Perchè La Chiesa nega comunione ai divorziati - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Un divieto benedetto
Scritto da Don Claudio CRESCIMANNO   

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La Chiesa è “costretta” a escludere i divorziati risposati dalla Comunione e a negare loro l’assoluzione. Lo impongono ragioni teologiche, ma anche pastorali: la “nostalgia” per l’eucarestia è una spinta potente alla conversione di vita


L’attacco mediatico contro la Chiesa cattolica ci appare di questi tempi particolarmente feroce, mentre cavalca strumentalmente la “questione pedofilia”. Ma non si tratta certo di un fatto nuovo: il Magistero della Chiesa è sempre sotto attacco, e in special modo sui temi della sessualità, della famiglia, della vita.

La Chiesa discrimina?

Uno dei temi ricorrenti che, dagli anni Settanta in poi, ad intervalli regolari viene riesumato come segno inequivocabile dell’arretratezza culturale della Chiesa e dell’indole discriminatoria della sua morale, è la questione dei divorziati risposati, a cui la Chiesa nega l’assoluzione sacramentale e la Comunione eucaristica. La posizione affermata dai cattolici (quelli veri, naturalmente, cioè quelli che prendono sul serio il Vangelo e il Papa) appare insostenibile ai nostri contemporanei: ad essa, infatti, si ribella sia il “politicamente corretto” sia l’“ecclesiasticamente corretto”.

Nella società, infatti, domina una visione culturale pervertita da tre secoli di illuminismo e di positivismo, e una visione politica all’insegna della “statolatria”: in questo contesto è del tutto inconcepibile che una pratica resa legittima da una legge dello Stato possa essere riprovata e fatta oggetto di sanzioni da parte di una qualunque altra realtà, Chiesa compresa. Ma anche all’interno del nostro ambiente non mancano le difficoltà: una buona parte del nostro mondo, infatti, sente il bisogno di archiviare ciò che viene giudicato come intolleranza e rigorismo del passato; ha abbracciato entusiasticamente il nuovo clima di “dialogo” con il mondo, con il rischio tutt’altro che remoto di sciogliersi in esso; e infine concepisce l’ecumenismo come un accantonare tutto ciò che non è condiviso dai “fratelli separati”: è evidente che in quest’ottica non si giustifica il fatto che la dottrina cattolica neghi, in nome del Vangelo, ciò che ortodossi, anglicani e protestanti accettano, cioè la legittimità del divorzio e l’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti: non è forse un’esplicita accusa a tutti costoro di aver tradito il Vangelo? Ecco allora che molti cattolici, chierici e laici, sono diventati, anche su questo, “adulti”, e predicano e praticano tutt’altro rispetto all’insegnamento della Chiesa.

Un insegnamento inevitabile

Ma nonostante l’ostilità che questo produce, la Chiesa non può che continuare a insegnare con serena fermezza che il fedele cattolico, il quale, dopo essersi unito validamente in matrimonio mediante il sacramento nuziale, si separa, di diritto o di fatto, dal proprio legittimo coniuge e contrae un nuovo vincolo stabile, si trova in una condizione oggettiva di peccato e di conseguenza, finché perdura tale condizione, non può ricevere l’assoluzione sacramentale e non può accostarsi alla Comunione eucaristica.

La condizione di partenza è quella di un matrimonio validamente celebrato
; in questa condizione interviene una separazione di diritto, cioè il divorzio, o di fatto, quando cessano la convivenza e i reciproci obblighi coniugali e familiari; ad essa segue un nuovo rapporto stabile, cioè un matrimonio civile o una convivenza: la sola separazione, infatti, non è di per sé necessariamente impedimento a ricevere i sacramenti.
La nuova relazione è uno stato oggettivamente disordinato, cioè difforme dal progetto di Dio sulla sessualità umana e sul matrimonio: chi si trova in tale stato non può ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, sino a quando non venga rimosso l’impedimento
.

Ora ci domandiamo: perché questa proibizione?
Forse perché la Chiesa non capisce i problemi delle persone che vivono tale situazione? Forse benedetto che essa manca di compassione verso i suoi figli più provati? Quante volte abbiamo sentito queste obiezioni… Ma non è così! I motivi sono invece profondi e gravi, e sono di ordine dottrinale e di ordine pastorale.

Anzitutto c’è una fondamentale ragione teologica: colui che vive stabilmente in una condizione moralmente disordinata e in essa persevera non può ricevere l’assoluzione sacramentale, poiché questa suppone il pentimento per i peccati
. E il pentimento, per essere vero, deve comprendere il proposito di cambiare vita, proposito che non ci può essere in colui che intende perseverare nella propria condizione peccaminosa. Allo stesso modo, egli non può ricevere il sacramento dell’Eucaristia, poiché la Comunione sacramentale presuppone e comporta la comunione della fede, con Dio e con la Chiesa, cioè l’impegno a conformare il pensiero e la vita a ciò che Dio ci ha rivelato e, mediante la Chiesa, ci fa conoscere, e in particolare, in questo caso, il suo progetto sulla sessualità umana e sul matrimonio.

Il credente, infatti, si fida più di Dio che di se stesso, sa che il proprio bene e la propria felicità stanno a cuore più a Dio che a lui stesso, e quindi si impegna a credere e vivere ciò che Dio afferma essere vero, giusto, santo, a preferenza di ciò che può apparire conveniente ai propri occhi. Se colui che si trova in una condizione oggettiva di disordine morale ricevesse l’assoluzione e la Comunione compirebbe un atto in contraddizione con ciò che vive, e non solo non ne avrebbe alcun frutto spirituale, ma la profanazione di questi doni soprannaturali non potrebbe che produrre una esplosione di quella contraddizione che già segna il suo rapporto con Dio, con se stesso e con il prossimo.

In secondo luogo, vi è poi una ragione pastorale: proprio la crescente nostalgia per il sacramento del perdono e dell’Eucaristia può essere il più forte stimolo ad imprimere una svolta di conversione e di salvezza ad una vita adagiata in una situazione di peccato.

Dunque le esigenze che la Chiesa pone davanti ai suoi figli sono forti e possono apparire dure, ma in realtà sono un atto di verità e di misericordia: di verità, perché esprimono e realizzano la verità del rapporto dell’uomo con Dio, con se stesso e con il prossimo; di misericordia, perché spingendo l’uomo con pazienza e fermezza ad accogliere e vivere il progetto di Dio, con ciò stesso lo incamminano verso il vero bene e la piena felicità, che di quel progetto è lo scopo ultimo: il progetto di Dio, infatti, rispecchia le esigenze intrinseche del vero bene dell’uomo, e solo vivendo tali esigenze l’uomo viene liberato dai surrogati che danno ebbrezza immediata e poi aprono un baratro di inquietudine e disperazione.

Alcune obiezioni da sfatare

A conclusione, non ci resta che affrontare brevemente alcune ricorrenti obiezioni.

Perché i divorziati risposati non possono accedere ai sacramenti, mentre lo possono fare coloro che commettono peccati che per la dottrina stessa della Chiesa sono per lo meno altrettanto gravi?


Occorre precisare, a partire da ciò che già dicevamo, la differenza essenziale tra un atto peccaminoso e una situazione permanente
peccaminosa: l’atto peccaminoso, di cui si sia debitamente pentiti, può essere confessato e assolto, e conseguentemente non essere più di ostacolo per accedere alla Comunione; la situazione peccaminosa invece, come si diceva, è uno stato di vita da cui convertirsi come condizione previa all’accesso ai sacramenti, altrimenti inefficaci.
L’impossibilità di ricevere i sacramenti non è forse una punizione ingiusta per quel coniuge che viene senza sua colpa abbandonato, magari ancora giovane, e che quindi desidera “rifarsi una vita”?


I sacramenti non sono il premio per i perfetti, altrimenti nessuno li meriterebbe; e di conseguenza la privazione di essi non è in alcun senso una punizione. Semplicemente esistono condizioni oggettive e soggettive, da cui non si deve prescindere, per una loro adeguata e fruttuosa ricezione.
La Chiesa afferma di avere particolare sollecitudine per i lontani, ma con questa norma, in una società come la nostra in cui tante sono le famiglie irregolari, non fornisce forse loro il maggior incentivo a restare lontane dalla fede?
Ciò che è in questione non è una norma – non stiamo parlando di un divieto di sosta!
– ma un’esigenza intrinseca della vita dell’uomo e del suo rapporto con Dio: tutelare la santità di questo rapporto è il migliore servizio al bene e alla felicità dell’uomo
, della famiglia e della società. E questa tutela si esplica in una proposta franca ed integrale del Vangelo e delle sue esigenze; al contrario snaturare il Vangelo per “adattarlo” alla mentalità dominante significa privare l’uomo di una proposta che lo guida alla vera libertà e all’unica possibile felicità, per questa vita e per l’eternità.

Dossier: La Comunione e i divorziati risposati

IL TIMONE  N. 93 - ANNO X II - Maggio 2010 - pag. 44 - 45

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