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Il Papa beato e il Frate santo  

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Scritto da Saverio GAETA   

Giovanni XXIII e Padre Pio: tra i due grandi uomini della Chiesa vi furono incomprensioni, talora gravi, che provocarono sofferenze. Anche per l'intervento di altri personaggi, forse troppo severi. Il tormentato rapporto fra un Pontefice beato e un santo frate.

Padre Pio «un idolo di stoppa» e il suo comportamento «un immenso inganno»: giudizi durissimi, quelli espressi nel 1960 da Giovanni XXIII a riguardo del frate di Pietrelcina. A partire da tali espressioni - annotate da papa Roncalli sulle proprie agende - e in seguito alla sua decisione di inviare a San Giovanni Rotondo il visitatore apostolico Carlo Maccari, si è tramandata l'idea che fra il «Papa buono» e il «cappuccino stimmatizzato» ci fosse un'insanabile avversione. Lo testimonia anche la tagliente sintesi proposta nel libro dello storico Sergio Luzzatto: «Pio XII e Giovanni XXIII avrebbero molto contato nell'esistenza di Padre Pio: il primo da amico, il secondo da nemico».
In realtà, come ha onestamente confermato nello scorso agosto il fedele segretario di papa Roncalli, l'arcivescovo Loris Francesco Capovilla, «da parte di Giovanni XXIII non c'era alcun pregiudizio. Erano gli uffici a trasmettere notizie negative su quanto avveniva a San Giovanni Rotondo e il Papa non poteva che prenderne atto». Una valutazione già anticipata dal medesimo Padre Pio, il quale ripeteva spesso all'amico Angelo Battisti: «Il Papa non c'entra, lui giudica in base a quello che gli raccontano».

Prima dell'elezione al pontificato, il cardinale Angelo Roncalli in effetti aveva dimostrato stima per il frate del Gargano.
Quand'era nunzio a Parigi aveva avuto occasione di conoscere bene Emanuele Brunatto, il devoto paladino di Padre Pio. I suoi racconti attorno al frate avevano spinto nel 1947 il nunzio a scrivere al confratello Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, per chiedergli un parere. Ne ricevette una risposta confortante: «Da tutti è ritenuto come un santo, e il bene spirituale che se ne ricava è immenso.
Ostinati peccatori si convertono, alti personaggi se ne ritornano edificati e commossi, tutti partono da lui confortati e riconciliati col Signore. Di ciò sono testimone oculare».

Anche da Patriarca di Venezia aveva mantenuto contatti con Brunatto, cui si rivolgeva con frasi inequivocabili: «Se scrive a Padre Pio gli dica che lo benedico e che mi raccomando alle sue preghiere». Nei primi tempi da Pontefice, monsignor Cesarano fu il canale riservato del rapporto diretto di papa Giovanni con il frate. Il biografo Renzo Allegri ha dettagliato: «Il 18 novembre 1958 inviò una benedizione al Padre tramite monsignor Cesarano. E monsignor Cesarano ha testimoniato che, in varie occasioni e in particolari momenti difficili, Giovanni XXIII si rivolgeva a lui dicendo: "Dite pure a Padre Pio che continui a pregare"».

Le annotazioni sulle agende di Roncalli cambiarono però di tono nei mesi a cavallo dell'inchiesta di monsignor Maccari, a cominciare proprio da un nuovo colloquio con monsignor Cesarano, il 14 luglio 1960: «Me ne informa con accento ancora riguardoso per la persona di P.[adre] P.[io] ma con dati preoccupanti circa il movimento di superstizione, di pietà vera e benefica per molti ingenui, ma terribilmente complicata con l'affarismo di molti altri a spese della vera carità, e specialmente dai PP. Cappuccini di quella zona nihil habentes et omnia possidentes».
Furono mesi concitati, quelli della primavera 1960, a riguardo delle decisioni da prendere in merito alle vicende di San Giovanni Rotondo, quando al centro della questione c'era soltanto la gestione di Casa Sollievo della Sofferenza, il grandioso ospedale costruito proprio a fianco del convento. Il 14 aprile di quell'anno il ministro Generale dei Cappuccini inviò a Giovanni XXIII una lettera in cui chiedeva esplicitamente un intervento della Santa Sede.

Nel frattempo si stava muovendo monsignor Umberto Terenzi, fondatore del santuario del Divino Amore a Roma, che aveva cominciato un'indagine sul campo, millantando un incarico riservato ricevuto dal Sant'Uffizio. Mons. Terenzi giunse al punto da coinvolgere alcuni frati del convento di San Giovanni Rotondo per installare, nel parlatorio e nella cella di Padre Pio, cinque registratori: a suo parere, dalle ventiquattro registrazioni realizzate emergeva che il cappuccino scambiava illecite effusioni con qualcuna delle cosiddette "pie donne".
I nastri registrati finirono al Sant'Uffizio, dove si prese molto sul serio la denuncia del monsignore e si stabilì di mettere anche il Papa al corrente della delicata questione. Leggendo il libro di Luzzatto ci troviamo qui in una delle situazioni più imbarazzanti e incresciose, a partire dal titoletto «Le ghiottonerie e le filmine». Il riferimento è a un appunto manoscritto nel quale Giovanni XXIII annota «la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona».

L'inciso di Roncalli - se sono cose vere quelle che vengono riferite - viene superato di slancio dallo storico, il quale non ha il buon gusto, né sente il dovere morale, di chiarire da qualche parte che si tratta di bobine registrate e non di pellicole audiovisive "a luci rosse". Ciò che in realtà era accaduto aveva i caratteri del malinteso, seppur clamoroso oltre ogni limite. Occorre infatti considerare che il cardinale Domenico Tardini, Segretario di Stato vaticano, aveva chiamato per telefono monsignor Capovilla e lo aveva invitato «a scendere nel suo appartamento per prendere le bobine delle "registrazioni" e farle ascoltare al Papa. Papa Giovanni non volle, dicendo che tutta la vicenda era in mano ai responsabili del S. Officio: esaminassero in coscienza».

Nel descrivere l'oggetto, il cardinale Tardini utilizzava impropriamente il termine «films», volendo intendere le grandi bobine magnetiche dell'epoca, mentre Roncalli aveva interpretato il termine come «filmati». A documentare l'equivoco ci resta l'inedito appunto manoscritto, preparato da Tardini per la riunione del Sant'Uffizio del 13 luglio 1960, nel quale fra l'altro si legge che «allo stato attuale della documentazione, sia le lettere delle fedelissime, sia i films non costituiscono la prova di vere e proprie colpe».
Ciò nonostante, nella riunione del 13 luglio 1960 il Sant'Uffizio nominò Maccari visitatore apostolico a San Giovanni Rotondo.
Alcuni giorni dopo, Papa Roncalli annoterà sul diario: «Sereno incoraggiamento in giardino a mgr. Carlo Maccari per l'impegno ora datogli di visit. Apostolico della faccenda grave di S. Rotondo, con p. Pio, e con tutto l'ambiente Cappuccino. Converrà anche in questa prospettiva paurosa non staccarsi dalla buona regola: omnia videre, in charitate corrigere».

AI rientro dalla missione, il visitatore stese un'ampia relazione che spinse il Sant'Uffizio a gravi provvedimenti, approvati da Giovanni XXIII il 16 dicembre 1960: ricondurre Padre Pio, con la carità voluta dalle sue condizioni di età e di salute, alla regolare osservanza conventuale; interdire ai sacerdoti e ai vescovi di servire la Messa del Padre; variare per quanto possibile l'orario della sua Messa; far rispettare la distanza fra il confessionale di Padre Pio e i fedeli in attesa per la confessione; evitare l'assiduità eccessiva dei devoti, e specialmente delle devote, di San Giovanni Rotondo al confessionale del Padre; inibire al Padre di ricevere donne da solo nel parlatorio del convento o altrove.
Con la morte di Giovanni XXIII e l'avvento di Paolo VI le vicende si stemperarono: Giovanni Battista Montini viene eletto il 21 giugno 1963 e già il successivo 20 luglio il Commissario generale dei padri Cappuccini Flaviano da Québec è chiamato dal Sant'Uffizio dal cardinale Alfredo Ottaviani, il quale gli dice di «essere largo il più possibile» con la gente che si reca da Padre Pio. Lo stesso Maccari, qualche tempo dopo, riconoscerà con franchezza i propri eccessi: «Mi rendo conto - a distanza di anni e con un'esperienza spero più matura di uomini e cose - che nell'atteggiamento del Padre può aver concorso un certo modo di procedere, da parte mia, forse troppo teso a scoprire la verità con un passo e uno stile mi pare sempre generosamente scelti, ma a volte può darsi eccessivamente "sinceri" e magari urtanti».


Dossier: Padre Pio quarant'anni dopo

IL TIMONE  N. 72 - ANNO X - Aprile 2008 - pag. 44-45

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