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Intervista con Michael Glatze
Un ex attivista gay spiega in che modo ha lasciato l’omosessualità

Michael Glatze (nella foto) si è dichiarato gay all’età di 13 anni e infine
ha fondato “Young Gay America”, un progetto non-profit di diffusione
attraverso i mezzi di informazione. In seguito ad una serie di incidenti
Glatze ha iniziato a rendersi conto che non era gay ma che aveva a che
fare con paure inerenti alla propria mascolinità. Da allora ha rifiutato la
propria identità gay. Nell’intervista con il dottor Joseph Nicolosi egli
descrive il proprio viaggio spirituale ed emotivo.

Dott. Joseph Nicolosi: Grazie Michael per la tua disponibilità a parlare
pubblicamente della tua vita. Hai già discusso in passato della tua
trasformazione religiosa e noi sappiamo che le esperienze religiose
possono avere un effetto profondo sul senso della propria identità. Ma mi
piacerebbe discutere anche della dimensione psicologica. In particolare,
che cosa ti viene in mente quando ripensi ai momenti trasformativi o ai
momenti di introspezione personale.

Michael Glatze: La prima cosa che mi viene in mente è che ho iniziato a
rendermi conto della natura dei miei desideri e del fatto che ero in grado di
modificarli.

J.N. E’ una frase interessante: “la natura del desiderio.”
M.G. Anche se quando ripenso alla mia vita nella comunità gay, c’era
sempre quella regola tacita di “ non mettere mai in dubbio i tuoi desideri
per lo stesso sesso.”

J.N. Si. Questa è una regola molto importante nella comunità gay.
M.G. Giusto. In effetti – è la regola numero uno.

J.N. Regola numero uno: “Non chiederti perché.” Le persone “lo sono e
basta.” Nessuna domanda circa il perché.

M.G. Appena ti unisci al club, questa è la prima regola. Puoi esaminare la
causa di qualsiasi altra cosa, eccetto dell’omosessualità.
J.N. Posso esplorare le ragioni del mio alcolismo, del mio eccessivo
appetito, della mia depressione – ma non della mia omosessualità.
M.G. Giusto. E, ironicamente, è ok perfino per gli eterosessuali mettere
in dubbio la propria eterosessualità.

J.N. (annuisce)

M.G. Così, quando infine mi resi conto che
potevo mettere in dubbio la
mia omosessualità divenne tutto molto religioso. Iniziai a cercare la
volontà di Dio e a tentare di comprenderne il significato. Man mano che
acquisivo una maggiore conoscenza iniziai a dubitare di cose in cui avevo
creduto per tanto tempo. Avevo creduto in concetti che non avevano alcun
senso, alcun peso. E scoprii che non avevo più bisogno di crederci per
avere un senso di identità.

J.N. OK… quindi dici che quando hai iniziato a seguire la volontà di Dio
hai iniziato anche a rifiutare alcuni dei presupposti e delle credenze che si
associano all’idea che l’omosessualità riflette “ciò che sei,” nel senso più
profondo.

M.G. Si – ho iniziato ad esaminare questioni politiche, sociali e anche
questioni più interpersonali. Ad esempio la natura della dinamica del
potere tra due uomini è una questione riguardo alla quale ero molto
ingenuo. Ogni volta che mi trovavo in disaccordo con l’uomo che era il
mio partner in quel periodo – questo prima che iniziassi a relazionarmi con
Dio e con me stesso, autonomamente da chiunque altro – mi lasciavo
convincere dalle sue argomentazioni.

J.N. Quindi, a causa della tua relazione sempre più profonda con Dio hai
iniziato a sviluppare un’identità distinta, autonoma…

M.G. Esattamente. Questa è stata decisamente la prima cosa che ho
notato.

J.N. in che modo Dio è entrato nella tua vita? Come è successo?
M.G. Ebbene, in realtà lui (Dio) lo ha fatto. Mio padre era morto a causa
di un’improvvisa malattia cardiaca ed io pensavo di aver sviluppato la
stessa malattia. Avevo una specie di panico – una reazione ipocondriaca.
Per circa un mese, mentre attendevo i risultati dei test, pensavo che stessi
per morire.

J.N. OK, quindi soffrivi di attacchi di ansietà. Eri convinto che avresti
avuto un attacco di cuore come tuo padre e questo ti riempiva di paura.

M.G. Assolutamente, perché mio padre è morto mentre stava
semplicemente camminando sulla spiaggia. E dopo feci una cosa stupida:
provai ad autodiagnosticarmi cercando informazioni su Internet.

J.N. Il che faceva accrescere la tua ansietà perché ti sembrava di avere
ogni sorta di sintomo…
M.G. Esattamente (ride). Quindi pensavo che ogni mio passo
probabilmente sarebbe stato l’ultimo; attesi i risultati del test è alla fine ho
scoperto di non avere quella malattia.

J.N. (annuisce col capo) Si dice spesso che ciò che davvero ci conduce a
Dio é la paura della nostra mortalità… vivere l’esperienza di dubitare della
nostra sopravvivenza.

M.G. E’ proprio così. Ho scoperto di non avere quella malattia cardiaca e
ho ringraziato Dio. È stata la prima volta nella mia intera vita in cui ho
letteralmente riesaminato
ogni concetto conosciuto dalla mia mente, la mia
intera esistenza.

J.N. Quindi, all’inizio hai provato paura, poi gratitudine, e infine
“metanoia”… un risveglio della tua vera identità.
M.G. E’ stato quello il momento. Non avevo più dubbi. E’ stata la fine di
una lotta intensa tra me e Dio.

J.N. Avete fatto pace?
M.G. Si è trattato di una pace istantanea.

J.N. Meraviglioso. Assolutamente fantastico.

M.G. E in quell’esperienza, improvvisamente, mi sono ricongiunto con
tutte le altre parti dell’umanità con le quali ero sempre stato in lotta.
J.N. Ti sei ricongiunto con l’esistenza.

M.G. Si, ma in quel momento non ero consapevole di questo. Sentivo
semplicemente che mi ero ricollegato a qualcosa di primario. Ho provato
una sensazione di autonomia, e così ho iniziato lentamente a comprendere
che cosa significasse tutto ciò.

J.N. Ho utilizzato le parole “ricongiunto con l’esistenza”, ma quali
sarebbero state le tue parole? Come descriveresti l’esperienza?

M.G. La prima cosa che ho provato è stato un senso di libertà, di
personale autonomia; in seguito, quando ho iniziato a leggere i Vangeli ed
in particolare le parole di Gesù, ho cominciato a capire ciò che mi stava
veramente accadendo – la nozione di una nuova vita. Nei Vangeli Gesù
rinunciava alla sua vita per me – donandomi una nuova vita …e tutti quei
concetti che non avevo mai conosciuto prima di allora.

J.N. Non sei stato cresciuto in una famiglia religiosa?

M.G. Sono cresciuto in una famiglia cristiana, ma in realtà era tutto come
in una fiaba. Mio padre non era cristiano; ha indebolito ancora di più le
verità divine che hanno cercato di insegnarci. Le trasformava in una sorta
di storielle simpatiche e sciocche per festeggiare il Natale.

J.N. Tua madre era religiosa?

M.G. Si. Era cristiana, non confessionale. Ci ha portati nelle chiese
Unity
dove adoravano Dio-Padre, Dio-Madre e cose simili. Era una brava donna
con il desiderio di compiacere suo marito – un uomo molto agnostico che
era stato un hippie di Berkeley negli anni ‘60.

J.N. Parlami della tua comprensione psicologica della situazione in cui ti
trovi?

M.G. Dunque, come ho detto, la prima cosa che mi è successa è stato il
crescente senso di autonomia. In seguito ho iniziato a notare come
funziona la dinamica del potere all’interno delle relazioni gay.

J.N. Tra maschi

M.G. Tra maschi – Ho notato che c’è sempre una differenza di potere,
che due uomini non possono giungere davvero a qualche sorta di accordo
reciproco senza che una parte domini l’altra. Ed è stato allora che ho
iniziato a rendermi conto di questo. La mia relazione con il mio partner
cominciò a finire perché eravamo letteralmente giunti in un vicolo cieco,
non volevamo più accordarci. Quando ciò è accaduto lui non sapeva cosa
fare perché era abituato alla mia sottomissione.

J.N. Stavi cambiando?

M.G. Dopo che ci siamo lasciati ho iniziato a sviluppare una maggiore
autonomia. Per un po’ ho cercato ogni possibile spiegazione per quanto
stava accadendo – ho preso in considerazione tutto tranne l’omosessualità.
Un giorno, mentre ero seduto, pregando tra le lacrime, dissi “Che cosa mi
accade? Non capisco – Che cosa c’è che
ancora non va?” E fu come se
tutto all’improvviso diventasse ovvio. Scrissi sullo schermo del mio
computer—
“Sono eterosessuale.” L’ho scritto, e dopo averlo scritto,
semplicemente non potevo crederci. Mi sentivo come se avessi infranto la
legge.

J.N. Una svolta nella comprensione?

M.G. E tuttavia è stato terrificante; avevo la sensazione che milioni di
persone stessero ridendo di me, condannandomi per aver scritto quelle
parole.

J.N. Qualcosa del tipo “come osi dire che sei eterosessuale!”
M.G. Si. Ma da quel momento in poi mi sono reso conto che era la
verità. Adesso dovevo capire il perché di quei desideri e da dove venivano.
J.N. In altre parole, “se sono eterosessuale, allora perché provo questa
attrazione?

M.G. Giusto.

J.N. Questo è esattamente il primo passo della terapia del riorientamento,
dichiarare “Sono eterosessuale.”

M.G. Si.
J.N. Quindi stai dicendo che “non sei omosessuale; sei un eterosessuale
con un problema omosessuale.”

M.G. Esattamente. E mi fa piacere sentire che è tu hai lo stesso
approccio perché è questa la verità. Voglio dire, l’identità gay è totalmente
un’invenzione.

J.N. Un costrutto sociale. E quando la consideri in questo modo, inizi a
chiederti, allora perché provo attrazione per lo stesso sesso?

M.G. E’ così. Nel mio caso mi ha aiutato molto la meditazione. Mi sono
unito a una comunità – non è settaria, ma hanno alcuni legami con il
buddismo.

J.N. Di che tipo di meditazione si tratta?

M.G. È semplice, stai in posizione eretta e ti concentri sul tuo respiro.

J.N. E poi, qualunque pensiero ti venga in mente, lo osservi.

M.G. Esattamente. In questo modo ogni cosa che viene in mente non è
nulla di più di un pensiero, poi scendi sempre più in profondità fino a
quando osserverai pensieri e costrutti più grandi. Alla fine scivolano via
tutti. La stessa cosa iniziò ad accadere con i desideri per lo stesso sesso. In
quel periodo leggevo anche i tuoi articoli dove parlarvi del Falso Io. Le tue
parole mi hanno colpito molto perché erano perfettamente in linea con ciò
che avevo già iniziato a scoprire con la meditazione – che abbiamo un Io
Vero e che, per me, era l’Io che avevo già riconosciuto come l’autentico
ed autonomo Io-con-Dio.

J.N. L’Io ispirato da Dio che emerge con la meditazione.

M.G. Esattamente. Restavo attaccato a quel Vero Io, e mentro
riconoscevo tutti gli altri Falsi Io, li vedevo crollare.

J.N. Molto interessante. Così hai iniziato ad osservare tutti questi
costrutti dell’Io partendo dalla prospettiva del Vero Io.

M.G. Quando ho letto il tuo pezzo sul Falso Io e anche quando parlavi
della mascolinità e del forte desiderio di mascolinità, ho capito che era
esattamente ciò che mi era successo. Leggevo molto e cercavo di acquisire
una maggiore conoscenza, dal punto di vista politico, di tutti i concetti in
cui una volta
avevo creduto. Iniziai a comprendere come la nostra cultura
avesse soffocato la mascolinità.
Già in passato avevo esaminato queste nozioni sulla mascolinità del punto
di vista prospettico del liberalismo, del socialismo e della psicologia
umanistica. Avevo capito che la mascolinità doveva essere equiparata alla
femminilità ma avevo abbracciato idee femministe. Così quando ho letto il
tuo pezzo la questione della mascolinità mi è divenuto chiaro.
Quando ripenso a mio padre, a come aveva paura della mascolinità…
imparai anch’io ad aver paura. Di conseguenza, quando all’età di nove
anni vidi mia madre che stava piangendo per causa sua, divenni il suo
protettore contro mio padre e contro tutte “le forze maligne” della
mascolinità.

J.N. Sembra che questa sia stata per te l’origine del Falso Io – un rifiuto
di rivendicare la mascolinità dentro di te. Si tratta di uno schema comune
tra gli uomini. Hanno un’immagine negativa di ciò che significa essere
maschio, si alleano con la propria madre contro il padre, e così facendo
non abbracciano mai pienamente la propria identità mascolina.

M.G. Assolutamente. Non volevo associarmi con qualcosa che potesse
fare del male ad una donna così come lo aveva fatto a mia madre.

J.N. Poiché tua madre era la figura fonte sicura di affetto.

M.G. E’ così.
J.N. E senza tua madre non eri nulla.

M.G. E’ così.

J.N. E quindi, in un certo senso, non stavi proteggendo soltanto tua
madre ma stavi proteggendo anche te stesso dall’annientamento.

M.G. Si, esattamente – come hai scritto nel tuo saggio. Esattamente.

J.N. Um-hmm.

J.N. Così la tua era ciò che noi chiamiamo la Classica Famiglia triadica –
dici di aver avuto una madre eccessivamente presente e un padre distante e
distaccato.

M.G Si. E in seguito, naturalmente, proprio come lo hai descritto, con l’inizio della pubertà, il corpo è colmo di energia sessuale ed io desidero fortemente la mascolinità perché ovviamente ho bisogno di averla dentro di me. Ma nello stesso tempo non la desidero perché ne ho paura. Tutto ciò è perfettamente logico – e tuttavia il vero detonatore è stato questa identità gay inventata [offerta dalla società].

Ricordo molto chiaramente, quando avevo 14 anni, che un mio amico si avvicinò a me e mi spiegò che ero gay.
J.N. Quell’etichetta è la risposta a tutto, non è vero?

M.G. Esattamente. È questo il problema, è proprio questo.

J.N. È una risposta semplice e rapida a un problema molto complicato.
M.G. E’ vero. Se continuiamo a fornire questa identità le persone non
risolveranno mai i propri problemi.

J.N. Perché l’etichetta dell’Io Gay è come una mano di vernice passata su
un’aspetto disordinato della nostra vita.

M.G. Si, è come uno strato di glassa. Ed è davvero insidioso, quando ti
accorgi che come editore di una rivista gay per giovani, stai facendo
proprio questo ai teenager! E’ questo che alla fine mi ha fatto smettere.

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