Siena miracolo eucaristico - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Nel giorno che la Chiesa dedica al " Corpo del Signore", a quel mistero della fede che è la Presenza Reale nell’Eucaristia, sarebbe opportuno non dimenticare Siena.
Opportuno soprattutto in tempi come questi, quando certi "sapienti", nella Chiesa stessa, si piegano al mondo e tentano di rendere "ragionevole", a misura delle piccole categorie umane, quello scandalo che è la fede eucaristica cattolica nella sua interezza. Ecco, dunque, tentativi insistiti per " spiritualizzare", magari per ridurre a "simbolo" la fede (divenuta ormai intollerabile) nella sconvolgente "materialità" del pane e del vino consacrati. Una tendenza denunciata sin dal 1965 da Paolo VI mentre c’erano già sintomi di certe "riletture" riduttive del dogma della Presenza Reale.

Diceva, dunque, papa Montini al Congresso Eucaristico di Pisa: "Così è. Ripetiamo: noi sappiamo di enunciare un mistero. Ma così è. Cristo realmente presente nel sacramento eucaristico. Diciamo questo anche per dissipare incertezze sorte ora dal tentativo di dare interpretazioni elusive alla dottrina tradizionale ed autorevole della Chiesa.

Cristo vivo e celato nel segno sacramentale è realmente presente. Non è parola vana, non è suggestione superstiziosa o fantasia mitica: è la verità, non meno reale, sebbene collocata su un piano diverso, di quelle che noi tutti, educati dalla cultura moderna, andiamo esplorando e affermando circa le cose che ci circondano e che, conosciute, danno il senso delle verità sicure, positive: le verità scientifiche". E, per ribadire quelle sue parole, Paolo VI rinviava a uno sconvolgente "segno" concreto: quello di Siena. Così, del resto, farà anche Giovanni Paolo II che a Siena si recherà, devoto pellegrino, nel 1980 per celebrare i 250 anni di quello stesso "segno" e inginocchiarvisi davanti, in raccolta adorazione.

Molti avranno già intuito a quale "segno" alludiamo; altri, probabilmente, no, visto l’oblio che sembra coprire realtà che già furono conosciute da tutti i credenti. Motivo in più per rinfrescarci la memoria, ricordando quello che il grande scrittore danese convertito dal luteranesimo al cattolicesimo, Johannes Joergensen, celebre biografo - fra l’altro - di Francesco d’Assisi, definì "una delle più grandi meraviglie di Cristo sulla Terra".


Tutto comincia il 14 agosto 1730, quando ladri restati per sempre ignoti rubano nella chiesa di San Francesco a Siena, officiata dai Minori Conventuali, una pisside contenente 351 ostie consacrate. Scoperto il furto, lo sgomento è tale che la città, con decisione quasi senza precedenti, decide di sospendere persino l’amatissimo Palio dell’Assunta. Tre giorni dopo, il 17 agosto, nella cassetta per le elemosine della Collegiata di S.Maria in Provenzano, le particole vengono tutte ritrovate.

Riportate con solenne processione nella chiesa da dove erano state asportate, non vennero consumate – come pure prescriveva il diritto canonico – perché i fedeli espressero il desiderio di adorarle a fini riparatori; ma, pare, anche perché – essendo state introdotte in una cassetta per le elemosine che si apriva una sola volta all’anno e piena, dunque, di polvere e ragnatele – ragioni igieniche sconsigliavano di comunicarsi con esse, malgrado i tentativi di ripulirle.

Sta di fatto che, col passare del tempo, vennero in qualche modo " dimenticate" e solo quasi cinquant’anni dopo si scoprì che erano rimaste assolutamente intatte sin dall’aspetto, non avendo nemmeno assunto una colorazione diversa da quando erano state fabbricate (impiegando, tra l’altro, un ferro particolare che prova che le ostie in questione sono proprio quelle rubate nel 1730).
Dal furto sono passati quasi tre secoli e le particole sono ancora – fresche come all’inizio – nell’artistica pisside della basilica di San Francesco in Siena. Da 351 che erano si sono ridotte a 223; ma non perché quelle che mancano siano state distrutte dal tempo ma perché, fra le tante "prove" eseguite, ci fu anche il comunicare con esse delle persone che ne saggiassero il gusto. Che è risultato, esso pure, non alterato.

Ovviamente, non ci si è limitati a questo tipo di esperimento pragmatico. Tra l’altro, nel 1914, a cura di un chimico stimatissimo, il professor Siro Grimaldi, si procedette a un serie di analisi e di esami con i mezzi messi a disposizione della scienza. La quale, in questo genere di esperimenti, non è molto mutata da allora, visto che ciò che c’era da determinare era molto semplice: le ostie erano della consueta farina azzima di frumento? Avevano subito qualche alterazione?
Nella sua relazione Grimaldi scriveva di avere trovato le particole, dopo i 184 anni trascorsi allora, "lucide e lisce, con bordi netti, non sfrangiati né smussati. Prive di acari, tarli, di ragnatele, di muffe e di qualsiasi altro parassita animale e vegetale propri di quella farina di frumento con cui sono composte". Eppure, nulla di più fragile e di suscettibile di alterazione di tenui ostie di pane azzimo. Per loro natura sono indiscutibilmente il massimo dell’alterabilità.

"La farina di grano è il miglior terreno di coltura dei microrganismi, dei parassiti animali e vegetali, della fermentazione lattica e putrida", continuava lo specialista, "le particole di Siena sono pertanto in perfetto stato di conservazione, contro ogni legge fisica e chimica e nonostante le condizioni del tutto sfavorevoli in cui si sono venute a trovare. Un fenomeno assolutamente anormale: le leggi della natura si sono invertite. Il vetro della pisside in cui sono conservate è diventato sede di muffe, mentre la farina si è rivelata più refrattaria del cristallo".


Stando, in effetti, non solo alla scienza di tutti i chimici, ma anche all’esperienza concreta (più volte si fecero, a Siena, controprove, mettendo in un recipiente accanto alle ostie prodigiose altre non consacrate e appena fatte: in breve furono tutte alterate e poi sbriciolate dal tempo), già dopo sei mesi la farina azzima si rovina gravemente e, nel giro massimo di un paio d’anni, si riduce a poltiglia e poi a polvere.

Per le ostie di Siena, il tempo non ha provocato neppure un ingiallimento, malgrado nulla mai sia stato fatto per assicurare una custodia protetta dagli agenti atmosferici o dai germi ulteriori portati dal toccarle infinite volte con le mani.
Non è dunque a caso se tutti coloro che si sono seriamente informati sul caso – e tra essi molti Papi, ma anche molti scienziati – non hanno esitato a parlare di "evidente prodigio". Quello di Siena è un unicum straordinario, pur tra i numerosi miracoli eucaristici avvenuti nei secoli. Un caso di conservazione della materia che sfida ogni legge naturale; segno, dunque, di quella trasformazione eucaristica della materia in cui la fede crede, malgrado sfidi anch’essa ogni scienza.

Se davvero, come molti dicono, ciò che oggi minaccia con particolare vigore il cattolicesimo è il nemico di sempre, lo spiritualismo gnostico (la fede ridotta a sapienza, simbolo, norma etica disincarnata), sbaglieremmo a trascurare il miracolo di Siena. Proprio ora ci è più necessario, per recuperare la dimensione "materialista" di un Vangelo che non annuncia la salvezza delle anime, ma dell’uomo tutto intero, corpo e anima. Di questa sana "materialità" , la "materia" incorrotta delle 223 ostie può darci esperienza tangibile, concreta.


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