Dio castiga e perdona Castighi divini Bibbia Chiesa catechesi - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Dio Castiga?
I castighi divini

 
Sì, per educarci, perché Dio è Padre, e un padre talvolta è costretto a punire i figli per educarli, quindi per il loro bene. Naturalmente Dio è Misericordia, Amore, quindi perdonerà sempre e infinite volte chi gli chiede perdono in modo sincero. Egli non castiga sadicamente godendo della morte o della sofferenza degli uomini,
 
ma perché il castigo possa essere occasione di ripensamento. Il verbo castigare, che deriva dal latino castus, cioè “puro”, nel suo significato originario significa “correggere”, “purificare”. Il verbo “ammonire”, deriva anch’esso dal latino, precisamente da ad-monere, cioè avvertire, avvertire per evitare che si vada incontro a qualcosa di più grave.
 
Questo è l’avvertimento che ti do, figlio mio Timòteo, in accordo con le profezie che sono state fatte a tuo riguardo, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia con fede e buona coscienza, poiché alcuni che l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede; tra essi Imenèo e Alessandro, che ho consegnato a satana perché imparino a non più bestemmiare. (1 Tm 1,18-20)

 
Ecco, io getto lei sopra un letto di dolore, e quelli che commettono adulterio con lei in una gran tribolazione, se non si ravvedono delle opere d’essa. E metterò a morte i suoi figliuoli; e tutte le chiese conosceranno che io son colui che investigo le reni ed i cuori; e darò a ciascun di voi secondo le opere vostre" (Apocalisse 2,20-23)
 
Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia.

         23Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. 24Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti. Lc 21,20

 
L’INCESTUOSO DI CORINTO
 
Nel nome del Signor Gesù, essendo insieme adunati voi e lo spirito mio, con la potestà del Signor nostro Gesù, ho deciso che quel tale sia dato in man di Satana, a perdizione della carne, onde lo spirito sia salvo nel giorno del Signor Gesù" (1 Corinzi 5,1-5)

Erode
 
Nel giorno fissato, Erode, indossato l’abito reale, e postosi a sedere sul trono, li arringava pubblicamente. E il popolo si mise a gridare: Voce d’un dio, e non d’un uomo! In quell’istante, un angelo del Signore lo percosse, perché non avea dato a Dio la gloria; e morì, roso dai vermi” (Atti 12,20-23).
 
Perché vi siete accordati a tentare lo Spirito del Signore? Ecco, i piedi di quelli che hanno seppellito il tuo marito sono all’uscio e ti porteranno via. Ed ella in quell’istante cadde ai suoi piedi, e spirò. E i giovani, entrati, la trovarono morta; e portatala via, la seppellirono presso suo marito” (Atti 5,1-10).
 
Cancellando dunque l’esistenza dei castighi divini, vogliamo mettere da parte un terzo della Sacra Scrittura, col pretesto che Dio è buono e misericordioso? Chi non apprezza la giustizia, non sa neppure che cosa è la misericordia, perché l’una è indissolubilmente connessa all’altra, come ripete più volte la Scrittura (Es 34, 6-9; Tb 13,2; Sal 99,8; Sal 103,8; Sir 5,6; 16,12).

 
Chi ammette in Dio solo la misericordia e non anche la giustizia, concepisce un falso Dio, adatto alle sue voglie, per non rinunciare ai propri peccati e farla franca comunque.
 
 
Il messaggio o annuncio della salvezza, ossia il contenuto della fede, non è all’indicativo: “Siamo tutti perdonati, qualunque cosa facciamo, bene o male, tanto Dio è buono, ci ama e non ci abbandona”, ma al condizionale: “siamo perdonati per sua misericordia se ci pentiamo e osservi amo i comandamenti”. Come a dire che se non li osserviamo, non ci salviamo affatto, ma siamo condannati, benchè sia vero che la grazia sia necessaria proprio per pentirsi e per la piena osservanza della legge.
 
Il “se” nella morale cristiana è importantissimo, perché riflette la dignità del libero arbitrio, seppure indebolito dal peccato e fosse anche in contrasto con Dio. Non è dignitoso voler farla franca in ogni modo, lasciando Cristo da solo sulla croce, e noi starcene a godere la vita, quando disponiamo della forza meravigliosa del libero arbitrio, col quale, sotto l’influsso guaritore, liberante, elevante e santificante della grazia e della divina misericordia, meritiamo l’eterna beatitudine.

 
Fino a quando rispondiamo noi piccoli uomini, io per primo, le risposte assumono una valenza quasi insignificante, perchè ci sarà sempre qualcuno che ci dirà “MA TU CHI SEI?”
Beh, mi rendo perfettamente conto di essere un signor Nessuno, quindi in questi casi è bene consultare, citare, studiare autorevoli dottori della Chiesa, in modo che ci chiariscano le idee definitivamente:

Leggiamo San Tommaso d’Aquino, il quale asserisce che “La pena, o castigo, può essere considerata sotto due aspetti.

Primo, sotto l’aspetto di punizione. E come tale, la pena è dovuta solo al peccato: perché con essa viene ristabilita l’uguaglianza della giustizia, nel senso che colui il quale peccando aveva troppo assecondato la propria volontà, viene a subire cose contrarie al proprio volere. Perciò, siccome ogni peccato è volontario, compreso quello originale, secondo le spiegazioni date, è evidente che nessuno viene punito in questo senso, se non per atti compiuti volontariamente.
 

Secondo, una pena può essere considerata come medicina, non solo per guarire dai peccati già commessi, ma per preservare dai peccati futuri, e per spingere al bene. E sotto quest’aspetto uno può essere castigato anche senza colpa: però non senza una causa. – Si deve però notare che una medicina non priva mai di un bene maggiore, per procurarne uno minore: un medico, p. es., non accecherà mai un occhio per sanare un calcagno; tuttavia egli potrà infliggere un danno in cose secondarie per soccorrere quelle principali.
 
E poiché i beni spirituali sono i beni supremi, mentre quelli temporali sono tanto piccoli; talora uno viene castigato nei beni temporali senza alcuna colpa, ed è così che Dio infligge molte penalità della vita presente come prove e umiliazioni: nessuno invece viene mai punito nei beni spirituali, sia nel tempo presente che nella vita futura, senza sua colpa; poiché codeste punizioni non sono medicinali, ma accompagnano la dannazione dell’anima”.
 
Come stiamo vedendo San Tommaso D'Aquino, il più grande dottore della Chiesa, ci sta dicendo e spiegando cosa sono i castighi divini e a cosa servono.
 
"È proprio per questo motivo che la stessa ignoranza non viene giustificata, ma viene nello stesso modo punita, sempre secondo quanto insegna l’Angelico: “L’ignoranza causa involontarietà. Ma talora la vendetta raggiunge anche chi è nell’ignoranza.
 
Infatti i bambini dei Sodomiti, sebbene fossero nell’ignoranza invincibile, perirono insieme ai loro genitori, come si legge nella Scrittura.
 
Parimenti per il peccato di Datan e di Abiron furono ingoiati anche i loro piccoli. Anzi, per il peccato degli Amaleciti, Dio comandò di uccidere persino gli animali bruti privi di ragione. Perciò la vendetta talora va esercitata anche contro le colpe involontarie”."
 
In questo tempo avverso è sopraggiunto al cumulo dei deplorevoli peccati dei singoli quello pubblico delle nazioni, dei gravi scandali e delle grandi apostasie propalate da tanti membri della Chiesa, certamente a ragione del modernismo, innegabile responsabile di tutti questi enormi danni, che porta la terra a scuotersi ma ancor peggio distrugge le anime di tanti esseri umani, prima o poi esseri eterni nel fuoco o nel gaudio.
 
Vista l’ostentazione pubblica ed evidente da parte di tante nazioni, di tanti governanti che propagano leggi che vanno contro Dio, accettano la sodomia e finanche la “legalizzano”, si può star certi che l’ira del Padre Eterno venga attirata proprio per la Sua Misericordia unita alla Giustizia, senza pretendere poi che vi sia la selezione dei giusti o dei non giusti. La stessa Vergine Maria, a Fatima, parlava di milioni di anime che sarebbero cadute all’Inferno durante la guerra: non veniva fatta distinzione alcuna fra ebrei o tedeschi, francesi o inglesi, buoni o non buoni, e questo dovrebbero far quanto meno riflettere.
 
Ancora prima lo ricordò Papa Benedetto XV, nell’intercorrere della Prima Guerra Mondiale, sentenziando che “le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio, poiché Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità”.

Sulle stesse orme si situa San Giovanni Bosco – ma si potrebbero citare tanti altri Santi – a cui tramite una profezia avvenuta nel corso del Concilio Vaticano I fu rivelato dal Signore che la guerra, la peste e la fame sarebbero stati i flagelli scelti per percuotere la superbia e la malizia degli uomini: “Voi, o sacerdoti, perché non correte a piangere tra il vestibolo e l’altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perché non prendete lo scudo della fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle vie, nelle piazze, in ogni luogo anche inaccessibile, a portare il seme della mia parola? Ignorate che questa è la terribile spada a due tagli che abbatte i miei nemici e che rompe le ire di Dio e degli uomini?”.
 
Naturalmente Dio è Misericordia e Amore, perdonerà infinite volte chi gli chiede sinceramente perdono,
ma talvolta, quindi non sempre, per educarci è costretto a punirci.
 
Credo che a tale proposito possa essere illuminante questo brano del Beato Evangelista Luca:
 
In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» [cf Lc 13, 1-5]

(Padre Cavalcoli) È opportuno ricordare al Presule ambrosiano che il caso della torre di Siloe fu un disastro che toccò all’epoca quella che oggi chiamiamo comunemente opinione pubblica. Molti sostennero che la caduta della torre su quelle diciotto persone, che sotto di essa si erano riparate durante un forte temporale, era stato un castigo di Dio. Replica il Signore Gesù: «Quei diciotto, sopra i quali cadde la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?». E dopo avere posto la domanda afferma: «No». Il discorso però non termina qui, perché da parte del Signore Gesù segue un preciso monito che non va in alcun modo eluso: «Ma se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo» [cf. Lc 13,5. Questo tanto per chiarire che, la caduta di quella torre su degli innocenti, non andava letta come un castigo di Dio, ma tenendo però presente che «se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo».

Pertanto, il Signore Gesù, è ben lungi dall’affermare -sia nella Giudea di venti secoli fa, sia nella Milano di oggi-
 
che il castigo di Dio non esiste, anzi ci esorta a convertirci e ad essere pronti alla morte, che non possiamo mai sapere quando giunge, ed assieme ad essa il giudizio di Dio: «se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate» [cf. Lc 12, 35-47].
 
 
L’Antico Testamento ci insegna che Dio può punire città e società peccatrici, come ha fatto per esempio con le città di Sodoma e Gomorra. Ovviamente, quando giunge il castigo divino, ci vanno di mezzo anche degli innocenti; ma è altrettanto ovvio che il castigo intende punire i peccatori. Gli innocenti, con il loro sacrificio, scontano e pagano a volte per i peccatori, come ha fatto Gesù Cristo, che innocente agnello senza macchia ha pagato per i nostri peccati. Gli innocenti, che a volte scontano e pagano per i peccati altrui, sono un riflesso del Mistero di Cristo, l’Agnello di Dio che col proprio sangue toglie il peccato dal mondo [cf. Gv 1, 29-34]. (dal sito l'Isola di Patmos)
 
 
Noi, nel Paradiso, tra i cori degli Angeli, abbiamo un esercito di santi martiri, che sono i bambini abortiti, che hanno ricevuto un battesimo di sangue. Dei martiri per i quali nessuno, nella società contemporanea, si scandalizza, anzi: abbiamo visto coccolati e vezzeggiati dalla stessa Santa Sede il defunto Marco Pannella ed Emma Bonino, che l’aborto lo hanno sempre definito come «una grande conquista sociale». Ebbene perché, per milioni di vittime innocenti abortite, la buona società senza morale e senza Dio, non si scandalizza come per le vittime dei terremoti, che in numero sono parecchio, ma parecchio inferiori alle vittime innocenti uccise nel ventre delle loro madri? Perché tra l’altro, un adulto, dinanzi a delle scosse sismiche, può tentare anche di mettersi in salvo, forse riuscendoci o forse non riuscendoci; ma un bimbo aggredito nel ventre della madre dai ferri del ginecologo, in che modo può tentare di mettersi in salvo?

Né possiamo dimenticare ― sempre secondo il deposito della fede ―, che lo stesso Verbo di Dio, lungi dall’essere quella male intesa melassa misericordiosa al quale si tende oggi a ridurlo, ci ha rivolto un monito chiaro e severo:
 
«E se alcuno non vi riceve né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scotete la polvere dai vostri piedi. In verità io vi dico che il paese di Sodoma e di Gomorra, nel giorno del giudizio, sarà trattato con meno rigore di quella città». [cf. Mt 10,14-15].
 
Occorre per caso un sforzo intellettuale e teologico titanico, per capire che la Città siamo noi e che proprio a noi è rivolto quel monito, a causa della nostra incapacità ad accogliere nella nostra casa il mistero della Salvezza e della Redenzione?

A chi si rivolge, il Cristo fonte dell’eterna misericordia, quando afferma e ammonisce:

 
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione […] Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predi-cazione di Giona si convertirono» [Cf. Lc 11, 29-32].
 
Pertanto, concludo con una domanda alla quale S.E. Mons. Angelo Becciu per primo, si guarderà bene dal dare risposta, assieme agli altri prelati qui menzionati che hanno espresso il loro pubblico scandalo. Questa è la mia domanda: come mai, lo stesso Sostituto alla Segreteria di Stato ed i membri dell’episcopato che a corsa gli hanno fatto eco, non hanno invece proferito gemito, quando di recente, un improvvido sacerdote di Palermo, osannato da tutti i circoli gay, ha benedetto all’altare due lesbiche che si sarebbero sposate in municipio il giorno dopo, affermando dinanzi ai locali cronisti de La Repubblica, accorsi subito come avvoltoi sull’ennesimo lauto banchetto sopra la carcassa della povera Chiesa:
 
«Il mio auspicio è che un giorno la Chiesa accetti di benedire anche le relazioni omosessuali»? (dal sito l'Isola di Patmos)
 
E dopo questa infelice dichiarazione, il sacerdote palermitano, non abbastanza pago di ciò, ci ha messo pure sopra il carico da novanta:
 
«sbaglia, piuttosto, chi li considera come peccati contro natura e “anormali”. Sono semplicemente persone che amano e che chiedono di essere amati: l'amore è uno dei principi fondamentali del sentimento cristiano. Per questo la Chiesa sbaglia a non accettarli» (dal sito l'Isola di Patmos)
 
Come mai, dinanzi a tutto questo, nessuno, né dalla Segreteria di Stato né altrove, si è mosso per redarguire questo sacerdote che, sprezzante i fondamenti basilari della morale cattolica, ha affermato che a sbagliare è la Chiesa, presumibilmente per la sua morale “retriva”? Ma ciò che è peggio è che nessuno si è curato del fatto che costui risulta essere anche docente di teologia sacramentaria alla Pontifica Facoltà Teologica di Sicilia e che con queste sue idee, più sicuramente che probabilmente, formerà i nostri futuri Sacerdoti.
 
Questo mi spinge a domandarmi: la misericordia di questi prelati, rispecchia la misericordia di Dio, secondo giustizia e verità, oppure rispecchia una misericordia falsata e modellata sulle voglie di questo mondo?
 
Non ho risposta da darvi, cari lettori, ma un prete che benedice due lesbiche all’altare nel silenzio totale della Santa Sede, mentre Giovanni Cavalcoli viene bastonato a sangue per avere osato parlare dei castighi di Dio in rapporto alla teologia del peccato originale, per quanto mi riguarda, mi basta e mi avanza, mentre nella Chiesa pare sempre più risuonare la lapidaria e straziante frase del Vangelo della passione di Nostro Signore Gesù Cristo:
 
«Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono» [cf. Mt 26, 47-56].
 
Per non parlare poi della sua profezia:
 
« Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» [cf. Lc 18, 8]
 
Giovanni Cavalcoli non è affatto perfetto, come non lo erano il Beato Paolo VI e San Giovanni Paolo II, che hanno commesso errori rivelatisi nel corso dei successivi anni anche alquanto gravi, ma con il loro sommo magistero e il loro modello di santità di vita, hanno fortificato la mia fede e la mia sana e ortodossa dottrina cattolica.
 
Don Ariel Levi di Gualdo

Un Ateo parla del caso Cavalcoli
Una lunga riflessione atea sul significato che nascondono le parole sull'origine divina del terremoto dette a Radio Maria dal ravennate don Cavalcoli e le reazioni scandalizzate dei credenti
 
«Dal punto di vista teologico, questi disastri sono una conseguenza del peccato originale. Si possono considerare veramente come castigo del peccato originale. Anche se la parola non piace, ma io la dico lo stesso. È una parola biblica, non c'è nessun problema.»
 
 
«(…) Arrivo al dunque, il castigo divino... Si ha l'impressione che queste offese che si recano alla legge divina, pensate alla dignità della famiglia, alla dignità del matrimonio, alla stessa dignità delle unioni sessuali al limite... Vien fatto veramente di pensare che qui siamo davanti al castigo divino. C'è un richiamo molto forte (...) alle coscienze per ritrovare quelli che sono i princìpi della legge naturale.»
 
Queste le parole che il teologo ravennate Giovanni Cavalcoli, domenicano, classe 1941, ha detto il 30 ottobre scorso in diretta su Radio Maria. Parole che hanno sollevato l'indignazione dell'intero paese, ancora incredulo e inerme dopo la scossa che, quello stesso giorno, si era abbattuta sul già provato Centro Italia. Il bubbone, grazie a Internet, scoppia quasi immediatamente. La girandola dei commenti non risparmia niente e nessuno, abbattendosi su Cavalcoli e trascinando con sé la credibilità di Radio Maria.
 
Come prevedibile, altrettanto veloci sono le prese di distanza di tutto – o quasi – il mondo cattolico. Il Vaticano, nella persona di Angelo Becciu, bacchetta Radio Maria e definisce le parole del ravennate «offensive per i credenti e scandalose per chi non crede». Si scomoda addirittura il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, che dalle pagine dell'Osservatore Romano conforta i credenti, parlando di una “chiesa di prossimità”: «La chiesa si fa vicina all'uomo che soffre». Nel giro di poche ore, padre Cavalcoli viene sospeso dall'emittente vaticana, e con lui la sua trasmissione mensile.
 
Due cose, almeno, colpiscono in questa vicenda: la prima è la velocità e la prontezza di riflessi con le quali le autorità vaticane hanno reagito alle parole del domenicano. Velocità e prontezza che raramente si sono viste all'opera, a San Pietro, in altri frangenti altrettanto imbarazzanti. Chi si ricorda dell'equazione tracciata dal cardinale Bertone tra omosessualità e pedofilia? Dalla Santa Sede ci fu qualche precisazione, ma nessuna presa di distanza. Né ci fu gran rumore dopo le parole di Bagnasco, secondo il quale non sussisteva nessun obbligo giuridico per i vescovi italiani di denunciare all'autorità giudiziaria civile i casi di pedofilia. Tacent, satis laudant.
 
La seconda cosa che stupisce è la reazione di Cavalcoli. Lungi dal chiudersi in un penitente silenzio, invece di accettare a testa bassa le imposizioni dei superiori, il fine teologo (leggere il suo curriculum per credere) protesta e strepita. Interpellato da scandalizzati laici, dice di non dover chiedere scusa a nessuno, e tuona contro le alte sfere. «Il Vaticano deve ripassare il catechismo. Avete letto la storia di Sodoma e Gomorra? Perché vengono castigate? Per i peccati. Il castigo esiste, senz'altro. Semplicemente, sono peccati che meritano il castigo divino, non dico niente di nuovo.»
 
Come interpretare le sue parole? Ostinato fanatismo o sincera buona fede? Propendiamo per la seconda.
 
Immagino già il lettore che, arrivato a questo punto, alza gli occhi al cielo pensando: non si vorrà mica dare ragione a Cavalcoli? La risposta è: sì, ha ragione Cavalcoli, e alla grande. Nell'errore, il ravennate ha detto solo delle verità. Il punto è che il nostro sfortunato Cavalcoli, abbandonato dai suoi ipocriti fratelli, non ha peccato di ignoranza, ma di ingenuità.

 
Pensava di dire cose ovvie, pacifiche per qualsiasi buon cattolico, per questo le ha proferite con tanta leggerezza. Sancta simplicitas: di buoni cattolici, in questa Italia, non ce ne sono quasi più. Le parole di Cavalcoli, infatti, sono del tutto il linea con la teologia cattolica. La Bibbia è zeppa di cataclismi divini giunti a castigare peccati mortali. Pensiamo a Sodoma e Gomorra, come abbiamo visto, giustamente citate a mo' di scudo difensivo dal prete; pensiamo al Diluvio, capolavoro della letteratura mondiale; pensiamo alle sette piaghe d'Egitto. Ma anche il più “umano” Nuovo Testamento non è esente da questi stravolgimenti: pensiamo al terremoto che segue alla morte di Cristo, al grande fuoco d'artificio che annichila la creazione nell'Apocalisse. La Bibbia è anche il libro del “pianto e stridor di denti”, ma tendiamo a dimenticarlo.
 
L'errore di Cavalcoli non è stato quello di formulare l'ipotesi, del tutto giustificata dal punto di vista teologico, del terremoto come castigo divino; l'errore è stato quello di presumere che venisse condivisa con tranquillità da tutti ("È una parola biblica, non c'è nessun problema": l'ingenuità fa quasi sorridere). L'errore, che non a caso ha spaventato mortalmente la Santa Sede, è stato quello di scoprire agli italiani un'altra faccia del cattolicesimo. Una faccia che tendiamo a obliare dietro al sorriso rassicurante di Papa Francesco; ma come quella, altrettanto vera e presente.

 
C'è una “chiesa della prossimità”, come dice Parolin, che parla in continuazione di amore, scialbando questa parola fino a quasi privarla di senso; ma esiste anche una “chiesa della lontananza”, che ancora discetta di peccato, di punizioni e di dolore. C'è una chiesa che si fa vicina all'uomo che soffre, è vero, che va in visita a Lampedusa; ma tutti i sepolcri imbiancati che non hanno esitato a prendere le distanze da Cavalcoli sanno altrettanto bene che esiste una chiesa che nega questa vicinanza, che rifiuta questa solidarietà, che lascia i credenti da soli col loro dolore. Dolore che meritano perché peccatori, castighi che devono sopportare perché, come tutti, soggetti alla divina potestà e ai suoi dogmi. Parlo di molti e diversi dolori, in questo caso del tutto irrilevanti per la Chiesa; dolori che nascono da peccati imperdonabili e che, di conseguenza, non costituiscono per essa né offesa né scandalo.
 
 
Merita il suo dolore la giovane ragazza che non riesce ad abortire e si sente chiamare assassina; merita il suo dolore il malato terminale che soffre senza possibilità di guarigione, e si vede privare della possibilità di interrompere il suo calvario; merita il suo dolore l'omosessuale che non può riconoscere la sua unione sentimentale all'interno della sua religione; merita il suo dolore il bambino ammalato di AIDS, perché, per la “legge divina”, l'amplesso non prevede contraccettivi. E via di questo passo.

Le parole di Cavalcoli possono scandalizzare l'ateo, che giustamente riconosce in esse pura farneticazione, l'infantile tentativo proprio della religiosità di dare un senso qualsiasi a ciò che senso non ha, inventandosi una narrazione teologica elementare, fatta di colpe e punizioni. Ingiusta, sì: ma semplice e sensata abbastanza da crederci.

 
Ma le parole di Cavalcoli scandalizzano anche i credenti: ed è qui l'inghippo. Non dovrebbero. Ogni credente scandalizzato, a partire dagli stessi terremotati, dovrebbe fermarsi a riflettere sulla sua ipocrisia. Perché lo scandalo, in teologia, è la manifestazione più comune della divinità, e va accettato. Perché l'esistenza stessa del male nella creazione divina è uno scandalo, e va accettata come tale. E perché se Dio è dappertutto, se il mondo è teofania, se la divinità è onnipotente, se il Signore è tota voluntas, allora avrebbe potuto anche risparmiare quelle terre dalle scosse. E se non l'ha fatto, ci sarà una ragione: castigo, mistero, provvidenza – di solito si trovano queste parole. E si ritorna a Cavalcoli.
 
Eppure i “credenti” italiani non sono più disposti a credere a queste narrazioni; non hanno più gli strumenti mentali per accettare queste teologie. I temi del peccato e del castigo, connaturati alla visione del mondo cristiana, hanno fatto il loro tempo. Per questo, lo scandalo dei credenti, che ricorda tanto quello di Giobbe, è un segnale importante per la nostra società: indica il progressivo ma ineluttabile tramonto di una forma mentis, quella cattolica, che forse è destinata a scomparire nel giro di qualche generazione. È inutile: se il credente non è in grado di conciliare la sua fede con l'esistenza del male, allora non è un buon credente. Non si può accettare la divinità solo nel bene. L'adesione alla religione cattolica non è come la scelta di una pietanza à la carte: non si può prendere solo ciò che ci piace. Si tratta di un pacchetto completo: amore e castigo, sofferenza e redenzione. E il fatto che ci siano sempre meno persone pronte ad accettare i non-sensi cattolici, non può che far ben sperare.

Questo dato è corroborato dalla reazione agitata e fulminea che ha seguito le dichiarazioni di don Cavalcoli: in Vaticano sanno bene che alcuni temi della teologia cattolica non sono più in grado di conciliarsi con la visione del mondo dei credenti contemporanei. Per far fronte a questa disaffezione, hanno deciso di mostrare il volto umano di dio, dimenticandosi di quello ominoso del mistero e del peccato. È bastato scoperchiare per un attimo il vaso di Pandora, per scatenare la rivolta: per questo si è provveduto a prendere le distanze, a rassicurare, ad accantonare i temi indigesti del cattolicesimo, a tacciarli ipocritamente di “paganesimo”.

 
Non può non venire in mente il Pio XIII uscito dal cilindro di Sorrentino in The Young Pope. Nella finzione cinematografica, il papa decide di optare per la strategia contraria a quella che abbiamo visto all'opera nel caso Cavalcoli: “Troppo a lungo abbiamo cercato di andare incontro ai fedeli. È giunto il tempo di cambiare rotta, di ritornare ad essere proibiti, inaccessibili e misteriosi. Questo è l'unico modo in cui torneremo ad essere desiderati”: il Papa immaginato da Sorrentino, paradossalmente, è più realistico di Papa Francesco, in quanto più coerente con l'inquietudine che da sempre sta al centro dell'esperienza religiosa. La magia e la verità di questo papa giovane è proprio quella di non dare alcuna importanza al consenso e alla consolazione; di lasciare indietro le tattiche politiche e di riportare al centro il “caro vecchio” timor di Dio.

 
Questo è dunque il significato (e la speranza, parlando da ateo) che ci consegna l'episodio del ravennate Cavalcoli: ormai non esistono più credenti cattolici a tutto tondo. Viviamo di apparenze: quello che vediamo sfoggiare in piazza è un cattolicesimo di comodo, imbevuto di folklore e senso di appartenenza, analfabeta teologico con un occhio rivolto alla scienza, non più in grado di concepire un dio che non sia amore incondizionato – dunque, non più in grado di concepire un dio cattolico. Forse, nel giro di pochi decenni, il processo di laicizzazione sarà finalmente compiuto, e sarà possibile pensare ai dogmatismi stanchi di questi anni come assurdità del passato. In larga parte, questo è il compito della mia generazione.
 
Iacopo Gardelli
 

VERSETTI NEL NUOVO TESTAMENTO sui castighi divini
Dio punisce per educarci, perchè è Padre, ci perdona quando ci pentiamo, ma se andiamo orgogliosi del nostro peccato, ci punisce.

Vangelo secondo Matteo - cap. 24
[51]lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti.
 
Vangelo secondo Luca - cap. 12
[46]il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli.
 

Seconda lettera ai Corinzi - cap. 10
[6]Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta.
 
Prima lettera di Pietro - cap. 2
[14]sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni.
 
Lettera ai Romani - cap. 11
[9]E Davide dice: Diventi la lor mensa un laccio, un tranello e un inciampo e serva loro di giusto castigo!
 
Seconda lettera ai Corinzi - cap. 2
[6]Per quel tale però è già sufficiente il castigo che gli è venuto dai più,
 
Seconda lettera ai Tessalonicesi - cap. 1
[9]Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza,
 

Lettera agli Ebrei - cap. 10
[29]Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell'alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?
 

Seconda lettera di Pietro - cap. 2
[9]Il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi per il castigo nel giorno del giudizio,
 
Seconda lettera di Pietro - cap. 2
[13]subendo il castigo come salario dell'iniquità. Essi stimano felicità il piacere d'un giorno; sono tutta sporcizia e vergogna; si dilettano dei loro inganni mentre fan festa con voi;
 

Apocalisse - cap. 3
[19]Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti.
 

Luca 13,2 seg.
[2]Prendendo la parola, Gesù rispose: "Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?
[3]No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
[4]O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?
[5]No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo".
 

Vangelo secondo Giovanni - cap. 5
[14]Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: "Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio".
 

Vangelo secondo Luca - cap. 2
[34]Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione".
 
Vangelo secondo Luca - cap. 6
[49]Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande.***
 
Prima lettera ai Corinzi - cap. 5
[5]questo individuo sia dato in balìa di satana per la rovina della sua carne, affinchè il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore.
 

Prima lettera ai Tessalonicesi - cap. 5
[3]E quando si dirà: <<Pace e sicurezza>>, allora d'improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà.
 

Seconda lettera ai Tessalonicesi - cap. 1
[9]Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza,
 
Seconda lettera ai Tessalonicesi - cap. 2
[10]e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l'amore della verità per essere salvi.
 

Prima lettera a Timoteo - cap. 6
[9]Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione.
 

Seconda lettera di Pietro - cap. 2
[1]Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina.
 
Seconda lettera di Pietro - cap. 2
[3]Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna è già da tempo all'opera e la loro rovina è in agguato.
 

Seconda lettera di Pietro - cap. 3
[7]Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi.
 

Seconda lettera di Pietro - cap. 3
[16]così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.
 

Lettera di Giuda - cap. 1
[10]Costoro invece bestemmiano tutto ciò che ignorano; tutto ciò che essi conoscono per mezzo dei sensi, come animali senza ragione, questo serve a loro rovina.

 
Il Papa Bendetto XVI ricorda dunque che “non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo”. Il peccato porta con sé, come conseguenza, il castigo, sia sul piano individuale che su quello collettivo.

Con queste parole Benedetto XVI non ha fatto altro che collegarsi ai suoi immediati predecessori, quei Papi il cui Magistero gode, come ricorda padre Mucci, della prerogativa dell’infallibilità, quando, nel loro Magistero ordinario, ribadiscono la continuità di un insegnamento pontificio.
 
Papa Benedetto XV ricorda, nel corso della Prima Guerra mondiale, che “le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio” (8) poiché “Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità” (9).

Pio XII, in occasione della rivolta di Ungheria, insegna che il Signore “come giusto giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna” (10). Il Beato Giovanni XXIII afferma che “l’uomo, che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini”; perciò “Egli [Gesù] vi dice di fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi” (11).
 
“Come siamo meschini, come siamo davvero colpevoli al punto da meritare i castighi del Signore!” (12), esclama Paolo VI; mentre Giovanni Paolo II spiega che Dio “esige sì soddisfazione, e tuttavia è anche clemente, e non ci punisce tanto quanto meriteremmo” (13); “Dio ricorre al castigo come mezzo per richiamare sulla retta via i peccatori sordi ad altri richiami” (14).
 
Non diverse sono le parole dei santi: a “Radio Maria” ho ricordato quelle di sant’Annibale di Francia (1851-1927), che il 16 novembre 1905 preannunciò il terribile terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 con queste parole:

 
“Senza mezzi termini, senza reticenze e timori, io vi dico, o miei concittadini, che Messina è sotto la minaccia dei castighi di Dio: essa non è meno colpevole di tante altre città del mondo che sono state distrutte o dal fuoco o dalle guerre o dai terremoti: deve dunque aspettarsi da un momento all’altro di subire anch’essa la stessa sorte… Ecco il terribile argomento del mio lacrimevole discorso. Io comincio da farvi una enumerazione di tutti quei motivi pei quali i castighi del Signore su questa città appariscono alla mia atterrita fantasia quasi inevitabili.
 
1° Il primo motivo è che i nostri peccati reclamano i castighi di Dio. Presso di noi “peccato” è una parola di poco peso. Lo commettiamo con la massima facilità, ci abituiamo assai naturalmente, arriviamo a bere l’iniquità come acqua e con l’anima piena di peccati e di delitti ridiamo, scherziamo, dormiamo e pensiamo ad acquistarci il ben vivere per peccare ancora di più. Se qualche volta ci pentiamo, è un pentimento superficiale e momentaneo: ben presto si torna al vomito. Leggiamo la Sacra Scrittura, interroghiamo la storia di tutti i secoli, e noi troviamo che Dio punisce non solo nell’altra vita, ma anche in questa. Diluvi sterminatori, terremoti distruttori, guerre, epidemie devastatrici, carestie, siccità, mali sempre nuovi e incogniti: tutto dimostra che Iddio castiga severamente i peccati anche in questa vita. (…)
 
2° Un secondo motivo per cui dobbiamo ritenere per certi i castighi di Dio, è che tante altre città a noi vicine hanno già avuto questi castighi, appunto perché avevano i nostri stessi peccati. Ora, se Dio punì quelle città che avevano questi stessi peccati, perché non punirà anche noi? Dio è giusto.
 
3° I castighi di Dio verranno su di noi perché abbiamo avuto diversi avvisi e non ne abbiamo fatto caso. Undici anni or sono, la terra ci tremò sotto i piedi. Dopo 4 anni, il 1898, terremoti: minore fervore. Finalmente 40 giorni fa terremoti. Che si fece? Nulla! Il popolo, le famiglie rimasero indifferenti! Ci siamo abituati. Ci sembra che godiamo d’un privilegio d’immunità presso Dio e che possiamo peccare a nostro bell’agio. Ah, non è così! Tutti questi replicati avvisi non sono che i lampi e i tuoni precursori dell’imminente scoppio dell’uragano!
 
4° La nostra storia, fin dall’origine, ci accerta che Messina, quando in un’epoca quando in un’altra, è stata visitata sempre dal divino flagello. Il passato insegna l’avvenire. Se Iddio per tanti secoli ha fatto così con questa città, perché deve mutare adesso la sua condotta?”.
Il terremoto, concludeva sant’Annibale, “per quanto è terribile ha però questo di buono, che apporta una conversione generale! È un gran missionario. Si resiste alle prediche. Ma quando ci sentiamo tremare…” (15).
 
Come dimenticare poi i sogni profetici e i preannunci di castighi di san Giovanni Bosco?
Alla vigilia della seconda sessione del Concilio Vaticano I, il 6 gennaio 1870, don Bosco ebbe una visione in cui gli fu rivelato che “la guerra, la peste, la fame sono i flagelli con cui sarà percossa la superbia e la malizia degli uomini”. Così si espresse il Signore: “Voi, o sacerdoti, perché non correte a piangere tra il vestibolo e l’altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perché non prendete lo scudo della fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle vie, nelle piazze, in ogni luogo anche inaccessibile, a portare il seme della mia parola? Ignorate che questa è la terribile spada a due tagli che abbatte i miei nemici e che rompe le ire di Dio e degli uomini?”.

 
Padre Mucci saprà che questo vaticinio fu pubblicato proprio da “La Civiltà Cattolica” dell’anno 1872, vol. VI, serie III, pp. 299-303 (16). Chi non vede l’attualità di queste parole?
 
Questo è il linguaggio dei santi, rifiutato da coloro che si fanno un’immagine di Dio a loro uso e piacere, non rendendosi conto che rifiutando il Dio giusto rifiutano anche il Dio misericordioso.
 
Giovanni XXIII in un radiomessaggio del 28 dicembre del 1958 dice: «(…) l’uomo, che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini»; perciò «Egli (Gesù) vi dice di fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi». Paolo VI in un’omelia del 13 marzo 1966: «Come siamo meschini, come siamo davvero colpevoli al punto da meritare i castighi del Signore!» Giovanni Paolo II in un’omelia del 22 febbraio 1987 spiega che Dio «(…) esige sì soddisfazione, e tuttavia è anche clemente, e non ci punisce tanto quanto meriteremmo». E ancora Giovanni Paolo II in una udienza generale del 13 agosto 2003: «Dio ricorre al castigo come mezzo per richiamare sulla retta via i peccatori sordi ad altri richiami».
 
 
In definitiva ripetiamo che Dio è amore e misericordia, ma anche giustizia, e talvolta per educare i propri figli è costretto a castigarli, al fine di ottenere il bene supremo, cioè la loro salvezza eterna.
 
Nessun uomo è in grado di collegare un singolo evento come un terremoto ad un particolare castigo divino,
tuttavia a livello biblico e catechistico i castighi divini esistono.

TERRIBILI CASTIGHI DIVINI

Se tu pecchi, per quanto leggermente, e non ti penti, Dio ti punirà o in questa vita o nell'altra, e ti farà scontare severamente la colpa commessa.  
Anzi talvolta la Giustizia divina ha castigato in questo mondo certe colpe veniali, con un rigore che ci riempie di spavento e ci dimostra quanto essa odia il peccato, anche leggero. Nella Sacra Scrittura possiamo trovare non pochi esempi.  
L'infelice moglie di Lot fu colpita di morte istantanea e cambiata in una statua di sale per una curiosità. Udiva il crepitar delle fiamme, le grida disperate dei cittadini; e si voltò per osservare quel terribile spettacolo.  

Mosè ed Aronne furono esclusi dalla terra promessa per una mancanza di confidenza, quando percossero due volte la rupe per ottenere l'acqua tra le infuocate arene del deserto. Quanto non sono imperscrutabili i giudizi divini! Dio perdonò al capo del sacerdozio levitico il grave peccato di aver assecondato Israele, nel fabbricarsi il vitello d'oro, e non perdonò quella leggera diffidenza! E notiamo la gravezza del castigo. I due fratelli avevano strappato il loro popolo dalla schiavitù dei Faraoni, l'avevano condotto per il deserto, attraverso a mille stenti, difendendolo dai nemici. Avevano speso tutta la loro vita nel beneficarlo. nobilitarlo della lunga schiavitù ed elevarlo a vera nazione. Non rimaneva più che introdurlo nella terra promessa, luogo sospirato da tanto tempo e riposo beato di lunghe fatiche. Quanto tranquilli sarebbero allora discesi nella tomba benedetti dalla tribù! Ma no: essi hanno commesso un peccato veniale, e per questo peccato non toccheranno la meta ardentemente bramata. Vedranno da lungi quella terra fortunata, contempleranno le fertili valli baciate dalle onde del Giordano, le colline popolate di vigneti, le pianure biondeggianti di messi mature; ma non vi porranno piede. Altri coglierà il frutto delle loro fatiche, altro gusterà la gioia di porre fine al pellegrinaggio d'Israele ed intonare il cantico finale di ringraziamento all'Eterno, che nutri il suo popolo con la dolce manna e lo salvò da mille pericoli. Mosè ed Aronne moriranno senza compiere la loro missione, in castigo della loro diffidenza.  

Infelice Davide! Nel colmo di sua potena dimenticò per un istante che Dio dal campo lo aveva sollevato al trono e gli aveva cambiato l'umile bastoncello nello scettro. Fece il censimento del suo popolo e si compiacque vanamente di quel numero sterminato di sudditi, attribuendo quasi a sè quella gloria che era di Dio. Subito l'ira divina scese su di lui e domandò una severa espiazione, proponendogli tre orribili flagelli: la peste, la fame e la guerra. « Venga la pestilenza, esclamò l'umile monarca pentito, e così correrò anch'io il pericolo comune di essere infetto e punito personalmente della mia colpa ». Ed il contagio invase il popolo, e ben sessantamila perirono.  

L'Arca santa veniva portata processionalmente, con gran pompa, dalla casa di Aminadab a Gerusalemme. Davide, seguito da trentamila guerrieri, il fiore dell'esercito d'Israele, nelle loro brillanti armature, le faceva corteggio, al suono delle cetre e dei timpani, tra il fumo degli incensi ed il lieto canto dei salmi. Ad un tratto i buoi recalcitrando, fanno dondolare l'Arca; ed Oza stende la mano per fermarla. Non l'avesse mai fatto! All'istante cade al suolo morto, quasi colpito dal fulmine. Egli era semplice Levita e non poteva toccare l'Arca. Quella morte improvvisa gettò lo spavento in tutti. Davide concepì un'idea così grande della maestà divina, che non osò più ospitare l'Arca nel suo palazzo, e la fece condurre nella casa di Obededon   
Profeta, disse un dì il Signore a Semeia, va', distruggi l'altare profano che Geroboamo edificò agli idoli ed annunziagli terribili castighi. Ma bada di non mangiare, né di bere cosa alcuna in quel luogo maledetto e di non ritornare per la via per cui sei venuto.  Veloce il servo di Dio vola alla reggia, parla con voce franca all'empio monarca e con un cenno atterra l'altare.  Legate il temerario, esclamò furibondo Geroboamo; e stese la mano verso le guardie. Ma quella, mano resta paralizzata; ed allora il superbo dovè umiliarsi ed implorare la sanità dal profeta. L'uomo di Dio pregò e gliela ottenne. Compiuta la sua missione, Semeia, rifiutando i doni del re, se ne ritornava per una via diversa da quella per cui era venuto. Quand'ecco incontra un altro profeta, il quale, per mettere alla prova la sua obbedienza, lo invita con calde istanze a rifocillarsi. Resiste egli, ma poi si lascia vincere. Poco dopo un leone, strumento dell'ira divina, lo sbranò per punire quella trasgressione agli ordini ricevuti.  

Ascendeva Eliseo, già vecchio cadente, la bella collina di Bethel, popolata di verdi foreste; ed una turba di monelli si prese a burlarlo, dicendo: « Vieni su, o vecchione, vieni su, o calvo ». Il servo di Dio fu afflitto da quella mancanza di rispetto alle sue calvizie, e maledisse gli insolenti nel nome del Signore. Subito uscirono dalla selva due orsi feroci, che si scagliarono su quei tristi, sbranandone quarantadue.

Più terribile fu ancora la punizione toccata ai Betsamiti. Migliaia e migliaia di essi restarono fulminati per aver guardato con curiosità ed irriverenza nell'Arca santa.

Maria, sorella di Mosè, per una mormorazione contro il fratello fu punita di lebbra. Anania e Safra dissero una bugia a S. Pietro e furono colpiti di morte istantanea.  

Dinanzi a queste terribili punizioni vengono spontanee le parole della Scrittura: Quis non timebit te, o Rex gentium? (Ier. X, 7)  Quis novit potestatem irae tuae, et prae timore tuo iram dinumerare? (LXXXIX, 11, Ps.). Notiamo che in tutti questi fatti scritturali, i santi Padri vedono per lo più solamente una colpa veniale, per difetto dì materia, o per difetto di cognizione, o per difetto di volontà o per altre circostanze attenuanti.  
Soggiungiamo poi a nostro conforto che certamente Dio punì con rigorosa pena temporale tali mancanze per usare misericordia nella vita futura.  
Ora se Dio castiga con la morte, che è la massima pena temporale, il peccato veniale, dobbiamo concludere che essa non è cosa da nulla, come talvolta ci pensiamo, ma un male grandissimo da evitare a qualunque costo.  
Mentre Dio suole spesso flagellare con tanto rigore il peccato veniale, spesso premia anche con preziosi favori le piccole corrispondenze alla grazia, per invitarci ad essere fedeli nel poco. Fu rivelato a S. Gregorio Magno, che il Signore gli donò la somma tiara pontificia, per un'elemosina fatta ad uno sconosciuta Euge, serve borse et fidelis, quia super pauca fuisti fidelis super multa te constituam (Matth. XXV, 23). Orsù, servo buono e fedele, perchè nel poco sei stato fedele, ti farò padrone del molto.  

Un giovane gesuita, in tempo di vacanza, stava per andare a diporto, quando un Padre lo pregò di fermarsi a servirgli la Santa Messa. Acconsentì egli di buon grado, e rinunciò alla passeggiata. Dopo alcuni anni andò missionario tra gli infedeli, e colse la palma del martirio. Venne rivelato ad un confratello, che il fortunato giovane era stato da Dio favorito della grazia insigne di versare il sangue per la fede, per quel piccolo sacrifizio fatto in quel dì, a richiesta del sacerdote. O altitudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei: quam incomprehensibilia sunt judicia eius et investigabiles viae eius  (ad Romanos XI, 33)! O profondità delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio! Quanto incomprensibili sono i suoi giudizi ed imperscrutabili le sue vie!

Dio è Padre Misericordioso e ci perdona sempre quando gli chiediamo perdono e ci ravvediamo,
ma talvolta per educarci è costretto a punirci.

(dal sito preghieredigesuemaria.it
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