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Le conseguenze del divorzio  
Scritto da Roberto BERETTA   

Il divorzio produce insicurezza sociale
, spese ingentissime per lo Stato, sensi di colpa e indebolisce la personalità, rendendo più difficile affrontare le prove successive della vita. Vittime principali: i figli. Intervista a Claudio Risé.
 

Sarà perché insegna polemologia (ovvero la scienza che studia le guerre) all’università di Trieste, ma il professor Claudio Risé deve amare le battaglie difficili. Psicoanalista, 64 anni, tiene una fortunata rubrica sul supplemento femminile «Io Donna» anche se è esperto soprattutto di condizione maschile: il suo ultimo libro s’intitola infatti Il padre. L’assente inaccettabile (San Paolo 2003) e di recente Risé ha promosso un appello a favore della figura del padre, sempre più emarginata dalla cultura occidentale.

Professor Risé, consideriamo il divorzio trent’anni dopo. Qual è il suo bilancio sociale? Si è realizzata la maggiore «libertà» individuale che s’invocava tra le motivazioni a favore nel 1974?


«Se per libertà s’intende la possibilità di perseguire un proprio obiettivo di vita, certamente no. Il divorzio infatti offre l’opportunità di ritirare ogni energia dal progetto familiare già avviato, vanificandolo, magari per avviarne un altro che soffrirà della stessa debolezza, generata dal potere di cambiare direzione alla vita secondo le ultime pulsioni. Il divorzio é il martello fornito dalla società occidentale  per distruggere ciò che ci si era impegnati a costruire. È uno degli elementi che producono più insicurezza nell’attuale modello di cultura».

La propaganda divorzista nel 1974 puntava molto sui «casi umani»: non si può obbligare – si diceva – a rimanere unita una coppia in cui il marito è violento, o ubriacone, o delinquente, eccetera. Oggi vediamo anche l’altro lato dei «casi umani»: i figli disorientati, gli anziani abbandonati, lo spirito di rivalsa reciproca inoculato in donne e uomini.

«Anche in Italia (ma il processo è chiarissimo negli Stati anglosassoni) ci si trova già di fatto nel regime del no fault divorce, il “divorzio senza colpa”, e senza motivazioni, tranne l’incompatibilità di carattere. Nella stragrande maggioranza dei casi si divorzia semplicemente perché non si ha più voglia di stare insieme; e il giudice sancisce questo stato di cose. Le vittime di questa rottura della famiglia sono naturalmente i figli. Ma anche il coniuge da cui si chiede di venir separati. Che è sempre più spesso il marito-padre: negli Usa il 75% dei divorzi vengono chiesti dalle mogli, cui nel 96% dei casi  vengono affidati i figli, e la casa coniugale».

Quale effetto può avere sulla psiche dei bambini l’idea che i loro genitori potrebbero separarsi?

«I bambini vivono la rottura tra i genitori come la perdita di un’unità, la coppia parentale, cui è legata la loro stessa identità, coesione psicologica e prospettiva di vita.
Spesso si sentono corresponsabili del fallimento della coppia genitoriale, vivendo così il peso di sensi di colpa del tutto infondati, e comunque lo considerano un elemento di possibile emarginazione e sfavore sociale».


Una famiglia che si spezza significa due case, doppie spese, doppie bollette, eccetera. Il divorzio sembra molto funzionale a una società individualista e consumista. O no?


«In realtà la "macchina dei divorzi" si è rivelata un meccanismo enormemente costoso, che tra giudici, assistenti sociali e così via assorbe una quantità di risorse dello Stato molto superiori a quelle investite in tutti i programmi di recupero per droga e alcoolismo messi insieme. Ma anche la distruzione patrimoniale che ogni rottura porta con sé (i membri dell’ex nucleo familiare diventano più poveri) rappresenta un impoverimento per la collettività. Questo per non parlare dei costi più gravi ed elevati, che sono naturalmente quelli affettivi e morali».

Lei si è occupato a fondo della «crisi del padre», che in effetti in questi trent’anni è diventato l’anello debole della famiglia. Come mai? Crede che sia possibile un riscatto della figura maschile?

«L’emarginazione della figura paterna è legata alla generale perdita di senso dell’esistenza, che sottende ad ogni nevrosi. Questa perdita di senso è conseguente, a mio parere, all’allontanamento dell’Occidente dal senso religioso, dato che il padre è figura del Padre celeste. La "morte di Dio", progressivamente realizzata dalla modernità con lo sviluppo della secolarizzazione, la separazione dal sacro, comporta la graduale "morte del padre", che a sua volta rafforza il processo di scristianizzazione, e di abolizione di ogni norma "forte", promuovendo invece, come pallido sostituto della legge, la proliferazione dei regolamenti burocratici. Il divorzio, che si conclude nella stragrande maggioranza dei casi (comunque siano andate le cose), con l’espulsione del padre dalla famiglia, è stato uno dei principali strumenti per l’indebolimento del padre, e l’allontanamento dei figli anche dal Padre celeste, di cui quello terreno è testimone».

La donna invece sembra uscire «vincitrice» dal divorzio: tutelata dagli assegni dell’ex marito, quasi sempre ottiene i figli in affido, è più organizzata anche a vivere da sola... È così? Quali sono le sconfitte cui il divorzio sottopone le donne?


«L’unione tra l’uomo e la donna è un evento che coinvolge molto profondamente la psiche umana, e la cui rottura assai difficilmente riesce ad evitare di mettere a rischio l’integrità della personalità. La persona divorziata ha vissuto, spesso promosso in prima persona, un grave fallimento personale, di cui nella maggior parte dei casi non è affatto consapevole. Ciò indebolisce la personalità e le rende più difficile affrontare le ulteriori prove che la vita le riserva. Oggi è sempre più visibile la solitudine della donna, reduce da una o più unioni, che si ritrova sulla soglia della vecchiaia con ogni affetto reciso, tra rovine familiari e scenari di successi mondani, di immagine, o sessuali che sfumano molto rapidamente».

Col divorzio abbiamo inoculato nella società un sottile germe di insicurezza e divisione, se non addirittura di odio. Quali ne saranno secondo lei le conseguenze?

«Per ora, il fenomeno più vistoso in Occidente è quello del marriage strike, dello “sciopero matrimoniale”: se il divorzio è la fine fatale del matrimonio, i giovani, consapevoli dei disastri che ciò comporta e che hanno già vissuto nelle loro famiglie d’origine, non vogliono più sposarsi. Ma ci sono anche esiti più interessanti, che aprono il cuore a una speranza. Per esempio negli Stati Uniti diverse associazioni di giovani hanno messo a punto un "Patto di matrimonio", o Covenant Marriage, in cui dichiarano di contrarre un matrimonio che essi considerano indissolubile. Questo Patto è stato approvato ormai da gran parte degli Stati Usa. La mia esperienza di psicoterapeuta mi ha abituato a vedere che quando la situazione giunge a livelli di estrema pericolosità la psiche, individuale o collettiva, cerca di riaffermare la vita e i suoi diritti (che coincidono spesso con quelli dei bambini), per rimettere in movimento uno sviluppo vitale. Credo, e spero, che ad un lungo periodo nel quale si è sempre più fortemente affermato l’egoismo degli adulti, succeda un tempo nel quale tutti siano consapevoli che le ragioni della vita richiedono un impegno e una testimonianza comune per non venire calpestate dagli interessi della tecnologia e del profitto, che possono facilmente diventare strumenti del male».


Dossier: A trent’anni dal referendum: divorzio che errore!

IL TIMONE - N. 30 - ANNO VI - Febbraio 2004 - pag. 42 - 43

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