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Eutanasia e suicidio: che giudizio dare?  
Scritto da Giacomo SAMEK LODOVICI   
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Esistono molte ragioni “laiche” per mostrare che l’omicidio del consenziente e la soppressione della propria vita sono sempre inaccettabili. Eccone alcune.


Chiariamo subito una questione essenziale. Se le persone chiedono l'eutanasia perché soffrono, la risposta al dolore non è l'eutanasia, bensì le cure palliative: pochi lo sanno, ma queste cure possono controllare il dolore nel 90% e anche di più dei casi (come afferma l'American Pain Society www.ampainsoc.org/advocacy/treatment.htm , che annovera più di 3.000 membri tra ricercatori ed epidemiologi; cfr. anche l'intervista a M. Maltoni in questo dossier) e, nei pochissimi casi in cui non ci riescono, il dolore può essere eliminato mediante la sedazione.
Detto questo procediamo.


1. Come avviene l’eutanasia?

Uccidendo un uomo mediante un'azione (per es. con un'iniezione o staccando il sondino che gli dà da bere e da mangiare e/o staccando il respiratore che lo fa respirare) o mediante un'omissione (per es. non dandogli da mangiare e da bere quando non è in grado di alimentarsi da solo).
Ancora, si parla di suicidio assistito quando si coopera al suicidio di una persona fornendole supporto.


2. Eutanasia mediante un'azione/mediante un'omissione.
Dal punto di vista etico non c'è distinzione morale tra procurare la morte di un uomo mediante un'azione o mediante un'omissione: in tutti e due i casi si è appunto responsabili della morte di un uomo.
Ebbene, il suicidio e l'eutanasia sono sempre e comunque malvagi, sebbene talvolta vengano compiuti in circostanze drammatiche che ne attenuano l'imputabilità.

3. Né accanimento terapeutico, né eutanasia
D'altra parte, esistono circostanze (cfr. l'articolo di M. Palmaro in questo dossier) in cui un malato è sottoposto ad accanimento terapeutico. Anche l'accanimento terapeutico è malvagio e quindi va evitato. Ma non praticare delle terapie o sospenderle perché qonfigurano un accanimento è ben diverso dal praticare l'eutanasia (cfr. ibidem).

4. La somministrazione di cibo e fluidi e la ventilazione meccanica sono terapie?
Definizione di terapia (dal Dizionario Devoto Olì): «branca della medicina che tratta dei mezzi e delle modalità usati per combattere le malattie». Dunque alimentazione> idratazione e ventilazione meccanica non sono terapie: infatti non combattono una malattia, bensì soddisfano il bisogno di mangiare, di bere e di respirare, un bisogno che non è una malattia, bensì una caratteristica di tutti (anche il bisogno di nutrizione e di idratazione di Eluana Englaro non dipende dal suo stato «vegetativo», bensì dipende dalla condizione umana).
È vero che per la nutrizione-alimentazione artificiale viene usato un mezzo artificiale-tecnico (il sondino), ma anche il biberon per i bambini è un mezzo tecnico (sempre più perfezionato: termoresistente, in plastica infrangibile, ecc). Inoltre, e soprattutto, usare uno strumento nei riguardi di una persona non significa per forza mettere in atto una terapia (fotografare una persona non vuoi dire praticarie una terapia).

5. Sono sproporzionate?
Lo sono solo quando sono pratiche inutili o in se stesse dolorose, non certo quando la vita che tali pratiche conservano è dolorosa per altre cause. In tutti gli altri casi, interrompere queste pratiche significa far morire di fame e di sete (come è avvenuto a Terri Schiavo) o di soffocamento un essere umano che, tra l'altro, anche in stato «vegetativo», è possibile che provi dolore.
Ciò non toglie che un malato può lecitamente desiderare ancora un po' di tempo per ottemperare a doveri famigliari o personali (vedere un parente lontano, riconciliarsi con qualcuno, fare testamento, assolvere agli obblighi religiosi, ecc.) e quindi può chiedere il prolungamento della sua vita anche con mezzi sproporzionati.


6. «Vivere grazie ad una macchina è contro natura».

Risposta: se fosse malvagio vivere grazie ad un macchina, allora dovremmo distruggere non solo i pace makers, ma anche tutte le macchine che consentono di sopravvivere a chi vuole farlo: molti malati, pur trovandosi in una situazione simile a quella di Welby, vogliono vivere grazie alle macchie ciò non è malvagio, purché la macchina non realizzi un accanimento terapeutico.
Ciò che è moralmente sbagliato è l'accanimento mediante una macchina, non l'uso in sé di una macchina.


Argomenti contro il suicidio e l'eutanasia
Contro il suicidio e l'eutanasia esistono diversi argomenti filosofici. Per ragioni di spazio ne possiamo menzionare solo tre.

7. Argomento che fa leva sull'esistenza di Dio
Noi non abbiamo la nostra vita in proprietà, ma in usufrutto. Noi, cioè, non apparteniamo a noi stessi, la nostra vita appartiene a Dio.
Tale argomento è filosofico perché l'esistenza di Dio è dimostrabile filosoficamente (cfr. le prove filosofiche dell'esistenza di Dio, valide anche dopo Kant, sia pur bisognose di rigorizzazione) ed è l'argomento più semplice, ma il meno utilizzabile nel dibattito pubblico, perché pochi sanno che Dio è dimostrabile con la ragione e pochi accettano le dimostrazioni dell'esistenza di Dio. Comunque, non è necessario essere cristiani per svolgere questo argomento contro il suicidio, tanto è vero che si trova anche in autori non cristiani come, per esempio, Pitagora, Socrate e Platone.


8. Argomento che fa leva sulla responsabilità verso gli altri
Come dice - di nuovo prima del cristianesimo - Aristotele (EN, 1138a 9-14), noi abbiamo delle responsabilità verso gli altri (a cominciare dai nostri familiari), verso la società, dobbiamo contribuire al bene comune: il suicidio e l'eutanasia (Aristotele non la menziona, ma il discorso vale per analogia) ci impediscono di onorare questi obblighi. Il discorso vale per chi si suicida o chiede l'eutanasia non trovandosi in condizioni di particolare sofferenza o debilitazione che già gli impediscano di assolvere questi obblighi.


9. Argomento che fa leva sulla dignità umana
9.1. Come dice Kant, «mentre le cose hanno un prezzo, gli uomini hanno una dignità», cioè non hanno prezzo, e noi siamo tenuti a rispettare incondizionatamente la dignità umana: quest'ultima viene distrutta da suicidio ed eutanasia.
9.2. La dignità umana è la preziosità dell'uomo, è il valore incommensurabile dell'uomo e risiede nel suo esserci, cioè nel suo esistere, non nel suo esercitare determinate operazioni e non solo nel suo essere libero.
9.3. Solitamente si sente parlare di dignità della vita, ma, ad essere precisi, è meglio parlare di dignità dell'uomo, cioè la dignità è una proprietà dell'uomo, più che della vita dell'uomo; così, la vita umana ha una dignità perché è la vita di un uomo, il quale è in sé dotato di dignità. Del resto, non esiste la vita, ma esiste in concreto solo il vivente, in questo caso appartenente alla specie umana.
9.4. Alcuni bioeticisti formulano l'equazione dignità = esercizio della libertà-autodeterminazione (che in realtà sono ben diverse: il discorso sarebbe lungo). Ma, allora, il suicidio e l'eutanasia comportano l'eliminazione di quel bene preziosissimo che è la libertà. Il suicidio e l'eutanasia possono essere atti liberi, ma una libertà che si annulla è in contraddizione con se stessa: uccidersi o chiedere che un altro ci uccida è il più radicale abbandono della sovranità su noi stessi.
9.5. Obiezione: la dignità dell'uomo risiede nell'esercizio effettivo di atti liberi e di autocoscienza, perciò chi non è autocosciente e libero non è un essere dotato di dignità umana e lo si può uccidere, senza calpestare la sua dignità, che egli ha già perso. Risposta: partendo da questa premessa diventerebbe lecito uccidere qualunque soggetto che non eserciti attualmente l'autocoscienza e la libertà: i malati di Alzhaimer, i neonati (come dice coerentemente il bioeticista Engelhardt), i dormienti e gli uomini sotto anestesia. Il che ci fa capire che la premessa è gravida di gravissime conseguenze.
9.6. Ancora, l'equazione dignità = libertà-autodeterminazione discende da una (più o meno consapevole) valutazione negativa della dipendenza, che trascura il fatto che la cifra della condizione umana è proprio la dipendenza da altri. Un neonato è in tutto dipendente dai suoi genitori, ma non è per questo privo di dignità.
9.7. Qualcuno dice che la dignità umana dipende dal giudizio che ciascuno formula: «io sono dotato di dignità solo se e fintanto che giudico-reputo di esserlo». Ma, se questo fosse vero, allora, di nuovo, bisognerebbe concludere che i malati di Alzhaimer, i neonati, i dormienti e gli uomini sotto anestesia, non sono dotati di dignità poiché non formulano questo giudizio: quindi li si potrebbe uccidere.
Inoltre, bisognerebbe stabilire un criterio per individuare quali sono quei soggetti il cui giudizio sulla propria dignità è lucido ed autorevole. Per esempio, il giudizio dei preadolescenti è sufficientemente lucido ed autorevole? E quello dei bambini? E a partire da quale età? E quello dei malati? Un simile criterio non potrebbe che essere arbitrario.
9.8. C'è anche chi dice: «ha dignità intangibile anche chi attualmente non è in grado di esercitare atti autocoscienti, ma ha la potenzialità di esercitarli entro un po' di tempo». Ma questa definizione fa insorgere un problema: entro quanto tempo?
Qualche ora come nel caso del dormiente e dell'uomo sotto anestesia? Qualche giorno come nel caso di chi è temporaneamente in coma? Qualche anno come nel caso del bambino piccolo? Qualche anno in più come nel caso del neonato?
Il criterio è nuovamente arbitrario.
Del resto, ammesso e non concesso che la dignità risieda nell'autocoscienza o nella potenzialità di riprenderla (invece che nel mero esserci di un uomo) di nessun uomo, nemmeno se è in stato «vegetativo», si può essere certi che non riprenderà coscienza [cfr. l'articolo di P. Gulisano in questo dossier]. Terry Wallis si è «risvegliato» dopo 19 anni.
Anche Jan Grzebski si è risvegliato dopo 19 anni: i medici gli avevano dato solo due o tre anni di vita, mentre solo la moglie Gertruda aveva creduto nel suo risveglio. Ed ha avuto ragione.
9.9. Questo significa che la dignità dell'uomo è indipendente dalle condizioni di vita in cui egli versa, dalla qualità della sua vita: in nessuna condizione (anche, per es., in stato cosiddetto «vegetativo») l'uomo perde la sua dignità, che gli inerisce. L'uomo ha un'incommensurabile dignità-valore, dunque il suicidio e l'eutanasia sono gravemente malvagi perché distruggono la dignità umana.
9.10. Ad ogni modo, se nella società non si raggiunge una concezione condivisa su chi è dotato di dignità, per precauzione, data la posta in gioco, lo Stato non deve correre il rischio di uccidere o lasciare che venga ucciso chi potrebbe possedere tale dignità.
9.11. Inoltre, qualsiasi altro criterio (per discernere fra chi è dotato di dignità inviolabile e chi non lo è) diverso dalla mera appartenenza alla specie umana, comporta l'attribuzione, ad alcuni esseri appartenenti alla specie umana, di un potere di giudicare sul diritto alla vita di altri esseri appartenenti alla specie umana (embrioni umani, neonati, malati in stato «vegetativo», ecc.), che vengono discriminati, dato che non possono prendere parte alla discussione (C. Caffara, www.zenit.org/article-16248?I=italian ).

10. Lo Stato dev'essere neutrale?
Per qualcuno lo Stato deve lasciare a ciascuno la possibilità di scegliere se ricevere o no l'eutanasia, perché deve restare neutrale rispetto al bene e non prendere posizione.
In realtà, se legalizza e/o pratica l'eutanasia, lo Stato non è veramente neutrale, perché assume invece una determinata concezione antropologica: quella secondo cui la persona umana può essere uccisa anche in casi diversi dalla legittima difesa e dalla guerra.
Del resto, lo Stato cessa di essere neutrale non appena legifera su qualcosa.
Infatti, legiferare significa presupporre che sia un bene il disciplinare i rapporti tra gli uomini. E, per esempio, la legge che vieta l'omicidio presuppone che sia un bene la tutela della vita delle persone.


BIBLIOGRAFIA

Bemard Ars - Etienne Montero, Eutanasia. Sofferenza & dignità al crepuscolo della vita, Ares, 2004.
Tommaso Scandroglio, L'eutanasia e l'ultima cena, in Studi cattolici, 557/58 (2007), pp. 526-527.

Dossier: Eutanasia e testamento biologico

IL TIMONE  N. 80 - ANNO XI - Febbraio 2009 - pag. 36-38

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