Identità di genere si sceglie? - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Basta la ragione per dire di no!      
Scritto da Giacomo SAMEK LODOVICI   

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Rivisto e corretto l'11 Febbraio 2010

La disapprovazione morale dell’omosessualità non è contenuta solo nell’etica cristiana,  bensì può essere argomentata anche con la sola ragione.

 
Diciamolo subito: gli omosessuali hanno la stessa dignità di tutte le altre persone, né più, né meno
. Non la vogliamo minimamente discutere.

Non vogliamo biasimare l’attrazione verso persone dello stesso sesso, cioè gli impulsi omosessuali (perché, pur essendo tali impulsi oggettivamente disordinati, del loro sorgere, in alcuni casi, non si è responsabili), bensì gli atti omosessuali; nello stesso tempo siamo decisamente contrari a qualsiasi tipo di coercitivo-punitivo da parte dello Stato nei loro confronti.

Omosessuali non si nasce


1) Non esistono fattori genetici e/o ormonali che impongano come una necessità di compiere atti omosessuali. Provare degli impulsi non significa essere costretti ad assecondarli: sia un eterosessuale che un omosessuale sono liberi di non avere relazioni sessuali con un uomo o una donna verso cui sentono attrazione.

2) Quanto agli impulsi, come scrive, per es., J. Nicolosi (Omosessualità maschile, p. 71, cfr. bibliografia), che utilizza numerose ricerche di altri studiosi: «È scientificamente provato che i fattori genetici e ormonali non svolgono un ruolo determinante nello sviluppo dell’omosessualità”.
Anzi, per van den Aardweg: “la teoria ormonale sembra non avere più fondamenta valide” e gli studi che la supportano sono criticabili (Una strada per il domani, p. 23 e ss).

Se questi due psicoterapeuti non fossero ritenuti autorevoli, si possono citare altri studi. Le seguenti citazioni sono virgolettate nel libro di Nicolosi. Ora, o Nicolosi è un bugiardo e le riporta (Omosessualità maschile., pp. 71-73) scorrettamente, oppure molti studiosi la pensano, più o meno, come lui. Per es., per West: “la carenza di androgeni […] non annulla l’orientamento eterosessuale”. Per Ross: la concentrazione ormonale “non determina in alcun modo […] le preferenze sessuali”. Così anche Perloff: l’omosessualità “non dipende in alcun modo dalla struttura ormonale”; o Gundlach: “ritengo quasi del tutto remota la possibilità che esistano caratteristiche fisiche e della personalità innate in grado di determinare l’omosessualità”; o Master, Johnson e Kolodny: “oggi la teoria genetica dell’omosessualità è quasi totalmente scartata”; o Karle: “la realtà dei fatti dimostra sempre più decisamente che i geni non causano l’omosessualità”.

Inoltre, Bailey e Pillard hanno preso in esame (cfr. A genetic study of male sexual orientation, Archives of General Psychiatry,  48, 1991, pp. 1089-1096), coppie di gemelli di cui almeno uno dei due avesse tendenze omosessuali. I gemelli identici erano entrambi omosessuali solo nel 52% dei casi; i gemelli non identici erano omosessuali nel 22%; i fratelli biologici nel 9,2%; meno dei fratelli adottivi che lo erano nel 10,5% dei casi. Dato che i gemelli identici condividono il 100% dei geni, se la causa dell'omosessualità di questi gemelli fosse stata genetica, essendo uno dei due omosessuale, avrebbe dovuto esserlo anche l'altro nel 100% dei casi, e non solo nel 52% dei casi; inoltre i fratelli adottivi, che non hanno geni in comune, erano omosessuali più spesso dei fratelli biologici.

Perciò, la rivista scientifica Science ha affermato: “non vi è nessuna componente genetica, ma piuttosto una componente ambientale condivisa nelle famiglie” (Rish, Squires-Wheeler, Keats, Male sexual orientation and genetic evidence, Bj Science, 262, 1993, pp. 2063-5).
A supporto del gene gay talvolta si cita S. Le Vay, che, però, ha dichiarato: «ripetutamente sono stato indicato come colui che “ha dimostrato il fondamento genetico dell'omosessualità” [...]. Non ho mai asserito questo» (The Sexual Brain, p. 122).

3) Inoltre, se i geni e gli ormoni determinassero in modo invincibile le nostre pulsioni, non sarebbe possibile cambiare le proprie pulsioni omosessuali in pulsioni eterosessuali,
come invece dimostra la pratica psicoterapeutica, con numerosissimi esempi (ne parla R. Marchesini in questo dossier): se l’omosessualità fosse genetica, l’unico modo per modificare l’orientamento omosessuale di una persona sarebbe un intervento di ingegneria genetica; poiché invece è possibile cambiare l’orientamento omosessuale di una persona attraverso una terapia psicologica, vuol dire che l’omosessualità non è genetica.

Insomma, esistono, a volte, delle pre-disposizioni, ma non delle pre-determinazioni verso l’omosessualità.

Numero degli omosessuali

È poi importante una precisazione sui numeri. I famosi Rapporti Kinsey (da Alfred Kinsey) negli anni ’40-’50 divulgarono anche presso il grande pubblico alcuni studi sociologici sui comportamenti sessuali degli americani. Secondo Kinsey e i suoi collaboratori molti americani praticavano varie perversioni sessuali e il 10 % era omosessuale.
Allora come oggi, questa percentuale viene spesso ribadita, ma questi dati erano e sono falsi e sono stati varie volte smentiti. Infatti, la percentuale degli omosessuali nella popolazione mondiale non è superiore all’2 % (cfr. i testi citati in bibliografia). Si trattava (cfr. G. Romano, http://www.ildomenicale.it/arretrati/n.12%20-%2019%20marzo%202005.pdf) di dati volutamente falsi, che non volevano fotografare una situazione, bensì produrla. Un collaboratore di Kinsey giustificò anni dopo quella consapevole mistificazione: si stava attuando un «grande piano» che aveva lo scopo di educare il mondo ad una «nuova moralità». Del resto, lo stesso Rapporto Kinsey del 1948 dichiarava che «se le circostanze fossero state favorevoli, la maggior parte degli individui si sarebbe orientata […] anche verso attività che adesso sembrano loro assolutamente inaccettabili». In altri termini, i Rapporti Kinsey non volevano descrivere il comportamento, bensì influenzarlo. E ci riuscirono, preparando il terreno per la rivoluzione sessuale e per il femminismo che sarebbero deflagrati non molti anni dopo.

Non è vero che l’identità maschile/femminile è indotta dalla società


L’odierna teoria del «gender» (genere) (che ha un sua radice prossima in Rousseau ed una remota nello gnosticismo antico), afferma che la nostra identità psicologica maschile o femminile non è legata al sesso con cui nasciamo biologicamente, bensì è indotta dall’educazione e dalla cultura in cui ci troviamo a vivere, perciò ognuno di noi dovrebbe essere lasciato libero di scegliere se vivere e agire come uomo, anche se i suoi organi genitali sono femminili, e come donna, anche se i suoi organi genitali sono maschili.

Se questa visione fosse vera, basterebbe educare in modo assolutamente identico i bambini e le bambine per ottenere che essi scelgano a loro piacimento attività e ruoli maschili o femminili
, a seconda dei gusti. Invece un simile modello educativo è stato applicato ed ha dimostrato il contrario. All’inizio del ‘900 fu attuato in alcuni kibbutz israeliani un esperimento, inteso ad educare in modo perfettamente identico un significativo numero di ragazzi e ragazze e gli stessi sperimentatori hanno dovuto riconoscere il fallimento del loro tentativo. Infatti, a dispetto dei loro sforzi, i ragazzi sceglievano di occuparsi di macchine, compiti dirigenziali e altre tipiche attività maschile, mentre le ragazze mostravano un’inclinazione verso l’abbigliamento, la cosmesi, i lavori di assistenza, insomma verso le attività e le mansioni femminili (cfr. Manfred Spiro, Gender and culture: kibbutz women revisited, Schocken Books, New York 1980, pp. 92 ss).
In effetti, anche «bambini cresciuti […] come bambine da un’onnipotente madre femminilizzante […], amano in cuor loro le cose da ragazzi, anche se il loro comportamento non è proprio da ragazzi». Così come «una ragazza cresciuta con atteggiamenti sprezzanti nei confronti delle cose da donne e del ruolo femminile […] tuttavia può essere impressionata da altre ragazze e donne che irradiano femminilità» (J. Van den Aardweg, Omosessualità e speranza, cfr. bibliografia, p. 82).

Un altro esempio lo riporta R. Marchesini (cfr. www.ildomenicale.it/articolo.asp?id_articolo=330), che racconta la tragica vicenda di David Reimer, un bambino con un gemello omozigote
, a cui fu chirurgicamente cambiato il sesso, perché il chirurgo voleva dimostrare che l’identità di genere è determinata dall’educazione ricevuta. I genitori vestivano ed educavano questo bambino come una bambina, gli attribuirono un nome femminile, in modo che credesse di essere una bambina e si comportasse in tal senso. Secondo le intenzioni del chirurgo doveva essere l’esperimento perfetto per dimostrare che l’identità psicologica non dipende dalla natura, ma è determinata dall’educazione e dal plagio della società. Invece David si muoveva e si comportava come un maschietto, perché la sua natura prevaleva. Lo sperimentatore tentò in vari modi, anche con violenze psicologiche, di farlo comportare come una bambina, ma inutilmente. In seguito a David fu rivelata la terribile verità e, dopo alcuni anni, nel 2004, si è suicidato.
Il fallimento degli esperimenti nei Kibbutz e nei riguardi del povero David Reimer, dipendono da questo fatto: mentre l’omosessualità non è genetica, viceversa l’identità (anche psicologica) maschile o femminile è geneticamente determinata.

Infatti, come dice Laura Palazzani (Dalla differenza alla in-differenza sessuale, p. 34), «Da un punto di vista genetico
, tutte le cellule dell’uomo (che contengono i cromosomi XY) sono differenti da quelle della donna (il cui equivalente è XX): si tratta di una differenza che è presente in tutte le cellule del nostro corpo. Anche da un punto di vista endocrino, è scientificamente dimostrato come l’azione degli ormoni sia fondamentale per lo sviluppo intrauterino ed extrauterino degli esseri umani: gli ormoni determinano lo sviluppo sessuato ed influiscono sul sistema nervoso centrale, agendo sul cervello,  […] anche i pensieri ed i sentimenti sono sessuati. Alcuni studi psicometrici hanno dimostrato l’esistenza di talune differenze, statisticamente significative, per quel che riguarda le abilità cognitive degli uomini e delle donne: in tal modo, si potrebbe affermare che esiste una eterogeneità tra i sessi nell’ambito dell’organizzazione cerebrale di alcune attività (ciò non implica che l’uno sia più intelligente dell’altro, ma che esiste una capacità complementare di osservazione e, per dir così, di “approccio” alla realtà9). Si può pertanto affermare, su basi empiriche e scientifiche, che la differenza sessuale esiste, non è frutto di una costruzione artificiale sociale o una fittizia creazione culturale (con una assegnazione sociale arbitraria e variabile) e, dunque, non è irrilevante».

Valutazione morale dell’omosessualità


A questo punto abbiamo gli elementi per valutare l’atto omosessuale, che è sbagliato per tre motivi (si noti, che nelle righe che seguono, lo sfondo è quello di un’ontologia finalistica, che qui non possiamo dimostrare, per ragioni di spazio).

1) Gli organi sessuali sono finalizzati alla procreazione, beninteso quando si uniscono con altri organi sessuali.
Perciò gli atti sessuali che non possono mai essere generativi (gli atti omosessuali) a causa del loro modo strutturale di esercitarsi (e non a causa di una situazione di infertilità momentanea o sopraggiunta dei soggetti che li esercitano, come avviene a chi li esercita seguendo il metodo della continenza periodica o in menopausa, ecc.) sono contro la propria finalità, cioè contro natura, e dunque immorali.

2) La strutturale complementarietà degli organi sessuali degli uomini/donne è indice della finalizzazione degli organi sessuali maschili/femminili ad unirsi sessualmente con gli organi sessuali femminili/maschili
: «gli apparati genitali maschile e femminile posseggono una anatomo-fisiologia che è evidentemente complementare […]. La morfologia genitale propria (recettiva per la donna, penetrativa per l’uomo), l’ambiente vaginale […], rendono l’incontro tra i genitali maschili e femminili naturalmente dotato di caratteristiche complementari, non riscontrabili nelle modalità di rapporto omosessuale» (cfr. Obiettivo Chaire, Abc, cfr. bibliografia, p. 41). Insomma, il corpo parla un linguaggio molto preciso.

Del resto, la complementarietà (come ha scritto la bioeticista Cladia Navarini, sull’agenzia web «Zenit» del  25.04.05) non è solo sessuale, bensì «investe la struttura psicologica, emotiva, intellettuale e spirituale dell’uomo e della donna, rendendoli, proprio attraverso la loro alterità, capaci di donazione reciproca e totale e quindi di amore vero».
Perciò, di nuovo, vediamo che gli atti omosessuali, trasgrediscono la finalizzazione degli organi sessuali ad instaurare la comunione tra l’uomo e la donna, cioè sono contro natura, e dunque oggettivamente immorali.

Proprio l’assenza di tale complementarietà determina la strutturale precarietà, infedeltà ed instabilità delle coppie omosessuali, che è molto più ampia di quella delle coppie eterosessuali, con o senza figli: un’ampia ricerca (A.P. Bell & M.S. Weinberg, Homosexualities: A study of diversity among men and women, Simon & Schuster, New York 1978) svolta su un campione americano, mostrava che su 574 uomini omosessuali soltanto tre avevano avuto un unico partner, l’1 % ne aveva avuti 3-4, il 2 % 5-9, il 3 % 10-14, l’8 % 25-49, il 9 % 50-99, il 15 % 100-249, il 28 % 1000 (mille: non abbiamo scritto male) e più.

P. McWirther e A. Mattison, essi stessi coppia gay, hanno esaminato 156 coppie di omosessuali maschi e solo 7 di queste avevano avuto una relazione esclusiva, mentre nessuna di esse aveva avuto una durata di più di 5 anni. Un ampio studio recente condotto ad Amsterdam ha inoltre registrato che gli omosessuali con una relazione «fissa» (la cui durata media, in realtà, è solo di un anno e mezzo) hanno in media 8 partner all’anno, mentre gli altri ne hanno 22. Ed anche le rarissime coppie omosessuali che durano per anni sono caratterizzate da una infedeltà molto ampia. Lo psicoterapeuta van den Aardweg (Un motivato no al matrimonio omosessuale) lo ha potuto verificare nella sua pluriennale esperienza clinica.

Obiezione:

a) in natura ci sono i comportamenti omosessuali degli animali, dunque l’omosessualità non è contro natura;
b) fa parte della sua natura, per esempio, che l’uomo si ammali, eppure nessuno pensa che l’uomo debba rispettare la sua natura e non cercare di guarire, cioè la natura non deve essere norma del comportamento umano.

Risposta: quando diciamo che gli atti omosessuali sono «contro natura», impieghiamo il termine «natura» nel significato di «ciò verso cui una cosa è finalizzata» (Aristotele:  «la natura è il fine
: […] ciò che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo noi lo chiamiamo la sua natura», Politica, 1252 b 32).

Quindi:
a) non impieghiamo il termine «natura» come sinonimo di «mondo animale (o vegetale)». L’uomo è qualitativamente diverso dagli animali, quindi non deve ispirarsi alla natura degli animali per giustificare un suo comportamento; altrimenti, poiché gli animali si uccidono, dovremmo giustificare l’omicidio.
Il fatto che nel mondo animale ci siano comportamenti omosessuali non è un motivo per imitarli;
b) la malattia, per definizione, è una patologia che contrasta con le naturali finalità del nostro organismo, la malattia non è corrispondente alla natura.

3)
Amare significa volere il bene dell’altro (Aristotele, Retorica 2,4), «ti voglio bene» significa «io voglio il tuo bene». Così, l’atto sessuale è buono se è un’espressione di amore vero, se è una forma di donazione di sé, che instaura la comunione tra soggetti che lo esercitano perché si vogliono bene e questo affetto se lo esprimono nell’atto sessuale anche perseguendo il piacere reciproco.

Nei casi in cui l’atto sessuale abbia come intenzione solo lo scopo di ottenere il proprio piacere, è una forma di strumentalizzazione dell’altro, dunque è egoistico e, perciò, ingiusto. Infatti, il piacere di per sé è buono, ma, come dice per es., Kant
, nessun uomo può mai essere reso strumento di un altro, cioè bisogna sempre rispettare la dignità umana, in quanto l’uomo non è una cosa, bensì ha un valore inestimabile.

Ebbene, il rapporto omosessuale è eticamente sbagliato, perché non instaura la comunione bensì è un rapporto di reciproca strumentalizzazione (cosa che può avvenire, in certi casi, ma non certo sempre, anche nel rapporto eterosessuale, il quale in altri casi crea la comunione interpersonale). Questo, per lo meno, secondo il parere di psicologi, come, per es., van den Aardweg
: «i partner […] rimangono chiusi nel loro egocentrismo, l’uno sfrutta l’altro e se ne lascia sfruttare» (Un motivato no al matrimonio omosessuale, p. 169); oppure come Nicolosi (Omosessualità maschile, pp. 86 e 89): «l’interesse primario [degli omosessuali] rimane il sesso e l’infatuazione iniziale non si trasforma mai in amore maturo», anche se magari alcuni di essi desidererebbero proprio un rapporto di amore. Così «attraverso la ricerca di partner occasionali all’esterno della coppia e la sessualizzazione dei suoi rapporti, l’omosessuale tenta di integrare la parte perduta di sé. Poiché è un’attrazione che nasce da un deficit personale, egli non è mai completamente libero di amare, e continua a considerare gli altri in funzione di ciò che gli possono dare. Il dono di sé gli sembra più un’occasione di impoverimento che di crescita personale».

Insomma, non c’è bisogno di seguire l’etica cristiana per esprimere la riprovazione morale dell’omosessualità, basta la ragione per biasimarla
.
La riprova è che se è vero che alcuni (meno di quanto solitamente si pensi) greci erano favorevoli all’omosessualità, Platone (nonostante alcune ambiguità nel Simposio) la condanna ne Le Leggi, ed Aristotele è molto chiaro e (forse) molto duro: «fare all’amore tra maschi» è uno dei «comportamenti bestiali» (Etica Nicomachea 1148, 24-30).


RICORDA

«[…] è giusto che i maschi non si uniscano con i maschi o con i ragazzi, come se fossero donne, nell'unione sessuale […] perché questo è contro natura». (Platone, Leggi, 836 C)


BIBLIOGRAFIA

Joseph Nicolosi, Omosessualità maschile: un nuovo approccio, Sugarco 2002.
Idem e Linda Nicolosi, Omosessualità. Una guida per i genitori, Sugarco 2003.
Roberto Marchesini, Il feticcio (omosessuale) dell’omofobia, in «Studi Cattolici», n. 528 (2005), pp. 112-116.
Gerard van den Aardweg, Omosessualità e speranza. Terapia & guarigione nell’esperienza di uno psicologo, Ares 19952.
Idem, Una strada per il domani, guida all’(auto)terapia dell’omosessualità, Città Nuova 2004.
Idem, «Matrimonio» omosessuale & affidamento ad omosessuali, in «Studi cattolici», 449/50 (1998), pp. 499-507.
Idem, Un motivato NO al «matrimonio omosessuale, «Studi cattolici», n. 517 (2004), pp. 164-186.
Bruto Maria Bruti, Domande e risposte sul problema dell’omosessualità, in «Cristianità», n. 314 (2002), pp. 7-24.
Obiettivo Chaire, ABC. Per capire l’omosessualità, San Paolo 2005.
LAURA PALAZZANI, Dalla differenza alla in-differenza sessuale, I quaderni di scienza & vita, n. 2, Identità e genere, pp. 29-38, www.scienzaevita.it






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