Invasione araba in Italia - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Dopo la morte di Maometto (632) la guerra santa contro gli “infedeli”da lui stesso avviata si indirizzò rapidamente fuori dall’Arabia interessando, oltre all’Oriente, tutto il Mediterraneo. Fu un evento travolgente e del tutto inatteso; “L’insegnamento coranico aveva […] tutti i crismi per far presa sui discendenti, semipagani, di Ismaele. Era…un giudaismo semplificato […]. Rigido monoteismo; paradiso e inferno; dottrina della predestinazione ridotta al fatalismo, sua estrema conseguenza. A tutto ciò si univa un’escatologia del tutto utilitaria, che assicurava la felicità celeste ai combattenti della fede: non occorreva altro per trasformare dei mercanti in guerrieri”  
Numerosi erano i nomadi e i beduini; in essi violente pulsioni, odio verso tutti gli stranieri che, secondo le direttive del Profeta, bisognava sottomettere o sterminare si armonizzavano con le aspettative di bottino e con l’attesa di eterni e sensuali godimenti oltremondani.
Ben presto anche la Sicilia, estrema propaggine d’un Impero bizantino in decadenza, divenne oggetto di sanguinose e rapaci scorrerie. Un primo grave episodio si verificò nel 652, quindi Siracusa subì un saccheggio con relativo massacro nel 669. Da allora con alterna regolarità l’isola, tra le più prossime terre cristiane, divenne meta privilegiata dei predoni maomettani.
Dopo la caduta di Cartagine e l’occupazione di Pantelleria (700) il flagello si intensificò ulteriormente con il preciso intento “di catturare quanta più preda fosse possibile

Di che genere di preda si trattasse, a danno dei popoli mediterranei, e in che quantità lo chiarisce l’Amari: “abbiamo da buone autorità che in coteste imprese del Mediterraneo e del continente d’Africa fosser fatti trecentomila prigionieri; …la maraviglia cesserà ove si pensi che gli uomini eran forse il più lucroso bottino…
I saraceni vendevano infatti le prede umane al mercato degli schiavi e presso gli harem o chiedevano per esse lauti riscatti. Ma nel 740 questi rapaci predoni si spinsero oltre. Siracusa subì un nuovo assedio, ad opera come il precedente di aggressori provenienti dalla Tunisia, e fu costretta al pagamento di un tributo in cambio della cessazione degli atti di pirateria. Ciò costituì un precedente, gli arabi ricattarono così molte città costiere approfittando delle scarse reazioni dell’Impero d’Oriente, impegnato in Italia anche contro i longobardi. Schiavismo e “mafia” dei mari, questo i nostri antenati conobbero della “civiltà islamica” fino a quel momento. E così fu anche durante il predominio Aghlabita: “…furono avviate nuove intese (805 – 813) sempre basate sul pagamento di tributi e su concessioni apparentemente non gravide di conseguenze ma in realtà tali da mettere sempre più la provincia sicula nelle mani dei musulmani

Regnante in Africa Minore e in Tunisia il terzo sovrano della dinastia Aghlabita, Zlhadat Allah e persistendo forti contrasti interni tra le fazioni e tra i notabili arabi, si giunse alla decisione di attaccare la Sicilia allo scopo di conquistarla. Un ruolo decisivo fu svolto dal giurista coranico (Kadì) Asad che pensò di placare gli animi dei suoi correligionari portando la “guerra santa” (jihad) sulla vicina isola. Lo spunto venne fornito dalla ribellione del comandante la flotta bizantina Eufemio. Questi sciaguratamente condusse i musulmani allo sbarco di Mazara (15 giugno 827), forse convinto che l’iniziativa avrebbe avuto solo il significato di una ripicca nei confronti di Costantinopoli. La conquista di Mazara fece da base per la successiva espansione. Sconfitte le ultime resistenze bizantine (il patrizio Teodato non riuscì ad emulare Carlo Martello) fu intrapreso il lungo assedio di Palermo conclusosi con la capitolazione della città nel settembre 831. La Sicilia divenne una provincia dello Stato Aghlabita.

L’espansione nel resto dell’isola non fu però istantanea, da un lato perché essa servì d’appoggio per scorrerie e spedizioni verso altre mete (una per tutte Roma nell’846) secondo gli usi di conquista arabi, dall’altro per la tenace opposizione di alcune roccaforti cristiane quali Catania, Taormina o Rometta l’indomita, ultima a cedere nel 965.

Tuttavia, dopo lunghi assedi, stragi, saccheggi e riduzioni in schiavitù molti importanti centri urbani caddero via via in mani islamiche: così fu per Agrigento, Enna o la martoriata Siracusa. La definitiva resa bizantina giunse nell’896 e la Sicilia e i siciliani furono abbandonati al proprio destino.
L’amministrazione Aghlabita, secondo tutte le fonti, si distinse per la crudeltà del suo dominio, a poco valgono le scusanti che alcuni adducono addebitando gli eccessi alle necessità di conquista. Dall’831 al 912 si trattò di 81 anni di spietata oppressione, non mancarono le forzate apostasie e numerosi furono i martirii e le fughe. Esemplare fu l’uccisione del siracusano Niceta di Tarso, acerrimo nemico del Profeta di Allah e dei suoi seguaci. Catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e gli venne strappato il cuore quindi si accanirono ulteriormente su di lui finendolo a morsi e a colpi di pietra. Nella sola Siracusa le fonti saracene parlano di quattromila morti.
È necessario accennare qui anche alla vicenda relativa al martirio del monaco palermitano San Filarete (che alcune fonti collocano due secoli più tardi, nel 1070, ma che altre datano esattamente 8 Aprile 829). In seguito all’invasione dell’isola, con altri monaci basiliani si era rifugiato in un monastero calabrese e fu proprio in Calabria che andò incontro al martirio. Caduto nelle mani dei saraceni subì tremende torture venendo infine decapitato ; anche la sua storia testimonia sia nella fuga, evidentemente non si fidò della oggi conclamata “tolleranza” esercitata dai seguaci del Profeta, che nel martirio di che natura fosse ed è ancora (gli islamici non hanno perduto infatti il vizio delle decapitazioni) la loro cosiddetta civiltà.

FATIMIDI (912 – 948) E KALBITI (948 – 1040)

Con l’avvento in Africa della dinastia sciita dei Fatimidi, pur acquisendo una certa indipendenza, l’isola mantenne sostanzialmente la propria condizione di “territorio di Guerra” (Dar al – Harb). Gli abitanti del “territorio di Guerra”…, gli “infedeli”,sono chiamati Harbì; essi non dipendono dall’autorità islamica e i loro beni sono Mubah, cioè alla mercé dei “credenti”  Quasi ad evidenziare la profonda differenza tra musulmani e cristiani, i Fatimidi costruirono a Palermo nel 937 un quartiere fortificato, una vera e propria cittadella (l’Halisah – l’Eletta, odierna Kalsa) simbolo inequivocabile della loro condizione di occupanti una terra abitata da “infedeli”. Durante il loro regno la durezza della dominazione provocò varie rivolte soffocate ferocemente.
E’ ora giunto il momento di parlare del periodo che gli storici islamici – entusiasti esaltano maggiormente nel narrare le magnifiche sorti della dominazione araba in Sicilia. Si tratta del governo degli Emiri Kalbiti (948 – 1040); in questa fase (972) la capitale in Africa divenne Il Cairo e i siciliani passarono alle dipendenze dell’Egitto. All’isola venne concessa una maggiore autonomia e i Wudì Kalbiti iniziarono a comportarsi come principi di una terra propria.

La Trinacria vide allora mutare la sua condizione in quella di “territorio dell’Islam” (Dar al – Islam) abitato anche da “infedeli protetti” (Dhimmi), questi dipendevano ora dall’autorità islamica, specie quella locale, la sola a godere in concreto della suddetta autonomia dalla nazione africana, in base ad un legame contrattuale (Dhimma). E’ bene precisare a questo punto che l’ “infedele” era e rimase un nemico e che lo status della Sicilia, anche sotto i Kalbiti , non fu dissimile da quello di altri territori soggetti agli arabi. “I musulmani affermano che la condizione della “Gente del Libro” (ebrei e cristiani) nello Stato islamico è privilegiata rispetto a quella degli appartenenti alle altre religioni.…Non si può tuttavia dimenticare che il patto di Dhimma prevede pesantissime limitazioni….”  La giurisprudenza islamica è infatti spietata nel decretare per gli “infedeli” uno status di indiscutibile inferiorità giuridica: “I non – musulmani non possono mai testimoniare....Tale rifiuto si fonda sulla natura perversa e menzognera dell’ “infedele” che persiste deliberatamente nel negare la superiorità all’Islam
Ma “svantaggi” e “limitazioni” non finiscono qui, su di essi torneremo nelle conclusioni della presente analisi.

Soffermiamoci adesso su alcuni fra gli aspetti “positivi” attribuiti alla storia degli Emiri Kalbiti nella nostra isola.

PALERMO DIVENNE LA SPLENDIDA CAPITALE DELLE 500 MOSCHEE”;
Nessuno considera però che molte fra queste erano chiese cristiane profanate e trasformate in templi islamici. Cinquecento moschee, ma quante centinaia di chiese in meno? Anche l’antica cattedrale subì questa sorte sacrilega e ogni venerdì, a scanso di equivoci, vi si celebrava il trionfo di Allah su Cristo.

LA MITEZZA DEI TRIBUTI E L’AUTONOMIA DELLE CITTA”;
Nella Val di Noto, ad esempio, le cose andavano così: “autonomia e tranquillità dietro il pagamento di una “tangente” almeno fino a quando le popolazioni non passarono all’Islam, magari sperando in condizioni più favorevoli,”…. “perdettero pure tali privilegi (ammesso che si possa chiamarli così) e fra il 962 e il 965, la categoria dei centri urbani tributari scomparve

IL FIORIRE DELL’AGRICOLTURA”;
Fece seguito, allo scopo di sfruttare le caratteristiche ambientali di un territorio conquistato, a quella che fu una vera e propria desertificazione delle campagne siciliane, ad onor del vero già ricche e produttive ben prima dell’invasione islamica.


Sulla SCIENZA E CULTURA ARABAuniversalmente celebrate vale la pena citare Régine Pernoud: “La scienza e il pensiero arabi non han fatto che attingere a fonti preesistenti, ai manoscritti che hanno permesso loro questa conoscenza di Aristotele e di altri scrittori antichi. Sarebbe una vera assurdità supporre il contrario […] ”  

Persino l’arco moresco, comunemente attribuito agli arabi, era già presente in Spagna oltre cento anni prima della loro dominazione (avviata nel 711) e quindi solo dopo poté essere utilizzato anche nell’architettura islamica in Sicilia; inventato sì in Spagna ma non dagli arabi spagnoli.
Dopo il mille l’autorità degli Emiri Kalbiti venne messa in discussione, d’altra parte gli arabi non raggiunsero mai, nonostante l’Islam, una vera unione a causa delle divisioni religiose fra sciiti e sunniti e delle rivalità etnico – tribali fra arabi, che si ritenevano eletti, e berberi.
La fine dei Kalbiti, coincidente con un grande attacco bizantino (1038 –1040), inaugurò aspre lotte per la successione tra signori locali; fu proprio uno di essi a chiedere aiuto ai Normanni, i quali del resto ricevettero una precisa autorizzazione alla conquista dal Papa nel 1059, avviando così dopo il 1060 la riconquista cristiana dell’isola.

A chi dobbiamo in definitiva i giudizi entusiasti che, a furia di essere ripetuti, hanno assunto l’aspetto di verità storica? A chi le colpevoli sottovalutazioni, specie in materia di tributi e limitazioni della libertà?
Osserviamo alcuni esempi tra i tanti: “…Il proselitismo musulmano fu assai blando e indiretto, si contentò di un assai mite tributo…” (F. Gabrieli) ; “…La popolazione soggetta soffriva di alcuni svantaggi” (D. Mack Smith); “Certo, però, la loro [di ebrei e cristiani] condizione era di inferiorità giuridicarispetto a quella degli islamiti…” (L. Gatto) ; “Furono oltre duecento anni di un incivilimento e una prosperità ignoti ad altre regioni italiane” (N. Muccioli) .
Tutte queste difese d’ufficio e questi elogi hanno probabilmente origine dai giudizi benevoli di Michele Amari, liberale e anti – cattolico, che tra bizantini e arabi parteggia per i secondi, in nome di una sorta d’ansia di rinnovamento ad ogni costo e di un’idea della dignità umana laicista e preconcetta: “…La Sicilia era divenuta dentro e fuori bizantina; ammorbata dalla tisi d’un impero in decadenza; sì che, contemplando le misere condizioni sue, non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e rinnovò.” .
Di sicuro per i siciliani si trattò di una bella scossa, “…non possono elevare costruzioni più alte di quelle dei musulmani, devono procedere all’inumazione dei loro morti in segreto, senza pianti e lamenti; a loro è vietato suonare le campane, esporre un qualsiasi oggetto di culto, proclamare davanti a un musulmano le credenze cristiane” . Sui tributi poi varrebbe la pena di specificare.

Il testatico (la Djizya) veniva pagato per sfuggire all’apostasia e riscosso “…nel corso di una cerimonia umiliante; mentre paga il dhimmi viene colpito alla testa o alla nuca. C’era poi un’ imposta fondiaria il Kharadj “giustificata in base al principio secondo cui la terra sottratta dall’Islam agli “infedeli” viene considerata come appartenente di diritto alla comunità musulmana. In forza di questo principio ogni proprietario è in realtà ridotto alla condizione di un tributario che detiene la sua terra in qualità di mero usufruttuario […]. La tassa si carica di un simbolo sacro: è il diritto inalienabile attribuito da Allah ai vincitori sul suolo nemico” .

E tra gli “svantaggi” a cui alludeva Mack Smith non bisogna dimenticare i segni di riconoscimento sulle case e sui vestiti o l’obbligo di alzarsi se un musulmano entrava in una stanza e quello di cedergli il passo se lo si incrociava per via. Per non parlare poi della condizione delle donne cristiane che non avevano libero accesso ai bagni in presenza di donne islamiche o del divieto per gli “infedeli” di portare armi, andare a cavallo, sellare muli o allevare maiali. Si trattò in definitiva di un impero di eletti tra gli “infedeli”, un’ autentica segregazione etnico-religiosa.
E furono proprio questi “infedeli” a lasciare aperta dall’interno una porta della Kalsa permettendo a Roberto il Guiscardo di penetrare agevolmente nella fortezza. Ma gli storici filo – arabi si dicono sorpresi “…che anche con tanti aspetti positivi la Sicilia abbia rinunciato ad essere araba e sia tornata verso la Christianitas […]”. Ma fu proprio il cristianesimo, questa forte identità religiosa che aveva sempre consentito ai siciliani di non mescolarsi e sottomettersi all’Islam e agli islamici, e furono i cristiani re normanni con l’aiuto di Dio a restituire la Sicilia alla Cristianità.


APPENDICE
ABBIAMO LO STESSO DIO DEI MUSULMANI ?

“…Il figlio di Dio è venuto
e ci ha illuminato per conoscere il vero Dio.”
( I a lettera di S. Giovanni 5,20)

Pur senza affrontare in modo approfondito un argomento che richiederebbe una particolare e specialistica trattazione (coinvolgendo inoltre il giudaismo oggetto estraneo al presente studio) ci sembra comunque importante rispondere, seppure in breve e senza vantare conoscenze teologiche, ad una domanda a cui purtroppo anche eminenti personalità della Chiesa rispondono affermativamente.


NON E’ SUFFICIENTE ESSERE MONOTEISTI

PER RITENERE DI AVERE LO STESSO DIO!

La cosa più semplice ci pare sia iniziare col ricordare, a chi sembra averlo dimenticato, che l’Islam nega decisamente le principali verità della fede che ogni cattolico dovrebbe possedere:
Unità e Trinità di Dio, Incarnazione, Passione e Morte di Gesù Cristo, Maternità Divina di Maria, Rivelazione Divina del Vangelo, Divina Istituzione della Chiesa Cattolica.
Non solo, verità imprescindibile e fondante della Religione Cattolica è costituita dalla Divinità di Gesù Cristo. Se come crediamo Gesù è Dio, e i musulmani così come gli ebrei non lo credono conseguentemente non adorandoLo come tale, come può trattarsi dello stesso Dio?
Ma cosa pensano i musulmani? Per l’Islam i cristiani sono innanzitutto “politeisti” e “idolatri” proprio per la fede nella Santissima Trinità e nel Verbo incarnato ( il Figlio di Dio, Dio Egli stesso, fattosi uomo).
L’Islam nega inoltre la distinzione basilare tra ordine naturale e soprannaturale, confondendo così Stato e Chiesa. Esso sostiene dunque una visione totalizzante della Società, antitetica a quella proposta dalla Civiltà Cristiana e con essa decisamente inconciliabile, come del resto ci pare sia emerso anche dalle pagine che hanno preceduto questa breve appendice.
Tutti i princìpi e le istituzioni su cui è fondata la Civiltà Cristiana, dalla famiglia alla proprietà, vengono rifiutati;i diritti più elementari conculcati; la donna mortificata; la schiavitù riproposta; […]” (20).
Per concludere è necessario accennare al “paradiso”islamico. Il catechismo della Chiesa Cattolica così recita: “Il Paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità e in Lui, di ogni altro bene senza alcun male”.
Volgarmente materialistica è invece la concezione islamica: cibi squisiti, bevande, coppieri, vergini e donne bellissime; i “beati”vedranno Allah senza tuttavia potergli parlare (cfr Corano 75,23 – 78,37). Come potrebbe uno stesso Dio promettere due così diverse tipologie di paradiso?
Del resto, prima d’ora, a nessuno era mai passato per la mente che Maometto avesse scoperto e indicato ai suoi seguaci il vero Dio, conosciuto e adorato dai cristiani. Egli, anzi,

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comandò di combattere il Cristianesimo proprio per la diversità del concetto che di Dio hanno i cristiani […]” (21) .

Giuseppe Provenzale

Palermo 30 Marzo a.d. 2004 S. Amedeo

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