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Big Bang scienza o ipotesi - Origini Universo e Chiesa

I Tre Big Bang
Scritto da Francesco AGNOLI    

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Tutte le ipotesi evoluzionistiche non riescono a spiegare il Big Bang cosmico, cioè la nascita dell’universo, il Big Bang biologico, cioè la nascita della vita, e il Big Bang neurologico, cioè la nascita dell’intelligenza umana. Problemi irrisolti, dunque. Altro che scienza.  
  
Facciamo un atto di fede, il più ampio possibile. Ammettiamo che Darwin avesse ragione in tutto e che ogni forma vivente, come egli ipotizza, abbia origine fisica, biologica, da un’alga primitiva. Ammettiamolo, benché lo stesso Darwin sapesse bene di non avere alcuna prova al riguardo. Ebbene, quali sarebbero le conseguenze filosofiche, metafisiche,  di tutto ciò? Alcune ce le propone Darwin stesso, quando si chiede: e l’alga da dove deriva? Dalla materia inorganica? Ma non abbiamo “nessuna prova attendibile” che ciò sia possibile. E se fosse possibile, dovrebbe esistere una “legge naturale” che lo permette, o lo determina, perché sarebbe evidente l’esistenza in natura di una direzione, di un fine, di un progresso (dalla materia inorganica alla vita e dalle forme semplici di vita alle più complesse): «Se un giorno si scoprirà che la vita può aver avuto origine in questo modo (dalla non vita, ndr), i fenomeni vitali saranno ricondotti a una qualche legge generale della natura».  Ma le leggi naturali postulano un Legislatore? «Se l’esistenza di un Dio consapevole possa essere dimostrata in base all’esistenza delle leggi naturali… è questione che suscita perplessità, sulla quale ho spesso riflettuto, ma non riesco a vederci chiaro». Il problema, continua Darwin, in un’altra lettera, è che l’evoluzione non si spiega da sola, ma esige delle spiegazioni che la precedono. Per questo, come scriverà ad un corrispondente olandese, «l’impossibilità di pensare che questo grandioso e meraviglioso universo, insieme a noi esseri coscienti, sia nato per caso, mi sembra il principale argomento a favore dell’esistenza di Dio», anche se forse «l’intera questione si trova al di là della portata dell’intelletto umano».  


Pur partendo dall’alga, dunque, Darwin non negò mai l’esistenza di svariati problemi filosofici, che gli parvero insolubili, per cui mai affermò di essere ateo, bensì di essere agnostico. Oggi, che sono passati più di cent’anni dalle sue ipotesi, abbiamo idee più chiare, risposte scientifiche certe, incontrovertibili dogmi scientifici che ci impediscono di porci le antiche domande sull’origine del mondo e sul senso della nostra vita? Non pare proprio. Scienziati credenti e scienziati atei, messi alle strette, concordano sulla nostra ignoranza. Per cavalleria possiamo analizzare il pensiero di un ateo molto famoso, Edoardo Boncinelli, seguace estremista del neodarwinismo nella sua versione materialista. Nei suoi libri, pur dando talora risposte apparentemente sicure e granitiche, riconosce che il Big Bang cosmico, cioè la nascita dell’universo, il Big Bang biologico, cioè la nascita della vita, e il Big Bang neurologico, cioè la nascita del cervello umano, sono per noi ancora, nella loro sostanza, nel loro perché profondo, inspiegabili. Richard Dawkins, il più famoso neodarwinista ateo, nel suo L’Illusione di Dio, ipotizza che i tre passaggi siano dovuti al caso. Ipotizza, dico, perché ciò che è casuale non può per definizione essere provato.

Per Dawkins, dunque, la vita deriva dalla non vita grazie a eventi puramente casuali: una “certa fortuna” e “forti iniezioni di fortuna” avrebbero permesso ai pianeti, col tempo, di generare forme di vita. Dawkins non ci dice come i pianeti sarebbero nati dal nulla e per caso, sapendo bene che dal nulla non nasce nulla e che ciò che non esiste non può produrre galassie e pianeti. E neppure spiega perchè la vita avrebbe dovuto nascere solo sulla Terra, almeno per quanto ne sappiamo noi, che non è né il pianeta più grande, né il più antico (e quindi neppure quello, statisticamente, più probabile). Non ci dice neppure perché sulla Terra non solo è sorta la vita, ma sono nate molteplici, diverse e complesse forme di vita, mentre sulla luna, sul sole, su Marte non vi è neppure un filo d’erba. Infatti sa bene che oggi la nascita della vita dalla non vita è del tutto inspiegata, come sottolinea anche il grande genetista Francis Collins e come ammette il già citato Boncinelli. Infatti, per citare un biochimico italiano, Paolo Tortora, la vita, della quale non abbiamo neppure una vera definizione scientifica, si presenta come cooperazione verso uno scopo, tra Dna (progetto) e proteine (componenti del macchinario). L’origine di questa realtà vivente e cooperante dalla materia inorganica pone almeno due problemi irrisolti: 1) Generazione dell’informazione dal caos: equivale a generare un testo dotato di senso battendo a caso sulla macchina da scrivere (vale a dire, assemblare nucleotidi che formino un Dna codificante o aminoacidi che formino una proteina funzionale): statisticamente impossibile; 2) Interazioni: non solo i componenti del macchinario (la cellula, ndr) sono in se stessi funzionali, ma operano all’interno di una rete di relazioni reciproche, tale per cui ogni molecola deve agire in modo coordinato con tutte le altre.  Dunque: ammettendo l’ipotesi del Big Bang cosmico, nata dalla mente del sacerdote cattolico Lemaitre, rimane una domanda: qual è l’origine di questo venire all’essere, di questo innesco, del cosmo fisico? Perché il cosmo e non il nulla?  

Inoltre, ammettendo l’evoluzione, anche la più estrema ed improbabile, cosa è la vita e da dove essa ha origine? Perché la materia avrebbe dovuto di per sé generare la vita (Big Bang biologico)? Non possiamo certo tirare in ballo la selezione naturale e l’adattamento all’ambiente darwiniani: chi più adatto di un sasso, a qualsiasi ambiente? Cosa dunque avrebbe dovuto far sì che dal sasso, dal materiale chimico, si passasse al filo d’erba?  

Infine: come si è passati dalla materia vivente, dall’alga, all’uomo (Big Bang neurologico)?  Sappiamo che per il premio Nobel John Eccles, un credente, l’uomo è troppo diverso dagli altri animali, per cui è spiegabile solo chiamando in causa un principio spirituale, l’anima, che si concretizza nel linguaggio, nel senso morale, nella libertà, nelle infinite capacità che sono proprie dell’uomo e non dell’animale. Per l’ateo Boncinelli no: l’uomo e l’animale coincidono, ed anzi, essendo materia causalmente aggregata, come il sasso, non differiscono sostanzialmente né tra loro né con esso. Tutti ugualmente frutti del caso, materia e basta. Però, nel suo Le forme della vita, ammette: «Fin dall’inizio si è chiarito che questa teoria (neodarwiniana, ndr) spiega benissimo certe cose, meno bene certe altre e pochissimo altre ancora. Quello che è successo prima della cosiddetta esplosione del Cambriano e gli eventi che hanno portato all’evoluzione della specie umana esulano un po’ da ciò che la teoria spiega bene». Altrove si chiede: essendo i batteri le forme viventi più adatte all’ambiente, non sappiamo affatto perché essi avrebbero dovuto evolvere in forme di vita più complesse, ma sicuramente più fragili e meno adatte alla vita, come gli altri animali e l’uomo. Sulla coscienza umana, aggiunge, da un punto di vista scientifico, empirico, «non ne parla quasi nessuno seriamente. Perché nessuno ne sa niente» (Corriere della Sera, 30/8/2008). E l’intelligenza? Di essa non vi era «evoluzionisticamente parlando, alcun bisogno» per cui «la sua comparsa sarebbe dovuta al solito capriccio del caso»! Boncinelli vuole dunque spiegare l’uomo solo in base a procedimenti meccanici e materiali, ma non ci riesce, ammette di non averne la possibilità.  

In conclusione, mi sembra interessante citare il pensiero di quello che è forse il più famoso darwinista vivente, Francisco Ayala, che nel suo L’evoluzione, scrive: «Niente nella natura del processo evolutivo rappresenta una premessa verosimile per la nascita degli eucarioti. E non c’è nemmeno niente che renda probabile l’evoluzione degli organismi pluricellulari. Ancor meno la comparsa degli animali… Riattivando il nastro della vita le improbabilità si moltiplicano di anno in anno, di generazione in generazione, milioni e milioni di volte. Il numero di improbabilità che risulta è di tale portata che, se ci fossero anche milioni di universi grandi come quello che conosciamo, la probabilità per l’uomo rimarrebbe infinitesimale anche dopo aver moltiplicato le improbabilità per il numero dei pianeti possibili. Queste improbabilità non sono da applicarsi solo ad homo sapiens ma anche ad “organismi intelligenti con cui è possibile comunicare”… Non ci resta che concludere che gli esseri umani sono soli nell’immenso universo e che saremo sempre soli».  Ora, come ho avuto modo si scrivere sul Foglio, se prendiamo questo ragionamento, l’estrema improbabilità della vita, in tutte le sue forme, rimangono solo due conclusioni logiche: l’uomo è, come vogliono Boncinelli e Monod, un numero, ma veramente fortunatissimo, irripetibile, uscito ad una roulette che produce tutti numeri unici e fortunatissimi (eucarioti, organismi pluricellulari, animali…); oppure l’infinita improbabilità delle svariate forme di vita richiede un progetto, un disegno, una causa intelligente, e l’infinita improbabilità dell’uomo è una prova logica del fatto che non era necessario, bensì voluto.  Nel primo caso faremo un atto di fede nel Caso, evitando di spacciarlo per un atto scientifico; nel secondo un atto di fede, fondato sulla ragionevolezza umana, in Dio.


Dossier: Evoluzionismo: qualche dubbio

IL TIMONE  N. 89 - ANNO X II - Gennaio 2010 - pag. 44 - 45

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