a Cristo la qualifica di «figlio» di Dio, lo fa con la massima serietà pensabile, in una accezione unica e assolutamente imparagonabile. Non lo dice come può dirlo di sé, essendo creata, la farfalla della “Vispa Teresa” (“Deh! Lasciami, anch’io son figlia di Dio”). Non lo dice nello stesso senso che lo dice di noi, che siamo “figli adottivi”. È il figlio suo (GaI 4,4). È il figlio di Dio medesimo (Rm 8,3). È il figlio “proprio” (Rm 8,32). Al punto che la connotazione che ai suoi occhi più di ogni altra caratterizza ormai il Dio d’Israele è l’essere «il Padre del Signore nostro Gesù Cristo».
Se Dio ha da sempre un Figlio – alla cui conformità siamo stati tutti dall’origine del mondo predestinati (cf Rm 8,29) –, questo vuol dire che c’è all’interno della Divinità un’arcana vitalità di donazione, di conoscenza, di amore, di relazioni; una vitalità che trabocca verso di noi nelle due «missioni» ricordate proprio dallo stesso passo: la missione del Figlio e la missione dello Spirito del Figlio (cf GaI 4,4-6).

Il mistero dell’incarnazione

Questo Figlio – che essendo «figlio» è già «nato» da Dio nell’eternità – nasce nel tempo: «quando venne la pienezza del tempo». È l’Eterno che riesce a farsi racchiudere nella volubilità della storia. È l’Immenso, l’Assoluto, l’Incondizionato che è generato da donna. Davvero il Signore è diverso da noi; soprattutto è diverso dagli uomini socialmente e culturalmente importanti, che tanto spesso usano frasi altisonanti e complicate per esprimere il quasiniente dei loro pensieri. Il linguaggio di Dio invece è piano come quello della gente che non ha studiato, eppure riesce a comunicare una verità che trascende ogni nostro schema mentale. Il Figlio di Dio è «nato da donna»
: l’intera avventura dell’umanità riscattata è già compresa in queste poche sillabe come in un seme; un seme che uno sguardo distratto corre il rischio di trascurare, ma che porta già in sé il lussureggiare dell’immensa foresta della teologia cristiana. E ogni titolo di grandezza di Maria è già in questo cenno: tutta la sua gloria si irradia da questa breve parola. «Nato da donna». Come si vede, proprio la sua femminilità consente a Maria questa eccezionale, anzi unica, connessione con Dio e la colloca al vertice dell’universo.

Il “Figlio di Dio” è Dio

Assegnare a Gesù di Nazaret in senso rigorosamente proprio un rapporto di filiazione da Dio vuol dire attribuirgli, per quanto ardua la cosa dovesse apparire agli ebrei, la “natura divina». E difatti nell’inno cristologico della lettera ai Filippesi si dice di Cristo che è «nella forma di Dio», dove la parola «forma» ha la valenza sostanziale che assume nel linguaggio filosofico greco. Il figlio di un gatto è un gatto; il figlio di un uomo è un uomo; il «figlio di Dio» – se si prende il concetto nella sua assoluta verità – non può che essere Dio.
A questo punto si pone il problema: se il Figlio che nasce da una donna è Dio in senso proprio, questa donna può essere detta «madre di Dio»?

Il problema della “Theotócos”

La difficoltà ad accettare questa espressione è all’origine della crisi nestoriana, nei primi decenni del secolo quinto. Nestorio
, vescovo di Costantinopoli, rifiutava il termine «Theotócos» (madre di Dio) perché lo riteneva ambiguo e anzi suscettibile di una interpretazione del tutto assurda, come sarebbe quella di ritenere che una creatura potesse aver generato l’essere stesso dell’eterno Creatore.
Egli riteneva che si dovesse usare piuttosto l’appellativo di «Christotócos» (madre di Cristo), pur restando anch’egli ben consapevole che Cristo sussisteva nella doppia natura di uomo e di Dio.

In realtà, «Theotócos» è una parola che non si ritrova nel Nuovo Testamento
. Ma all’epoca in cui comincia a essere contestata era già ben introdotta nel linguaggio ecclesiale soprattutto dell’Oriente, ed era particolarmente cara agli Alessandrini. Si capisce perciò come la reazione più decisa e più pronta alle riserve di Nestorio venisse da Cirillo di Alessandria, il quale però ha avuto subito il pieno appoggio del papa Celestino, anche perché nel mondo latino la locuzione già da molto era stata pacificamente accettata.
Nel quarto secolo sant’Ambrogio, per esempio, non ha difficoltà ad avvalersi sia del concetto sia del vocabolo. Per lui Maria è «colei che aveva generato Dio» (cf In Lucam X,130; De virginibus II,13: «Quae Deum genuerat, Deum tamen scire cupiebat»). Il suo «è un parto che conviene a Dio» (Inno di Natale: «talis decet partus Deum»). In una parola, è la «mater Dei» (cf Esamerone Y,20,63; De virginibus 11,7: «Quid nobilius Dei matre?»). Sappiamo che la controversia si è chiusa con il Concilio di Efeso del 431
, dopo del quale l’intera cristianità non ha più avuto esitazione a parlare di «Theotócos». E anche noi ripetiamo tranquillamente nella nostra preghiera quotidiana: «Santa Maria, madre di Dio».

La «communicatio idiomatum»

Ma la riserva di Nestorio non aveva qualche fondamento?

Dobbiamo riconoscere che un certo rischio di equivoco c’è in questo modo di parlare
, e una chiarificazione è necessaria; chiarificazione che va desunta dalla legge della “communicatio idiomatum”: la legge dello “scambio delle proprietà”, che governa il linguaggio teologico a proposito del mistero dell’incarnazione. Dal momento che unico è Cristo, il quale è al tempo stesso realmente Dio e realmente uomo, e dal momento che tutte le sue azioni – secondo l’una e l’altra natura – vanno attribuite all’unica persona del Verbo incarnato (all’unico “io”), si possono usare le connotazioni proprie dell’una natura anche a indicare il soggetto di azioni proprie dell’altra. Perciò possiamo dire sia: «Il Figlio di Maria è eterno», sia: «Dio è morto in croce per salvarci», intendendo nel primo caso: «Il Figlio di Maria in quanto Dio», e nel secondo: «Dio, in quanto uomo». Possiamo dunque affermare che Maria «ha generato Dio», intendendo con il termine «Dio» la persona divina secondo la natura umana.

L’insegnamento della «Theotócos»

Certo l’espressione «Madre di Dio» stupisce e scandalizza i non credenti
. Basti pensare all’irrisione e al sarcasmo con cui i musulmani e i Testimoni di Geova attaccano questa locuzione cristiana nelle loro pubblicazioni.

Perché allora la Chiesa l’ha accolta e l’adopera gioiosamente ogni giorno?

La Chiesa è così stupita e ammirata dal prodigio inaudito dell’incarnazione – prodigio che eccede ogni attesa e ogni comprensione umana, e rivela tutta la fantasia e, per così dire, il coraggio di Dio nel progettare la nostra salvezza e la nostra divinizzazione – che si sforza di non essere da meno del suo Signore e si compiace di usare il linguaggio più ardito e sconcertante che le è consentito entro i limiti della verità. Così chiarisce una volta per tutte che l’atto di fede è un salto con cui ci si getta totalmente nelle braccia del Dio che si manifesta e si comunica, e non può essere ridotto al tentativo di coartare il disegno trascendente ed eccedente del Padre entro le ristrettezze dei nostri calcoli e le pavidità dei nostri piccoli cuori.
La Chiesa che ha accolto e continua a usare il termine «madre di Dio» è una Chiesa che è preoccupata più di cantare la sconfinata e imprevedibile inventiva amorosa del suo Sposo, che non di farsi più facilmente tollerare dalla cultura dell’incredulità e di poter dialogare senza intoppi con quelli che ancora non si sono arresi al Vangelo. Ed è una lezione di comportamento ecclesiale che, soprattutto ai nostri giorni, deve fare molto riflettere.
La Chiesa chiama la Madonna «madre di Dio» perché così mette subito in chiaro che ciò che è più specifico del suo “credo” e ciò che costituisce il suo più geloso tesoro non è un patrimonio di idee religiose o una filosofia circa l’Ente supremo, ma è l’avvenimento dell’Unigenito del Padre che si fa uomo, e muore e risorge per la nostra salvezza.

Nel nostro dialogo con le religioni non cristiane non possiamo e non dobbiamo dimenticare mai questa assoluta eterogeneità e irriducibilità del cristianesimo, il quale primariamente e per sé non è una religione, ma un “fatto”, anche se è un fatto che fonda, sorregge e ispira un originale rapporto dell’uomo con la Divinità: è il fatto del Creatore che è entrato nella nostra storia, è diventato uno di noi, e proprio essendo uno di noi ci ha redenti.
Appunto per custodire in noi la consapevolezza di questa realtà unica e imparagonabile, la Chiesa chiama quotidianamente in suo soccorso Maria di Nazaret, invocandola come la «madre di Dio».
di Salvatore Incardona Google Plus
IL TIMONE  N. 109 - ANNO XIV - Gennaio 2012 - pag. 48 - 49

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