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Fratelli di Gesù sorelle presunti | Fratelli Gesu

Confutazioni al Protestantesimo

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Lo studio che trovate in questa pagina fornisce chiare risposte, e prove bibliche sui presunti fratelli di Gesù, in realtà solo parenti e cugini.


I Fratelli di Gesù



"Il significato della parola “fratello” nel contesto biblico, rappresenta uno dei punti di discordia tra cattolici e protestanti, esso però non nacque col protestantesimo, ma successivamente in seguito a rielaborazioni forzate di alcuni studiosi protestanti moderni.
(cfr Adriano Stagnato, sito Animefiammeggianti). Ho specificato protestanti moderni , in quanto Lutero, Calvino e Zwingli, i padri della Riforma, difesero la verginità perpetua di Maria. Solo molti secoli dopo, i loro discendenti spirituali la negarono, probabilmente solo in funzione anticattolica.
L’esistenza di fratelli e sorelle di Gesù sembra contraddire il dogma della perpetua verginità di Maria, proclamato dal Concilio Lateranense del 649 d.C., ma già esposto esplicitamente nel 553 dal Secondo Concilio ecumenico di Costantinopoli.

Oggi le posizioni in merito alla questione sono tre:

  • Secondo la Chiesa cattolica i fratelli e le sorelle di Gesù erano cugini, parenti affini o comunque membri del clan familiare di Gesù.


  • Secondo le Chiese orientali essi erano i fratellastri di Gesù, figli di un precedente matrimonio di S.Giuseppe, in seguito rimasto vedovo, adottati da Maria in seguito al matrimonio.


  • Secondo le chiese protestanti moderne, i Testimoni di Geova e gli studiosi della corrente storico-critica, essi erano veri figli carnali di S.Giuseppe e Maria, nati dopo il primogenito Gesù.


E’ importante sapere se Gesù abbia avuto o meno altri fratelli e sorelle? Ai fini della divinità di Gesù nulla cambia, ma ai fini di conoscere la semplice e cruda verità è importante, anche per evitare fantastiche speculazioni, che fanno perno proprio sulla ignoranza diffusa in ambito religioso; una di queste è il Codice da Vinci, il famoso romanzo-storico, che pretendeva di riscrivere la storia della intera cristianità, attribuendo a Gesù Cristo addirittura dei figli avuti con Maria di Magdala. E’ importante sapere se Cristo ha avuto figli, o se era sposato con Maria Maddalena? Certo che lo è, la verità va difesa in quanto tale, e lo stesso vale per le verità riguardanti Maria la madre di Gesù. Se il cristianesimo ci insegna a predicare la verità, significa che dobbiamo pure difenderla da calunnie e insinuazioni più o meno articolate, ecco perché ho redatto questo capitolo dedicato ai presunti fratelli uterini di Gesù, semplicemente per difendere la verità. come si sviluppa questa ingiustificata tesi sulla molteplice figliolanza di Maria. Nei primi secoli del cristianesimo nessuno pone obiezioni. Perché la Chiesa non aveva ancora elaborato il dogma della perpetua verginità di Maria? Nient affatto: perché nessuno dei primi discepoli, ancora a conoscenza dell uso polisemico dei
termini fratello/sorella nelle lingue semitiche e nelle relative traduzioni in greco ellenistico, ha il minimo dubbio che i fratelli/sorelle di Gesù altri non siano che suoi parenti stretti, non certo figli di Maria. La prima contestazione appare solo nel 380 d.C., quando un certo Elvidio, nel tentativo di rivalutare i rapporti coniugali tradizionali, dinanzi alla sopravvalutazione della verginità, dovuta al grande successo del monachesimo, afferma che anche Maria e Giuseppe avevano avuto più figli. A rispondergli è il più famoso biblista del tempo, S.Girolamo, che, con il trattato
De perpetua virginitate Mariae, demolisce con solidi argomenti le tesi di Elvidio (Messori, 2005). Curioso che il Santo si pigli tanta pena per difendere un dogma che verrà dichiarato solo 270 anni
dopo. Forse perché non di dogma si tratta, ma di semplice verità?
Tutto tace per altri 1300 anni. Solo tra il settecento e l ottocento salta fuori nuovamente l'ipotesi della multipla figliolanza di Maria, nell ambito del protestantesimo liberale, dell illuminismo, del razionalismo. Quindi si tratta di una ipotesi recente, decisamente priva di quel carattere di sicurezza scientifica con cui viene spacciata, che contrasta con le certezze di fede proclamate sin dai primordi del cristianesimo. La sicumera con cui studiosi profondamente ideologicizzati propongono questa teoria è esemplare:
“Non esiste un problema dei fratelli del Signore per la storia, ma soltanto per la dogmatica
cattolica
.” (M.Goguel, riformato razionalista) “Soltanto convenienze dottrinali cattoliche (od ortodosse), non i documenti di cui disponiamo, hanno fatto di questi fratelli dei fratellastri o dei cugini, per difendere la perpetua verginità di
Maria. “
(J.Bornkamm, luterano)

“Se, prescindendo dalla fede e dall insegnamento successivo della Chiesa, lo storico o l’esegeta è
chiamato ad esprimere un giudizio sul Nuovo Testamento e sui testi patristici che abbiamo
esaminato, considerati semplicemente come fonti storiche, l’opinione più probabile è che i fratelli e
le sorelle di Gesù siano veri fratelli” .
(J.P.Meier, sedicente cattolico) (cito ampio stralcio di testo scritto da Adriano Stagnaro)

Il presente capitolo dunque è chiaramente collegato a quello su Maria. Perché io, semplice laico passionista, senza una grande cultura teologica, mi cimento nello scrivere, riportare, assemblare, citare, redarre e, studiare a mia volta, argomenti così difficili e delicati, come quelli biblici?
Non certo per vanagloria, ma perché mi rendo conto che risposte ad argomenti così universali dovrebbero trovarsi facilmente, soprattutto su Internet, spesso però solo gli addetti ai lavori riescono a trovare materiale interessante da studiare, non sul web ma su costosi libri. Non è facile trovare in libreria quello che si cerca, il libraio dovrebbe infatti conoscere il contenuto di tutti i libri che tratta, per poterne consigliare qualcuno in modo mirato, per cui spesso si finisce con l’acquistare dieci libri che accennano al tema che interessa, riportando solo pochi dettagli degni di nota, senza poter sviscerare il problema. I motori di ricerca su Internet invece sono un mezzo molto potente per trovare con precisione quello che si cerca. Occorre però, anche qui, tanta pazienza, perché verranno visualizzate centinaia di pagine contenenti l’argomento (o la singola parola) cercato. Imparando ad utilizzare le frasi chiave, di ricerca, si potranno avere molte soddisfazioni da Internet. Il trovare testi su Internet non è però un fatto scontato, per trovarli qualcuno ce li deve mettere, e per mia esperienza, solo in pochi distribuiscono gratuitamente opere letterarie, che richiedono spesso anni di studio. Il mio sforzo quindi è volto a rendere accessibili via Internet testi cristiano-apologetici, in maniera gratuita, premurandomi di aggiornarli spesso, con nuovi dettagli, che man mano trovo sui libri che studio, e che, ci tengo a precisarlo, compro di tasca mia.
Chi me lo fa fare? In fondo lavoro tutti i giorni, grazie a Dio, ho una famiglia di cui occuparmi, studiare la notte mi crea qualche problema col sonno e la concentrazione. Ho però una grande passione per l’apologetica cristiana, non mi pesa dunque quello che faccio, come non mi pesa il dovermi comprare libri su libri, man mano che qualche fratello o qualche rivista me li consiglia. Questa grande passione la devo a Dio, che mi ha dato tanto nella vita, a cominciare dalla salute, poi mia moglie e i miei figli, oltre a tutti i familiari che mi vogliono bene, e naturalmente il lavoro. Se qualcuno si sta compiacendo per il fatto che dalla vita ho quindi avuto solo “rose e fiori” si dovrà ricredere perché non è affatto così, ho avuto anch’io i miei grossi problemi, una canzone recita: “Dio aprirà una Via dove sembra non ci sia…” e in effetti quando all’orizzonte tutto si prospettava nero, Dio mi ha aperto la via, in più occasioni. Come non ringraziarlo continuamente, dunque, per quello che ha fatto e continua a fare per me? Visto che non mi basta ringraziarlo solo a parole, cerco di farlo anche dedicandomi all’apologetica cristiana, ben conscio che già la sola parola è più grande di me, figuriamoci il vasto campo che abbraccia e, quello che comporta, per una persona con poca cultura come me, con pochi mezzi a disposizione e poca o nessuna esperienza universitaria. La mia è un’apologetica scritta in maniera semplice e immediata, adatta quindi ai semplici credenti che si scoraggiano a leggere grossi volumi apologetici, finendo col restare con i propri dubbi dottrinali. Tuttavia non mi piace sintetizzare, scrivere in modo semplice sì, -anche perché solo così so scrivere- ma semplificare le analisi ad argomenti così importanti, mai.
Mi sento sempre e continuamente in difetto nei confronti di Dio, quello che scrivo lo considero sempre e solo un acconto, gli aggiornamenti che faccio agli studi, particelle di acconto, che non potranno mai arrivare a saldare il debito con Lui. Probabilmente questi miei studi faranno sorridere taluni teologi, ma sicuramente non Dio. Proprio avendo ben in mente la Sua infinita bontà e grandezza, oltre alla gratuità della sua grazia, non mi accontento mai di quello che riesco a fare, cerco sempre di migliorare i testi che scrivo, arricchendoli di citazioni autorevoli, al fine di renderli sempre più completi, chiari, e soprattutto, utili, a chi cerca delle risposte in merito.
Mi sforzo di lavorare con pala, piccone, e martello, ben conscio che con tali mezzi mi ci vorrà un sacco di tempo per rendere davvero completi gli studi redatti nei diversi capitoli, ad alcuni teologi, dotati -in confronto a me- di dinamite, montacarichi ed escavatori, basterebbe qualche mese per scrivere testi apologetici completi ed autorevoli, ma fatto sta che oggi è raro trovare un teologo che si occupi di apologetica cristiana, soprattutto in contrapposizione alle dottrine protestanti.
Il cattolico medio che nutre dubbi in seguito a contatti con le dottrine protestanti, finisce col trovarsi in balia di essi, sballottato da un versetto all’altro, e ricevendo spesso da parte cattolica risposte vaghe, superficiali, in ogni caso non adeguate ai mille cavilli protestanti.
Leggendo i pochi autori cattolici che si occupano di apologetica spesso mi accorgo che alcuni di essi danno un po’ per scontate le ragioni cattoliche, impegnandosi poco nelle dimostrazioni, abusando di una certa ovvietà, che mal si adatta a certi argomenti, che richiedono precisione e dettaglio nelle risposte. Altri ritengono tempo perso, l’impegnarsi in lunghi studi apologetici, nel tentativo di dimostrare ai protestanti che sbagliano. Difficilmente si riesce a convincere un protestante, ne sono ben consapevole, ma questi studi sono indirizzati più ai cattolici titubanti che ai protestanti. Per convincere un protestante, già radicato nella propria dottrina serve molta preghiera, lunghi incontri supportati da un contatto personale che sfoci in una stima reciproca, altrimenti si resta sempre e solo sulle difensive, arrivando a negare l’evidenza, pur di non arretrare di un sol passo. Così avviene dialogando per e-mail, mi è capitato di dialogare per mesi ottenendo un nulla di fatto, solo tempo perso. O forse no? Chi lo sa se a distanza di tempo qualcosa attecchisce… Comunque, forse sarà tempo perso, ma se per aiutare qualcuno ci si deve per forza laureare in teologia, allora stiamo freschi. Conosco troppi casi di persone, che pur non volendo abbandonare la Chiesa cattolica, per mancanza di risposte adeguate ai loro quesiti, hanno scelto di passare con i pentecostali. Il loro parroco non ha potuto trovare il tempo per aiutarli, carico di lavoro com’era, il teologo non c’era, libri di supporto neppure, e hanno trovato il pastore protestante ad accoglierli. Toccando certi argomenti, si corre sempre il rischio di passare per quello che ama fomentare divisioni tra cristiani, ma non è questo il mio obiettivo. In fondo il cristianesimo non si fonda sul motto: “vivi e lascia vivere”, ma nell’annunciare la verità, e si può fare in tanti modi diversi, Internet è uno di questi. Non mi illudo nemmeno che un protestante leggendo questi studi si convinca delle ragioni cattoliche e ritorni nella santa romana Chiesa, ma se lo tocca la mano di Dio tutto è possibile. Voglio semplicemente dare il mio modestissimo contributo ai tanti, purtroppo, fratelli cattolici titubanti, che cercano delle risposte, e che andando a bussare dal parroco non trovano, per diversi motivi. Quindi mi ritrovo con il mio picconcino a lottare contro i mulini a vento, quando basterebbe l’escavatore di un buon teologo cattolico per produrre risposte più solide e argomentate delle mie, pazienza. Sono un perfezionista, limitato, ma perfezionista, quindi mi sforzo di migliorarmi sempre in quello che faccio, per una sorta di pignoleria. Mi rendo conto che oltre i miei limiti non posso andare, però i remi in barca non li tiro mai. Vorrei pure sottolineare che nonostante metta in evidenza gli errori dottrinali dei protestanti, li rispetto come persone credenti. Molti di loro hanno molto zelo per Cristo, si sforzano di seguire i suoi insegnamenti, e soprattutto leggono molto la Bibbia. Lo fanno con passione, amore, buona fede, quindi meritano rispetto, in fondo anche nelle loro dottrine sono contenuti frammenti di verità cristiana, ma non si deve scivolare nel relativismo. Hanno senza ombra di dubbio più fede di tanti cattolici di etichetta che si professano tali solo perché anagraficamente sono iscritti negli elenchi dei battezzati, ma vanno pochissimo, o quasi niente, a Messa, della Bibbia conoscono solo la copertina, e quando gli capita amano parlar male dei preti, infine godono moltissimo nel tramare oscuri giochi di potere del Vaticano che terrebbe in pugno mezzo mondo, ma non loro, che “hanno capito tutto”, però si ritengono cattolici e, “più credenti del papa”.
Comunque sia, passiamo al tema di questo capitolo; continuo col dire che esistono antiche testimonianze che parlano di s.Giuseppe vedovo -soprattutto nei vangeli apocrifi- che avrebbe avuto figli con la prima moglie, per cui questi presunti fratelli di Gesù altro non erano che fratellastri. In ogni caso, analizzeremo anche l’ipotesi che fratellastri non siano. Uno dei padri che sostenevano la tesi dei fratellastri è Epifanio di Salamina, vescovo di Costanza, nato nel 315 d.C. Tuttavia la Chiesa cattolica considera cugini, i “fratelli” di Gesù, menzionati nel Nuovo Testamento, nelle pagine che seguono, dunque, vedremo se con la stessa Bibbia si può dimostrare.
«Giuseppe viene chiamato padre del Salvatore non perché lo fosse veramente, come pensavano i Fotiniani, ma perché, al fine di salvaguardare il buon nome di Maria, passasse come padre agli occhi della gente». Nel Vangelo [Lc 3, 23] infatti si legge: «Figlio di Giuseppe, come si credeva».
Oppure, come spiega S. Agostino [De cons. evang. 2, 1], Giuseppe viene detto padre di Cristo per la stessa ragione per cui è detto «sposo di Maria, senza unione carnale, ma in forza del solo matrimonio: cioè molto più congiunto a Cristo che se lo avesse adottato.
Bisogna considerare che il significato delle parole dipende profondamente dal contesto in cui sono inserite e dall’ambiente culturale che li usa. Quando un comunista italiano della metà del ‘900 diceva di <<portare in giro una sua compagna>>, tutti capivano che si trattava non della sua consorte, ma di una sua collega di partito. Se invece oggi un tale mi dice <<che ha una compagna>>, io penso immediatamente alla sua amante o convivente. Così quando leggiamo la parola “fratello” dobbiamo intendere questa parola così come era intesa nella cultura ebraica di quel tempo, e non secondo le nostre attuali mode culturali. Se non seguissimo questo elementare principio di interpretazione della lingua faremmo dei pericolosi anacronismi.
E’ pure il caso ad esempio della parola “Mare” citata nei Vangeli, noi tutti sappiamo che il luogo dove Pietro e compagni pescavano era un lago, non un mare. Eppure gli ebrei usavano lo stesso termine per dire “mare o lago”, anche coloro che hanno tradotto la Bibbia, a cominciare dai Settanta, si sono attenuti a queste usanze, come pure gli evangelisti del N.T. pur disponendo del termine “lago” contenuto nella lingua greca ad esempio, hanno scritto “mare”.
L ipotesi accettata dalle Chiese ortodosse, cioè do s.Giuseppe vedovo, con figli avuti dalla precedente moglie, trova conferma in un Vangelo apocrifo, il Protovangelo di Giacomo (circa 150 d.C.).
Lo stesso documento, chiamato Libro di Giacomo , è citato anche da Origene nel Commentario
al Vangelo di Matteo (246-248 d.C.), proprio in merito alla questione dei fratelli di Gesù.
Purtroppo la scarsa attendibilità storica del documento, comune anche agli altri apocrifi, non
consente di accettare tale scritto come prova.
Esiste la testimonianza di Eusebio di Cesarea, il quale, in un brano della sua Storia Ecclesiastica
(323-326 d.C.), in particolare in
Storia Ecclesiastica 2,1,2, riporta che Giacomo fratello del
Signore era chiamato figlio di Giuseppe . Tale documento confermerebbe l interpretazione dei
fratellastri.
Si fa tuttavia notare che Eusebio, che utilizza come fonte Egesippo, un autore cristiano del II secolo
vissuto in Palestina, la cui opera è andata perduta, afferma testualmente che Giacomo
era
chiamato figlio di Giuseppe , non che era figlio di Giuseppe . La questione non è di secondaria
importanza, poiché lo stesso, quando citerà Simone fratello di Gesù , preciserà che era
figlio
dello zio del Signore, Klopa
(St. Eccl. 4,22,4). Quindi essere chiamato figlio di qualcuno non
significherebbe automaticamente essere effettivamente suo figlio.
Peraltro S.Girolamo, in De viris illustribus (392 d.C.), afferma testualmente:

Giacomo, chiamato fratello del Signore, soprannominato il Giusto, alcuni ritengono che fosse figlio di
Giuseppe con un'altra moglie ma a me pare piuttosto il figlio di Maria sorella della madre di nostro
Signore di cui Giovanni fa menzione nel suo libro.

I protestanti e gli esegeti storico-critici identificano i fratelli di Gesù con suoi fratelli carnali sulla
base delle seguenti considerazioni:
La parola greca
adelphòs, derivando dal termine delphus che significa utero , indica il
fratello carnale, figlio della stessa madre. Non esistono esempi, né presso gli scrittori
classici, né presso gli autori ebrei che hanno scritto in greco, né nello stesso Nuovo
Testamento, di documenti che attestino l uso di
adelphos nel significato di cugino . Se gli
evangelisti avessero voluto intendere con tale termine i cugini di Gesù, avrebbero adoperato
il termine
anepsios, utilizzato, per esempio, in Col 4, 10:
Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale
avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto.
Secondo la testimonianza di Mt 1, 25, Giuseppe non ebbe rapporti sessuali con Maria fino
alla nascita del figlio , il che ne esclude la perpetua verginità.
In Lc 2, 7, l evangelista riferisce che Maria diede alla luce il suo figlio primogenito . Se
Gesù fosse stato figlio unico, anziché il termine primogenito avrebbe adoperato il termine
unigenito .
Se i fratelli di Gesù fossero stati veramente cugini, perché vengono elencati per nome
assieme alla madre di Gesù in Mt 13, 55-56 ed in Mc 6, 3-4? Allo stesso modo, l’antitesi
fratelli contro discepoli osservanti riportata in Mt 12, 46-50, Mc 3, 31-34 e Lc 8, 19-21
perderebbe la sua forza, se Gesù stesse parlando dei suoi cugini.

Queste affermazioni sono facilmente confutabili, secondo quanto esposto qui di seguito.testi di ambiente greco classico, la parola
adelphos indica effettivamente il fratello carnale,
figlio degli stessi genitori. Il concetto di fratello couterino insito nell etimologia del termine viene
tuttavia ampliato ed esteso ai figli di uno stesso genitore, compreso il padre.
Adelphos può quindi
indicare il fratello in senso stretto, oppure il fratellastro.
Non mancano delle eccezioni a questa regola.
L imperatore Marco Antonino, per esempio, chiama
adelphos il padre di suo genero, Severo.
Esiste poi un iscrizione greca risalente al III secolo a.C. in cui una donna, maritata a suo cugino,
viene chiamata sua sorella e moglie .
A volte, poi, il termine
adelphos viene utilizzato con intento elogiativo, indipendentemente dai
rapporti di parentela: per es. Caligola chiama Tiberio, figlio di Druso e di sua zia Livilla, per
discendenza cugino, per affetto fratello .
Nei testi ellenistici di provenienza orientale il termine
adelphos assume una gamma di significati
ancora più ampia: secondo l esperta papirologia Orsolina Montevecchi (1957), nei papiri esso può
significare fratello (o sorella) in senso stretto, ma anche cugino, cognato, parente, marito (o moglie).
Tale ampiezza di significati è ben documentata nei testi greci provenienti da ambienti semitici.
Nelle lingue ebraica ed aramaica, che sono lessicamente molto più povere del greco, manca un
termine specifico per esprimere il concetto di cugino o cugina, per cui molto spesso si ricorre alla
parola fratello (in ebraico a
h; in aramaico aha ) o sorella (in ebraico hôt; in aramaico ahot ).
Solo per i parenti del fratello del padre l ebraico dispone di termini più brevi. Il fratello del padre
viene indicato con la parola
dôd. Suo figlio, ovvero il nipote per parte di padre, può essere chiamato
ben-dôd e sua figlia bat-dôd.
Per indicare il figlio o la figlia della sorella del padre bisogna ricorrere a complicate
circonlocuzioni, che diventano ancora più complesse dovendo parlare dei parenti del fratello o della
sorella della madre, mancando termini adeguati per esprimere questo rapporto di parentela.
Per evitare lunghi giri di parole, nel testo masoretico, ovvero nell Antico Testamento ebraico, è
attestato un uso molto ampio della parola fratello/sorella.
I termini
ah ed aha (fratello), ovvero hôt e ahot (sorella), vengono adoperati per indicare i
rapporti di parentela più vari:

Fratello, ovvero figlio degli stessi genitori (es. Caino e Abele):
Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: Ho acquistato un uomo
dal Signore . Poi partorì ancora suo
fratello Abele. (Gen 4, 1-2)

Fratellastro, ovvero figlio dello stesso padre ma di madre diversa (es. i figli di Giacobbe,
avuti da quattro mogli diverse):
Giuseppe all età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i
figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre
. (Gen 37, 2)
Si noti che Giuseppe, essendo figlio di Rachele, aveva come fratello effettivo solo Beniamino.
Parente, cugino, o comunque membro del clan familiare:
Abram disse a Lot: Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi
siamo
fratelli (… ). (Gen 13, 8)
(Abramo chiama fratello il nipote Lot, figlio di suo fratello).
Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli
di Kis, loro
fratelli. (1Cr 23, 21-22)
(i figli di Kis, fratello di Eleazaro, sono i cugini in primo grado delle figlie di Eleazaro)
Membri della stessa tribù del popolo di Israele:
Il Signore parlò a Mosé: Questo riguarda i leviti: da venticinque anni in su il levita entrerà a
formare la squadra per il servizio nella tenda del convegno. Dall età di cinquant anni si ritirerà
dalla squadra del servizio e non servirà più. Aiuterà i suoi
fratelli nella tenda del convegno
sorvegliando ciò che è affidato alla loro custodia; ma non farà più servizio. Così farai per i leviti,
per quel che riguarda i loro uffici.
(Nm 8, 23-26)
Amico o alleato:
Perché son caduti gli eroi in mezzo alla battaglia? Gionata, per la tua morte sento dolore,
l angoscia mi stringe per te,
fratello mio Gionata! (2Sam 1, 25-26)
(Davide si rivolge qui a Gionata, figlio di Saul, con il quale non ha legami di parentela).

Collega, ovvero persona che svolge un medesimo incarico o è investito di una medesima
autorità:
Si legarono sacchi ai fianchi e corde sulla testa, quindi si presentarono al re d Israele e dissero:
Il tuo servo Ben-Hadad dice: Su, lasciami in vita! . Quegli domandò: E ancora vivo? Egli è
mio
fratello! . (1Re 20, 32)
(Acab, re d Israele, parla di Ben-Hadad, re di Aram)
Prossimo, ovvero persona verso la quale si hanno degli obblighi morali:
Ognuno si guardi dal suo amico,non fidatevi neppure del fratello, poiché ogni fratello inganna il fratello,e ogni amico va sprgendo calunnie (Ger 9, 3).

Compagno di fede:
In quel tempo diedi quest ordine ai vostri giudici: Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate
con giustizia le questioni che uno può avere con il
fratello o con lo straniero che sta presso di lui
(Dt 1, 16).
In tutti questi casi, la traduzione in greco detta dei Settanta , realizzata tra il III ed il I sec. a.C.,
comprendente il testo masoretico ed altri scritti, chiamati deuterocanonici, adopera il termine
adelphos.
Anche gli scritti del Nuovo Testamento furono redatti in un greco ellenistico ricco di semitismi e in
essi la parola
adelphos è caratterizzata dalla stessa ampiezza di significati che caratterizza il termine
ebraico/aramaico che sta per fratello nel testo masoretico.
Vediamo alcuni esempi della polisemia della parola
adelphos nel Nuovo Testamento:
Fratello in senso stretto (figlio degli stessi genitori):
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca
insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò
(Mt 4, 20)
Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di
Zebedeo
(Mt 27, 56)
(Giacomo maggiore e Giovanni, apostoli, erano figli di Zebedeo e di Salome).
Fratellastro (un solo genitore in comune):
Nell anno decimoquinto dell impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della
Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo
fratello, tetrarca dell Itumea e della traconitide
( )
(Lc 3, 1)
Erode Antipa e Filippo erano entrambi figli di Erode il Grande, ma avevano madri diverse: Maltace
e Cleopatra di Gerusalemme.
Parente o cugino:
Il caso specifico si riferisce proprio ai presunti fratelli di Gesù, come verrà dimostrato in seguito.
Per ora soprassediamo.
Discepolo di Gesù:

Ma voi non fatevi chiamare rabbì , perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti
fratelli
(Mt23, 8)

Compagno di fede, credente:
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen. (Gal 6, 18)
Se ne può concludere che l uso della parola
adelphos nei Vangeli, nonostante il significato
etimologico del termine, non indichi necessariamente il fratello carnale, figlio degli stessi genitori,
ma venga utilizzato in accezione più ampia, fino a definire vari gradi di parentela o di comunanza
spirituale.
Il termine
anepsiòs, che nel greco classico significa effettivamente cugino, nei testi ellenistici di
origine semitica viene utilizzato per indicare una parentela piuttosto remota, di grado non ben
definibile, comportante spesso anche una distanza geografica:
Partirono insieme di buon mattino per andare alle nozze. Giunti da Raguele, trovarono Tobia
adagiato a tavola. Egli saltò in piedi a salutarlo e Gabael pianse e lo benedisse: Figlio ottimo di
un uomom ottimo, giusto e largo di elemosine, conceda il Signore la benedizione del cielo a te, a
tua moglie, al padre e alla madre di tua moglie. Benedetto Dio, poiché ho visto mio
cugino Tobi,
vedendo te che tanto gli somigli!
(Tb 9, 6)
Gabael e Tobi erano parenti alla lontana ed abitavano molto distanti: il primo a Ninive
(Mesopotamia), il secondo a Ecbatana (Media). Il grado di parentela non è chiaro, poiché, in Tb 7,
2, Gabael chiama Tobi
mio fratello .
Nel Nuovo Testamento, il termine è utilizzato solo in Col 4, 10 per indicare la lontana parentela tra
Marco e Barnaba. Essi sono distanti anche geograficamente, dato che il primo abita a Gerusalemme
ed il secondo è originario di Cipro.
Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale
avete ricevuto istruzioni se verrà da voi, fategli buona accoglienza e Gesù, chiamato Giusto.
(Col 4, 10)
Nel caso dei fratelli di Gesù , essi vivevano in stretto contatto con lui ed erano parenti assai
prossimi: se fossero stati cugini di primo grado, il greco ellenistico dei Vangeli non avrebbe
adoperato il termine
anepsioi.
Infatti, nell unico caso in cui la parentela è chiara ed indica un legame di cuginanza di primo grado,
il greco biblico usa proprio il termine
adelphos:
Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli
di Kis, loro
fratelli. (1Cr 23, 21-22)
Esaminiamo il punto successivo.
Il testo che viene citato dagli storico-critici contro la verginità di Maria è il seguente:
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l angelo del Signore e prese con sé la
sua sposa; ma non si accostò a lei, fino alla nascita del figlio; e gli pose nome Gesù
. (Mt 1, 24-25)
(Testo tratto dalla Nuovissima versione della Bibbia, 1991)
Qualche manoscritto della versione siriaca aggiunge (o sostituisce) a
non si accostò a lei la frase
e visse santamente con lei .
La traduzione interlineare di A.Bigarelli (1998) suona così:

Alzatosi allora Giuseppe da il sonno, fece come ordinò a lui l angelo del Signore e prese la
moglie di lui, e non conobbe lei finché non partorì (un) figlio; e chiamò il nome di lui Gesù
(Mt 1,
24-25)
Una lettura superficiale del testo potrebbe lasciar supporre che, con le parole
fino a o finché
non
, l evangelista volesse intendere che Giuseppe non toccò Maria prima della nascita di Gesù,
ma che in seguito lo fece, ma questo lo approfondiremo più avanti.
“Nel tentativo di giustificare il loro rifiuto verso la verginità perpetua di Maria, evangelici ed evangelicali sono costretti a forzare il significato dei termini “finché” e “fratelli” dando ad essi un solo e singolo significato. Ridicolizzano pure la Chiesa cattolica, attribuendogli non meglio precisate intenzioni di sostituire in toto la parola “fratello” con “cugino” ovunque se ne incontri una. Non è così, non si può attribuire alla Chiesa cattolica una tale sciocchezza, sarebbe più corretto precisare che
anche i cugini vengono inglobati nel “fratello” scritto dagli ebrei. Non si può tradurre scelleratamente fratello=cugino, ogni volta che si incontra tale termine, bisogna sempre tener conto del contesto. Così affermano, come fanno diversi autori protestanti, che per i cattolici il termine adelfòs (letteralmente fratello) vuole, quando è applicato agli adelfòi (letteralmente fratelli) di Gesù, dire sempre e solo "cugino". Non è vero!
Per quanto riguarda il termine "finché" sono ovviamente costretti a sostenere che "finché" indica sempre la fine di un’azione e l’inizio di un’altra.
Non è vero!” (cfr, del fratello Massimo del sito Difendere la vera fede)
In greco, obiettano i fratelli non cattolici, esistono due termini diversi per indicare rispettivamente fratello e cugino, adelphos=fratello, anepsiòs=cugino, questo è parzialemente vero, ma dimenticano che i Vangeli sono stati scritti in greco raccontando episodi ebraici, raccontano il modo di esprimersi e di comportarsi del popolo ebraico, che sicuramente non è uguale a quello del popolo greco, né di quello occidentale. Sul vocabolario di Greco – Rocci, usato nelle università e nei licei, il termine Adelphos, viene tradotto con “fratello”, lo stesso dizionario, come è solito di tutti i dizionari, riporta anche altri significati attribuiti alla stessa parola, tra questi il Rocci dice che Adelphos può essere usato anche per indicare un “parente, connazionale, membro della stessa tribù”. Il termine “fratello” pronunciato da un ebreo quindi poteva significare anche compatriota, compaesano, membro della stessa tribù, cugino di primo grado, parente stretto, nipote, di questi esempi ne troviamo diversi nella Bibbia, stranamente però in un libro scritto da Jean Gilles intitolato “I fratelli e sorelle di Gesù” ed. Claudiana, di esempi relativi al Vecchio Testamento ne vengono riportati solo tre. In questo modo si induce il lettore a ritenere che esistano i tre soli esempi riportati dall’autore, quando invece di esempi se ne trovano molti altri, li vedremo più avanti. Nei testi ellenistici di provenienza orientale il termine adelphos assume una gamma di significati ancora più ampia: secondo l’ esperta papirologia Orsolina Montevecchi (1957), nei papiri esso può significare fratello (o sorella) in senso stretto, ma anche cugino, cognato, parente, marito
(o moglie). Tale ampiezza di significati è ben documentata nei testi greci provenienti da ambienti semitici. Per sapere chi è la papirologa Montevecchi, e conoscere e il suo potete usare il link seguente su Internet.

Esiste poi un iscrizione greca risalente al III secolo a.C. in cui una donna, maritata a suo cugino,
viene chiamata sua sorella e moglie L’imperatore Marco Antonino, per esempio, chiama adelphos il padre di suo genero, Severo.
La cultura ebraica era molto diversa da quella greca, e se Paolo in una occasione usa il termine “cugino” per indicare la parentela tra Barnaba e l’evangelista Marco, non rappresenta certo una prova. In tal senso bisogna chiedersi come mai, i protestanti fautori dei due o tre versetti, che confermerebbero una verità, non si siano accorti che nel N.T. cugino
anepsios viene usato solo nella lettera ai Colossesi 4,10 e in un solo versetto, quello del saluto finale. In compenso Paolo per quasi 120 volte usa il termine “fratello” per indicare una comunanza spirituale o un legame che non è quello uterino e, spesso, neanche familiare.
Sappiamo ad esempio che Maria era cugina di Elisabetta la madre di Giovanni, ma nella Bibbia non troviamo scritta la parola
anepsios riferita alle due, e nemmeno per indicare il legame di parentela tra Giovanni il battista e Gesù. I figli di cugini, sono a loro volta cugini, misteriosamente però chiunque (oltre ai genitori) rapportato a Gesù non viene indicato con termini di parentela, ma come fratello.
Le differenze interpretative che dividono cattolici e protestanti, si incentrano prevalentemente sul significato letterale che vogliono dare a taluni versetti i fratelli protestanti, mentre per altri, adottano anche loro l’interpretazione, non sempre corretta, come ad esempio nel caso dell’Eucaristia. A proposito del significato di certi versetti i fratelli non cattolici che amano interpretare alla lettera la Bibbia dovrebbero chiedersi perché ad esempio Luca (14,26) riporta le seguenti parole di Gesù:

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.

In particolare dovrebbero chiedersi come mai Luca usa la parola “
odia”, infatti a prima vista sembrerebbe che Gesù ci chieda di odiare i nostri genitori, i nostri figli e fratelli, solo così saremo degni di Lui. Eppure in greco c’erano altri termini per esprimersi in maniera meno equivoca, Luca poteva benissimo scrivere “se uno ama suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli…più di me non è degno di me” eppure nonostante scriva in greco usa i modi espressivi, propri, degli ebrei, ammesso che in greco scriva, alla luce delle recenti ricerche. Interpretando alla lettera come fanno (o dicono di fare) i fratelli protestanti questo brano di Luca però ci sta dicendo di odiare i nostri familiari. Nella Bibbia ci sono parecchi altri versetti che prendendoli alla lettera si sbaglia, fra i più clamorosi troviamo senz’altro i versetti che consigliano di tagliare una mano che ci è d’inciampo, o di cavarci un occhio e, come abbiamo accennato, troviamo pure i versetti che ci parlano dell’Eucaristia.

“...chi non mangia la mia carne e beve il mio sangue non avrà la vita eterna…” e “…questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi, prendete a mangiatene tutti…”.

Ecco il chiaro-scuro che troviamo spesso negli insegnamenti biblici.
Quando si incontrano versetti come quelli appena citati i fratelli protestanti
li intepretano, contraddicendosi vistosamente. Ma allora non è affatto vero quello vanno dicendo (cioè che la Bibbia è facile da capire e non si interpreta) perché è palese che quando fa comodo loro, alcuni versetti non li prendono alla lettera, bensì li interpretano. Il chiaro-scuro della Bibbia, che usa Dio per istruirci, per un atto di infinita misericordia, lascia abbastanza luce per chi vuole credere, e abbastanza ombra per chi non vuole. Se tutto fosse chiaro e lampante, chi non crede non avrebbe scusanti, verrebbe condannato inesorabilmente, ma Dio è amore, e non vuole condannare nessuno,
se non chi, pur conoscendo, rifiuta Gesù Cristo, bestemmiando quindi contro lo Spirito Santo.
Chi si illude però che alla luce dell’infinita misericordia di Dio l’inferno sia vuoto farebbe bene e riflettere sulla frase pronunciata da Gesù in Mt 8,12; i demoni non hanno denti e neppure piangono, quindi è, e sarà, qualcun altro a farlo.
Abbiamo visto in Luca, un chiaro esempio di come si debba conoscere bene il linguaggio ebraico antico, e quel particolare modo di espressione, altrimenti si cade facilmente nell’errore. La parola “odiare” per gli ebrei non aveva lo stesso significato odierno che ha per noi occidentali, oggi con “odio” indichiamo disprezzo, inimicizia, ostilità, malevolenza, ecc., ma ai tempi di Gesù (e anche prima) gli ebrei con “odiare” intendevano solo “amare di meno”, per gli ebrei “odiare” non significava disprezzare, ma solo “amare di meno” quindi nella mentalità ebraica “odio” non significava “disprezzo”. Ecco come alla luce di questo semplice esempio possiamo capire perché l’evangelista ha usato il verbo “odiare”; Gesù, quindi, non ci dice di “odiare” i nostri parenti, ma solo di amarli meno di Lui, di mettere al primo posto Lui. Ma, senza la opportuna conoscenza del linguaggio e dei costumi degli antichi ebrei, avremmo capito correttamente la frase che Luca ci racconta? Sicuramente no!
Non tutti gli odierni protestanti sanno che i loro padri nei primi secoli della Riforma credevano nella perpetua verginità di Maria. “Sia Lutero che Calvino difesero a spada tratta la verità di fede, insegnata sin dall’antichità, della verginità perpetua di Maria. E fra’ Martino, con la consueta acerbità di linguaggio (i cultori del dialogo non lo mettano tra i loro autori!), definì <<pazzi e villani>> i pochi eretici che avevano negato questa credenza. Più di un secolo dopo, a metà del Seicento, la confessione di fede dei calvinisti, l’ala protestante più dura, confermava che, anche secondo i riformati, continuava ad essere vero che <<Gesù nacque dalla Vergine Maria che è rimasta vergine prima, nel e dopo il parto>>. Dunque anche i padri della Riforma smentiscono drasticamente questi loro lontani discendenti che in effetti oggi, a larga maggioranza, non hanno alcuna esitazione nel metter da parte, come relitto sessuofobico del passato, la verginità perpetua di Maria; e nell’affermare –con sicurezza che in realtà non è affatto fondata, come vedremo- che, poiché dovere del solito <<credente adulto>> è prendere sul serio la Scrittura, e giocoforza ammettere che Maria non fu che la consueta sposa palestinese, carica di figli: almeno quattro maschi e due femmine, se non di più” (cfr V.Messori, Ipotesi su Maria).
Evidentemente chi li istruisce ha cura di non rivelare tutta la loro storia, tralasciando volutamente quella più scomoda, che indubbiamente susciterebbe diversi interrogativi nei fedeli più attenti.
Dialogando via e-mail con diversi fratelli che mi scrivono, noto con stupore che i pentecostali non si definiscono discendenti di Lutero e Calvino, nonostante la loro teologia rispecchi in molti punti quella dei due grandi riformatori. E’ un po’ come se oggi uno si sveglia la mattina prende la Bibbia in mano, e asserisce di capirla meglio di altri, come se questa Bibbia non sarebbe stata scritta, canonizzata, e preservata lungo i secoli da uomini di Dio, ma gli fosse calata dal cielo dentro la sua stanza, già bella e pronta. La base della libera interpretazione è proprio questa, ogni credente che chiede l’aiuto dello Spirito Santo capirà senz’altro benissimo il contenuto della Bibbia, senza bisogno di ricorrere a istruzioni umane. Peccato che la realtà ci fa vedere scenari ben diversi da quelli prospettati da chi, per primo si appellò alla libera interpretazione. Comunque è meglio troncare i legami con i padri della Riforma, piuttosto che ammettere verità scomode al protestantesimo moderno. Ogni nuovo gruppo però attinge alla teologia protestante, tagliando ciò che più gli piace, e negando ogni legame con i vecchi e scomodi padri, tenta di salvaguardare la “freschezza” del messaggio che predica.
E’ scomodo fare i conti con i numerosi errori protestanti, massacri, inquisizioni, battaglie, partecipazioni alle crociate europee, razzismo (vedi pastore Parham), ecc., meglio tagliare i ponti, e far credere che si è un gruppo completamente nuovo, che si rifà alle radici cristiane, pure e incontaminate. In più i fedeli si credono e si sentono con la coscienza libera da macchie e scheletri, propensi a puntare il dito solo sulla Chiesa cattolica, rinfacciandogli certi errori del passato, vedi crociate, inquisizioni ecc..
In questo contesto, sarebbe opportuno ritradursi la Bibbia, in casa, senza appoggiarsi su altre traduzioni, fatte da gente “scomoda”, senza quindi attenersi a nessuna Tradizione storico-critica, né cattolica né protestante, ma l’enorme lavoro che richiede una simile impresa, consiglia a nuovi gruppi di usare la stessa Bibbia dei loro “scomodi” padri Riformatori. Tanto poi c’è la legge della libera interpretazione a colmare ogni dissenso dottrinale, anche con gli stessi Lutero e Calvino. Con la libera interpretazione ognuno può dire tutto è il contrario di tutto, senza dover rendere conto a nessuno. La risposta a eventuali critiche è sempre pronta: “io capisco così la Bibbia perché lo Spirito Santo mi guida”, ecco come nascono le tante “verità” dottrinali, l’una diversa dall’altra.
E’ strano notare come tutti questi nuovi gruppi, che dicono di non essere legati ai padri della Riforma, ma di predicare il vero messaggio cristiano, adottino solo Bibbie protestanti. Se la loro cultura biblica fosse davvero autonoma, guidata dall’alto, come dicono, dovrebbero essere pure in grado di ritradursi per conto proprio una Bibbia, prendendo i papiri e le pergamene originali, e magari rivedendo certi classici errori di traduzione. Usando le Bibbie tradotte dai padri della Riforma, non dimostrano forse che anche loro seguono una tradizione? Quella protestante, adottano infatti una Bibbia protestante, e non una cattolica romana. I 7 libri che mancano in quelle protestanti, sono davvero “apocrifi”? Chi lo ha deciso? E, in base a che cosa? Se le pongono questo tipo di domande?
Si legano alla tradizione protestante, non alla Chiesa cattolica, considerata da loro tutti, Babilonia la grande, madre di perdizione e di iniquità. Nonostante le belle parole diplomatiche, usate in ambito ecumenico, tutti i gruppi protestanti si fondano sul substrato che considera la Chiesa di Roma madre di perdizione.
Comunque sia ritornando al tema di questo capitolo, anche nel linguaggio italiano odierno, come abbiamo visto, ci sono parole e frasi di uso comune che possono generare equivoci a persone straniere e soprattutto dopo diversi secoli di distanza, facciamo qualche altro esempio.
Se io infatti scrivo “a causa di un paradossale equivoco, avevamo capito, che l’aereo di mia nonna stesse precipitando…” nessun italiano oggi mi fraintende, ma con molta probabilità uno straniero che leggesse questa frase dopo diversi secoli capirebbe che mia nonna possedeva un aereo “… l’aereo di mia nonna…”. Questo modo di scrivere e di parlare che risulta familiare ed elementare oggi agli italiani, potrebbe generare equivoci nei secoli futuri a popoli stranieri che leggessero questa frase, eppure nessuno scrittore contemporaneo andrebbe a specificare che con la frase “l’aereo di mia nonna” non si indica la proprietà legale dell’aereo, ma bensì “l’aereo su cui viaggiava mia nonna”, questo perché tra i potenziali lettori odierni nessuno fraintenderebbe. Qualcuno potrebbe obiettare che un bravo scrittore deve prevedere il mutamenti dei modi espressivi e dei costumi, quindi potrebbe aggiungere qualche nota esplicativa, al fine di evitare fraintendimenti futuri. Sì, ma il bravo scrittore sa pure che ogni storico serio si deve preoccupare di confrontare l’opera che sta leggendo con altre della stessa epoca, per meglio capire i modi espressivi propri di quell’epoca e magari di un popolo in particolare. Quindi non è affatto scontato l’aggiungere note esplicative ad ogni frase che si scrive.

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