Maddalena Carini - Lourdes Guarigione - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

Vai ai contenuti

Menu principale:

MADDALENA CARINI, LA PRIMA DONNA ITALIANA

MIRACOLATA A LOURDES


Caro Tony, guardando i miei incontri del passato, con personaggi che in qualche modo abbiano un addentellato con il sito “Lourdes”, dove hai inserito l’angolo che mi riguarda, ho trovato un documento molto interessante che voglio proporre a te e a tutti i lettori che si soffermano su quell’“angolo”. Si tratta di un incontro che ho avuto nel 1968 con Maddalena Carini, la prima donna italiana miracolata a Lourdes, la cui guarigione sia stata riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa. Il miracolo avvenne il 15 agosto del 1948, quindi esattamente 55 anni fa.

Maddalena era una signora molto riservata. Dopo aver ottenuto il miracolo, aveva dedicato la sua vita a Dio e alla Vergine. Aveva fondato un’opera che si chiama “La famiglia dell’Ave Maria” e che è diventata molto importante.


Nel 1968 ricorrevano vent’anni da quando Maddalena era stata guarita, ma Lei non aveva mai raccontato a nessun giornalista ciò che era accaduto a Lourdes. Lo raccontò per la prima volta a me, e dopo di allora non volle più confidarsi con nessuno. Per cui, quel suo racconto è un autentico documento.

Maddalena Carini è vissuta poi a lungo. E’ morta cinque anni fa, il 26 gennaio 1998, ed è morta in concetto di santità. Non solo, quindi, fu una miracolata, ma anche un’autentica mistica, che visse sempre in unione profonda con Dio e che un giorno sarà certamente elevata alla gloria degli altari.

Quando andai a trovarla a Sanremo, dove viveva, nel 1968, era autunno. La temperatura, sulla riviera ligure, era fresca. Maddalena, che aveva allora 51 anni, mi ricevette cordialmente, con uno splendido sorriso sulle labbra. Era una donna di statura media, con occhi vivacissimi e il colorito della pelle roseo. Restammo a lungo insieme. Si fece perfino fotografare accanto a me, suscitando grande meraviglia tra i suoi collaboratori perché sapevanoquanto fosse riservata.
 
Maddalena con la madre durante la sua malattia



Quelle foto restano tra le rarissime di Maddalena.

Il mio scritto, che ricorda quell’incontro, è forse un po’ lungo, ma sono certo che i lettori interessati a questo genere di argomenti, saranno felici di sentire quel miracolo raccontato dalla viva voce della protagonista, quindi con particolari e dettagli che solo lei poteva conoscere e riferire.

Come ho detto, il fatto prodigioso si verificò il 15 agosto 1948. Maddalena aveva allora 31 anni e da 15 era immobilizzata a letto. Era am­malata di peritonite tubercolare, angina pectoris, anemia perni­ciosa, trocanterite alla gamba destra. Era stata curata da medici e specialisti di ogni sorta e quando decise di andare a Lourdes era stata da poco dimessa dall'ospedale perché potesse morire a casa sua. Nessun medico voleva firmarle il permesso per quel viaggio.

Quando ritornò completamente guarita, venne visitati dagli stessi medici che l’avevano curata per anni e che l’avevano mandata a casa perché potesse morire in famiglia. Fra le varie dichiarazioni rila­sciate dai medici dopo che Maddalena fu guarita, c’è quella del professor Luigi Villa, che era allora direttore della Clinica Medica Generale dell'Università di Milano. <<Io stesso>>, scrisse il celebre professore <<sono stato partecipe della vicenda di Maddalena Carini e posso dare la più scrupolosa garanzia sulla veracità e obiettività del prodigioso fatto avvenuto>>
 

Maddalena Con Renzo Allegri nel 1968

Ed ecco il racconto che mi fece quel giorno Maddalena Carini e che io registrai:

<<Nacqui a Bereguardo, in provincia di Pavia, nel 1917. Mi ammalai presto, all'età di 10 anni: una pleurite seguita da una tubercolosi ossea. Non riuscii mai a guarire; ogni anno si aggiungevano malattie nuove a quelle che già avevo: morbo di Pott, peritonite tubercolare, anemia perniciosa, pericardite ecc. ecc. Passavo da un professore all'altro, da un ospedale all'al­tro, peggiorando continuamente. Mia madre mi era sempre vici­na e voleva che guarissi, ma io sapevo che ciò non era possibile.

<<Dall'età di quindici anni non potei più reggermi in piedi e camminare. Ero diventata ma­grissima: pesavo soltanto 30 chilogrammi. Avevo le gambe così sottili, così magre che mia madre si vergognava che la gente le vedesse e per renderle un poco meno sgradevoli mi fece, con le sue mani, un paio di calze di lana molto grossa che indossavo, quando mi tirava fuori dal letto per mettermi su una sedia o in carrozzella.


<<Mia madre diceva che voleva portarmi a Lourdes, ma c'era la guerra e non si poteva andare. Io non ci pensavo molto. Le malattie non mi avevano demoralizzata. Le avevo accettate come una missione di sofferenza, per la salvezza degli uomini e le sopportavo con entusiasmo e con fede. Offrivo tutto al Signore ed ero felice anche in mezzo a quelle atroci sofferenze.


<<Mia madre mori prima della fine della guerra. Nel 1947 la mia salute era ancora peggiorata e allora accettai di andare a Lourdes per adempiere il desiderio che mia madre aveva sempre avuto. I medici mi concessero con difficoltà l'autorizzazione necessaria per quel viaggio. Tornai peggiorata tanto che i medici pronosticarono imminente la mia morte. Dopo alcuni mesi fui dimessa dall'ospedale perché potessi attendere la fine nella tranquillità della mia casa.

<<Allora chiesi di ritornare ancora a Lourdes. Tutti i medici si rifiutarono di compilare il certifica­to di accompagnamento. Un professore di Milano, che allora era un celebre nome nel campo del­la medicina e professava apertamente idee ateistiche, mi prendeva in giro: mi diceva che a Lourdes guarivano solo gli isterici. "Ecco, se guarissi tu ci crederei anch'io", diceva. "Perché in te ci sono delle lesioni organiche, i tessuti epidermici sono distrutti, alla gamba destra ti mancano cinque centimetri di osso, ci sono ferite che non si chiuderanno mai più: questo sì che sa­rebbe un miracolo".

<< Solo il dottor Antonio Bonizzi si lasciò convincere dalle mie richieste e compilò il certificato medico necessario per il viaggio, dicendo però che lo avrei fatto sotto la diretta responsabilità dei parenti.

<<Partii il 9 agosto del 1948. I miei fratelli e le mie sorelle non si sentirono di venirmi ad accompagnare, dato il mio stato di gravità, così venne monsignor Fasani di Pavia.

<<Arrivai a Lourdes gravissima: febbre alta, vaneggiamenti, continue crisi cardiache. Non vollero portarmi alla grotta. Ma, all'ultimo giorno, proprio prima di partire, mi feci condurre davanti alla Madonna. "Madonnina cara, ti ringrazio di avermi aiutata a venire qui, a trovarti", pregai. "Ti raccomando i miei amici, i miei medici, tutti i miei parenti".

<<All'improvviso sentii dei forti strappi al cuore, ma molto più intensi di quelli che sentivo quando mi venivano le crisi cardiache. Mi sono detta: "Muoio, muoio", ma subito ho sentito una gioia immensa dentro di me, una cosa che mi rendeva leggera, una felicità da far morire, non è proprio possibile descrivere quello che ho provato in quel momento. Mi sono messa a pregare con più fervore raccomandando alla Madonna tutte le persone che mi erano care; ricordo che ho detto alla Madonna: "Cambia la testa a quei tali amici di mio fratello che non credono in Dio: bisogna convertirli". Poi l'ho salutata e sono stata portata sul piazzale dove il vescovo passava per benedire gli ammalati.

<<Quando il vescovo con l'Ostensorio arrivò di fronte a me, sentii di nuo­vo gli strappi al cuore seguiti da quella immensa felicità che sembrava dovesse farmi morire. Mi accorsi con stupore che non sentivo più i dolori. Ero arrivata a Lourdes con una gran pancia tutta dura e gonfia, causata dalla peritonite tubercolare, ora la pancia era diventata normale. Da 15 anni non potevo muovere la gamba destra o la schiena, senza provare dolori terribili, Invece ora mi sentivo libera in tutti i movimenti con una gran voglia di balzare in piedi. Ero guarita, completamente guarita.

<<Cominciai a piangere di gioia e stavo per mettermi a gridare, ma poi ho deciso di restare zitta. Mi son detta: "Se grido 'miracolo, miracolo' e poi magari non è vero, la Madonna fa brut­ta figura e la gente che ha poca fede la perde per colpa mia. E' meglio tacere e se la Madonna ha fatto veramente un miracolo, lo si vedrà".

<<Ritornai in treno, al mio posto, ancora imbarellata. Dove­vamo pernottare sul treno per­ché, subito dopo la guerra, non c'era ancora la perfetta organizzazione di oggi. Trascorsi tutta la notte tranquilla, ma mi era venuta una gran fame che non riuscivo più a dormire. Non mangiavo da molti mesi a causa della mia malattia. Quando vidi che l'infermiera stava distribuendo da mangiare, le dissi: "Infermiera, ho fame". "Sì, sì, le portiamo subito la sua acqua zuccherata", mi rispose.. "No, voglio mangiare come gli altri", dissi io alzando la voce. L'infermiera mi venne vicino, mi guardò con aria preoccupata come per dire: "Poverina, ormai va­neggia, siamo prossimi alla fine". Mi passò una mano sulla fronte accarezzandomi e stava per allontanarsi. Non riuscii più a frenare la gioia che avevo dentro, scoppiai in una allegra risata e gridai: "Voglio mangiare come gli altri, ho una fame terribile".

<<Mi portarono da mangiare: divorai il primo, il secondo, la frutta. Attorno a me giunsero, esterrefatti, medici e infermieri. Mi stavano a guardare ammutoliti, come se si aspettassero di vedermi scoppiare da un momento all'altro. Allora dovetti raccontare tutto. Tre medici che mi avevano visitata il giorno prima e che conoscevano bene il mio stato di salute, mi vol­lero subito rivisitare e non trovarono più nessuna traccia delle malat­tie. All'anca destra avevo una fistola sempre aperta, dentro al­la quale ci stava un paio di metri di garza. Ora, la fistola era sparita, chiusa, e la garza era tutta fuori. Un medico si ingi­nocchiò per terra e piangeva. Le infermiere correvano per il treno a raccontare ciò che era accaduto. Da tutto il treno si levò un devoto canto di ringraziamento alla Madonna che non finiva più. Arrivata a Milano, scesi dal treno camminando da sola.

<<Il giorno dopo mia sorella con la mia piccola nipotina an­dò da quel professore ateo, che era il mio medico preferito, ad annunciargli ciò che era accaduto. Fu la mia nipotina che cominciò a dire: "Signor professore, la zia Maddalena...". "Fatti coraggio, cara", la interruppe il professore e le accarezzava la testina. "Ora la zia sta meglio di noi”, continuò il professore. “La sua malattia non sa­rebbe mai più guarita, meglio così: ha finito di soffrire. Anche se fosse tornata, non sarebbe ri­masta in vita che pochi giorni". "Ma la zia è tornata e sta bene", gridò la piccola. "Come?", escla­mò sbalordito il professore. "Portatemela subito qui".

<<Andai a trovare il mio pro­fessore. Ero molto affezionata a lui e avevo tanto pregato per la sua conversione. Quando mi vide si commosse. Mi visitò a lun­go. Poi mi chiamò vicino a sé, mi fece sedere sulle sue ginoc­chia, e cominciò a scrivere. Io chiesi: "Signor professore, mi ordina ancora delle medicine?", "No", rispose "non dobbiamo rovinare quello che ha fatto la Madonna". Allora gli chiesi: "Professore, mi farà il certificato da portare a Lourdes perché venga esami­nato se la mia guarigione può essere' dichiarata miracolosa?". "Sì", rispose "ti farò Il certificato e potete pure citare il mio no­me anche sui vostri giornali cat­tolici". Quel professore cambiò completamente vita, divenne credente e fu di esempio a tutti fino alla morte.

<<Decisi di dedicare tutta la mia vita a diffondere il bene tra gli uomini, ad aiutare tutti a trovare la verità, la fede, la speranza in Dio. Anche quando ero ammalata avevo sempre cercato di realizzare questo compito, ma ora che mi potevo muovere, camminare, volevo che nessuno restasse senza il mio aiuto>>.

Così ha fatto Maddalena Carini per il resto della sua vita. Soprattutto attraverso la sua opera “La Famiglia dell’Ave Maria”, riconosciuta dalla Chiesa, diffusa in molte città italiane.

Renzo Allegri



Torna ai contenuti | Torna al menu