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BIBBIA E UTERO IN AFFITTO

Quando anche gli atei e i gay si mettono a citare la Bibbia per  giustificare l'utero in affitto...Citano gli episodi di Abramo e  Giacobbe che ebbero figli dalle loro schiave.

Vediamo un pò come stanno le cose.
 Citano ad esempio Genesi 16 e 30,1ss. Dove leggiamo di Abramo, Sara,  Agar, Giacobbe, e Rachele sterile, diede la sua schiava a Giacobbe, affinchè le desse un figlio. Lo stesso fece la sorella di Rachele, Lea, anch’ella moglie di Giacobbe.

Giacobbe quindi ebbe dei figli dalle schiave delle mogli, ma se ricordiamo bene anche Abramo dalla schiava Agar.

 La Bibbia non esalta per nulla la maternità surrogata che nel caso di  Abramo e Giacobbe, non è surrogata, ma è adulterio, infatti le schiave  non vengono allontanate dopo aver partorito, ma continuano ad allattare e  crescere i figli, nella casa di Abramo e Giacobbe.
Elton John o Nicky Vendola invece hanno PAGATO i figli, togliendoli alle rispettive madri, cosa ben diversa.
 In ogni caso la Bibbia racconta questo episodio per insegnarci la  pazienza di attendere i doni di Dio, e non il fai da te, infatti dopo  aver sbagliato sia Sara, che Rachele e Lea, ebbero figli propri da Dio.

"Al capitolo 16 della Genesi si racconta che Sara non avendo figli  consegna al marito Hagàr, la sua serva con la speranza di avere figli da  lei; Abramo obbedisce, la mette incinta e a questo punto si scatena un  dramma tra le due donne che porta alla cacciata di Hagàr, poi al suo  ritorno e alla nascita di un figlio: «Abramo chiamò il nome di suo  figlio che aveva generato Hagàr, Ismaele» (v. 15; si noti l’attribuzione  della paternità e maternità). Anche qui c’è una situazione di sterilità  che viene gestita con l’aiuto di una seconda figura femminile.  L’analogia con la maternità surrogata ci sarebbe solo nel primo caso, ma  con una fondamentale differenza: nella surrogata («in affitto») la  madre biologica scompare del tutto di scena, nella storia biblica la  madre affronta diverse vicende: Bilhà resta in famiglia, fa un altro  figlio e alla morte di Rachele diventa la favorita; Hagàr entra in  contrasto definitivo con Sara che la caccia via di nuovo e per sempre  (almeno finché vivrà Sara); quanto ai figli, altra differenza  essenziale: quelli di Bilhà, benché Rachel dica «mi ha dato un figlio»,  restano figli della madre biologica, divenuta «moglie» (Gen. 37:2), e  quello di Sara rimane legato al destino di Hagàr e per questo vittima di  una violenta reazione di rigetto («caccia via questa amà e suo figlio»,  ibid. 21:10).

Nel caso di Rachele, quindi, il  tentativo di appropriarsi di un figlio altrui sottraendolo alla madre  biologica riesce solo in parte e questa madre non scompare; nel caso di  Sara tutta la procedura sembra essere piuttosto una cura contro la  sterilità, e il legame naturale tra madre e figlio non si interrompe.  Tutto molto diverso dalla maternità surrogata. E ovviamente non si può  dimenticare l’altra differenza: l’inevitabile necessità – in tempi  biblici – di ricorso alle vie naturali di procreazione, mentre, e solo  ai nostri giorni, queste possono essere sostituite dalla più asettica e  certo meno appassionante soluzione della provetta. In più il modello  biblico è quello di una famiglia patriarcale dove c’è un uomo fecondo  con la sua signora sterile, diverso da alcune situazioni di single o di  coppia in cui oggi si ricorre alla maternità surrogata; nella Bibbia in  queste storie si apprezza il desiderio di maternità, non quello di  paternità.
Il messaggio biblico poi  insegna una morale: nel caso di Bilhà il dramma si ricompone integrando  in famiglia madre e figli, che però restano con una connotazione un po’  secondaria, come figli di una madre meno importante; nel caso di Sara  c’è solo dramma, e addirittura, secondo la spiegazione di Nachmanide,  questo dramma starebbe all’origine del risentimento storico dei  discendenti di Ismaele nei confronti dei discendenti del figlio naturale  di Sara, Isacco. Come a dire: andiamoci piano con certe procedure.  Un’ultima considerazione: le persone che vengono usate per questo  «esperimento» biologico sono delle serve. Se si fanno confronti tra  maternità surrogata e storia di Rachele e Sara, per dire che c’è un  precedente che la giustifica, va tenuto ben chiaro che si tratta di  sfruttamento di persone non libere. Il che non è un bel modo per  giustificare moralmente una procedura attuale. "
Don Salvatore Lazzara

 “L’episodio, inoltre, costituisce una condanna della “maternità  surrogata”, poiché si evince tutta la carica di disvalore che  l’operazione orchestrata da Sara possiede: in quanto essa è adottata  come misura estrema per assicurare la discendenza di Abramo confidando  solo nelle capacità umane; in quanto Sara stessa comprende l’illecito  morale compiuto richiedendo ad Abramo di scacciare Agar; in quanto Agar  viene senza indugio cacciata da Abramo; in quanto dopo essere stata  allontanata, di Agar nulla più si sa. “
“Capita che soggetti che  non condividono nulla della fede cristiana, che magari non credono del  tutto, e che comunque combattono una incessante lotta culturale,  politica, sociale e giuridica contro la Chiesa e gli insegnamenti  cristiani, si risolvano per utilizzare le stesse Sacre Scritture e gli  episodi in esse narrati per contestare proprio la Chiesa e la dottrina  teologica e morale cristiana.
Così sta accadendo di recente con  sempre maggior frequenza a proposito della maternità surrogata che  secondo taluni commentatori sarebbe legittimata e ampiamente diffusa nel  racconto biblico a testimonianza che si tratta di una pratica in linea  con l’insegnamento morale cristiano e che dunque non può essere né  biasimata, né oggetto di divieto.
In genere vengono citati alcuni  episodi, ma è sufficiente considerarne uno, il primo, per comprendere  che la problematica è comune a tutti quelli ipotizzabili. Il caso a cui  ci si riferisce è quello che coinvolge Abramo e la sterile moglie Sara,  narrato dal libro della Genesi 21,8-21.

Sara vuole comunque  assicurare una discendenza ad Abramo, così decide di offrire al marito  la propria schiava Agar, giovane e fertile. Abramo si congiunge con lei,  ma poco dopo Sara pretende soddisfazione dal marito Abramo inducendo  quest’ultimo a scacciare Agar e il figlio da questa partorito; appena  Agar viene allontanata dalla casa di Abramo il Signore concede a Sara di  ottenere una gravidanza propria e assicurare una discendenza legittima  al marito Abramo.

I motivi per cui non si tratta di maternità surrogata sono molteplici e tutti molto evidenti
 In primo luogo: non è maternità surrogata in quanto non viene reclamato  un presunto diritto al figlio, ma semmai un dovere alla discendenza che  Sara come moglie di Abramo deve assicurare al proprio marito, a tal  punto da accettare che questi si congiunga con un’altra donna.
In  secondo luogo: più che di maternità surrogata si tratta, semmai,  dunque, di adulterio, poiché il seme di Abramo, sposato con Sara, si  congiunge con l’ovulo di Agar, come in qualunque rapporto  extra-coniugale, dando vita a una prole naturale e non legittima.
 In terzo luogo: non è maternità surrogata poiché non c’è né un  contratto, né soprattutto una libera volontà della madre surrogante,  cioè Agar che, in quanto schiava, è tenuta ad obbedire all’ordine  ricevuto dalla propria padrona Sara.
In quarto luogo: tanto è  sicuramente adulterio che la stessa Sara subito dopo ripensa al mal  fatto e chiede ad Abramo di scacciare la schiava Agar con il figlio  frutto dell’adulterio.
In quinto luogo: non è maternità surrogata  in quanto il rapporto tra Agar e, come si dice oggi, “il prodotto del  concepimento”, cioè il figlio nato, non viene mai reciso, anzi, proprio  perché questo rapporto sussiste Sara insiste che Agar venga allontanata  dalla casa di Abramo.
Secondo il diritto e la morale dell’epoca,  infatti, diversamente dalla maternità surrogata odierna, Agar non  avrebbe mai potuto essere separata dal figlio che aveva partorito. Come  ha notato il noto giurista Daniel Friedmann, infatti, «la serva che  diventava madre surrogata poteva essere liberata dalla schiavitù e  mandata via, ma avrebbe ovviamente obbligato a mandare via con lei il  figlio, come in effetti fece Abramo con Agar.
 La regola  probabilmente proteggeva la madre surrogata. Assicurava che lei non  fosse abbandonata. La conseguenza fu che la madre surrogata manteneva un  legame emotivo con suo figlio, con potenziale attrito con la padrona di  casa, a causa della rivalità per il figlio e il suo status, all’interno  della famiglia».
Da tutto ciò si deducono, senza nemmeno eccessivi sforzi ermeneutici, le seguenti considerazioni.
 Il racconto biblico di Abramo, Sara e Agar non costituisce  l’esaltazione della maternità surrogata, ma, al contrario, la condanna  della medesima che si inscrive, nell’ambito del codice morale  vetero-testamentario (e quindi anche cristiano), sotto la fattispecie  dell’adulterio, specialmente se viene messa in opera con il seme del  marito.

L’episodio, inoltre, costituisce una condanna della  “maternità surrogata”, poiché si evince tutta la carica di disvalore che  l’operazione orchestrata da Sara possiede: in quanto essa è adottata  come misura estrema per assicurare la discendenza di Abramo confidando  solo nelle capacità umane; in quanto Sara stessa comprende l’illecito  morale compiuto richiedendo ad Abramo di scacciare Agar; in quanto Agar  viene senza indugio cacciata da Abramo; in quanto dopo essere stata  allontanata, di Agar nulla più si sa.
L’intreccio di Sara, Abramo e  Agar serve anche come momento di riflessione sulla natura del rapporto  coniugale che non può essere equiparato ad altri rapporti o ad altre  unioni, come quelle di fatto, o come quelle adulterine, specificando  così quanta distorsione subisca la natura umana, quella della coppia  unita nel rapporto di coniugio, e quella della famiglia in sé  considerata allorquando si inserisce l’elemento della artificialità  tecnica che sovverte tutte le relazioni in quanto in grado di deturpare  la dimensione dell’essere.
Come ha giustamente osservato il filosofo  del diritto Sergio Cotta, infatti, «per sua essenza la tecnica è  disintegrazione della struttura delle cose al fine di ridurle, prive di  forma propria, a pura energia quantitativa consegnabile alla piena  disponibilità dell’uomo; la tecnica allora è espressione radicale  dell’oblio dell’essere, presente anche nell’essere e nel destino delle  cose […]. L’individuo si ritrova perciò consegnato all’universo della  separazione: separato dalla natura, dagli altri, dall’essere».
 L’espediente pensato da Sara, cioè il congiungimento del marito Abramo  con la schiava Agar, pur non costituendo un caso di maternità surrogata,  di quest’ultima condivide la artificialità tecnica che, come tale,  quando prevale sull’essere, altera e separa sempre la persona dalla  dimensione ontologica.
Infine, l’episodio biblico possiede,  ovviamente, un preciso significato teologico e non può dunque essere  ridotto alla banale logica odierna fondata sulla presunta esistenza di  diritto al figlio o ad altre prometeiche illusioni tipiche del delirio  di onnipotenza del tecnomorfismo contemporaneo.
Quando Sara e  Abramo, infatti, confidano soltanto nelle proprie forze, senza  abbandonarsi alla divina Provvidenza, hanno un rapporto sterile e  condannato a non procreare nulla di buono, cioè o nessuna discendenza,  o, peggio, una discendenza illegittima nata da adulterio. Soltanto  quando Sara ha abbandonato il proprio egoismo, ha respinto il peccato e  ha fatto spazio nella propria vita e nella propria anima alla divina  Provvidenza, allora il Signore ha donato a lei e ad Abramo una  discendenza legittima e benedetta.

Così, infatti, chiarisce, in  conclusione, Aristide Fumagalli: «La storia di Abramo e Sara insegna,  con schietto realismo, che la tentazione di far da sé è inevitabile e  può anche avere la meglio. Nondimeno, essa racconta di una promessa,  quella di Dio, che pazientemente si ripropone alla coppia affinché, al  venir meno delle attese sperate, non si rinchiuda nell’incredulità, ma  si apra alla vera speranza di Colui che non delude».

Non riuscire a  cogliere il senso teologico e il senso morale dell’episodio di Abramo,  Sara e Agar, del resto, è un tipico portato e una necessaria conseguenza  di una cultura ipersecolarizzata, come quella contemporanea (di cui i  sostenitori della maternità surrogata sono caratteristici emblemi), non  più abituata a scorgere il senso della realtà in quanto schiacciata  dalla avverata profezia delineata dal laicissimo ma intellettualmente  onesto e lungimirante Max Horkheimer che così ebbe saggiamente a  scrivere anticipando i tempi attuali: «La dimensione teologica sarà  soppressa. E, con essa, scomparirà dal mondo ciò che noi chiamiamo  senso».” Gran parte tratta dal sito Tempi.it
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