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Maometto Islam cristiani crociate storia

Maometto
Scritto da Silvia SCARANARI   (stampa la pagina)

È all’origine della religione musulmana. Ma in Occidente pochi conoscono la sua vita. Fu religioso, convinto di aver ricevuto rivelazioni divine, poligamo, guerriero ma anche unificatore di tribù. Ecco un profilo di Maometto.
Maometto nasce presumibilmente nel 570 d.C. (anno dell’Elefante, così chiamato per una incursione del re etiope sul territorio dell’Arabia con un esercito dotato di molti elefanti) nella città della Mecca, posizionata nella regione dell’Hijiaz. La data di nascita non è certa, alcuni citano il 571, altri il 569.
Le fonti da cui possiamo trarre informazioni biografiche su di lui sono il Corano, in cui sono narrati molti fatti personali e/o sociali di Muhammad, la sīrāh (vita) di Ibn Ishāq (704-768), quella di Ibn Ishām (830?-833), il testo di al-Wāqidī (747-823), un testo sulle spedizioni di guerra, e infine la biografia di at-Tābarī (839-923), composta con sistema annalistico e, diremmo oggi, con metodo comparatistico.

La madre si chiamava Amināh, il padre Abdallah, del clan dei Quraīsch, dei Banu-Hashīm, tradizionalmente dediti al commercio dei cammelli. Nasce già orfano di padre, e anche la madre muore quando lui ha appena sei anni. Viene allevato amorevolmente dal nonno paterno al-Muttalib, ed in seguito dallo zio paterno Abū Talib. Durante l’adolescenza, la famiglia subisce un rovescio finanziario e da una situazione decisamente benestante Maometto si ritrova a dover lavorare per mantenersi. Di questa situazione, egli ringrazierà Allah nel Corano (XCIII, 6-11), per aver sperimentato le disagevoli condizioni dei ceti più bassi. Entra al servizio di una ricca vedova meccana, Kadhīja, e ne è stimato come buon amministratore dei suoi beni. A 25 anni la sposa, sebbene lei ne abbia quasi 40. Si tratterà di un matrimonio felice e fortunato, da cui nasceranno quattro figlie (Zaynab, Ruqayya, Umm Kulthūm e Fātima) e due maschi e altri tre figli maschi (al-Qāsim, Abd Allāh e Ayyib, tutti morti in tenera età). L’ultima figlia Fātima sarà sempre la prediletta da Maometto.

Le “rivelazioni”

Con il matrimonio inizia una vita agiata tanto che a quarant’anni sente l’esigenza di un approfondimento spirituale. Prende l’abitudine di ritirarsi in preghiera sulle alture intorno alla città. Proprio durante uno di questi ritiri, nella notte tra il 26 e 27 del mese di ramadan dell’anno 610, racconta di aver ricevuto la prima sconvolgente rivelazione ad opera dell’arcangelo Gabriele. L’episodio è ricordato nella sura XCVI, nei versetti dall’1 al 5: l’arcangelo gli rivela l’unità-unicità di Dio e la sua missione profetica. La prima parola che viene pronunciata dall’arcangelo è un ordine imperativo: “iqra”, ovvero “leggi”. La radice del verbo è la stessa che dà luogo alla parola qur’an, Corano, che significa recitazione. Seguiranno 22 anni di rivelazioni, fino al 632, anno della sua morte.
Da questo momento, Maometto riterrà un dovere comunicare ai suoi concittadini le rivelazioni che di volta in volta l’arcangelo Gabriele gli trasmette, ma all’inizio solo la moglie gli presta fede. La meccanica della rivelazione è esclusivamente orale. Egli impara a memoria quanto l’arcangelo Gabriele gli dice e poi fa apprendere ai suoi seguaci la “rivelazione”. Solo molto più tardi, sotto il terzo califfo Othman, il testo rivelato verrà messo per iscritto.

Si aliena le simpatie dei potenti locali che lo considerano “pazzo”, “delirante”, “nemico della tribù”. La situazione peggiora quando diventa capo della tribù dei Qura
īsch lo zio paterno Abu Lahab, che lo perseguita apertamente, lo caccia dalla tribù e impone persecuzioni anche ai suoi pochi seguaci, circa quaranta/sessanta persone, per lo più di umile condizione, che infatti Muhammad invita a scappare in Abissinia perché lì c’è un re cristiano che certamente li accoglierà (cosa che regolarmente avviene).

Le mogli e le concubine
Nel 619, durante il mese di ramadan, muore l’amata Khadīja. Maometto decide quindi di risposarsi immediatamente con la figlia di uno dei primi seguaci e amico fraterno, Abu Bakr, che si chiama Aīsha e ha appena sei (secondo alcune biografie nove) anni. Essendo troppo giovane per consumare il matrimonio, Muhammad si sposa contemporaneamente con la trentenne Sawda bint Zam’a (rimasta vedova del marito, morto in Abissinia dove s’era recato i fuggiaschi). Negli anni successivi sposerà altre 10 donne, alcune per la loro avvenenza, altre solo per opportunità politica. Sebbene per l’islam sia consentito il matrimonio in contemporanea solo con 4 donne, Maometto sostenne di aver ottenuto una speciale rivelazione secondo cui il limite non aveva valore per lui. Tra le varie mogli, alcune mostrarono un carattere molto deciso. Ad esempio, Amra bint Yazīd protestò vivacemente per tale unione, ottenendo così di venir subito ripudiata e di tornare tra la sua gente.

Tra tutte, la donna che avrà più influenza su di lui (dopo la defunta Khad
īja) sarà Aīsha. Sposata da bambina per ordine – sostenne Maometto – dell’arcangelo Gabriele, ha solo 19 anni quando Muhammad muore, non gli ha mai dato un figlio, ma è la sua prima consigliera. Maometto muore fra le sue braccia a Medina e lei continuerà ad influenzare la comunità delle origini (forse non sempre positivamente) con etto il suo carattere molto deciso. Una radicale antipatia la contrappone a lungo ad Alì, il cugino di Maometto, marito della figlia prediletta Fatima e quarto califfo. L’origine del rancore risale ad un episodio raccontato nel Corano. Nel corso di un trasferimento in carovana in ambiente desertico, Aīsha si era attardata per una banale necessità fisiologica, perdendo tempo nella ricerca dei grani di una collana il cui filo le si era in quell’occasione spezzato. Senza accorgersi della sua assenza (le donne viaggiavano al chiuso di baldacchini issati sul dorso di un dromedario) la carovana era però ripartita. Viene ricondotta al marito da un giovane beduino. Il fatto che i due giovani fossero stati insieme senza alcun controllo e l’avvenenza di entrambi generarono ovvie malignità. Alì suggerì allora al cugino di ripudiare la moglie, per evitare di essere danneggiato da quei sospetti,ma una “rivelazione divina” scese per giustificare l’accaduto e liberare Aīsha da qualsiasi sospetto di adulterio. Da qui, però, il rancore e l’avversione fra i due. Ebbe anche varie concubine (forse sedici) tra cui la copta Mariya, che poi sposò, e da cui ebbe un figlio: Ibrāhīm, deceduto a otto mesi con grande dolore dello stesso Muhammad.

La sua particolare attenzione per il mondo femminile, oltre a rientrare nella consuetudine tribale pre-islamica, rappresenta una specifica caratteristica di Muhammad che, secondo un antico hadith (“detto del Profeta”) non si vergogna di dire che «due sole cose mi stanno molto a cuore oltre la preghiera: le donne e il profumo».
L’era musulmana Dopo un primo fallito tentativo di rifugiarsi nella vicina at-Taīf, Muhammad ottiene ospitalità a Yatrib, a circa 350 chilometri a nord della Mecca. Qui viene anzi invitato e incaricato di fare da paciere fra due tribù in lotta fra di loro. Infatti gli Aws e i Khazrag, che avevano preso il potere spodestando la precedente tribù ebraica dominante, era- no in conflitto fra loro per motivi di carattere commerciale. Muhammad riesce a riportare la pace e la serenità fra gli abitanti della città e questo gli garantisce un ruolo primario nel contesto sociale locale.
L’anno del suo arrivo a Yatrib è il 622, l’anno dell’Egira, da cui il mondo islamico inizia la datazione della nuova era musulmana. La città di Yatrib cambierà in onore di Maometto il suo nome e incomincerà a chiamarsi at-Medinat, la nostra Medina, ovvero “la città” per antonomasia. In questa città i convertiti della prima ora, coloro che hanno seguito Maometto nel suo esilio, vengono chiamati muh
āgirun (immigrati) e gli altri ansār (ausiliari). Questi ultimi sono i medinesi convertiti alla nuova fede. I primi, per non farsi mantenere dai medinesi, si attribuiscono il ruolo di combattenti, di guerrieri, che diventa così una professione attraverso cui assicurarsi un bottino da spartire. Questo sarà uno degli elementi che daranno spinta alle razzie, trasformate dopo breve tempo in vere e proprie guerre, che porteranno gli arabi ad avere una forza di espansione straordinaria.

Guerre e razzie
Durante i dieci anni di permanenza nella città di Medina, Maometto sarà coinvolto in ben 19 guerre. Tra queste alcune acquisiscono un’importanza fondamentale. Nel 624 la battaglia di Badr si svolge il 17 o 19 o 21 del mese di ramadan. Il Corano afferma che Allah combatte con loro, e i musulmani vincono. Nella città di Badr (semplice oasi, collocata a sud-est di Medina, sosta obbligatoria per le carovane che procedono dalla Mecca e che si recano in Siria) Maometto approfitta della presenza di una ricca carovana meccana per attaccarla e razziare un lauto bottino.
L’anno successivo vi è una seconda battaglia importante, quella di Uhud, oasi a nord di Medina, durante la quale Maometto è sconfitto. I pagani meccani vogliono vendicare i morti di Badr e quindi attaccano per primi le truppe medinesi. Maometto potrebbe essere ucciso, ma è invece semplicemente ferito e si grida al miracolo. Il Corano spiega la sconfitta dei musulmani imputandola alla mancanza di fede. A questo episodio seguiranno molte indicazioni pratiche da parte di Allah sul rapporto con gli alleati e con i meccani, con cui l’alleanza è sempre e comunque proibita (sura 4).

Pellegrinaggio alla Mecca
Nel 628, Maometto ritiene di aver acquisito sufficiente importanza per recarsi in pellegrinaggio alla Mecca. Qui tuttavia viene accolto con ostilità, e di conseguenza si ferma fuori della città promettendo tuttavia di tornare quanto prima. Infatti, nel 630 con un ricco esercito attacca la Mecca e vince. Entra quindi a fare il pellegrinaggio, ma solo dopo aver deposto le armi fuori del territorio sacro. Tornerà ancora una volta alla Mecca nel 632 per compiere il pellegrinaggio alla Pietra Nera in stat
o di irhāīm (purità legale). In questa circostanza detta le condizioni con cui il pellegrinaggio andrà svolto in seguito. Il pellegrinaggio alla Mecca, già abitudine devozionale delle tribù pre-islamiche, viene acquisito da Muhammad come un importante momento religioso tanto da diventare uno dei cinque doveri fondamentali del pio musulmano.

La morte
Dopo il pellegrinaggio, Maometto torna a Medina, ormai malato, e qui muore l’8 giugno del 632 nella casa della moglie preferita Aīsha, figlia di Abu Bakr, che sarà il suo primo successore. Secondo quanto attesta la biografia di at- Tabāri, alla sua morte egli aveva diciassette liberti, dieci segretari, sette cavalli, tre mule da sella, tre cammelli da corsa, venti cammelli da latte, molti dromedari, sette capre. Inoltre possedeva sette spade, tre lance, tre corazze, uno scudo. Il patrimonio di un buon guerriero e padre di famiglia, certo non di chi si è voluto arricchire sulle spalle dei seguaci.
IL TIMONEN. 102 - ANNO XIII - Aprile 2011 - pag. 22 - 24

dal Libro "Guida politicamente scorretta all'Islam e alle crociate

In Occidente, la vita di Maometto è in generale molto meno nota rispetto a quella delle altre grandi figure religiose. La maggior parte della gente, ad esempio, sa che Mosè ricevette i Dieci Comandamenti sul monte Sinai, che Gesù morì crocifisso per poi risuscitare dopo tre giorni e forse persino che Buddha raggiunse l'illuminazione mentre sedeva sotto un albero. Ma di Maometto si sa molto meno, e anche il poco che
si conosce è oggetto di discussione. Attingeremo le nostre informazioni, di conseguenza, unicamente da testi islamici. Primo dato fondamentale: Muhammad 'Ibn 'Abdallah 'Ibn 'Abd al-Muttalib (570-632), il Profeta dell'Islam, fu un uomo di guerra. Esortò i suoi seguaci a combattere per la nuova religione da lui fondata e disse che Allah, il loro dio, aveva ordinato ai fedeli di imbracciare le armi. E lui stesso, anziché limitarsi a predicare la guerra, combatté in numerose battaglie. Si tratta di fatti cruciali per chiunque voglia davvero capire cosa abbia scatenato le crociate, secoli fa, o cosa abbia condotto, oggi, a una mobilitazione su scala globale dei combattenti del jihad.

Nel corso di questi scontri Maometto articolò numerosi  principi, che da allora i musulmani non hanno mai smesso di seguire. Ripercorrerli può gettare nuova luce sugli articoli che ogni giorno campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani - una luce che purtroppo a tanti esperti continua a sfuggire.

Le prime battaglie
Maometto conobbe l'esperienza della guerra prima ancora di assumere il ruolo di Profeta.
Prese infatti parte a due scontri locali fra la sua tribù, gli Hurays, e i vicini Banu Hawazin, loro rivali. Ma la doppia posizione di Profeta-combattente risale a un periodo successivo. In seguito alla rivelazione,
ricevuta nel 610 dall'arcangelo Gabriele, in un primo tempo Maometto si limitò a predicare il culto esclusivo di Allah e il proprio ruolo di Profeta. Ma alla Mecca l'accoglienza dei suoi fratelli Hurays
fu alquanto deludente: essi reagirono in maniera sprezzante alla sua chiamata profetica e rifiutarono di abbandonare gli antichi idoli. Al che iniziarono a crescere in lui la frustrazione e la collera. E quando persino suo zio, 'Abu Lahab, si rifiutò di ascoltarlo, il Profeta imprecò con violenza contro di lui e sua moglie, rivolgendo loro parole che il Corano, il libro sacro dell'Islam, non manca di riportare: «Periscano le mani di 'Abu Lahab, e perisca anche lui. Le sue ricchezze e i suoi figli non gli gioveranno.

Sarà bruciato nel Fuoco ardente, assieme a sua moglie, la  portatrice di legna, che avrà al collo una corda di fibre di palma » (Corano CXI, 1-5).
Dopodiché, dalle parole, Maometto passò ai fatti, che si rivelarono altrettanto violenti. Nel 622 il Profeta lasciò la nativa Mecca per l'attigua città di Medina, dove un gruppo di guerrieri tribali lo aveva accettato come Profeta giurandogli fedeltà. E fu a questo punto che i nuovi musulmani, spesso
guidati da Maometto in persona, iniziarono ad assaltare le carovane degli Hurays: razzie che contrassegnarono l'origine del neonato movimento musulmano, contribuendo alla formazione della teologia islamica. Tristemente noto, tra gli altri, è l'episodio di Nakhla, un insediamento non lontano
dalla Mecca in cui una banda di musulmani assalì una carovana Hurays. I predoni attaccarono il convoglio nel mese sacro di Rajab, durante il quale combattere era proibito.

Tornati con il bottino all'accampamento musulmano, Maometto non volle partecipare alla divisione della refurtiva né avere
nulla a che fare con l'accaduto, limitandosi a dire: «Io non vi ho ordinato di combattere durante il mese sacro»  Ma poi da Allah giunse una nuova rivelazione che spiegò come la resistenza degli Hurays a Maometto costituisse una trasgressione peggiore dell'avere violato il mese sacro. In altre
parole, l'incursione era giustificata. «Ti chiedono del combattimento nel mese sacro. Di': "Combattere in questo tempo è un grande peccato, ma più grave è frapporre ostacoli sul sentiero di Allah e distogliere da Lui e dalla Santa Moschea. Ma, di fronte ad Allah, peggio ancora scacciarne gli abitanti. L'oppressione è peggiore dell'omicidio."» (Corano II, 217) Qualsiasi peccato avessero commesso i predoni di Nakhla, esso passava in secondo piano rispetto al rifiuto che gli Hurays opponevano a Maometto.

Si trattava dunque di una rivelazione di straordinaria importanza, e altrettanto determinanti sarebbero state le sue ripercussioni nel tempo. Il bene divenne identificabile con qualsiasi cosa andasse a beneficio dei musulmani
, indipendentemente dal fatto che violasse la morale o altre leggi. La morale assoluta dei Dieci Comandamenti e gli altri dettami delle grandi religioni che precedettero l'Islam furono accantonati a favore di un soverchiante principio di convenienza.

La battaglia di Badr
Subito dopo Nakhla i musulmani affrontarono la loro prima battaglia. Maometto aveva saputo che dalla Siria stava arrivando una grande carovana Hurays, carica di merci e denaro. «È la carovana che trasporta i beni degli Hurays», disse ai suoi seguaci. «Attacchiamola, forse Dio ci aiuterà a catturarla. »3 Quindi si avviò verso la Mecca alla guida dei predoni. Ma questa volta gli Hurays non si fecero cogliere impreparati, e andarono incontro ai trecento uomini di Maometto forti di quasi mille guerrieri. Al che il Profeta, che probabilmente non si aspettava un nemico tanto numeroso, preso dal panico si rivolse ad Allah: «O Dio, se oggi saremo sconfitti, nessuno più adorerà il tuo nome»4. E nonostante la loro superiorità numerica, gli Hurays furono sbaragliati. Secondo alcune tradizioni musulmane Maometto stesso partecipò al combattimento; altre fonti riferiscono
che si limitò a incitare i compagni dalle retrovie.

In ogni  caso, la vittoria gli offrì l'occasione di vedere finalmente vendicati anni di frustrazione, risentimento e odio verso coloro che l'avevano respinto. In seguito, uno dei combattenti musulmani ricordò la maledizione lanciata da Maometto all'indirizzo dei capi Hurays: «Il Profeta disse "O Allah! Distruggi i capi dei Hurays, Allah! Distruggi 'Abù Gahl bin Hisam, 'Utabah biri Rabfah, Saybah bin Rabl'ah, 'Uqba bin Abr Mu'ayt, 'Umaiyyah bin Halaf (o 'Ubay bin Halaf)"»
5. Tutti questi uomini furono catturati o uccisi durante la battaglia di Badr. 'Uqba, uno dei capi Hurays a cui Maometto aveva augurato la morte, supplicò i nemici perché gli fosse risparmiata la vita: «Chi si occuperà dei miei bambini?».
«L'inferno», rispose il Profeta dell'Islam
, e ordinò che 'Uqba venisse giustiziato6. Un altro capo tribù Hurays, 'Abu Gahl (appellativo attribuitogli dagli storici musulmani che significa «padre dell'ignoranza »; il suo vero nome era 'Amr bin Hisam), fu decapitato. Il guerriero che gli mozzò il capo mostrò orgogliosamente a Maometto il proprio trofeo: «Gli ho tagliato la testa e l'ho portata a vedere ai fedeli, dicendo loro "Questa è la testa del nemico di Dio, 'Abu Gahl"». Maometto ne fu deliziato. «Sia lodato Allah», esclamò, «non c'è altro Dio al di fuori di Lui». E rese grazie per la morte del suo nemico7. Le salme di tutti gli uomini maledetti da Maometto vennero gettate in una fossa. Così riferì un testimone oculare: «In
seguito vidi che erano morti tutti durante lo scontro. I cadaveri furono poi gettati in un pozzo a eccezione del corpo di Umaiya o Ubai, il quale era così grasso che per farlo entrare nella buca lo si dovette squartare»
8. Allora Maometto, schernendoli e apostrofandoli «gente della fossa», rivolse ai morti una questione teologica: «Avete visto realizzarsi le promesse di Dio? Quanto a me, tutto ciò che gli avevo chiesto si è avverato ». E quando gli domandarono perché stesse parlando ai defunti, il Profeta rispose: «Essi sentono quello che dico proprio come lo sentite voi, ma non possono rispondermi»9. Per i musulmani la battaglia di Badr divenne un punto di svolta leggendario. Maometto sostenne persino che schiere di angeli si erano unite ai suoi uomini per punire gli Hurays, e che anche in futuro i seguaci di Allah avrebbe potuto contare su simili aiuti: «Allah vi fece vincere, deboli com'eravate, a Badr: siate timorati di Allah, ché forse, così, diventerete riconoscenti.

Tu dicevi: "Iddio vi manderà in rinforzo dall'alto tremila Angeli. Non vi bastano?". Certo che vi bastano. Ma se siete costanti e timorati, e quelli vi  giungono addosso all'improvviso, il vostro Signore vi manderà in rinforzo ben cinquemila Angeli, coi loro distintivi» (Corano III, 123-125). Un'altra rivelazione da parte di Allah sottolineò che era stata la devozione, e non la forza militare, a far sì che i musulmani vincessero a Badr: «Vi fu certamente un segno nelle due schiere che si fronteggiavano: una combatteva sul sentiero di Allah e l'altra era miscredente, li videro a colpo d'occhio due volte più numerosi di quello che erano. Ebbene, Allah presta il Suo aiuto a chi vuole. Ecco un argomento di riflessione per coloro che hanno intelletto» (Corano III, 13). Un altro passaggio coranico spiega come a Badr i musulmani non fossero stati altro che strumenti passivi della volontà divina: «Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (Corano Vili, 17). E Allah avrebbe garantito ai fedeli musulmani la vittoria su eserciti anche più numerosi di quello sconfitto a Badr: «O Profeta, incita i credenti alla lotta. Venti di voi, pazienti, ne domineranno duecento e cento di voi avranno il sopravvento su mille miscredenti. Ché in verità è gente che nulla comprende» (Corano Vili, 65).
Oltre a garantire loro la vittoria, Allah ricompensò i guerrieri di Badr con un ricco bottino - così ricco da divenire oggetto di contesa. Ed erano tali i dissidi che lo stesso Allah ne parlò in una sura del Corano interamente dedicata alla battaglia di Badr: si tratta dell'ottavo capitolo, intitolato «Al'
Anfal» («Il bottino di guerra» o «Bottino»). Qui Allah ammonisce i musulmani affinché considerino il bottino di Badr proprietà di nessun altro a eccezione di Maometto: «Ti interrogheranno a proposito del bottino. Di': "Il bottino appartiene ad Allah e al Suo Messaggero". Temete Allah e mantenete la concordia tra di voi. Obbedite ad Allah e al Suo Messaggero, se siete credenti» (Corano Vili, 1). Alla fine Maometto distribuì
equamente il bottino ai musulmani, tenendone un quinto per sé: «Sappiate che del bottino che conquisterete, un quinto appartiene ad Allah e al Suo Messaggero, ai parenti, agli orfani, ai poveri, ai viandanti, se credete in Allah e in quello che abbiamo fatto scendere sul Nostro schiavo nel giorno del Discrimine, il giorno in cui le due schiere si incontrarono» (Corano Vili, 41). E Allah sottolineò che si trattava di una ricompensa
per la devozione dimostratagli: «Mangiate quanto vi è di lecito e puro per voi nel bottino che vi è toccato e temete Allah, Egli è perdonatore misericordioso» (Corano Vili, 69)
10. La minuscola, disprezzata comunità dei musulmani divenne così una forza che i pagani d'Arabia non poterono più permettersi d'ignorare, e che col tempo iniziò a seminare il terrore nel cuore dei suoi nemici. La pretesa di Maometto di essere l'ultimo Profeta dell'unico vero Dio sembrava confermata da vittorie che andavano al di là di ogni aspettativa.

Vittorie che avevano radicato nell'animo dei musulmani una serie di atteggiamenti e di presupposti ancora oggi ampiamente
diffusi. In particolare: Q L'idea che, finché i musulmani rimarranno fedeli ai suoi comandamenti,

Allah assicurerà loro la vittoria anche contro nemici più numerosi e più potenti.
© Che il successo in battaglia dia loro il diritto di appropriarsi  dei beni dei nemici sconfitti.

© Che la vendetta cruenta contro i propri nemici non sia soltanto prerogativa divina, ma spetti anche a coloro che gli si sottomettono
sulla terra. Non a caso lo stesso termine Islam
significa sottomissione.

© Che i prigionieri di guerra possano essere giustiziati a discrezione dei capi musulmani.

© Che coloro che rifiutano l'Islam «di tutta la creazione siano i più abbietti» (Corano XCVIII, 6) e dunque non meritino alcuna pietà.

© Che chiunque offenda o in qualche modo si opponga a Maometto o ai suoi seguaci meriti una morte umiliante - se possibile per
decapitazione. Il che corrisponde del resto al volere di Allah, che ordina di «colpire al collo» i «miscredenti» (Corano XLVII, 4).  Ma soprattutto, la  battaglia di Badr fu il primo esempio pratico di quella che in seguito sarebbe divenuta nota come la dottrina islamica del jihad: una dottrina la cui comprensione getterà nuova luce sia sulle crociate sia sull'attuale scontro di civiltà.


dal Libro "Guida politicamente scorretta all'Islam e alle crociate Ed. Lindau


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