Dio manda le malattie? Catechesi - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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   “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11,4)

Molti cristiani in ogni parte del mondo sono assolutamente convinti che Dio li voglia ammalati e depressi confondendo come volontà di Dio ciò che Egli usa per la sua gloria. La malattia non rientra nella sua volontà, anzi è facilmente riscontrabile che mai Gesù incoraggiò le persone ad ammalarsi, a continuare ad essere depresse oppure a sopportare delle sofferenze fisiche o interiori. I passi biblici che confermano questa realtà sono numerosi tuttavia è possibile esemplificare il tutto citando solo la “lettera di presentazione” di Gesù alla sinagoga:

   Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19)

Dio ci vuole sani nello spirito, nel corpo e nell’anima; quindi possiamo affermare che chiedere la guarigione non è andare contro la sua volontà.
Se la volontà di Dio consistesse nel principio che la malattia debba avere il sopravvento su di una persona, allora i medici e le medicine non avrebbero più ragione di esistere, perché andrebbero contro la logica del disegno divino.
Gesù, che significa “Salvatore”, “salvezza” viene inviato per liberare e guarire.
Sono infatti molti i brani del Vangelo che ci confermano questa realtà (cfr. Mt 4,23; 8,16-17; 9,10-13; 11,28; 12,15; 15,30-31, Mc 1,32-34; 6,55-56; Lc 5,15; Gv 12,47, ecc.)
Gesù trascorse la vita predicando e guarendo. Non predicava senza guarire né guariva senza predicare, ma esercitava questi due ministeri integrandoli.
Questo accadeva perché si compisse ciò che aveva annunciato il Profeta Isaia: Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori (cfr. Is 53,4).
Gesù condivise il suo ministero di guarigione con i discepoli (cfr. Mt 10,7-8; Lc 10,8-9) e con tutti coloro, di ogni generazione futura, che avessero creduto in lui (cfr. Mc 16,17-18), promettendo di operare prodigi ancor più grandi di quelli da lui operati (cfr. Gv 14,12) mediante l’effusione del suo stesso Spirito.
I discepoli erano persone al seguito di Gesù, che tuttavia non erano nel gruppo degli apostoli perciò essi rappresentano i credenti in Cristo, cioè tutti i battezzati.
A conferma di ciò possiamo verificare nel Vangelo che sono numerose le guarigioni operate dai seguaci di Cristo nel suo nome (cfr. Mc 6,12-13; 16,20; Lc 10,17, ecc.).

Dio ci vuole sani, tuttavia è spesso difficile giustificare tanta sofferenza, dolore, malattia e morte.
Papa Giovanni Paolo II, nella sua Lettera Apostolica “Salvifici Doloris” sul senso cristiano della sofferenza nel mondo, affronta questo problema giungendo, si potrebbe dire, a tre conclusioni a cominciare dal Libro di Giobbe:

LA SOFFERENZA E’ CASTIGO DEL PECCATO
Dio è giudice giusto che premia il bene e castiga il male … La convinzione di coloro che spiegano la sofferenza come punizione del peccato trova il suo appoggio nell’ordine della giustizia e corrisponde all’opinione espressa da un amico di Giobbe: "Per quanto ho visto, chi coltiva iniquità, chi semina affanni, li raccoglie" (Gb 4,8).
Le nostre angosce e sofferenze sono frutto del peccato. Non provengono da Dio (cfr. Rm 6,23). Dio non ha creato la morte (cfr. Sap 1,13).

LA SOFFERENZA HA CARATTERE DI PROVA
Alla fine Dio stesso rimprovera gli amici di Giobbe per le loro accuse e riconosce che Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un “innocente”; deve essere accettata come un mistero, che l’uomo non è in grado di penetrare fino in fondo con la sua intelligenza. Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione. La Rivelazione pone con tutta franchezza il problema della sofferenza dell’uomo innocente: la sofferenza senza colpa.
Giobbe non è stato punito, non vi erano le basi per infliggergli una pena, anche se è stato sottoposto ad una durissima prova.
Dall’introduzione del libro risulta che Dio permise questa prova per provocazione di Satana, questi, infatti, aveva contestato davanti al Signore la giustizia di Giobbe:
"Forse che Giobbe teme Dio per nulla? .. Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto gli appartiene? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani, e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia" (Gb 1,9-11). E se il Signore’ acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrare la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova (Salvifici Doloris n. 11).

LA SOFFERENZA E’ UNA CHIAMATA ALLA CONVERSIONE
Il Libro di Giobbe rivela in maniera acuta il “perché” della sofferenza: dimostra anche che questa raggiunge l’innocente, ma non offre la soluzione al problema.
Nell’Antico Testamento notiamo un orientamento che tende a superare l’idea che la sofferenza sia solo un castigo per il peccato commesso. Nella sofferenza del popolo eletto è presente un invito divino alla conversione: "io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di considerare che i castighi non vengono per la distruzione del nostro popolo" (2Mac 6,12).
Così si afferma la dimensione della pena. Questa ha senso non solo perché serve a compensare lo stesso male con altro male, ma, soprattutto, perché crea la possibilità di ricostruire il bene nello stesso soggetto che soffre. Questo è un aspetto importantissimo della sofferenza nella Rivelazione dell’Antica e soprattutto della Nuova Alleanza. La sofferenza deve servire alla conversione, cioè alla ricostruzione del bene del soggetto, che può riconoscere la misericordia divina in questa chiamata alla penitenza. La penitenza ha come finalità quella di superare il male che sotto diverse forme è latente nell’uomo, e considerare il bene, tanto nell’uomo stesso come nella sua relazione con gli altri e soprattutto con Dio (Salvifici Doloris n. 12).
In ogni caso, quando la sofferenza viene permessa, ha come finalità la gloria di Dio, il proprio bene o quello di un’ altra persona.

PER LA GLORIA DI DIO
In due brani del Vangelo dell’apostolo Giovanni si dice chiaramente che Dio permette le malattie e le sofferenze per la Sua gloria;
Rispose Gesù: "né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio" (Gv 9,3).
All’udire questo, Gesù disse: "questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il figlio di Dio venga glorificato" Gv 11,4).

PER IL NOSTRO BENE
La tradizione cattolica, ha sempre insegnato che Dio può permettere la malattia per il nostro profitto, la nostra purificazione o santificazione. Perciò ogni dolore che si offre a Dio, unendolo alla sofferenza di Cristo sulla croce, è strumento corredentore e gloria di Dio
L’apostolo Paolo parla di "una spina nella carne … ben tre volte ho pregato il Signore che l’ allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: ti basta la mia grazia … " (2Cor 12,7-9).
S. Paolo chiese a Dio che gli togliesse questa sofferenza, ma sembra che il Signore non l’avesse esaudito per il bene spirituale dell’Apostolo.

PER IL BENE DEGLI ALTRI
Il più grande esempio di sofferenza per il bene altrui ce lo offre Gesù che patì e morì per la salvezza del mondo.
Un altro esempio potrebbe essere quello della malattia di Paolo, che gli permise di predicare il Vangelo ai Galati (cfr. Gal 4,13).

dal sito http://diosalva.net/senso-malattia-perche-sofferenza

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