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Il Regno delle due Sicilie, verità storiche occultate

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Auschwitz-Birkenau, Mauthausen, Dachau ... nomi sinistri che evocano la barbarie nazista dove, durante la Seconda guerra mondiale, furono ammassati in condizioni disumane, in numero incalcolabile, milioni di persone, la maggior parte delle quali perirono tragicamente. Giustamente la storia ha pronunziato il suo verdetto di assoluta condanna per queste pagine oscure. Eppure sono esistiti altri luoghi di spietata brutalità, meno noti o del tutto ignorati. Uno di essi si trova in Piemonte, per la precisione a Fenestrelle nella cui fortezza vi furono stipati, tra il 1860 e il 1870, migliaia di meridionali che si erano opposti all’invasione dei “Mille” e dell’esercito di Cialdini.

Una firma prestigiosa del giornalismo italiano, Paolo Mieli, ne ha ricordato l’esistenza nell’Ottobre del 2004, recensendo, sulle colonne di uno dei quotidiani italiani più diffusi, un libro conosciuto solo dagli addetti ai lavori, “I vinti del Risorgimento”, di Gigi di Fiore. I reclusi erano fatti morire di inedia e di freddo: persino vetri ed infissi erano stati asportati perché subissero i rigori del gelido inverno. Quelli che sopravvivevano agli stenti e alle privazioni erano assoggettati ad una morte atroce: i corpi venivano sciolti nella calce viva, collocata in una grande vasca nel retro della chiesa all’ingresso della fortezza. Neppure la pietà di una tomba era loro concessa. Perché tanto accanimento contro questa gente? Qual era la loro colpa dal momento che venivano internati senza alcun processo? Semplicemente erano rimasti fedeli al loro legittimo sovrano, Francesco II, Re delle Due Sicilie e non avevano voluto accettare la dissoluzione di quel Regno e la sua annessione al Regno di Sardegna, autoproclamatosi “Regno d’Italia”.

Ed avevano ragione: si stava molto meglio a Napoli e a Palermo che a Torino. La storiografia recente ha spazzato via tutte le accuse di arretratezza che la propaganda liberale aveva diffuso per giustificare l’invasione del Regno delle Due Sicilie. Essa era stata deliberatamente orchestrata. Esempio lampante: nel 1851, Lord Gladstone, ministro inglese, dopo un viaggio di piacere di tre giorni nel Golfo di Napoli, scrisse una lettera pubblica a Lord Aberdeen, ove definisce il Regno delle Due Sicilie “la negazione di Dio”. Più di trent’anni dopo tornò a Napoli per un congresso del partito liberale e confessò candidamente di aver scritto quella lettera dietro ordine del Primo Ministro inglese dell’epoca, Lord Palmerston, “il grande fratello” massone, e che tutto quello che descriveva di quell’abominevole Regno, lui, in realtà, non lo aveva mai visto, glielo avevano dettato i “patrioti” italiani.

Insomma, una menzogna
. Come quelle che sparse il Poerio, esule napoletano, graziato da Ferdinando II, sui giornali che auspicavano l’abbattimento del Regno del Sud a causa del regime tirannico che vi sarebbe stato praticato. Una volta che l’unità d’Italia era stata fatta, si potevano impunemente far uscire gli scheletri dall’armadio. Ed ecco le ammissioni di Petruccelli della Gattina, deputato del neonato Regno d’Italia: “Poerio è un’invenzione convenzionale della stampa anglo-francese. Quando noi agitavamo l’Europa e la incitavamo contro i Borboni di Napoli, avevamo bisogno di personificare la negazione di questa orrida dinastia, avevamo bisogno di presentare ogni mattina ai credenti leggitori di un’Europa libera una vittima vivente, palpitante, visibile che quell’orco di Ferdinando divorava ad ogni pasto. Inventammo allora il Poerio, fu creato da cima a fondo”. Insomma, quelli che hanno voluto l’unità d’Italia hanno preso sul serio la massima di Voltaire: “Calunniate, calunniate: qualcosa rimarrà”.

Le calunnie, si sa, sono dure a morire. Quelle contro il Regno delle Due Sicilie sono sempre lì, sui libri di storia che gli studenti italiani subiscono senza che i loro professori, generalmente, facciano un minimo sforzo per aggiornarsi. Leggendo, per esempio, lo studio di Spagnoletti, pubblicato da una casa editrice italiana tutt’altro che “revisionista”, si scopre che “Re Bomba”, nomignolo affibbiato a Ferdinando II, era amatissimo dai suoi sudditi che, in occasione di ogni calamità naturale, lo vedevano presente in mezzo a loro. Un re “galantuomo”, lui sì, non certo Vittorio Emanuele II, e clemente. Paolo Mencacci è uno storico serio e cita dei fatti che parlano da sé: dopo la rivoluzione del 1848, nel Regno delle Due Sicilie, unico caso in Europa, non vennero effettuate condanne a morte. Le 42 pene capitali per delitti politici furono tramutate in punizioni più blande da Ferdinando II. Il Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II mandò a morte, nel solo quinquennio 1851-1855, 113 condannati.
Michele Topa nel suo Così finirono i Borboni di Napoli riferisce altre notizie interessanti su quel regno descritto falsamente come un mondo sottosviluppato: “Prima del crollo, il Regno delle Due Sicilie aveva il doppio della moneta di tutti gli Stati della Penisola messi insieme. Sono significative alcune cifre del primo censimento del Regno d’Italia: nel Nord, per 13 milioni di cittadini, c’erano 7.087 medici; nel Sud, per 9 milioni di abitanti, i medici erano 9.390. Nelle province rette da Napoli gli occupati nell’industria erano 1.189.582. In Piemonte e Liguria 345.563”.

E se proprio uno non può leggersi le monografie aggiornate degli storici, può sempre consultare la gloriosa Enciclopedia Italiana della Treccani. Alla voce Ferdinando II si scopre che il Regno delle Due Sicilie vantava molti primati. “La prima ferrovia inaugurata in Italia fu la Napoli-Portici (1839). Ad essa seguì nel regno l’altro tronco Napoli-Capua. Sotto Ferdinando II fu ampliata la rete telegrafica a sistema elettrico. La marineria mercantile a vapore ricevette grande incremento; nel 1848 aveva il terzo posto in Europa per numero e armamento di navi’.

I poveri internati di Fenestrelle rimpiangevano il Regno delle Due Sicilie soprattutto per un motivo: non erano sottoposti alla leva obbligatoria e pagavano meno tasse di quelle esosamente imposte dal Regno d’Italia. Per esempio, come riferisce l’insospettabile Sole 24 ore, “mentre a Napoli non si pagano tasse di successione, in Piemonte queste arrivano arrivano al 10% nel caso di estranei, al 5% nel caso di fratelli, all’1% in caso dei figli. Mentre a Napoli non si pagano tasse sugli atti delle società per azioni e su quelli degli istituti di credito, in Piemonte sì”.

Il bilancio del Regno delle Due Sicilie, al momento dell’invasione garibaldina, era in pareggio.

La situazione in quello di Sardegna catastrofica: il debito pubblico ammontava a 1.024.970.595 lire. La cifra è stata calcolata da Angela Pellicciari che, anziché ripetere le calunnie dei liberali ottocenteschi, ha studiato gli atti parlamentari del Regno di Sardegna. Fatta l’unità d’Italia, l’amministrazione piemontese si abbattè sul Meridione come un flagello, con ruberie ed espropri dei terreni civili ed ecclesiastici. Furono imposte tasse che affamarono la popolazione, in tutto il territorio del Regno, come la famigerata “tassa sul macinato”.

E dopo aver dilapidato le ricchezze accumulate dal buon governo dei Borboni, nel ripartire la spesa per le opere pubbliche, lo Stato “unitario” distinse tra figli e figliastri. Dal 1862 al 1897, tanto per fare un esempio, furono spesi 458 milioni per bonifiche idrauliche. Al Nord e al Centro andarono 455 milioni, 3 al Sud. La gente era esasperata. Si ribellò. Nel 1866 a Palermo, al grido di “Francesco II”, i siciliani fecero capire che cosa pensassero di quella colonizzazione a cui erano stati sottoposti. Il generale Cadorna sparò a cannonate. Alla carneficina si aggiunsero le misure vessatorie contro i sacerdoti che sostenevano la protesta dei poveri. Fu uno degli ultimi atti della resistenza del Sud.

Negli anni precedenti, si erano organizzati in vere e proprie unità militari, guidate, oltre che da ex-ufficiali del Regno borbonico, da esponenti dell’aristocrazia europea che, sdegnati, avevano assistito alla demolizione di uno Stato legittimo e fiorente. Da Torino reagirono con crudeltà. Furono emanate leggi speciali (tra l’altro contrarie alle norme costituzionali dello Statuto albertino) per reprimere la rivolta. Un esercito di 120.000 uomini, comandato dal famigerato Cialdini, occupò il Sud. Le forze numericamente soverchianti riuscirono a prevalere. I soldati del Regno d’Italia, si macchiarono di atti infami: in provincia di Benevento, a Pontelandolfo e Casaduni, che vennero invasi di notte, incendiati e distrutti, uccisero tutti gli uomini, violentarono e squartarono vive le donne, bruciarono i cadaveri sugli altari delle chiese, depredando tutto ciò che trovarono.
I libri del liceo parlano di questo episodio della storia dell’Italia come di “brigantaggio”. In realtà, fu una guerra civile tra italiani. Nel suo saggio “L’invenzione dell’Italia unita”, Martucci ha calcolato che i meridionali caduti nel decennio 1860-1870 oscilli tra “una cifra minima di 20.075 e una massima di 73.875, fucilati e uccisi in vario modo. Vale a dire un numero comunque molto superiore alla somma dei caduti in tutti i moti e le guerre risorgimentali dal 1820 al 1870”. Numero fornito puntualmente da Gaetano Salvemini: “le guerre d’indipendenza fra il 1848 e il 1870 hanno avuto in tutto, 6.262 morti”.

Le calunnie non hanno osato colpire l’ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie, il giovanissimo Francesco II. Dopo aver assistito al tradimento dei suoi generali che in Sicilia vendettero la loro desistenza ripagati dal denaro distribuito da Garibaldi e dagli emissari piemontesi mandati da Cavour, preferì allontanarsi da Napoli per evitare il bombardamento della città e la distruzione delle sue inestimabili opere d’arte. Organizzò l’estrema resistenza a Gaeta piegata dopo tre mesi. Rivolse queste nobili parole ai suoi sudditi per giustificare il suo operato: “In mezzo a continue cospirazioni, non ho fatto versare una sola goccia di sangue, e si è accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore più tenero per i sudditi, se la confidenza naturale della gioventù nella onestà altrui, se l’orrore istintivo del sangue meritano tal nome, sì, certo, io sono stato debole”. E poi ricorda la verità più cruda: “Ho creduto in buona fede che il re del Piemonte, che si diceva mio fratello e mio amico, non avrebbe rotto tutti i trattati e violate tutte le leggi per invadere tutti i miei stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra”. Poi partì in esilio.

Al suo passaggio e a quello della sua giovanissima sposa Sofia, i soldati s’inginocchiarono commossi. Molti di loro finirono a Fenestrelle e negli altri lager piemontesi e dalle calunnie e dalle iniquità del “Risorgimento” sorgeva, ancora oggi irrisolta, la Questione meridionale.
Articolo tratto da Dimensioni Nuove

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