La Chiesa discrimina le donne? Risposte e spiegazioni - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

Vai ai contenuti

Menu principale:

LA CHIESA CATTOLICA NON DISCRIMINA LE DONNE

Secondo il direttore de “Il Giornale”, Vittorio Feltri, «la religione cattolica è rimasta un’isola nella quale la discriminazione femminile è praticata disinvoltamente», come ha affermato recentemente (partendo da un errato assunto circa un presunto trattamento impari della Chiesa verso i monaci e le monache).

Oltre al fatto che il direttore del noto quotidiano berlusconiano della destra conservatrice non ha molta autorità sul rispetto della donna, dato che lui stesso ha rivelato di aver tradito la sua compagna e invitato a fare altrettanto al grido «Evviva le corna» (sempre a proposito di rispetto dell’altro, bisognerebbe anche ricordare che recentemente ha anche augurato la morte ad un ricercatore di funghi, reo di aver infastidito un animale), la sua accusa è un vecchio argomento anti-cattolico che fa parte delle famose “leggende nere” (assieme al Pio XII nazista; all’oro nascosto in Vaticano; alle scarpe Prada di Benedetto XVI ecc.). Lo abbiamo confutato più volte, sopratutto in un dossier specifico pubblicato su questo sito. Eppure, la leggenda della discriminazione femminile fatica ad esaurirsi, ma bisognerebbe allora spiegare perché in fatto di statistiche ci sono, al mondo, più donne cattoliche che uomini. O perché le vocazioni religiose femminili sono in aumento.

Spesso ci si arresta al fatto che non è permesso il sacerdozio femminile
ma, come ha spiegato Papa Francesco, «le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non “clericalizzate”. Chi pensa alle donne cardinale soffre un po’ di clericalismo».

La motivazione non è per una forma di discriminazione, l’ha ben sintetizzata il cardinale Carlo Maria Martini: «è innegabile che Gesù Cristo ha scelto i dodici apostoli.

Di qui occorre partire per determinare ogni altra forma dell’apostolato nella Chiesa. Non si tratta di cercare ragioni a priori, ma di accettare che Dio si è comunicato in un certo modo e in una certa storia e che questa storia nella sua singolarità ancora oggi ci determina. Una prassi della Chiesa che è profondamente radicata nella sua tradizione e che non ha mai avuto reali eccezioni in due millenni di storia non è legata solo a ragioni astratte o a priori, ma a qualcosa che riguarda il suo stesso mistero. Il fatto stesso cioè che tante delle ragioni portate lungo i secoli per dare il sacerdozio solo a uomini non siano oggi più riproponibili mentre la prassi stessa persevera con grande forza (basta pensare alle crisi che persino fuori della Chiesa cattolica, cioè nella comunione anglicana, sta provocando la prassi contraria) ci avverte che siamo qui di fronte non a ragionamenti semplicemente umani, ma al desiderio della Chiesa di non essere infedele a quei fatti salvifici che l’hanno generata e che non derivano da pensieri umani ma dall’agire stesso di Dio» (C.M. Martini, “In cosa crede chi non crede”, Liberal 1996, p. 18).

Andando oltre al sacerdozio femminile, ci piacerebbe replicare nei fatti guardando a quanto avviene oggi in India. Una ricercatrice presso la Georgetown University di Washington, Rebecca Samuel Shah, ha scoperto che le donne indiane migliorano il loro status sociale e la loro situazione economica dopo la conversione cristiana: «La conversione attiva nei convertiti un nuovo potente concetto di valore e di iniziativa, offre un modo radicalmente diverso di vedere se stessi, di vedersi come una nuova creazione, una nuova identità, fatta ad immagine di Dio, alla ricerca di una vita migliore per se stessi». Le donne in India, infatti, sopratutto se appartenenti alla classe sociale “Dalit” sono considerate “emarginate”. «Chi nasce Dalit non può lasciare questo status. Essi sono impiegati in alcuni dei lavori peggiori, che nessuno vuole fare. Inoltre, non hanno il permesso di andare nei pressi di un tempio indù o toccare un oggetto religioso che viene utilizzato per il culto».

Dopo la conversione, invece, «queste donne si sentono meglio, diventano parte di una comunità di fede attiva, lavorano di più, guadagnano di più e possono pianificare e investire nel futuro». Proprio per questi motivi, tantissimi Dalit «si stanno convertendo al cristianesimo» poiché cercano il rispetto e la dignità che è vissuto verso tutti nella comunità cattolica. Inoltre le donne, a contatto con una stretta comunità, sono aiutate a denunciare gli abusi domestici: «Queste donne si coinvolgono attivamente nella loro comunità di fede. Quando arrivano nei loro incontri di preghiera settimanali e ad esempio hanno un livido in faccia o dei segni di violenza sul corpo», vengono aiutate a denunciare. «I pastori che ripetutamente visitano le case spesso intervengono per fermare la violenza del marito sulla moglie».

La visione cristiana porta dignità alla persona: «Il futuro non è più terrificante. Esso si realizza perché Dio è con loro, queste donne possono investire in futuro. La conversione, quindi, prima dei cambiamenti sociali ed economici, cambia la loro auto-concezione, la loro fede in chi sono».  Come ha spiegato il celebre storico Jacques Le Goff: «Credo che tale rispetto della donna sia una delle grandi innovazioni del cristianesimo; pensiamo alla riflessione che la Chiesa ha condotto sulla coppia e sul matrimonio, fino a giungere alla creazione di tale istituzione, ora tipicamente cristiana: la donna non può essere data in matrimonio senza il suo consenso, essa deve dire sì».

Torna ai contenuti | Torna al menu