San Gabriele dell'Addolorata - Santi passionisti - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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San Gabriele dell'Addolorata  - Passionista
un amico per tutte le stagioni

I. La carta di credito

Metà umbro per via di papà Sante Possenti, avvocato nativo di Terni. Metà marchigiano essendo la mamma Agnese Frisciotti originaria di Civitanova Marche. E tutto abruzzese per una scelta di campo secondo insondabili scherzetti della provvidenza.


Non è nato in Abruzzo e al novanta per cento san Gabriele non vi è neanche vissuto. Ma se qualcuno si azzarda ad avanzare rivendicazioni rischia di essere fatto a pezzettini. Come dire ad un padovano che sant'Antonio è portoghese.


Quando nel 1892 a trent'anni dalla sua morte i padri passionisti provarono a trasferirne le spoglie nei pressi della natia Assisi videro sbucare da ogni anfratto contadini e montanari che intimarono l'altolà: fermi tutti, Gabriele è nostro e guai a chi lo tocca.


Per evidenziare che non si andava troppo per il sottile, fecero roteare in aria zappe forconi roncole, e altri arnesi atti a sistemare le ossa. Ed erano circa in settemila.


In Abruzzo Gabriele passò solo l'ultimo spicchio della sua primavera, isolato in un conventino a ridosso della catena del Gran Sasso, versante teramano. Ma per un abruzzese che viva sotto qualsiasi latitudine del villaggio globale egli è come la carta di credito.

2. Ma pistolero no


Diciamo subito però che l'Abruzzo gli va stretto. Tanto per un'idea, il prestigioso giornalista e scrittore Enzo Biagi ricorda il ritiro spirituale sulla collina di san Luca a Bologna con il Circolo San Gabriele dell'Addolorata.


In America l'ha scelto come protettore perfino la National Rifle Association vale a dire la potente lobby dei produttori di armi che ha per presidente CharIton Heston, il mitico interprete di Mosè e Ben Hur.


Ma questa è un'autentica americanata. Mi sa tanto che questi hanno il senso della misura solo quando comperano le scarpe.


Il presidente, soprattutto negli ultimi tempi, invece di alzare l'ingegno alza un po' troppo spesso il gomito.


Gabriele pistolero, protettore degli sceriffi? Non scherziamo, semmai un birdwatching.


Beh, la logica qui se ne va a carte quarantotto. \11 conviene allora andare per ordine.


3. Il nome d'arte

E partiamo da Assisi che già da sé la dice lunga come notava il sommo poeta. Sì, perché proprio nella città del Poverello il nostro santo nasce la mattina del primo marzo 1838.
Non si chiamava mica Gabriele. All'anagrafe è registrato Francesco, Francesco Possenti. Gabriele è il nome d'arte che scelse quando decise di dare un calcio a tutte le sirene del mondo per seguire la vocazione religiosa.
Noi diremmo, quando si chiuse nel convento dei passionisti tra spesse mura munite di intercapedine e vestì un ruvido saio così dark che più dark non si può. D'accordo, ma si sappia che lui era convinto d'aver piuttosto chiuso gli altri fuori.
E' l'undicesimo di tredici figli, una bella squadra di calcio completa di riserve. Il suo arrivo è accolto come dono di Dio e rinnova la festa della vita, perché avere una famiglia numerosa non era allora una vergogna.
Ancora non si instaurava la filosofia del nuovo corso secondo cui un figlio è meglio di due e, in troppi casi, nessuno è meglio di uno. Oggi i bambini sembrano una razza in via di estinzione.
La sera stessa un festoso corteo esce dal palazzo comunale e si porta per il battesimo nella cattedrale di san Rufino, che sette secoli prima aveva accolto e rigenerato san Francesco.
Era quasi inevitabile che gli venisse imposto il nome dell'illustre concittadino. Ma per tutti fu subito e sempre Checchino. Ok, bello no?


4. Il pargolo in trasferta

Il padre, l'avvocato Sante Possenti (1791di Temi, è funzionario dello stato pontificio e come tale dovrà peregrinare per molte città delle Marche, dell'Umbria e del Lazio con compiti di governatore, delegato o assessore.


Ad Assisi è arrivato da appena un anno come governatore della città e vi resterà fino all'autunno del 1841.


La mamma, Agnese Frisciotti (1801è nata da una nobile famiglia di Civitanova Marche, Macerata. Qui a ventidue anni ha sposato Sante e lo segue nei frequenti trasferimenti coniugando i doveri di rappresentanza con la cura della numerosa prole.


Genitori di stampo antico, dotati di profondo senso del dovere e fede a prova di bomba. In casa
mattina e sera si prega tutti insieme, nessuno cerchi pretesti per sgarrare. L'obbligo è tassativo.


Il maschietto viene su bello e coccolato. Ma il primo anno di vita deve essere affidato a una balla perché Agnese, già gràcile e indebolita dalle ricorrenti maternità, non è in grado di nutrirlo.


Niente paura, però. Nutrice è l'affidabile sinora Teresa Batori che tratta il bambino "con premura e nettezza". Vive a due passi da Assisi e quindi è facile tenere la situazione sempre sotto controllo.


Quando il pargolo rientra dalla trasferta è già tempo di mettersi in riga, ascoltare le istruzioni di mamma e papà, imparare il segno della croce e cominciare a mettere un piede dopo l'altro con il busto eretto.


5 La mamma va con gli angeli

La vita è movimentata. Quando lascia la balia e torna a casa Checchino trova la mamma di nuovo con il pancione. E non sarà l'ultima volta. Subito dopo il papà è nominato governatore a Montalto Marche in provincia di Ascoli Piceno, dove si reca senza la famiglia.


L’anno dopo, 1841, è promosso a Poggio Mirteto nel Lazio, sede di prim'ordine nella delegazione pontificia di Rieti. Addio Assisi, questa volta si migra tutti. Ma per poco, meno di un anno. Perché qui non si resiste, l'abitazione è deludente e la cittadina inquieta. L'umidità più altre circostanze avverse minano la salute sia di Sante che di Agnese.


Ottiene quindi il trasferimento. Breve vacanza a Temi per respirare un po' d'aria natia e qui arriva la nomina ad assessore legale della delegazione pontificia di Spoleto. Finalmente una sede definitiva. E prestigiosa, anche se la città non è ancora immortalata dal festival dei Due Mondi.
Siamo a fine novembre 1841. Fine dei travagli? Magari. Senonché dopo pochi giorni muore la figlioletta Rosa, batuffolo di appena sei mesi. Passa un altro mese e a fine gennaio 1842 un'emorragia cerebrale ghermisce all'improvviso la vita della piccola Adele, nove anni.
E così, tenuto conto che due fratellini sono morti prima che arrivasse Checchino, sono quattro i figli che mancano all'appello. Troppi per la già minata fibra di Agnese che si ammala di meningite facendo subito presagire l'irreparabile.
Resiste solo una settimana. Consapevole del suo stato, Agnese stringe a sé i figli riservando a ciascuno una carezza di commiato. Sappiamo che con particolare affetto "Checchino fu abbracciato e baciato dalla mamma poche ore prima della morte". Il 9 febbraio 1842, all'età di 41 anni si spegne serenamente e va a rincorrere i suoi quattro angeli nelle autostrade dei cieli.
Sulla casa dell'assessore cala un gelido silenzio e un vuoto difficile da colmare. Il papà parla di "adorabile volontà di Dio" anche a Checchino. Che non ha ancora quattro anni, ma porterà i segni di questa esperienza per tutta la vita. Di mamma ce n'è una sola.


6. L'occhio di triglia

Checchino è dunque orfano di mamma. Che giorni tetri e che notti furono quelle. Intanto scorre il tempo che in qualche modo lenisce il lutto.
Passano gli anni e la vita riprende. Ma chi supplirà il ruolo materno nella formazione della personalità di Checchino che già si dimostra vivace, sensibile e anche piuttosto turbolento?
Papà Sante affronta la dura realtà con coraggioe responsabilità. Il dovere lo chiama ed egli risponde. Onesto con i clienti, mani pulite nell'esercizio della pubblica amministrazione, esemplare nella pratica della fede che il dolore non scardina ma semmai consolida. Ogni mattina, prolungata preghiera in casa prima di andare a messa accompagnato da qualcuno dei figli.
Ora può correre in ufficio dove lo attende un mucchio di scartoffie e negoziazioni. Proverbiale la sua rettitudine. Non sa cos'è una tangente. Solo la parola gli farebbe venire l'orticaria.
Un giorno arriva in tavola un secondo di pesce prelibato. Insospettito, vuole precise informazioni sul donatore, poi alza la voce: "E non sapete che egli ha una causa pendente in tribunale?". 1 commensali restano con la forchetta alzata e la bocca spalancata. Fanno l'occhio di triglia, ma niente da fare: il vassoio deve fare dietrofront e il pesce se lo pappano i poveri.
La giornata si chiude sempre con il rosario comunitario davanti alla statuina della Madonna addolorata, qualche ramanzina al più birichini e le opportune raccomandazioni.
Ma adesso basta con Sante, altrimenti scrivo la vita del padre anziché quella del figlio. Tanto poi qua e là farà inevitabilmente di nuovo capolino.




7. Fatti ci vogliono


E' chiaro però che Sante non può fare tutto da solo. Di valido sostegno nell'azione educativa di Checchino sono la sorella Maria Luisa, nove anni più grande di lui, e la colf Pacifica Cucchi. Entrambe lo coprono di tenerezze materne.
Così il moretto cresce grazioso e volitivo, suggestionato dalla figura del padre al quale già dà qualche grattacapo per "un'eccessiva vivacità e il manifestarsi di germogli della collera, della leggerezza e della disubbidienza".
Sante tiene la situazione in pugno contemperando dolcezza e fermezza, soprattutto quando a seguito di qualche scappatella Checchino lo circuisce con promesse e moine. "Fatti ci vogliono, ragazzo mio" ammonisce talvolta "fatti, non carezze e parole".
Ma per il più vispo della numerosa nidiata crescere diventa un gioco da ragazzi. Perciò gioca e cresce, cresce e gioca. Urca se gioca. Si diverte con i fratelli scorrazzando per le ampie sale del palazzo quasi fosse una pista da skateboard. Finché una volta, ahi!, il nasino batte violentemente contro una porta spiaccicandosi come i burini di Jacovitti. Frattura del setto nasale, ma che importa.
Impara però anche a pregare, a rispettare gli altri. Ad amare i poveri che gratificherà dei suoi risparmi e per i quali dimostrerà sempre innata predilezione. E' capace di restare al verde per mettere nelle mani di un barbone tutto il marsupio scucito al padre.
"Anche il babbo vuole che si faccia l'elemosina" dirà alla governante se la vede alquanto micragnosa. Sa di dire il vero. Esige gioia e generosità. Bisogna "essere liberali con i poveri di Gesù Cristo e non contentarsi di stendere con viso mesto un pezzo di pane soltanto".
Come quella volta che già studente passionista a Pievetorina, nell'entroterra marchigiano, fa l'occhio languido al fratello portinaio che sta servendo un affamato: "Voglio vedere la tua generosità". Ravvisandolo troppo parsimonioso sbotta: "Che miseria, poveretto, non gli arriva manco allo stomaco. L'elemosina non ha mai impoverito nessuno".


Oggigiorno invece ci sono teste d'uovo che si illudono di rinforzare l'economia di mercato dando ai poveri senza togliere al ricchi.


8. La sbrecciata penisola

Ma non corriamo troppo, anche se Checchino è tipo da bruciare le tappe. E per tenere i piedi ben piantati in terra diamo uno sguardo, ma proprio un'occhiatina fugace, alla sbrecciata penisola.
Misericordia, che spettacolo deprimente, che anni tempestosi sta attraversando. Aneliti di libertà fanno divampare moti risorgimentali, focolai di lotte intestine a tutto spiano.
Massoneria e anticlericalismo si associano a cordiale antipatia per la religione e il soprannaturale. Nel 1846 muore Gregorio XVI ed è eletto papa il beato Pio IX che dovrà fuggire a Gaeta.
Lo stato pontificio, di cui Sante è integerrimo funzionario, si va dissolvendo con il potere temporale della chiesa.
Si è soliti giudicare calamitosi i propri tempi, ma bisogna convenire che in questo caso lo sono davvero. La notizia perciò non è di quelle che fanno balzare sulla sedia. Se avete mosso un sopracciglio, mi accontento e vado avanti.


9. Anni goliardi

Checchino comunque è già a scuola dal 1844. Frequenta le elementari dal fratelli delle scuole cristiane, senza particolari difficoltà perché dimostra subito buona attitudine per lo studio.
A otto anni riceve la cresima e intorno ai dodici la prima comunione.
Dal 1850 al 1856 frequenta il collegio dei gesuiti a Spoleto per gli studi umanistici, ginnasio e liceo. Sei anni vissuti goliardicamente. A scuola è un primatista. Qualche problemino solo in matematica (beh, elementare Watson), ma in tutto il resto colleziona primi premi ed elogi. In latino poi si cimenta con mestiere ed estro perfino in composizioni poetiche.
Anche lui tuttavia, come ogni studente di questo mondo, attraversa il suo momento di crisi. Lo attesta il padre scrivendo nel 1852 al nipote di Temi Pietro Possenti: "Checchino è pieno di fuoco e non vuole attendere allo studio, quantunque dimostri del talento".
Diamoci una sgrullatina, ragazzo. D'accordo, non gli capita mai l'incasinamento di Mclnerney: consegnare un tema per metà copiato, per metà senza senso e per metà lasciato a metà. Ma si può dare di più.

E la grigia parentesi si chiude in fretta. Si sviluppando precocemente anche sul piano fisico. Viene su snello, seducente.
Riprende pieno successo a scuola e in società. Al vertice di tutte le top ten, medaglie d'oro ed encomi arrivano puntuali al termine di ogni anno scolastico. I docenti si accorgono anche che è un attore nato e nelle recite gli affidano sempre il ruolo del protagonista.
E' socievole e disinvolto. Ama passeggiare con i fratelli tra l'incanto della natura. Una volta nella piana di Spoleto stuzzica un puledro che gli sferra una coppia di calci al petto lasciandolo tramortito.
Un'altra volta centra con una sassata un merlo che fischiava incauto su un ramo, lo cattura ancora vivo e se lo porta a casa per curarlo.

10.  Il cappello a cilindro


Si sa, chi non ride mai non è una persona seria. Anche un sorriso triste è preferibile alla tristezza di non saper sorridere. L'adolescenza è insieme una stagione affascinante, fragile e fluttuante della vita.
A quindici anni si è per lo più acerbi, ma Checchino è già un leader incontrastato, anima di tutte le iniziative studentesche. 1 compagni lo seguono come stregati nei giochi e nelle frequenti scampagnate. negli schiamazzi e nelle scorribande.
Egli ride di gusto. scherza, gioca volentieri a carte, frequenta sale da ballo e teatri, legge romanzi con avidità.
Diverte e si diverte disegnando innocenti caricature con gags che fanno smascellare dalle risa anche i proff più improsciuttiti dagli anni: una Galleria di schizzi con tipi imbranati come Mr Bean, facce da luna piena zavorrate da basettoni e occhi stralunati, cappelli a cilindro che sembrano la torre 21 Pisa, rispettabili trippe scodellate con spiritose didascalie
Tanto per non dormire in classe. Con le sue inesauribili risorse è capace di muovere al sorriso anche un sarcofago.
Per far contento papà Sante compare in pubblico sfoggiando i1 cappello a cilindro. Capirai, cuccagna per le goliardate studentesche. Perchecché se ne dica. i giovani di ieri sono come di oggi.
Per la verità qualche volta, ma solo qualche volta quando incontro teenagers che portano il loro viso trapuntato di piercing come un

Mi viene da pensare che i valori rimasti solo i valori bollatiMa stiamo al chiodo. anzi al cilindro. Dunque, spesso il picchiatello di turno assesta a Checchino manate sulla tuba che se ne cala sugli occhi come un secchio rovesciato. Indovina chi ti ha colpito, e il gioco divertiva. Ammazza se divertiva.

Qui ci vuole un rimedio radi cale, pensa Checchino che non è di quelli che usano la testa solo per appoggiarvi il cappello. E un bel giorno prende una serie di spilli, li infila con la punta in su dall'interno del cappello e lieto come una cinciallegra... ride bene chi ride ultimo. Nel giro di un amen risuona per l'aria un secco ahi! con gli applausi di tutta la brigata.


Lo sport innocuo

A proposito di spilli e spille. Una sera la sorella Teresa è in lacrime per aver smarrito una preziosa spilletta.
Armato di lanterna Checchino riesce a rintracciarla e la riconsegna raggiante, ma ammonisce: "Sono contento d'averti consolata, ma non attaccarti troppo a queste sciocchezze".
Sciocchezza per sciocchezza, s'era procurato un nastro di velluto per adornare il cappello secondo la moda del jet set. Poco dopo lo regala alla colf. "Oh, alla fine poco m'importa. Te ne puoi servire per cingerti la vita".
Dove sì vede che il ragazzo non è privo di sale in zucca.
La caccia poi. E' lo sport preferito. Ci si butta a capofitto organizzando battute con gli amici. "Fischiava e gorgheggiava in modo meraviglioso, tanto che gli uccelli ci si sbagliavano e gli volavano intorno". Che ingenui.
In qualche occasione usa lo schioppo, ma di solito si contenta delle reti e della civetta. Lancia un Sos al cugino Pietro Possenti: "Non avendo il  giorno di che divertirmi, ti prego di mandarmi una o due ragne".
Innamorato della natura e dell'ecologia, considera la caccia uno sport innocuo, un esercizio di abilità.
Certo, non arriva al livello di taluni ecologi nostrani i quali sono così sensibili da essere pronti ad ammazzare un uomo che facesse male a una mosca
E’ vero che adesso le cose stanno diversamente. Scarseggiano ormai anche i passeracei il gorgheggio d'un usignolo puoi sentirlo quasi esclusivamente allo stereo. Ma è anche vero che una volta agli animali domestici si davano i nostri avanzi, oggi si sceglie al supermarket.


Il ballerino elegante

Checchino frequenta salotti e jet set, ama comparire attillato sempre "alla moda d'oltremare e d'oltremonti": colletto e polsini inamidati, cravattino di seta e guanti bianchi, borchietta e farsetto. bombetta sul capelli impomatati, scarpe 1ucidissime, catena d'oro sul gilè con orologio da  taschino che si fa regalare furbescamente dal solito cugino Pietro. Lo chiamano il ballerino o il damerino elegante.
Attenzione però. Sotto lo sballo niente, ripetiamo a proposito dei nostri discotecari, generazione web soggiogata da cubiste abbarbicate su un parallelepipedo. Ogni settimana poi si piangono le stragi del sabato sera, frutto di ecstasy e di luci stroboscopiche.
Niente di simile per Checchino. Al più egli rischia di rompersi l'osso del collo o d'impallinarsi saltando un fosso, quando dal fucile che porta a tracolla parte accidentalmente un colpo che gli scalda le orecchie. Che paura quella volta. Arriva a casa con le gambe che fanno ancora giacomo giacomo
E che ti capita durante un'altra battuta di caccia? Invece di troncare un ramo il fratello Michele si affetta una mano che subito diventa una fontana zampillante sangue. Checchino scatta a razzo alla ricerca del pronto soccorso e con uno sprint di dieci chilometri raggiunge la prima farmacia.
Ma d'intrallazzi e scostumatezze non si parli neanche. Potrebbe reagire di brutto. Come sa bene quel balordo di facili costumi alle cui avances si oppone roteando un coltellaccio a serramanico. Non pago, lo insegue minaccioso. La politica del branco non fa per lui. Ha già imparato che a forza di seguire la corrente si finisce nella fogna.


13. Il tempo delle mele

Ci troviamo sempre a Spoleto e Checchino viaggia ormai verso i diciassette anni. Siamo tra la fine dell'adolescenza e l'inizio della giovinezza, confine indefinibile.

Frotte di squinzie cominciano a scodinzolare dietro a lui. E' tempo di orientarsi, di decidere cosa fare da grande. Di fare un monitoraggio.
Naturalmente gli altri hanno già deciso da un pezzo su di lui. A cominciare dal padre, contento nel notare che il suo Checchino è tampinato soprattutto da Maria Pennacchietti. Che non è la sciroccata di turno, ma una timorata figlia d'avvocato, bella, con ottime referenze. Un matrimonio tra la figlia del giudice amico di famiglia e il figlio dell'assessore pontificio. Cosa vuoi di più dalla vita.
Ma hanno fatto i conti senza l'oste. A dire il vero Checchino ricambia le attenzioni e sembra soddisfatto. E' un bel ragazzo.
Non abbiamo la foto, ma sappiamo che è slanciato ed agile, fronte spaziosa e viso moro rotondo, occhi neri vividi, capelli folti castani dal ciuffo ribelle. Labbra rosee atteggiate sempre al sorriso.
Dal mattino si vede il buon giorno, sarà chiamato il santo del sorriso. Si abbevera alla vita in pienezza come trasognato.
Sembra soddisfatto. Ma ogni tanto si ritrova incasinato perché un campanello d'allarme gli ricorda che la vita non è tutta rose e fiori. Gli eventi che stanno precipitando lo richiamano alla dura realtà.
Dopo la perdita della sorellina Adele e della mamma, la casa si va svuotando. Muoiono nel fiore della giovinezza anche i fratelli Paolo e Lorenzo.
Enrico studia in seminario, Luigi è tra i domenicani, Michele frequenta l'università di medicina a Roma. Teresa si è sposata. Ahimè, come si è sgretolata la numerosa famiglia.


14. Cuore infranto

Papà Sante sta invecchiando rapidamente. Checchino gli fa da premuroso segretario, ma sente il vuoto. Torna a mulinargli per la testa un vecchio progetto, quello di consacrarsi totalmente a Dio, già promesso una prima volta a dodici anni nel delirio di un febbrone.
Rinnova la promessa di fronte ad ogni pericolo. soprattutto quella volta che una brutta infiammazione alla gola stava per soffocarlo. o l'altra volta che convinto d'averla scampata per miracolo. chiede di entrare tra i gesuiti.
Non se ne fa nulla. Scongiurato il pericolo, la routine riprende il sopravvento.
Ci  vuole un colpo fatale. Che arriva nell'estate 1855. Muore all'improvviso l'adorata sorella Maria Luisa, 26 anni, mentre lui sfila con la croce per le vie di Spoleto alla testa della processione dei Corpus Domini.
Cala la notte. L'affetto più forte, la seconda mamma, l'amica e confidente non c'è più. Piange con il cuore infranto davanti alla statua dell'Addolorata. Rinnova con più forza la promessa.
Che fatica tornare ora alla normalità, riprendere gli studi. Ma ci prova lo stesso. Si susseguono ondeggiamenti e sussulti, tempestosi contrasti interiori.
Pressurato dalla lotta per la sopravvivenza, a volte finisce per smarrire le coordinate. Va a ballare attillato all'ultima moda, ma passa dal teatro alla chiesa.
Oggi si vedono ombelichi al vento inanellati di piercing, egli invece senza dirlo a nessuno spesso intorno alla vita nasconde il cilicio che scarnifica i fianchi.


Attendere un anno

La situazione precipita, si rende insostenibile. Così non si può andare avanti. Ormai bisogna decidersi, anche la politica del rinvio ha un limite.
E risolve di diventare sacerdote passionista. Ma come dirlo a papà Sante, invecchiato e cecuziente, il volto da tartaruga segnato dal tempo, che dopo lo sfaldamento della famiglia ha riposto in lui tutte le sue residue speranze?
Una preghiera alla Madonnina e ci penserà lei, conclude Checchino. Sembra facile, sembra.
Tant'è che il padre non lo lascia neanche finire. "Cosa vorresti fare? Bel frate saresti tu che finora hai pensato solo ai divertimenti. Capricci, figlio mio, capricci. Se ne potrà parlare fra un anno".
Era una categorica dichiarazione d'intenti. Vabbe', riflette Checchino. Un anno non è la fine del mondo. Aspetterò dunque un anno.
Trascorre l'anno. Finché, sia detto con licenza dei teologi, anche la Madonna finisce per perdere la pazienza.
Avviene il 22 agosto 1856.
Quel giorno le vie di Spoleto sono in fibrillazione perché passa la processione con la miracolosa icona venerata in cattedrale, gloria della città per la costante protezione lungo i secoli.
In ginocchio tra la folla, al passaggio dell'immagine Checchino avverte che il volto della Madonna d'improvviso si anima, gli occhi diventano due lame scintillanti che lo trafiggono interiormente, mentre chiarissima una voce risuona nel cuore:


"Francesco, ancora non capisci che questa vita non è fatta per te? Segui la tua vocazione".


Checchino cambia dama

Resta inchiodato. E' la fine di tutte le perplessità. Basta con i tentennamenti. Addio Spoleto, senza rimpianti.
Quindici giorni dopo lascia la città e parte per farsi passionista nel noviziato di Morrovalle, in provincia di Macerata.
Passionisti? E chi li conosce. Ma non doveva farsi gesuita? Non chiedetelo a me, dal momento che il perché di tale scelta forse non riesce a spiegarselo bene neppure lui. Qualche volta le vie di Dio non seguono le nostre categorie, come dice il profeta Isaia.
Nessuno riuscì a trattenerlo. E da quell'istante fu tutta una corsa, una volata da internauta verso la meta.
E allora, corriamo anche noi per tenerne il passo e non lasciarlo sfuggire. Sorvoliamo sul 5 settembre



quando, per onorare l'impegno preso, partecipa da protagonista come sempre all'accademia di fine anno scolastico strappando al folto pubblico una standing ovation.


Lo fa per chiudere alla grande il conto con il mondo, perciò si presenta in tight, con brillante e borchietta al petto, lindo e pinto come un gigolo.
Ma ora basta. La mattina dopo parte prestissimo accompagnato dal fratello Luigi, incurante del ricevimento che proprio per quella sera le famiglie Possenti e Pennacchietti hanno organizzato illudendosi ancora di poter concludere un fidanzamento liberatorio.
Di grazia, non chiedetemi come finì il ricevimento. Mi dispiace per la signorina Pennacchietti, ma Checchino ha cambiato dama. Ha scelto la Madonna e d'ora in poi non gli si parli d'altro. Risponderebbe picche.


Il ballerino se ne va

Checchino ha diciotto anni e mezzo quando monta in carrozza per attraversare l'appennino umbroe scendere a valle.


Desidera fare una sosta a Loreto, dove arriva nel tardo pomeriggio del giorno dopo sotto l'imperversare di un temporale.
L'8 settembre 1856 è festa solenne a Loreto. Tolta la parentesi per il conforto dello stomaco, Checchino passa tutta la giornata in ginocchio dentro la santa casa per colloquiare con la Madonna.
Vuole esaminare con lei i dettagli dell'accordo definitivo. Vi resta fino alla chiusura della basilica, una giornata intera. Ma è sicuro d'aver chiarito tutti i punti all'ordine del giorno.
Va a pranzo dallo zio prete Cesare Acquacotta, provicario generale della basilica di Loreto, il quale cerca di saggiarne la vocazione irridendolo. "Sono sicuro, non resisterai neppure due notti". Cassandra dei miei stivali, aspetta e vedrai.
Vide e, presto, credette. Come crederà anche l'altro zio, Giovanni Battista Frisciotti, guardiano dei cappuccini a Morrovalle, vicino alla casa dei passionisti.
O come constaterà il suo professore di Spoleto Luigi Pincelli che alla riapertura delle scuole annuncia scioccato agli studenti liceali del collegio: "Avete sentito del ballerino? chi l'avrebbe mai detto?"
E' proprio una corsa a ostacoli. Coraggio, siamo all'ultima siepe.


Continua...




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