La forza della Preghiera Libri cristiani catechesi - Del gran Mezzo - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Studio inviato dal fratello Luigi Basile

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INTRODUZIONE

Io ho dato alla luce diverse operette spirituali, ma stimo di non aver fatta opera più utile di questo libretto, in cui parlo della preghiera, per essere ella un mezzo necessario e sicuro, al fine di ottenere la salute, e tutte le grazie che per quella ci bisognano. Io non ho questa possibilità, ma se potessi, vorrei di questo libretto stamparne molte copie, quanti sono tutti i fedeli che vivono sulla terra, e dispensarle ad ognuno, affinché ognuno intendesse la necessità, che abbiamo tutti di pregare per salvarci. Dico ciò, perché vedo da una parte quest'assoluta necessità della preghiera, tanto per altro inculcata da tutte le Sacre Scritture, e da tutti i Santi Padri; ed al contrario vedo, che i cristiani poco attendono a praticare questo gran mezzo della loro salute. E quel che più mi affligge, vedo che i predicatori e confessori poco attendono a parlarne ai loro uditori e penitenti; e vedo che anche i libri spirituali, che oggidì corrono per le mani, neppure ne parlano abbastanza. Mentre invece tutti i predicatori, confessori e tutti i libri, non dovrebbero insinuare altra cosa con maggior premura e calore, che questa del pregare. Essi infatti inculcano tanti buoni mezzi alle anime per conservarsi in grazia di Dio:

la fuga delle occasioni,
la frequenza dei Sacramenti, la resistenza alle tentazioni, il sentir la divina parola, il meditare le Massime eterne, ed altri mezzi (non lo nego) utilissimi: ma a che servono, io dico, le prediche e meditazioni e tutti gli altri mezzi che danno i maestri spirituali senza la preghiera, quando il Signore si è dichiarato che non vuol concedere le grazie se non a chi prega? Chiedete ed otterrete (Gv 16,24). Senza la preghiera (parlando secondo la Provvidenza ordinaria) resteranno inutili tutte le meditazioni fatte, tutti i nostri propositi, e tutte le nostre promesse. Se non preghiamo saremo sempre infedeli a tutti i lumi ricevuti da Dio, ed a tutte le promesse da noi fatte. La ragione sta qui: che a fare attualmente il bene, a vincere le tentazioni, ad esercitare le virtù, insomma ad osservare i divini precetti non bastano i lumi da noi ricevuti, e le considerazioni e i propositi da noi fatti, ma vi è bisogno di una grazia attuale di Dio; e il Signore questo aiuto attuale (come appresso vedremo) non lo concede, se non a chi prega. I lumi ricevuti, le considerazioni ed i buoni propositi concepiti, servono a stimolarci a pregare nei pericoli e nelle tentazioni per ottenere il divino soccorso, che ci preservi poi dal peccato. Ma se allora non preghiamo, saremo perduti.

Ho voluto, lettore mio, premettere questo mio sentimento a tutto quello che appresso scriverò, affinché ringraziate il Signore, che, per mezzo di questo mio libretto, vi dona la grazia di riflettere maggiormente sull'importanza di questo gran mezzo della preghiera; poiché tutti quelli che si salvano (parlando degli adulti), ordinariamente per questo unico mezzo si salvano. E perciò dico, ringraziatene Dio; perché è una misericordia troppo grande quella che Egli fa a coloro ai quali dà la luce e la grazia di pregare. Io spero che voi, amato mio fratello, dopo aver letta questa breve operetta, non sarete più trascurato d'ora innanzi a ricorrere sempre a Dio coll'orazione, quando sarete tentato ad offenderlo. Se mai per il passato vi trovaste aggravata la coscienza di molti peccati, intendiate che questa n'è stata la cagione: la
trascuratezza di pregare e di cercare a Dio l'aiuto per resistere alle tentazioni, che vi hanno assalito. Vi prego intanto di leggerlo e rileggerlo e con tutta l'attenzione, non già perché è frutto del mio ingegno, ma perché egli è mezzo che il Signore vi porge per bene della vostra eterna salute: dandovi con ciò ad intendere in modo particolare, che vi vuol salvo. E dopo averlo letto; vi prego di farlo leggere ad altri (come potrete) amici o paesani, con cui converserete. Or cominciamo in nome del Signore.

Scrisse l'Apostolo a Timoteo: Raccomando adunque prima di tutto, che si facciano suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti (1 Tm 2,1).
Spiega l'Angelico san Tommaso (2, 2.ae, q. 83, art. 17), che l'orazione è propriamente il sollevare la mente a Dio. La postulazione poi è propriamente la preghiera; la quale, quando la domanda contiene cose determinate, come quando diciamo: Muoviti, o Dio, in mio soccorso... si chiama supplica. La obsecrazione è una pia adiurazione, ossia contestazione, per impetrare la grazia, come quando diciamo: Per la tua croce e passione, liberaci, o Signore. Finalmente l'azione di grazie è il ringraziamento per i benefici ricevuti, col quale, dice san Tommaso, che noi meritiamo di ricevere benefici maggiori: Rendendo grazie meritiamo beni maggiori. L'orazione presa in particolare, dice il santo Dottore, significa il ricorso a Dio; ma presa in generale, contiene tutte le altre parti di sopra nominate; e tale noi l'intenderemo nominandola da qui in avanti col nome di orazione o di preghiera. Per affezionarci poi a questo gran mezzo della nostra salute quale è la preghiera, bisogna considerare, quanto sia ella a noi necessaria, e quanto valga ad ottenerci tutte le grazie che da Dio desideriamo, se sappiamo domandarle come si deve. Quindi parleremo prima della necessità e del valore della preghiera, e poi delle condizioni della medesima, affinché ella riesca efficace appresso Dio.

CAPO I

DELLA NECESSITA DELLA PREGHIERA


I. - LA PREGHIERA E' NECESSARIA ALLA SALUTE,  
DI NECESSITA DI MEZZO.

Fu già errore dei pelagiani il dire, che l'orazione non è necessaria a conseguire la salute. Diceva l'empio loro maestro Pelagio, che l'uomo in tanto solamente si perde, in quanto trascura di riconoscere le verità necessarie a sapersi. Ma gran cosa! diceva Santo Agostino: “ Pelagio d'ogni altra cosa voleva trattare, fuorché dell'orazione” (De natura et orat. c. XVII), ch'è l'unico mezzo, come teneva ed insegnava il santo, per acquistare la scienza dei santi, secondo quel che scrisse già S. Giacomo: “Se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera, e gli sarà concesso” (Gc 1,5).
Sono troppo chiare le Scritture, che ci fan vedere la necessità che abbiamo di pregare, se vogliamo salvarci. Bisogna sempre pregare, né mai stancarsi (Lc 18,1). Vegliate ed orate per non cadere in tentazione (Mt 26,41). Chiedete ed otterrete (Mt 7,7). Le suddette parole bisogna, chiedete, orate, come vogliono comunemente i teologi, significano ed importano precetto e necessità. Vicleffo diceva, che questi testi s'intendevano non già dell'orazione, ma solamente della necessità delle buone opere, sicché il pregare in suo senso non era altro che il bene operare: ma questo fu suo errore e fu condannato espressamente dalla Chiesa. Onde scrisse il dotto Leonardo Lessio, “non potersi negare senza errare nella fede, che la preghiera agli adulti è necessaria per salvarsi; constando evidentemente dalle Scritture, essere l'orazione l'unico mezzo per conseguire gli aiuti necessari alla salute” (De Iust. 1, 2, c. 37, dub. 3, n. 9).

La ragione è chiara. Senza il soccorso della grazia, noi non possiamo fare alcun bene.
Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Nota S. Agostino su queste parole, che Gesù Cristo non disse: niente potete compire, ma niente potete fare. Per darci con ciò ad intendere il nostro Salvatore, che noi senza la grazia, neppure possiamo cominciare a fare il bene. Anzi scrisse l'Apostolo: Da per noi neppure possiamo avere desiderio di farlo (2 Cr 3,5). Se dunque non possiamo neanche pensare al bene, tanto meno possiamo desiderarlo.

Lo stesso ci significano tante altre Scritture. Lo stesso Dio è quegli che fa in tutti tutte le cose (1 Cr 12,6). Farò che camminiate nei miei precetti, ed osserviate le mie leggi, e le pratichiate (Ez 36,27). In modo che, siccome scrisse san Leone I: “Noi non facciamo alcun bene, fuori di quello che Dio con la sua grazia ci fa operare”. Onde il Concilio di Trento nella Sess. 6, can. 3, disse: “Se alcuno avrà detto, che senza una preventiva ispirazione, ed aiuto dello Spirito Santo, l'uomo può credere, sperare, amare o pentirsi, come bisogna, per ottenere la grazia della giustificazione, sia scomunicato” (Sess. 6, can. 3). L'autore dell'Opera imperfetta, parlando dei bruti ci dice che il Signore altri ha provveduto di corso, altri di unghie, altri di penne, affinché possano così conservare il loro essere; ma l'uomo poi l'ha formato in tal stato, che esso solo, Dio, fosse tutta la di lui virtù (Hom. 18). Sicché l'uomo è affatto impotente a procurarsi la sua salute, poiché ha voluto Iddio, che quanto ha, e può avere, tutto lo riceva dal solo aiuto della sua grazia.

Ma questo aiuto della grazia, il Signore per provvidenza ordinaria, non lo concede se non a chi prega, secondo la celebre sentenza di Gennadio: “Crediamo che niuno giunga a salute, se Dio non lo invita; niuno invitato operi la salute, se non è da Dio aiutato; niuno meriti aiuto, se non per mezzo della preghiera” (De Eccl. dogm. cap. 26). Posto dunque da una parte, che senza il soccorso della grazia niente noi possiamo; e posto dall'altra che tale soccorso ordinariamente non si dona da Dio se non a chi prega, chi non vede dedursi per conseguenza, che la preghiera ci è assolutamente necessaria alla salute?

E' vero che le prime grazie, le quali vengono a noi senza alcuna nostra cooperazione, come sono la vocazione alla fede, alla penitenza, dice S. Agostino, che Dio le concede anche a coloro che non pregano; tuttavia il santo tiene poi per certo che le altre grazie (e specialmente il dono della perseveranza) non si
concedono se non a chi prega (De Dono pers. c. 16). Ond'è che i teologi comunemente con san Basilio, san Giovanni Crisostomo, Clemente Alessandrino, ed altri col medesimo S. Agostino, insegnano che la preghiera agli adulti è necessaria non solo di necessità di precetto, come abbiamo veduto, ma anche di mezzo. Vale a dire che di provvidenza ordinaria, un fedele senza raccomandarsi a Dio, con cercargli le grazie necessarie alla salute, è impossibile che si salvi. Lo stesso insegna san Tommaso dicendo:

“Dopo il battesimo poi è necessaria all'uomo una continua orazione, affine di entrare in cielo; poiché quantunque per mezzo del battesimo si rimettano i peccati, ciò nondimeno rimane il fomite del peccato che ci fa guerra internamente e il mondo e i demoni, che ci guerreggiano esternamente” (3 p. q. 39, art. 5). La ragione dunque, che ci fa certi, secondo l'Angelico, della necessità che abbiamo della preghiera, eccola in breve: Noi per salvarci dobbiamo combattere e vincere: Colui che combatte nell'agone non è coronato, se non ha combattuto secondo le leggi (1 Tm 2,5). All'incontro senza l'aiuto divino non possiamo resistere alle forze di tanti e tali nemici: or questo aiuto divino solo per l'orazione si concede; dunque senza orazione non v'è salute. Che poi l'orazione sia l'unico ordinario mezzo per ricevere i divini doni, lo conferma più distintamente il medesimo santo dottore in altro luogo dicendo che il Signore tutte le grazie che ab aeterno ha determinato di donare a noi, vuol donarcele non per altro mezzo che per l'orazione (2, 2.ae, q. 83, 2).

E lo stesso scrisse S. Gregorio: “Gli uomini pregando meritano di ricevere ciò che Dio avanti i secoli dispone loro di dare” (Lib. i. Dial. cap. 8). Non già, dice S. Tommaso, è necessario di pregare, affinché Iddio intenda i nostri bisogni, ma affinché noi intendiamo la necessità, che abbiamo di ricorrere a Dio, per ricevere i soccorsi opportuni per salvarci, e con ciò riconoscerlo per unico autore di tutti i nostri beni (Ibid. ad 1 et 2). Siccome dunque ha stabilito il Signore che noi fossimo provveduti di pane col seminare il grano, e del vino col piantare le viti; così ha voluto che riceviamo le grazie necessarie i alla salute per mezzo della preghiera, dicendo: "Chiedete ed otterrete, cercate, e troverete" (Matth. 7,7). Noi insomma, altro non siamo che poveri mendicanti, i quali tanto abbiamo, quanto ci dona Dio per elemosina. Io per me sono mendico e senza aiuto (Ps. 39,18).

Il Signore, dice S. Agostino, bene desidera e vuole dispensare le sue grazie, ma non vuol dispensarle se non a chi le domanda (In Ps. 102). Egli si protesta con dire: “Chiedete ed otterrete”. Cercate, e vi sarà dato; dunque dice santa Teresa, chi non cerca, non riceve. Siccome l'umore è necessario alle piante per vivere e non seccare, così dice il Crisostomo, è necessaria a noi l'orazione per salvarci. In altro luogo, dice il medesimo santo, che: “siccome il corpo senza dell'anima non può vivere, così l'anima senza l'orazione è morta, e manda cattivo odore” (De or. D. l. i.).
Dice, manda cattivo odore, perché chi lascia di raccomandarsi a Dio, subito comincia a puzzare di peccati. Si chiama anche l'orazione cibo dell'anima perché “senza cibo non può sostentarsi il corpo, e senza l'orazione, dice S. Agostino, non può conservarsi in vita l'anima” (De sal. doc. c. 28). Tutte queste similitudini che adducono questi santi Padri, denotano l'assoluta necessità, ch'essi insegnano d'esservi in pregare per conseguire la salute.

II. - SENZA LA PREGHIERA E' IMPOSSIBILE RESISTERE ALLE TENTAZIONI E PRATICARE

I COMANDAMENTI.

L'orazione inoltre è l'arma più necessaria per difenderci dai nemici: chi di questa non s'avvale, dice S. Tommaso, è perduto. Non dubita il Santo di ritenere che Adamo cadde perché non si raccomandò a Dio allora che fu tentato (P. I. q. 94, a. 4). E lo stesso scrisse S. Gelasio parlando degli angeli ribelli: “Che cioè ricevendo invano la grazia di Dio, senza pregare non seppero rimanere fedeli” (Epist. adversus Pelag. haeret.). San Carlo Borromeo in una lettera Pastorale (Litt. pastor. De or. in com.) avverte, che tra tutti i mezzi che Gesù Cristo ci ha raccomandati nel Vangelo, ha dato il primo luogo alla preghiera: ed in ciò ha voluto che si distinguesse la sua Chiesa e Religione dalle altre sette, volendo che ella si chiamasse specialmente casa d'orazione. La casa mia sarà chiamata casa d'orazione (Mt 21,13). Conclude S. Carlo nella suddetta lettera, che la preghiera è il principio, il progresso e il complemento di tutte le virtù. Sicché nelle tenebre, nelle miserie e nei pericoli, in cui ci troviamo (diceva re Giosafat) non abbiamo in che altro fondare le nostre speranze, che in sollevare gli occhi a Dio e dalla sua misericordia impetrare colle preghiere la nostra salvezza (2 Cron 20,12). E così anche praticava Davide; non trovando altro mezzo per non esser preda dei nemici, che pregare continuamente il Signore a liberarlo dalle loro insidie: “Gli occhi miei sono sempre rivolti al Signore perché Egli trarrà dal laccio i miei piedi (Sal 24,15). Sicché altro egli non faceva che pregare dicendo: “A me volgi il tuo sguardo, e abbi pietà di me, perché io son solo e son povero” (Ibid. 24,16). “Gridai a te: dammi salute affinché osservi i tuoi precetti ” (Sal 118,146). Signore, volgete a me gli occhi, abbiate pietà di me, e salvatemi: mentre io non posso niente, e fuori di Voi non ho chi possa aiutarmi.

Ed infatti come potremmo noi resistere alle forze dei nostri nemici, ed osservare i divini precetti, specialmente dopo il peccato di Adamo, che ci ha resi così deboli ed infermi, se non avessimo il mezzo dell'orazione, per cui possiamo già dal Signore impetrare la luce e la forza bastante per osservarli? Fu già bestemmia quella che disse Lutero, cioè che dopo il peccato di Adamo sia assolutamente impossibile agli uomini l'osservanza della divina legge. Giansenio ancora disse che alcuni precetti ai giusti erano impossibili secondo le presenti forze che hanno. E sin qui la sua proposizione avrebbe potuto spiegarsi in buon senso; ma ella fu giustamente condannata dalla Chiesa per quello che poi vi aggiunse, dicendo che mancava ancora la grazia divina a renderli possibili. E' vero, dice S. Agostino, che l'uomo per la sua debolezza non può già adempiere alcuni precetti con le presenti forze e con la grazia ordinaria, ossia comune a tutti; ma ben può con la preghiera ottenere l'aiuto maggiore, che vi bisogna per osservarli: “Iddio non comanda cose impossibili, ma nel comandare ti avvisa di
fare quel che puoi, e chiedere quel che non puoi, ed aiuta affinché tu lo possa” (De nat. et grat. cap. XLIII).

E' celebre questo testo del Santo, che poi fu adottato e fatto dogma di fede dal Concilio di Trento (Sess. VI, cap. II). Ed ivi immediatamente soggiunse il santo Dottore: “ Vediamo in che modo... (cioè, come l'uomo può fare quel che non può). Per mezzo della medicina potrà quello che non può per la sua infermità” (Ibid. cap. LXIX). E vuol dire che con la preghiera otteniamo il rimedio alla nostra debolezza; poiché pregando noi, Iddio ci dona la forza a far quel che noi non possiamo. Non possiamo già credere, segue a parlare S. Agostino, che il Signore, abbia voluto imporci l'osservanza della legge, e che poi ci abbia imposto una legge impossibile; e perciò dice il Santo, che allorché Dio ci fa conoscere impotenti ad osservare tutti i suoi precetti, egli ci ammonisce a far le cose difficili con l'aiuto maggiore che possiamo impetrare per mezzo della preghiera (Sess. VI, cap. LXIX). Ma perché, dirà taluno, ci ha comandato Dio cose impossibili alle nostre forze? Appunto per questo, dice il Santo, affinché noi attendiamo ad ottenere con l'orazione l'aiuto per fare ciò che non possiamo (De gr. et lib. arb. c. 16). E in altro luogo: “La legge fu data affinché domandassimo la grazia; la grazia fu donata, affinché fosse adempita
la legge” (De sp. et lit. c. 19).

La legge non può osservarsi senza la grazia; e Dio a questo fine ha dato la legge, affinché noi sempre lo supplicassimo a donarci la grazia per osservarla. In altro luogo dice: “La legge è buona per chi ne usa legittimamente. Che vuol dire dunque servirsi legittimamente della legge?” (Serm. 156). E risponde: “riconoscere per mezzo della legge la propria infermità e domandare il divino aiuto onde conseguire la salute” (Serm. 156). Dice dunque S. Agostino
, che noi dobbiamo servirci della legge, ma a che cosa? a conoscere per mezzo della legge (a noi impossibile) la nostra impotenza ad osservarla, affinché poi impetriamo, col pregare, l'aiuto divino che sana la nostra debolezza. Lo stesso scrisse S. Bernardo, dicendo: “Chi siamo noi, e qual è la nostra forza che possiamo resistere a tante tentazioni? Questo certamente ricercava Iddio che, vedendo noi la nostra debolezza, e che non abbiamo in pronto altro aiuto, ricorressimo con tutta umiltà alla sua misericordia” (Serm. v. De Quadrag.). Conosce il Signore, quanto utile sia a noi la necessità di pregare, per conservarci umili e per esercitarci alla confidenza: e perciò permette che ci assaltino nemici insuperabili dalle nostre forze, affinché noi con la preghiera otteniamo dalla sua misericordia l'aiuto a resistere.

Specialmente, si avverta che niuno può resistere alle tentazioni impure della carne, se non si raccomanda a Dio quando è tentato. Questa nemica è sì terribile, che quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce: ci fa scordare di tutte le meditazioni e buoni propositi fatti e ci fa vilipendere ancora le verità della fede, quasi perdere anche il timore dei castighi divini: poiché ella si congiura con l'inclinazione naturale, che con somma violenza ne spinge ai piaceri sensuali. Chi allora non ricorre a Dio, è perduto. L'unica difesa contro questa tentazione è la preghiera; dice S. Gregorio Nisseno:

“L'orazione è il presidio della pudicizia”
(De or. Dom. I.). E lo disse prima Salomone: 'Tosto ch'io seppi come non poteva essere continente se Dio non mel concedeva, io mi presentai al Signore, e lo pregai" (Sap 8,21). La castità è una virtù che non abbiamo forza di osservare se Dio non ce la concede, e Dio non concede questa forza, se non a chi la domanda. Ma chi la domanda certamente l'otterrà. Pertanto dice S. Tommaso contro Giansenio, che non dobbiamo dire essere a noi impossibile il precetto, poiché quantunque non possiamo noi osservarlo con le nostre forze, lo possiamo nondimeno con l'aiuto divino (1, 2, q. 109, a. 4, ad 2). Né dicasi, che sembra un'ingiustizia il comandare ad uno zoppo che cammini diritto; no, dice S. Agostino, non è ingiustizia, sempre che gli sia dato il modo di trovare rimedio al suo difetto; onde se egli poi segue a zoppicare, la colpa è sua (De perfect. iust. c. III). Insomma, dice lo stesso santo Dottore, che non saprà mai vivere bene chi non saprà ben pregare (S. 55. in app.). Ed all'incontro, dice S. Francesco d'Assisi, che senza orazione non può sperarsi mai alcun buon frutto in un'anima. A torto dunque si scusano quei peccatori che dicono di non aver forza di resistere alla tentazione. Ma se voi, li rimprovera S. Giacomo, non avete questa forza, perché non la domandate? Voi non l'avete, perché non la cercate (Gc 4,2).

Non vi è dubbio, che noi siamo troppo deboli per resistere agli assalti dei nostri nemici
, ma è certo ancora, che Dio è fedele, come dice l'Apostolo, e non permette che noi siamo tentati oltre le nostre forze:
"Ma fedele è Dio, il quale non permetterà che voi siate tentati oltre il vostro potere, ma darà con la tentazione il profitto, affinché possiate sostenere" (1 Cr 10,13). Commenta Primasio: “Con l'aiuto della grazia farà provenire questo, che possiate sopportare la tentazione”. Noi siamo deboli, ma Iddio è forte: quando noi gli domandiamo l'aiuto, allora egli ci comunica la sua fortezza, e potremo tutto, come giustamente vi prometteva lo stesso
Apostolo dicendo: "Tutte le cose mi sono possibili in Colui che è mio conforto" (Fil 4,13). “Non ha scusa dunque, dice S. Giovanni Crisostomo, chi cade perché trascura di pregare, poiché se avesse pregato, non sarebbe restato vinto dai nemici” (Serm. De Moyse).

Continua...


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