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I “diritti” degli animali
Scritto da Samuele CECOTTI   


Diventano sempre più forti le correnti di pensiero che equiparano gli animali all’uomo. Producendo una grave ferita al sistema morale e giuridico classico-cristiano. E al semplice buon senso…


Già Spinoza, Bentham e Schopenhauer, predecessori del filosofo contemporaneo Peter Singer, affermavano che è incompleta una morale in cui solo l’uomo è oggetto di diritti, pietà e compassione, che si dovrebbero invece riconoscere anche agli animali. Una simile pretesa è poi ben presente nella tradizione etica orientale (specialmente indù e buddhista), alla quale Schopenhauer si richiama. Dunque il dibattito filosofico sul tema è vecchio di secoli.

Ma in campo morale e giuridico è solo da pochi anni che si assiste all’affermarsi dell’idea dei cosiddetti “diritti degli animali”. La Spagna, ad esempio, il 26 giugno 2008 si è dotata (per volontà politica dei socialisti di Zapatero) di una legge che estende alle scimmie alcuni dei diritti umani.
Il Governo spagnolo, inoltre, vorrebbe definire una Carta fondamentale dei diritti delle scimmie da sottoporre all’ONU per includere «gli antropoidi non umani in una comunità di uguaglianza fornendogli quella protezione morale e legale di cui attualmente godono solamente gli esseri umani».
Ora, più che di esotici rimandi all’India, i “diritti degli animali” sono frutto della sovrapposizione di vari ed eterogenei filoni della cultura odierna. C’è sì anche un’eredità orientale, mediata dall’ecologismo new age; tuttavia, sembrano essere prevalenti altri filoni, di cui due in particolare: il sentimentalismo e il riduzionismo darwiniano.
Infatti, se a motivare la logica dei “diritti degli animali” fosse l’adesione ad una concezione analoga a quella orientale, secondo la quale il divino è in tutti gli esseri, nessuno escluso, la tutela giuridica degli animali non dovrebbe ammettere quella distinzione che invece molti fanno, cioè la distinzione fra gli animali da affezione (cane, gatto, ecc.) e gli altri animali. Essa comporta un conseguente privilegio verso gli animali da affezione. La logica di simile distinzione è connessa ai differenti sentimenti che gli uomini provano verso gli animali, dunque è pienamente ascrivibile al sentimentalismo.

Ma, come abbiamo detto, oltre al sentimentalismo bisogna rilevare l’influsso del darwinismo. Al riguardo, è significativa la posizione sulla legge spagnola del prof. Gary Francione, il quale l’ha criticata ritenendola discriminatoria nei confronti degli altri animali. Infatti, sulla scorta del riduzionismo darwiniano, come l’uomo non è che una bestia evoluta
, una specie di scimmia antropoide, così non si riconosce un fondamento reale (non convenzionale) della irriducibile diversità di dignità radicale e totale tra gli uomini e le scimmie, né tra queste ultime e gli altri animali.
Nello stesso tempo, a ben vedere, la logica dei “diritti degli animali” è lontanissima da quella darwinista. Infatti, il darwinismo come filosofia evoluzionista riconosce come unica legge naturale la soppressione del debole ad opera del forte.
Dunque, non è certo darwinista l’idea secondo cui una specie (quella umana) si deve autolimitare per tutelare i “diritti” degli esemplari di altre specie. Ma è comunque indispensabile il dogma evoluzionista per poter concepire norme come quella spagnola: solo equiparando l’essere umano (ritenuto titolare di diritti) alla bestia, diviene possibile teorizzare i “diritti degli animali”.

Così, l’animalismo sintetizza in sé riduzionismo e sentimentalismo
. L’ingresso dei “diritti degli animali” negli ordinamenti è tutt’altro che un fatto marginale, è una vera e propria ferita al sistema morale e giuridico classico-cristiano per il quale solo la persona è soggetto morale/giuridico e l’essere umano è il solo animale ad avere statuto personale in ragione dell’anima spirituale.
Le bestie non sono persone ma cose (res) e, come tali, oggetto di proprietà e nella disponibilità del loro proprietario. Certo, c’è un dovere per l’uomo di trattare le bestie in modo conveniente e un dovere di evitare brutalità. Ma ciò non perché la bestia sia titolare di un qualche diritto, bensì perché sevizie e atti ingiustificati di violenza, così come il provare piacere nell’infliggere dolore ad esseri senzienti, sono tutte cose contrarie alla dignità dell’uomo e, come tali, sono immorali. La natura ragionevole dell’uomo e la sua dignità sono ciò che vieta all’uomo di degradarsi in sadismi e brutalità contro le bestie, non i presunti “diritti degli animali”.

Per comprendere la radicalità del mutamento negli ordinamenti che l’introduzione dei “diritti degli animali” comporta, è il caso di proporre un esempio estremo: un uomo che concretasse una propria pulsione zoofila
con un atto di bestialità, in un sistema morale razionale e in un ordinamento giuridico conforme al diritto naturale, sarebbe condannato come colpevole di un atto contro la morale. Invece, nelle nostre società che hanno accolto l’istanza dei “diritti degli animali”, l’atto di bestialità non viene censurato come atto sessuale perverso perché contro natura, bensì è condannato come atto ricadente nella fattispecie penalmente rilevante del maltrattamento d’animali.

Inoltre, nella nostra Italia, dove è consentito ad ogni donna di uccidere il proprio figlio con l’aborto
, la massaia che portasse in tavola uno stufato di gatto sarebbe, a tutti gli effetti, una delinquente. Tutt’altro discorso è quello sulla tutela ambientale che, attraverso divieti di legge, ricerca la salvaguardia di specie animali e vegetali a rischio estinzione. Infatti, riconoscere che bestie e piante non sono persone ma cose, non significa negarne il valore. In quanto esseri viventi, piante e animali sono sicuramente un bene, in ragione del fatto che l’essere è un bene in sé ed è prezioso. Ogni specie vivente ha in sé una finalità intrinseca e occupa uno spazio nella gerarchia degli esseri voluta nella creazione, cosicché, in linea generale, è un bene che ogni specie vivente si conservi, mentre è un male che si estingua. È quindi ragionevole che l’autorità politica annoveri anche la tutela delle specie viventi tra le sue attività, ovviamente sempre subordinatamente al bene comune (dell’uomo). La tutela legale dell’ambiente e delle diverse specie viventi, quando è ragionevole e subordinata al bene dell’uomo, non è in contrasto con la legge naturale e divina.

Inoltre, con la protezione giuridica della biodiversità si tutela la specie e non l’individuo, e si tratta la specie vivente in modo analogo alle opere d’arte o al paesaggio. Ciò è coerente con la natura di cosa (res) propria di bestie e piante. Negli esseri viventi non personali ciò che ha valore è la specie, non l’individuo. I “diritti degli animali”, invece, riconoscono l’individuo animale come soggetto di diritti, ovvero scimmiottano il concetto di persona con tutto ciò che una simile cosa comporta.


Ciò che più amareggia
è constatare come, sotto la spinta del sentimentalismo, il concetto dei “diritti degli animali” sia ormai largamente condiviso anche dai cattolici senza che i più si avvedano delle implicazioni morali e giuridiche a ciò connesse. E ben severo deve essere il giudizio riguardo a quei cattolici che, investiti di competenze legislative, contribuiscono all’introduzione negli ordinamenti di questi nuovi “diritti”, che feriscono mortalmente la civiltà giuridica classico-cristiana.


RICORDA

«Dire che l’uomo e un animale razionale (zoon loghikón), non è dire semplicemente che l’uomo è un animale dotato di abilità razionali […] l’uomo non è solo razionalità, ma è tutto quanto razionale. Anche la fisiologia dell’uomo partecipa della sua razionalità, ed è questo che la distingue dalla fisiologia di un qualunque animale. Ad esempio, la nostra fisiologia reagisce alla nostra comprensione di significati simbolici (verbali e non), anche in assenza di dirette e specifiche stimolazioni fisiche».
(Paolo Pagani, Appunti sulla specificità dell’essere umano, cfr. bibliografia, p. 160)


Per saperne di più...


Jean Luis Bruguès, Dizionario di morale cattolica, ESD, 1994, voce “Animali”, pp. 51-52. Agostino, La città di Dio, I, 20.
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 1, ad 2.
Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles, III, 112.
Paolo Pagani, Appunti sulla specificità dell’essere umano, in Luca Grion [a cura di], La differenza umana. Riduzionismo e antiumanesimo, La Scuola, 2009, pp. 147-161. Giacomo Samek Lodovici, Uomo e animale: così diversi..., in il Timone, n.99 (2011), pp. 30-31.
Luigi Taparelli D’Azeglio, Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato sul fatto, Roma, Civiltà Cattolica, 1900, vol. I, pp. 73-74.

IL TIMONE  N. 109 - ANNO XIV - Gennaio 2012 - pag. 52 - 53

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