Dio è vivo - Spiritualità cristiana - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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DIO E' VIVO


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L’invito a Padre Antonio di scrivere questo libro, quando era professore di Teologia
di Padre Giulio Maria, è sorto perché questi pensava ai tantissimi fedeli che conoscono pochissimo sulla Fede Cattolica. Padre Antonio, efficace predicatore, zelante Sacerdote e, soprattutto, fedele all’insegnamento del Papa, insegnava Dommatica in Teologia. Padre Giulio Maria gli propose di scrivere un libro sulle Verità della Chiesa Cattolica, a beneficio dei fedeli. Ma fu lui ad invitare Padre Giulio Maria a scriverlo insieme, cioè, doveva essere Padre Giulio Maria a porre delle domande per ottenere le sue risposte. L’invito iniziale posto a Padre Antonio, era  quello di scrivere un compendio della Dottrina Cattolica, per dare la possibilità di conoscere con chiarezza ciò che la Chiesa Cattolica professa.

Più che domande da teologo, ha voluto porre quelle domande che porrebbero anche i semplici fedeli, coloro che conoscono poco -per vari motivi- la Dottrina Cattolica
. Padre Giulio Maria si è calato nei panni di tanti fedeli che vivono marginalmente la propria Fede  o, magari, hanno avuto poca possibilità di approfondirla. Ha cercato di porre le domande che lasciano tanti interrogativi tra i fedeli, mettendosi al posto di coloro che, appunto, non trovano ancora risposte ai tanti dubbi.

P. Antonio e P. Giulio Maria sono due Sacerdoti
saldamente ancorati alla sana dottrina della Chiesa Cattolica. Dalle domande e dalle risposte emerge chiaramente una spiritualità profonda, che poggia le sue basi sulla Divinità di Gesù Cristo e sull’amore intenso alla Madonna. Ripongono le Loro speranze nella Madonna, di cui sono molto devoti e a Lei consacrati illimitatamente. Considerano la devozione alla Madre di Dio, mezzo indispensabile per il cammino di perfezione

Questo libro contiene risposte meticolose e fedeli di Padre Antonio Maria Di Monda sulla Fede Cattolica
, stimolato da domande molto importanti. E’ un libro che aiuterà notevolmente tanti cattolici e non cattolici, a “scoprire” con facilità la Fede Cattolica. E’ un dato reale: tanti cattolici abbandonano la vera ed unica Chiesa di Cristo, perché non conoscono quasi nulla di questa Chiesa. Si lascia ciò che non si conosce per entrare in ciò che Dio non conosce come opera Sua: sètte varie e altre religioni.

IL PECCATO


1)  Cos'è il peccato ?
         E' una trasgressione della legge di Dio fatta con piena avvertenza e deliberato consenso. Piena avvertenza qui non significa che per aversi il peccato, bisogna essere consapevoli della sua gravità; significa piuttosto che, trasgredendo, si è coscienti di commettere una infrazione. Tale piena avvertenza, infatti, non c'è in chi, commette un peccato quando è ubriaco o nel sonno o nell'ignoranza completa della relativa prescrizione di legge. Il deliberato consenso significa che, al momento di porre l'atto, si è sufficientemente libero, sicché, volendo, si può anche non porlo.

2) Porta la morte spirituale ?
         Il peccato, sia quello detto mortale che quello detto veniale, è sempre apportatore di morte spirituale, o immediatamente o ponendovi le premesse. Il peccato è detto  appunto mortale perché uccide non l'anima che è di natura sua immortale, ma la Grazia che è la vita divina ad essa partecipata da Cristo e per la quale Dio è venuto sulla terra.
Il peccato invece veniale, è facilmente perdonabile, per essere in qualche modo e per vari motivi trasgressione leggera, di per sé non conduce subito alla morte, ma vi spiana la via. Esso è simile, un pò, a certe indisposizioni o malattie corporali (per esempio: una puntura di spillo, un raffreddore, un'influenza, una infiammazione ecc.), che di per sé non uccidono, ma potrebbero, per possibili complicanze, portare alla morte. Di per sé non priva della Grazia Santificante, ma ne appanna, per così dire, lo splendore e raffredda la carità soprannaturale, che è forma e vigore della vita soprannaturale. Gettando così l'anima in uno stato di torpore, di inerzia, di apatia, che è l'esatto contrario di una vita sana e vigorosa. In stato di accentuata debolezza -lo si sa- per il corpo come per l'anima, si è più esposti a malattie e tentazioni, e si è molto meno capaci di superarle e vincerle. Ciò significa pure, oltre tutto, che con frequenti e numerosi peccati veniali deliberati, la caduta nel peccato mortale diviene estremamente facile e anche frequente.

3) In che modo ci si accorge del  peccato mortale commesso?
         La gravità del peccato mortale è data dall'importanza della materia violata o del precetto imposto. Come accorgersi di aver commesso un peccato mortale?... Non essendo il peccato mortale come la morte o malattia fisica constatabile da molteplici indubbi segni, ci si accorge di averlo commesso verificando e confrontando l'operato con la legge e l'autorità. Un pò come per il corpo di cui si accerta lo stato di salute a mezzo di visite mediche e di molteplici analisi.
Segni certi, ancora, di peccato mortale commesso potrebbero essere sia gli effetti visibili provocati (la morte, danni molto gravi a sé o agli altri, ecc.) e sia il rimorso che segue alla trasgressione. Un segno però, quest'ultimo, che potrebbe anche mancare facilmente, in tutto o in parte. Può capitare, infatti, quello che così spesso si verifica per il corpo, che spesso si riscontra quasi casualmente ammalato, non avendone avuto prima il minimo sentore: si scopre, cioè, di ritrovarsi, per più versi, in braccio alla morte dell'anima, pur senza aver avuto rimorso alcuno per il proprio operato. E la ragione è che il rimorso, se  è sempre avvertito dalle coscienze sensibili e bene educate, non lo è invece da quelle  accecate e deformate. In effetti, a forza di minimizzare e non dare peso a niente; a forza di trasgredire in continuazione la legge e non dare ascolto all'autorità, la coscienza finisce per annebbiarsi e perdere  quasi del tutto la sensibilità davanti al peccato. In questo caso, allora, se non si sente alcun rimorso in certe azioni o comportamenti, non è perché essi non costituiscano peccato e, magari, peccato grave; ma perché si è perduto completamente il senso del peccato.
         Purtroppo è questa un pò la situazione odierna nella quale, pur annegando quasi tutti nei peccati più gravi e vergognosi, si continua a ripetere sfacciati e imperterriti di non aver peccati da confessare. E, col pretesto che “la coscienza non (mi) dice che questo è peccato”, non si cessa di condurre una vita quasi senza Dio e senza morale!

4) Parli della gravità del peccato.
         
Per voler parlare di “gravità” del peccato, è necessario innanzitutto rilevare che, essendo esso essenzialmente offesa di Dio e disordine nel mondo spirituale, non  si può misurare la sua gravità alla maniera delle cose materiali o argomentando solo dagli  effetti sensibili da esso provocati. Così, per esempio: l'omicidio è certamente un peccato molto grave, comportando esso il massimo danno inferto ad un fratello; e tuttavia, alla luce della Fede, lo scandalo che uccide un'anima è peccato ancora più grave, almeno sotto certi aspetti. Da notare ancora che possono esserci dei peccati gravissimi, come quello di Adamo ed Eva, i cui effetti immediati percepibili sembrano quasi inesistenti, anche se in realtà sono pesantissimi. Probabilmente Adamo, pur vedendosi, dopo il peccato, nudo di tanti beni e condannato da Dio, non si sarà reso esattamente conto di quali devastazioni si era reso colpevole col suo peccato.
Premesso tutto ciò, c'è da dire subito che ogni peccato, mortale o veniale che sia, pur non essendo dannoso alla stessa maniera, è sempre di una gravità “infinita”, perché offesa dell'infinita maestà di Dio, cagione della morte di Gesù e spirituale rovina dell'anima.
La più o meno grande gravità del peccato la si deve dedurre dal fatto che, essendo anche trasgressione di legge, esso scompiglia, senza  averne magari percezione alcuna, l'ordine universale, così come una sola pietra gettata in mare lo sposta letteralmente tutto! E se tutto viene come “spostato” e messo fuori ordine, è facile immaginare con quali conseguenze.
Né il fatto di non essere persuasi della gravità del gesto peccaminoso, ne elimina la gravità. Chi, pur convinto che, toccando un filo elettrico ad alta tensione, non succeda niente, resta pur sempre fulminato. Adamo stesso, come già detto, molto probabilmente né vide né si rese conto della gravità del suo peccato. E tuttavia ciò non rese il suo gesto meno catastrofico. A ritenere grave il suo gesto di disobbedienza era più che sufficiente l'avvertimento datogli da Dio: “Se mangerete... morirete”. Così come, analogamente, a capire la gravità del toccare un filo elettrico ad alta tensione è sufficiente il cartello ammonitore di pericolo di morte.
La gravità del peccato, per cui deve dirsi mortale o veniale, è determinatala soprattutto dalla materia o punto di legge violato. Così la “gravità” mortale di alcuni peccati salta subito agli occhi, come l'uccisione. Per rendersi conto invece, almeno in qualche modo, della gravità mortale di altri peccati (come per esempio della fornicazione), ci sarebbe bisogno di profonda riflessione e ragionamento. Ma, come già detto, in pratica il meglio è stare docilmente e umilmente alle indicazioni e insegnamenti della Santa Madre Chiesa.

5)  Quali conseguenze porta il peccato ?
         Il peccato mortale, privando della Grazia Santificante, mette in braccio al diavolo e pone l'anima in stato di dannazione eterna. Se, infatti, per la salvezza è necessaria la Grazia, senza di questa - quale che sia il peccato o i peccati di cui ci si è reso colpevole-, l’anima è in stato di dannazione.
Il peccato mortale spoglia l'anima di tutti i meriti buoni, comunque acquisiti. E le opere buone compiute in stato di peccato mortale -pur essendo sempre utili e consigliabili, non fosse altro che per ottenere misericordia- non hanno nessun valore per la vita eterna.
Il peccare poi continuato e aggravato non può non riflettersi, almeno in qualche modo, in tutto il comportamento anche esteriore, che si rivela disordinato, incoerente, cattivo. Lo stato di morte e di “deformità” spirituale, anzi, spesso finisce come per fissarsi in quella che è detta comunemente la “faccia del peccato”. L'agire morale -lo ha evidenziato anche Giovanni Paolo II nella enciclica “Veritatis Splendor”- oltre alle conseguenze più o meno gravi, intacca il soggetto stesso che opera. Quante volte e in quante persone miseramente travolte dai propri disordini morali è avvertito tutto questo non solo dai Santi, ma da quanti preservano sufficientemente i loro occhi e il loro cuore dalla caligine incombente.
Il peccato porta anche conseguenze d'ordine fisico e sociale? Certamente. Esse, anche se non sono sempre valutabili e percepibili subito e del tutto, sono sempre di rilevante gravità, proprio perché col peccato ci si mette contro Dio e contro le leggi di natura che reggono l'ordine e l'armonia universale. Ora porsi contro Dio è voltare le spalle  alla fonte stessa di ogni bene; e disattendere la legge di natura equivale a rinnegare un pò i presupposti stessi della propria vita e del proprio benessere. Peccando avviene come quando, perturbando, nel corpo, i tassi glicemici, azotemici ecc., si compromette la sanità. Analogamente, nell’anima si compromettono la vita e il benessere ogni qualvolta, col peccato si perturba l'ordine e l’armonia. Non si stenterà, qui, allora, a capire che l'origine di tutti i mali dell'uomo sta soprattutto qui, nel peccato, che, essendo un attentato alla legge di vita, è  sempre un attentato alla vita. Cosa non provoca nel corpo umano, si diceva, un osso spostato! Molte malattie e disordini hanno chiara origine dal peccato.
Soprattutto questo dovrebbe far capire essere la legge di natura, più che costrizione di libertà, condizione e salvaguardia della vita. Per cui giustamente Dio, dopo aver proposto al Suo Popolo i dieci comandamenti, gli disse “Prendo oggi a testimoni contro di voi il Cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza...” (Deuteronomio 30,19). La conclusione si impone da sola: essendo sempre contro la vita ogni peccato, sia  mortale o veniale, è da ritenersi sempre, come insegnano i Santi e soprattutto le Sacre Scritture, il vero e principale nemico dell'uomo.

6) Occorre la Confessione per avere il perdono di Dio?
        Il mezzo ordinario per il perdono dei peccati è, per esplicita Volontà di Dio, la Confessione di essi al Sacerdote autorizzato. Per chi non conosce di usare della Confessione, il perdono dei peccati mortali lo si può ottenere a mezzo della contrizione e dell'atto di amore.
Una formula di come esprimere la contrizione, che è dolore perfetto è questa: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te sommo bene e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami!”. Una formula come fare l'atto di amore perfetto è questa: “Mio Dio ti amo con tutto il cuore e sopra ogni cosa, perché sei bene infinito e nostra eterna felicità, e per amor tuo amo il prossimo come me stesso. Signore, che io ti ami sempre più!”.
Presumere di confessarsi direttamente con... Dio, è atteggiamento, oltre che ridicolo e orgoglioso, grandemente  offensivo per Lui, che ha voluto la Confessione nella sua infinita sapienza e misericordia. Molto più facile il perdono dei peccati veniali che si ottiene con molti mezzi: con atti di Fede e di amore, con l'esercizio delle virtù, con elemosine, con l'uso dei sacramentali ecc.

7) Il primo peccato è stato di Adamo ed Eva, ma perché tutti noi  ne portiamo le conseguenze?
        Nel presente ordine delle cose la più parte dei beni ci viene trasmessa per legge di ereditarietà: beni di fortuna, disposizioni e il corpo stesso con tutte le facoltà e meraviglie di cui è capace. In pratica i figli ereditano quanto lasciato loro dai genitori: i ricchi tramandano ricchezza, i poveri tramandano... povertà e miseria ! Era volere di Dio che la Grazia o vita soprannaturale, concessa gratuitamente ad Adamo ed Eva, fosse partecipata anche a tutti i loro figli con la trasmissione della natura. La perdita di  sì gran bene e dono fu perdita per sé e per tutti i figli, che sarebbero venuti fino alla fine del mondo. Il cosiddetto “peccato originale”, ereditato dal padre Adamo, consiste appunto essenzialmente in questa privazione della Grazia o vita divina.
Da aggiungere che detta perdita non fu affatto indolore. La Grazia infatti, dono assolutamente gratuito, comportava, assieme alla partecipazione alla vita divina e all'amicizia con Dio, anche ordine e armonia perfetta in tutta la persona umana. Le conseguenze dolorose perciò di disordine, di corruzione, di morte ecc., come in Adamo si verificano pure nei suoi figli.
Non è fuori posto far rilevare qui che, stando così le cose, la natura umana, presente in ogni figlio di Adamo, non è più quella pura e bella uscita dalle mani di Dio Creatore; ma quella malata e disordinata trasmessa da Adamo peccatore, indebolita e minata dalla concupiscenza perversa.

8) Senta, per un solo peccato di disobbedienza Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso, ma                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            oggi l’obbedienza alla Legge di Dio è quasi inesistente.
        Se il primo peccato di Adamo ha sconvolto l’universo, ci si meraviglia come il calpestare, per così dire, tutta la legge di Dio non produca effetti ancora più devastanti... E' una illusione! Gli effetti del peccato ,in ragione del numero e della loro gravità, non mancano mai e sono sempre disastrosi per tutti in ogni tempo e condizione. Se non si vede nulla di tutto questo -e da qui deriva l'impressione che sia stato solo il peccato originale ad avere effetti così sconvolgenti, mentre nulla sembra aggiungere il cumulo enorme dei peccati degli uomini- è perché, è il caso di dirlo, non può darsi nulla di più,  oltre alla morte che è esclusione e fine di ogni bene: non si può cadere più in basso ancora di chi è caduto al fondo dell'abisso!

9)  Peccato dell'uomo e Misericordia di Dio.
         L'uomo che col peccato offende sommamente la divina Maestà meriterebbe ogni castigo e addirittura l’annientamento .Ma il Signore che è infinita misericordia ha pietà dell’uomo, e si adopera perciò in tutti i modi a salvarlo e a ripristinarlo nell'ordine e nel benessere di prima, anzi ad arricchirlo e ad elevarlo, se fosse possibile, ancora più in alto.

10) Chi vive in peccato mortale merita qualcosa davanti a Dio ?
         Chi, con il peccato mortale, si pone in stato di morte e di inimicizia con Dio, per giustizia non merita nulla per la vita eterna. Tuttavia Dio, che è gran Signore, può ricompensare come crede il bene fatto. Per questo, il peccatore non deve cessare di pregare e di fare del bene: egli può così almeno impietosire, per così dire, Dio che non disprezza mai l'umiltà e la buona volontà.

11) Il peccato trascina al peccato?
        Sì, il peccato spinge al peccato. E ciò sia perché, venendo meno la Grazia, si resta con le semplici e inferme forze di natura; e sia perché ogni peccato indebolisce l’anima, disponendola e inclinandola sempre più ad esso. Un pò come avviene per le malattie del corpo. Una volta contràttane qualcuna, pur guariti si è propensi a contrarla più facilmente: predisposizione che s'aggrava  sempre più per ogni nuova ricaduta in essa.

12) Chi vive abitualmente in peccato, che capacità ha di praticare le virtù?
        Una capacità ben ridotta. La virtù, come insinua la parola stessa, è sforzo virile. Ora chi vive abitualmente in peccato mortale è addirittura morto e quindi assolutamente impotente; e chi guazza nel peccato veniale, come già detto, è estremamente debole. Un pò, anche qui,  come chi, affetto da strane febbricole, è incapace di grandi sforzi. L’apatia, la tiepidezza spirituale, l’accidia e l'indifferenza hanno qui, in gran parte, la loro causa e origine.

13) Secondo Lei, sono molti quelli che vivono abitualmente in peccato mortale?
        Purtroppo molti, la stragrande maggioranza dei cristiani vive in peccato mortale, almeno a giudicare dalle apparenze. E lo si può provare facilmente. Sono peccati mortali infatti il non partecipare alla Messa domenicale e festiva, i peccati impuri, le bestemmie, gli aborti ecc. Ebbene, oggi l'80-85% non frequenta la Messa domenicale; i fidanzati nella quasi totalità hanno rapporti prematrimoniali; gli scandali e la spudoratezza delle mode soprattutto femminili hanno raggiunto livelli incredibili; gli aborti ogni anno sono decine e decine di milioni, senza andare a peccati mortali più sofisticati, per così dire, e a tutti gli altri settori dell'etica e della morale cristiana...
Da aggiungere però che non sappiamo fino a che punto può scusare davanti a Dio l’ignoranza, che oggi è ad un livello impressionante ovunque. Questa, che pur in gran parte sembra vincibile e perciò colpevole, potrebbe sempre riservare delle sorprese e rendere molto incerti e fallibili i giudizi umani.

14) Compie peccato anche chi prende solo parte ad un'azione immorale?
        Certamente. A nessuno è lecito nè operare né cooperare direttamente e formalmente al male, anche se, per valutare moralmente la stessa cooperazione, devono tenersi presenti molti elementi a cui non si può qui accennare. Diremo solo in breve che là dove c'è vera e formale cooperazione al male, si pecca più o meno gravemente e anche mortalmente a seconda delle circostanze. Si pensi solo, per esemplificare, a tanti operatori televisivi o a fotomodelle e indossatrici, causa di tanti e così gravi scandali; o a  coloro che comunque favoriscono, incoraggiano e cooperano all'aborto!...

15) Quindi, anche chi loda, approva o consiglia azioni peccaminose, pecca mortalmente?
        Sì, proprio così, ma con tutte le dovute distinzioni e riserve.

16) Se uno protegge quelli che commettono il male?
        Si rende complice e partecipe dello stesso male in misura più o meno grave, a seconda delle circostanze.

17) I vizi sono generati dalla ripetizione dei peccati?
        I vizi sono abiti o disposizioni perverse opposti a quelli virtuosi. Come la ripetizione di atti virtuosi genera l'abito buono della virtù, così il ripetersi di gesti peccaminosi genera abiti perversi o vizi.

18) Il peccato è il nemico numero uno della nostra santificazione?
        Sì, il peccato è il vero e più grande nemico del bene dell’uomo, in tutti i sensi. E quindi è anche il più grande nemico della sua santificazione. E la santificazione consiste nell'amore e nell'unione con Dio e nel partecipare con la Grazia alla sua stessa vita. Il peccato invece, in quanto amore perverso di sé e delle creature e quindi vero e proprio rifiuto di Dio posto dopo la creatura, spezza od  ostacola proprio l'unione soprannaturale con Dio. Si può dire che, nei confronti di Dio, il peccato si pone come la tenebra alla luce, la morte alla vita, la negazione all'affermazione.

19) Chi per disgrazia muore in peccato mortale, avrà più tempo per convertirsi e confessarsi?
        No, perché il tempo per meritare Grazie è quello della vita presente. Perciò con la morte non si può più  meritare e non ci si può più né convertire né confessare. Di qui l'incessante esortazione evangelica a profittare del tempo presente per fare il bene; e l'avvertimento a vigilare incessantemente per non essere sorpresi dalla  morte. Anche l'Apostolo ripete: “Mentre abbiamo tempo, operiamo bene”.

20) Come si può espiare il peccato in questa vita?
        Operando il bene sempre e dovunque; osservando fedelmente e integralmente la santa legge di Dio; sopportando e santificando malattie, sofferenze, avversità e prove della vita; elargendo abbondanti elemosine agli indigenti; pregando molto e bene; facendo digiuni e penitenze; acquistando indulgenze concesse dalla Chiesa. In breve, il peccato lo si può espiare in questa vita con ogni forma di bene e di virtù.

21) Quindi anche la sofferenza accettata con amore aiuta a purificarsi?
        Sì, la sofferenza è addirittura tra i mezzi privilegiati di espiazione e di riparazione, e perciò, in merito, quanto di più prezioso e meritorio: Dio è vicino soprattutto a chi soffre. Oltre tutto, nell’accettazione e santificazione della sofferenza  -che, volere o no, presto o tardi si incontra sul proprio cammino- si esercitano molte virtù gradite a Dio come l’umiltà, la Fede, la pazienza, la generosità ecc. Senza parlare poi, più specialmente, della sofferenza del giusto che, essendo purissimo dono di amore come quella del Cristo, è quanto di meglio si possa avere per salvare e redimere il mondo intero.

22) E cosa succede a colui che deve espiare  il peccato nel Purgatorio?
        Poiché i peccati commessi vanno comunque riparati ed espiati prima di entrare in Paradiso, se si fosse sorpresi dalla morte prima di aver soddisfatto ad ogni debito o arrivato alla purificazione delle colpe commesse, bisognerà riparare e purificarsi in Purgatorio. Il Purgatorio è uno stato e, forse anche un luogo, nel quale si soffre spaventosamente, assieme a molte altre pene, soprattutto per la privazione della visione di Dio. Nel Purgatorio dove si provano in qualche modo i rigori della divina giustizia, si soffre immensamente di più che  sulla terra, quali che siano le prove e le sofferenze che qui si possano avere.

23) Cosa sono le imperfezioni volontarie?
        Per alcuni teologi le imperfezioni positive e cioè volontarie sono veri e propri peccati veniali; altri invece negano che le imperfezioni vere e proprie possano essere peccati veniali. Imperfezioni del genere sarebbero principalmente, per esempio, -secondo un maestro di spiritualità- l'omissione di un atto buono di semplice consiglio, la mancanza di fervore e l'indecisione nell'adempiere un precetto (
ROYO MARIN, Teologia della perfezione cristiana, Ed. Paoline, 1965, p. 268). In pratica, comunque, nessuno “è autorizzato a commettere delle imperfezioni; occore evitarle ad ogni costo. Non tanto  perché l'imperfezione sia un male, ma perché quasi sempre  vi si accompagnano i peccati veniali” (Ivi, p. 270).

24) Padre Antonio, oggi non si fa più minimamente attenzione al peccato veniale.
        E' vero. In un clima di completa perdita del senso del peccato, se non si avvertono peccati gravissimi come tali, meno che mai si  farà attenzione a peccati di minore gravità. Ma la ragione per cui non si avverte più l'importanza del peccato veniale è dovuta soprattutto a  mancanza di amore: il peccato è esso stesso sempre mancanza di amore. Infatti, per chi ama per davvero è intollerabile e inammissibile anche la più piccola offesa all’amato. I Santi, creature di amore per eccellenza, tremavano  al solo pensiero di poter far dispiacere al Signore del loro cuore.

25) Vuol parlare del peccato veniale?
           Eccetto pochi casi, il peccato veniale lo si ha in tutti i settori della morale. Si ha a che fare cioè con disposizioni e  comandamenti che ammettono parvità di materia: così in fatto di obbedienza, di povertà, di rispetto ai genitori, di sincerità ecc.
E' peccato veniale sempre che, a giudizio della Chiesa, non c'è materia grave(il precetto della Chiesa, per esempio, della partecipazione alla S. Messa festiva e domenicale è obbligo grave, e perciò la sua omissione -se non è motivata da gravi ragioni come malattia e simili- costituisce peccato mortale). La bugia, per esempio, che non porta danno non è mai peccato mortale. Tuttavia anche là dove non esiste parvità di materia -l'impurità per esempio è sempre di per sé peccato mortale- il peccato può essere non mortale per l'imperfezione dell’atto, nel senso che questo potrebbe essere stato commesso, per esempio, in stato di semiinconscienza o di dormiveglia e simili.

26) Quali i mezzi per combattere i peccati veniali.
        Bisogna soprattutto imparare ad amare sul serio: l’amore, come già si diceva, evita scrupolosamente quanto può far dispiacere anche minimamente all'Amato. Imparare a riconoscerli e confessarli umilmente. Dio, insegna S. Agostino, “è pronto a perdonare, ma a quelli che riconoscono i loro peccati; ed è pronto a punire coloro che difendono le loro colpe, che pretendono di essere giusti, che credono d'essere qualche cosa, e non sono niente. Chi cammina nel Suo Amore e nella Sua misericordia, una volta liberato da quei letali e gravi peccati che sono il delitto, l’omicidio, la rapina, l’adulterio ,opera la verità della Confessione, anche per quei peccati che vengono ritenuti piccoli, come i peccati di lingua o di pensiero o di smoderatezza nell'uso delle cose lecite, e s'accosta alla luce nelle opere buone. Perché molti peccati piccoli, se vengono trascurati, uccidono. Non sono piccole gocce che riempiono i fiumi? E sono piccoli i granelli di sabbia, ma se sono molti, pesano e schiacciano. Una piccolissima falla trascurata, che nella stiva della nave lascia entrare l'acqua a poco a poco, produce lo stesso effetto di un'ondata irrompente: continuando a entrare poco alla volta, e mai svuotata, affonda la nave” (Commento al Vangelo di San Giovanni 12,14).
Bisogna poi persuadersi che il peccato anche in piccolissime dosi è veleno che arreca danni gravissimi all'anima e alla vita spirituale; e convincersi che anche per i peccati veniali bisognerà pagare e soddisfare in questa vita o nel Purgatorio.
Sforzandosi di fare tutto nella massima diligenza e perfezione si gusterà anche la gioia dell'amore che si dona fino in fondo, e dell'armonia e della pace che derivano da un ordine per quanto possibile perfetto.

27) Che consigli dà a coloro che vivono in peccato mortale?
        Vorrei invitarli a non essere crudeli con se stessi, a prendere perciò in seria considerazione lo stato e le sorti della propria anima che, stando in peccato mortale, corre rischi tremendi .Vorrei invitarli in breve  a:
- riflettere bene su realtà come morte, diavolo, Inferno e simili, delle quali si ha paura, ma  con le quali -lo si sappia o no, lo si ammetta o no- si convive in massima incoscienza. Vorrei perciò esortarli a:
     -recitare almeno qualche preghiera, come per esempio tre Ave Maria alla Madonna, tutti i giorni, per implorare lume e Grazia di conversione.

28) Quelli che chiedono aiuto a Dio o un miracolo, ma vivono in peccato mortale, hanno speranze per ottenerlo o devono prima cambiare vita?                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             
        In linea di massima vivere in peccato e chiedere un miracolo è un tentare Dio e cioè come un provocarlo. E Dio non si presta a simili giochi di prestigio! Il ricco epulone all'Inferno chiedeva ad Abramo di inviare dai suoi fratelli che vivevano male, qualcuno dell'aldilà per indurli a cambiare vita. Abramo risponde: Hanno la legge e i profeti. Se non accettano questi, non ascolteranno neanche se a parlar loro fosse un morto risuscitato!
E, tuttavia, di quando in quando il Signore, nei Suoi imperscrutabili disegni, viene incontro  a qualche peccatore operando anche dei miracoli. Ma sono eccezioni sulle quali nessuno può fondarsi: Dio opera come vuole e quando vuole e mai può essere condizionato da chicchessia. Al peccatore perciò si impone dapprima -è questa la via sicura!- l'umile riconoscimento dei propri peccati, la conversione della vita e poi sperare pure dalla bontà del Signore quanto sta a cuore!

29) Che significa questa frase di Gesù: “Chi avrà bestemmiato lo Spirito Santo, non  avrà                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      perdono in eterno”?
        La si spiega generalmente così: chi rifiuta il perdono e i mezzi di Grazia -è questa la bestemmia o il peccato contro lo Spirito Santo- finisce dannato, così come è inesorabilmente condannato a morire chi nella malattia rifiutasse ostinatamente medici e medicine, il cibo e qualsiasi tipo di alimentazione. In realtà Dio perdona tutto all'anima che sinceramente si pente e intende cambiare vita, perché il Suo Amore e la Sua Bontà superano e vincono  ogni più oscura e perversa realtà.

30) Secondo Lei per quale peccato ci sono più anime all'Inferno?
Le anime si dannano soprattutto per i peccati impuri o sessuali. E' vero, il peccato impuro non è il più grave, essendocene altri di per sé molto più gravi (l’ingiustizia, l’omicidio, la bestemmia ecc.).Ma è il peccato dal quale difficilmente si trova chi ne è del tutto immune, e quello che comporta più conseguenze disastrose per la Fede. Questa, per lo più, la si perde soprattutto da chi, divenuto carne, non riesce più a sollevarsi nel cielo dello spirito. Giacinta, una dei tre piccoli veggenti di Fatima che videro la Madonna, prima di morire, affermò su  ispirazione della Vergine: “Sono i peccati impuri che trascinano più anime all'Inferno”.

31) Oggi non c'è più senso del peccato.
        Purtroppo è vero. Di qui quel ripetere a proposito e a sproposito: “E che peccato faccio io?”  Aver perduto il senso del peccato significa che, come il cieco e il sordo non percepiscono più  colori o  suoni, che invece sono percepiti normalmente dalla stragrande maggioranza degli uomini; così l’anima, pur essendo ingolfata fino al collo nei peccati, non avverte più nulla e vive nella quasi totale indifferenza  e insensibilità morale. Il non avvertire più il peccato, a causa ordinariamente dell' ignoranza colpevole e soprattutto della continua resistenza alla legge e alla Grazia di Dio, costituisce  forse la massima disgrazia e il più grande castigo che possa capitare ad un’anima. Senza quasi più stimoli o spinte di salvezza questa si avvia con i propri piedi e nella più completa incoscienza alla dannazione eterna.

32) Che ne pensa di coloro che esaltano pubblicamente il peccato?
        Sono dei miserabili sciagurati degni solo di immensa pietà. Perché oltre ad essere personalmente in una spaventosa povertà e miseria spirituale, fanno di tutto per diffondere e imporre una cultura di morte, tale essendo il peccato; trascinando nel baratro povere anime ignare e sprovvedute. Sono essi i maggiori responsabili delle disgrazie del mondo, essendo il peccato la vera causa principale di tutti i guai dell’uomo, e perciò anche i suoi peggiori nemici nonostante tutte le apparenze in contrario.

33) L'uomo di oggi forse pensa che il peccato non sia più peccato?
        Sì, il peccato sotto tutte le forme dilaga talmente  da divenire “costume”, “routine”, ingenerando quindi la falsa persuasione di camminare e vivere una vita del tutto normale. Molti poi ritengono effettivamente che una trasgressione, una volta generalizzatasi, non sia più tale o per lo meno non sia più così grave come alcuni vorrebbero dire. Persuasione stoltissima! Sarebbe un pò come dire: dal momento che il cancro è ormai la malattia di tanti, non può essere più quella terribile malattia che dicono i medici!
E anche illusione fatale giacché la realtà oggettiva non cambia per il fatto che la si immagina diversa, fossero anche tutti gli uomini a pensarla così. Chi desse di testa ad un muro immaginato da tutti soffice come la lana, ugualmente si... romperebbe la testa!

34) Chi  pensa così, è convinto che tutto gli è permesso?
        Per la verità è difficile far tacere del tutto la voce della coscienza, dalla quale soprattutto ci viene la distinzione di bene e di male. Tuttavia l'uomo finisce per ritenere tutto lecito moralmente proprio perché, dati i tempi e le condizioni di vita di oggi, si illude che nulla più è peccato e che non esiste o non si dà affatto un giudizio severo di Dio.

35) La moda femminile di oggi è diventata indecente.  
        
La moda femminile ha purtroppo raggiunto livelli di sfrontatezza assolutamente impensabili qualche decennio fa, divenendo  sempre più provocante e scandalosa. Disgraziatamente le donne, nel seguire la moda, per lo più neanche si pongono il problema morale. Forse il loro più grave peccato è proprio quello di ritenere il modo di vestire al di fuori o al di sopra della morale di Dio, assieme all'altro di non voler credere alle conseguenze e allo scandalo prodotto dalle loro nudità. E' per questo anche che il degrado morale dei costumi si fa sempre più impressionante. Infatti siccome coloro  che godono peccaminosamente di tale “spettacolo”, fanno presto ad abituarsi, sono spinti senza posa a ricercare, come per la droga, dosi di “spettacolo” sempre più audace.
Stando così le cose, il mantenersi casti per tutti coloro che vogliono e debbono (e lo dovrebbero almeno tutti i cristiani fuori del Matrimonio!) pur andando ad occhi bassi diventa una impresa estremamente difficile e, senza una grande Grazia del cielo, quasi impossibile. L’ondata di sensualità e di sollecitazioni infatti avvolge davvero tutto l’uomo, ovunque viva e operi.

36) La Madonna a Fatima aveva detto: “Verranno mode che offenderanno molto il Signore”.
        Oggi la moda tende soprattutto a scoprire la donna, sapendo bene che il maschio si eccita nel vedere soprattutto certe parti del corpo. A Fatima la Madonna fece dire da Giacinta: “Verranno mode che offenderanno molto il Signore”. Con la moda di oggi si può arrivare facilmente a peccato mortale ma, segno dei tempi, la donna, come dicevo, per lo più non vuole ammetterlo trincerandosi dietro  argomentazioni o spiegazioni che, a dire poco, sono cretine. Come non c'è quasi donna che si accusi di questo peccato!

37) Il mestiere del diavolo è quello di tentare. La gente oggi non si accorge più delle tentazioni.
        Sì, la provocazione o scandalo o tentazione e incentivo al male non è più avvertito sia da chi lo commette appunto con la bestemmia o con il pubblico disprezzo della legge di Dio o con una vita quasi pagana ecc., e sia da chi ne è come spettatore indifferente. Ciò, ancora una volta, per la perdita completa del senso del peccato e per l'insensibilità morale nella quale è caduto in gran parte il popolo cristiano.
La stessa provocazione sessuale, che viene da tutte le parti, non è più avvertita da molti che, pure dovrebbero normalmente eccitarsi data la natura corrotta presente in tutti i figli di Adamo. Ciò non perché si sono superati i tabù, come si dice da tanti, approdando ad una maggiore maturità psichica e morale; ma perché l'adattarsi o l'abituarsi avviene semplicemente o soprattutto là dove si è già ceduto alla sollecitazione almeno col peccato di desiderio. Per aversi allora la  reazione, -lo si rilevava già- ci vorranno dosi sempre più elevate, come accade a chi ha preso anche una volta sola la droga.
La provocazione o tentazione resta invece sempre tale e forte per chi non intende per nessun motivo scendere a patti col peccato. Il frutto proibito  continua ad attirare, e sempre più fortemente fino a quando, colto e gustato, non si rivela in tutta la sua miserabile pochezza.
In conclusione dunque la tentazione è sempre o quasi sempre avvertita soprattutto da chi non cede ad essa. Né si gridi alla anormalità: è più che normale che ci si ecciti davanti a certe realtà, del tutto anormale invece il contrario! Si spiega perché ai terribili scandali della società di oggi reagiscono quasi solo i Santi e coloro che si sforzano di conservare una profonda dirittura morale!
 
38) Quali le precauzioni per essere forti e preparati nelle tentazioni.
        Sono quelle stesse suggerite da Gesù: vegliare e pregare per non entrare e lasciarsi travolgere dalla tentazione.
Vegliare e cioè prima di tutto saper avvertire i pericoli e...fuggire le occasioni. In campo morale, data la debolezza innata per il peccato originale, vince chi fugge, non fidandosi delle proprie forze assolutamente impari a vincere il nemico, immensamente più forte.
Vegliare è ancora usare in tutte le cose quella prudenza di cui Gesù ha detto: “Siate prudenti come i serpenti”. Come i serpenti, perché quando sono attaccati, si preoccupano di salvare soprattutto la testa dalla  quale dipende essenzialmente la loro vita; così il cristiano deve vegliare soprattutto a mettere in salvo la Fede, che è come la testa o la base di tutta la sua vita soprannaturale, a costo anche del sacrificio delle  cose più care e della vita stessa. In pratica quindi: salvaguardarla dai pericoli, fuggire le occasioni pericolose volontarie, essere intransigenti nei principi, coltivare il senso soprannaturale in tutto e mai scendere a compromessi in fatto di Fede.
Vegliare e... pregare, implorando cioè con costante, umile e confidente preghiera -soprattutto quando la tentazione è più gagliarda e più insidiosa- l'aiuto della Grazia onnipotente e rifugiandosi tra le braccia del Padre. Pregare la Madonna è importante, come la recita della preghiera a San Michele Arcangelo. Chi confida in Dio vincerà sempre, anche se contro di Lui si scatena l'Inferno intero.

39) Si vive in una società che non ha più coscienza di purità.
        Il mondo non ha mai capito e mai capirà la bellezza e la sublimità di certi valori, come quello della purezza o castità dell'anima e del corpo, perché è tutto fondato sul maligno. Per questo tutto vede e vuole in funzione soprattutto del soddisfacimento della carne e del sesso. Ma oggi tutto particolarmente, come nei tempi di massimo degrado spirituale di tutti i popoli più potenti e famosi della storia umana, quello che più è ricercato, esaltato e difeso è l'impurità o peccato sessuale. A riguardo è significativo quanto scrive l'Apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: gli uomini “pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa.(...) Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi (...). Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento” (Rom 1,21.24.26-27).


LA  SS. TRINITÀ


46) La SS. Trinità è un grande mistero, bisogna solo umiliarsi e avere Fede...
        I misteri soprannaturali sono quelle verità che trascendono, ma non si oppongono alla ragione. Per venirne a conoscenza, anche sommaria, c’è bisogno della rivelazione. Si richiede cioè che Dio stesso direttamente o a mezzo di qualcuno da Lui istruito e inviato li sveli e li faccia conoscere.
I misteri di Fede divina, come ogni altra verità di Fede anche solo storica, non direttamente percepibile da sé (come quella, per esempio di sapere che è esistito un personaggio di nome Giulio Cesare che ha combattuto in Gallia ecc. ecc.), si accettano, quando si accettano, non per evidenza immediata intrinseca, ma solo sull’autorità. E cioè si crede a quanto rivelato se chi rivela anche cose che si direbbero impossibili (sia una persona o un documento o un monumento ecc.) sia degno di Fede. La credibilità, quindi, di un documento o di una persona (quel documento è credibile, quella persona è degna di Fede) dipende dall’autorità. In pratica una persona è autorevole, e quindi credibile, se dà prova di possedere quella conoscenza o scienza sufficiente che impedisce di ingannarsi; e quella onestà o santità che non vuole mai ingannare nessuno.
La struttura o essenza, per così dire, di Dio e la sua vita intima -ecco il mistero della SS. Trinità- possono conoscersi solo se è Dio stesso a rivelarle. I cristiani credono nel mistero della SS. Trinità perché rivelato chiarissimamente da Gesù, il Verbo fatto Carne! Quel  Gesù che ha tutta l'autorità di essere creduto, avendo dato prove abbondantissime di possedere tutta la conoscenza necessaria e tanta santità di vita da escludere decisamente ogni inganno in sé e negli altri. Autorità confermata, oltre tutto, da strepitosi prodigi e soprattutto dalla sua risurrezione dai morti, voluti a conferma appunto della verità rivelata. Data, perciò, l’autorità di Gesù,  il mistero della vita intima di Dio può e dev'essere ragionevolmente accettato. Ma pur rivelato, esso resta un grandissimo e oscurissimo mistero perché nessuna creatura creata o creabile può scrutare Dio. Come nessuna creatura, anche con la rivelazione del mistero, può capire (contenere) Dio: “Nessun uomo Lo ha mai visto (Dio), né Lo può vedere” (1 Tim 6,16). Solo un Dio può capire Dio! Perciò di fronte al grande mistero non c'è che da sottomettersi con Fede umile e vibrante!

47) Dio è Padre e Figlio e Spirito Santo?
Gesù dicendosi Figlio del Padre e una sola cosa con Lui; promettendo di inviare lo Spirito Santo che prende da Lui e da Lui procede, ci ha fatto sapere che nella Trinità c'è un Padre e un Figlio e uno Spirito Santo che è l'abbraccio infinito dell'Amore dell'Uno e dell'Altro.
Dicendosi Figlio vuol dire che Egli procede dal Padre per generazione alla maniera intellettuale e cioè un pò come il concetto o idea viene dalla mente. E dicendo Spirito Santo che l'unisce al Padre e il Padre a Lui, vuol dire che lo  Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, non per generazione, ma alla maniera dell’amore. E si rivela così pure che origine e sorgente delle altre due Persone è il Padre. In conclusione un Dio che è necessariamente Padre Figlio e Spirito Santo.
Ad avere una pallidissima figura o immagine di tanto mistero si rifletta su quanto avviene nel porsi davanti ad uno specchio. Chi si specchia vede riflessa di fronte a sé la propria immagine, da lui generata, per così dire. Col compiacersi  di tale riflesso avviene come un ritorno dell'immagine a chi l'ha prodotta o come un abbraccio e un legamento di amore tra causa ed effetto. Sia l'immagine riflessa come l'amore di compiacenza provengono dalla stessa origine, ma in modo diverso. L’immagine è come generata, la compiacenza è come sussurrata o spirata dall'amore.

48) Unità e distinzione nella SS. Trinità.
        
Non c'è che un solo Dio: unica infatti è la natura posseduta in pieno dal Padre e dal Figlio e dallo Spirito Santo. E poiché Dio è per natura onnipotente, eterno, immutabile, sapientissimo, tale  è il Padre e anche il Figlio e lo Spirito Santo, e tuttavia non si danno tre onnipotenti, tre eterni, tre immutabili, tre sapientissimi, ma un solo Dio onnipotente, eterno, immutabile, sapientissimo. “Questi attributi infatti concernono l'essenza perché in Dio è la stessa cosa  essere ed essere grande, buono, sapiente e tutto ciò che si afferma di ciascuna Persona considerata in se stessa o della Trinità” (S. Agostino, La Trinità, 5,2,8;7,4,5-6).
Un'unica Natura e tuttavia posseduta dai Tre in modo tutto personale: tre Persone dunque uguali e distinte dove perciò non esiste il prima e il dopo, il più e il meno, il superiore e l’inferiore. La mente vacilla, ma l'Autorità di Cristo che rivela è garante assoluta della verità. E perciò davanti a sì alto e grandioso mistero non resta che piegare il ginocchio e adorare! Chi osasse scrutarlo superbamente ,ne rimarrebbe oppresso e accecato come chi, temerariamente, fissa l'occhio nel sole fulgente di splendore di luce meridiana.

49) Dio è Amore, non può soffrire; ma come spiega la sua paternità?
        Poiché Dio trascende e supera tutto, nessun concetto, nessuna definizione può esprimerlo adeguatamente e nessuno spazio, né materiale né logico può circoscriverlo o imprigionarlo. E perciò ogni concetto o espressione umana, che a Lui si riferisce, deve prendersi solo come  pallidissima immagine e analogia. Infatti in tali  immagini o analogie sono molto più numerose e più profonde le dissomiglianze con la divina realtà che non le somiglianze. In effetti, quando l'uomo parla di Dio, fosse pure il genio di S. Agostino, non fa che balbettare: balbettamenti che, se non sono recepiti e capiti nel loro esatto valore, potrebbero suonare addirittura come autentiche bestemmie. Si comprende, allora, perché parlando di Dio abbiamo bisogno di purificare continuamente il nostro linguaggio.
Premesso ciò, diciamo: Dio è Amore infinito e l'Eterno immutabile che perciò non cambia né può soffrire. E tuttavia la S. Scrittura, come afferma che Dio è Amore, parla pure delle Sue “sofferenze”. Per amore Egli ha creato e crea; per amore conserva e governa il mondo; per amore ha dato il Suo Figlio alla Passione e alla morte. E pur essendo l'Amore Egli permette il grande mistero della sofferenza.Contraddizioni? Impossibile! Né in Dio né nella Sua Rivelazione può esserci contraddizione. Il persistere del dolore e del male, se rettamente intesi, non costituiscono negazione dell'Amore di Dio, come hanno cercato di provarlo soprattutto i Santi Padri. E come confermano tutti i Santi, pur nelle sofferenze le più atroci, mai hanno cessato di esaltare la Paternità amorosa di Dio.

50) Lo Spirito Santo è l'Amore tra il Padre e il Figlio?
        La S. Scrittura chiama lo Spirito Santo “dono”, “bacio”, appellativi che si rifanno all’amore. E' da questo che si deduce che lo Spirito Santo è l'Amore del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre. Egli è quindi come il legame tra l'Uno e l’Altro, il bacio dell'uno all’altro, e perciò Colui che “completa” la Trinità, chiudendo per così dire il circolo iniziato dal Padre.

51) Se sono tre le Persone Divine, come si spiegano le operazioni divine?
        Bisogna distinguere le azioni immanenti che rimangono nell’ambito, per così dire, della Trinità stessa, e le azioni transeunti (come le chiamano i filosofi-teologi) che hanno come termine o fine qualcuno o qualcosa “al di  fuori della Trinità”. Le azioni immanenti sono quelle proprie e personali di ciascuna Persona: il Padre genera e non è generato, spira e non è spirato. Il Figlio procede e con il Padre spira. Lo Spirito Santo è spirato dal Padre e dal Figlio. Azioni proprie di ciascuna Persona e anche necessarie nel senso, come abbiamo detto, che la SS.  Trinità non può che essere questo.
Le azioni invece che hanno come termine un “qualcosa” fuori della Trinità, come la creazione, la conservazione, il governo del mondo ecc., sono libere e vengono compiute da tutte e tre le Persone. E cioè è la Trinità tutta insieme che crea, governa, ecc.I teologi chiamano questo modo di essere e di operare comunitario circuminsessione (quasi una Persona nell’altra: si ricordino i tre cerchi concentrici di Dante, che paiono un solo cerchio!) o circumincessione: un incedere o operare assieme!
Benché le tre Persone operino assieme, le azioni transeunti (fuori la SS. Trinità) vengono attribuite all'una o all'altra delle Persone in base alla propria caratteristica personale. Così al Padre che è il principio e la sorgente della Trinità si attribuiscono tutte le opere che dicono principio, come la creazione (Credo in Dio Padre onnipotente); al Figlio che è il Verbo e la sapienza del Padre, si attribuiscono tutte le opere che dicono sapienza (per il Quale tutte le cose sono state create); allo Spirito Santo, che è l'Amore e la perfezione, si attribuiscono tutte le opere che dicono amore  e perfezione, come la Grazia e la santificazione.

52) E le missioni trinitarie?
        “Missione” è in relazione a “mandare”: il Padre manda il Verbo, il Verbo Incarnato promette di mandare lo Spirito di verità. Le “missioni” in Dio sono da intendersi non nel senso che c'è uno che comanda e l'altro che obbedisce (un superiore e un inferiore), essendo le tre Persone assolutamente eguali. La “missione” è fondata sulle processioni: e cioè poiché ci sono delle Persone che procedono, si può dire che vengono mandate. Da qui si comprende pure perché è “mandato” il Figlio o lo Spirito Santo e non il Padre che non procede da nessuno. Ecco un bel testo di S. Agostino, in merito: “Dunque come il Padre ha generato, il Figlio è stato generato, così il Padre ha mandato, il Figlio è stato mandato. Ma come nel caso di colui che ha generato e di colui che è stato generato, colui che ha mandato e colui che è stato mandato sono una sola cosa, perché il Padre e il Figlio sono una sola cosa. Così pure lo Spirito Santo è una sola cosa con essi perché i Tre sono una sola cosa (Gv 15,26). Come infatti per il Figlio nascere è essere dal Padre, così per il Figlio nascere è essere conosciuto nella sua origine dal Padre. Alla stessa maniera come per lo Spirito Santo essere il dono di Dio è procedere dal Padre,  così per Lui essere  mandato è venir conosciuto nella sua processione dal Padre...” (La Trinità 4,20,29).
Intesa in questo senso, quindi, la missione non implica né movimento locale (scendere dal cielo...), né mutazione: Dio è l’immutabile, né superiorità o  inferiorità! La missione comporta un nuovo modo di essere e una relazione reale solo nella creatura interessata. Così, un uomo che, già presente a Roma, fosse nominato ambasciatore presso il Governo italiano, assumerebbe come un nuovo modo di essere: prima era presente come semplice cittadino o uomo qualsiasi, dopo la nomina è presente come ambasciatore. Le “missioni”, per così dire, più vistose ed importanti sono l'Incarnazione e la discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste.

53) E nell'Incarnazione del Figlio?
        L'Unione tra natura divina e natura umana è avvenuta nell'unica Persona del Verbo(detta Unione Ipostatica),e perciò solo il Verbo si è fatto Uomo ed ha abitato tra noi. Però, tutte e tre le Persone divine hanno creato l'anima e il corpo di Gesù  e realizzata l'unione delle due nature nel Verbo. Ciò è chiaramente espresso nelle parole che l'Angelo Gabriele dice a Maria: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo” (Lc 1,35).

54) Ci spieghi la relazione tra la SS. Trinità e la morte in Croce di Gesù?
        Solo Cristo ha sofferto ed è morto, perché solo il Figlio ha assunto la natura umana, anche se anche qui, come sempre, si accumulano i misteri. Infatti pur essendo Cristo solo a subire la morte di croce, è pur vero che essa è un segno dello sconfinato Amore di tutta la Trinità: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Suo Figlio Unigenito” (Gv 3,16).Il dono del Padre è costato, ma come conciliare la sofferenza del continuo dono con l'eterna divina immutabilità?...Come resta un grandissimo mistero il fatto che avendo tutte e Tre le divine Persone la stessa identica natura, non siano direttamente coinvolti anche il Padre e lo Spirito Santo nell'Incarnazione e in tutto l'operare del Cristo.

55) Prima di Gesù era stato rivelato Dio come Trinità?
        Il grande rivelatore del mistero trinitario è Gesù, mentre nei Libri del Vecchio Testamento possono trovarsi solo tracce e allusioni e figure più o meno convincenti. Gesù ha rivelato la SS.  Trinità dicendosi Figlio e chiamando Dio Suo Padre con il quale è una cosa sola; e quando, a più riprese, ha parlato dello Spirito Santo che da Lui procede e da Lui prende, essendo della sua stessa natura, e che avrebbe inviato come un altro consolatore.

56) Gesù fu ucciso perché diceva di essere Figlio di Dio, perciò anch'egli Dio, e quindi non parlava di unico Dio come gli Ebrei; oppure, per la sua Parola di condanna contro scribi e farisei? O per tutte e due le cose?
        Sì, Gesù fu crocifisso  perché si era detto Figlio di Dio e per l'odio che per lui nutrivano scribi e farisei. Dicendosi Figlio di Dio Egli non intaccava la Fede degli Ebrei nell'unico Dio che resta Uno anche se è anche Trino: “Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio,  e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Ma per gli Ebrei che non capivano, queste erano solo bestemmie per le quali la Legge comminava la pena di morte. Ma Gesù venne condannato pure per l'odio degli Scribi e Farisei dei quali aveva flagellato senza pietà l'orgoglio e l'ipocrisia.

57) Quando preghiamo Gesù, preghiamo anche le altre due Persone e viceversa?
        Se la preghiera è rivolta a Cristo Verbo Incarnato, certamente vengono pregate anche le altre due Persone della Trinità. In merito così si esprime S. Agostino: “Nostro Sacerdote, Cristo prega per noi (il Padre, il Figlio e lo Spirito S.); nostro Capo, egli prega in noi; nostro Dio, noi lo preghiamo (assieme al Padre e allo Spirito Santo)”. Tuttavia nella preghiera a Cristo Verbo Incarnato è interessata direttamente, si direbbe, la Persona del Verbo: ciò deve dirsi soprattutto se la lode e la preghiera hanno per oggetto specifico l'Umanità di Gesù, come quando si prega il S. Cuore, si adorano le cinque piaghe e simili.

58) Sant’Agostino si poneva spesso domande sul mistero della SS. Trinità, e diede una risposta a questa domanda: “Cosa faceva Dio prima di creare il mondo?”. Ne parli.
La domanda o problema posto da S.  Agostino viene continuamente riproposto anche oggi. Ad esso si risponde come ha risposto lo stesso S.  Agostino: parlare di “prima” della creazione è un parlare assolutamente improprio, perché “prima” o “dopo” sono parole che si riferiscono al tempo e il tempo comincia solo con la creazione. Prima della creazione Dio semplicemente esisteva. Come? Per dare una risposta dovremmo conoscere la vita intima di Dio e questo non è dato a nessuna creatura creata. Certamente esisteva, operava ed era perfettissimamente felice. Se volessimo tentare di dire qualcosa, dovremmo dire: il Padre genera dall'eternità il Suo Verbo e dall'eternità Padre e Verbo vivono nell'abbraccio dell'eterno Amore lo Spirito Santo. Ma queste sono espressioni  che l'umana ragione non può che accettarle per Fede, senza capirci gran che!

59) Se un ateo venisse da Lei e affermasse che Dio non esiste, Lei in che modo lo dimostrerebbe?
Mi rifarei all’ordine meraviglioso esistente nel mondo, assolutamente inspiegabile con il caso e altro del genere. Gli parlerei di quella legge morale esistente nel cuore di tutti i popoli e in tutti i tempi, che comanda e giudica nel segreto dei cuori: legge assolutamente inspiegabile con apporti umani di qualsiasi specie. Insisterei pure su quell’ansia di infinito, di perfetto, di eterno -valori non derivati certamente da un mondo tutto finito e contingente- che sono chiarissima traccia di Qualcuno che è l’eterno e l’infinito.
Certo, l’esistenza di Dio è una di quelle verità che la pura ragione non riesce a dimostrare con la stessa chiarezza come per una verità matematica. Ma le “vie” e gli indizi che inducono a concludere all’esistenza di Dio sono tanti e di tale peso che il rifiuto di essi è per lo meno sommamente irrazionale e illogico. All’ateo che nega l’esistenza di Dio lo inviterei poi semplicemente a dare le prove “scientifiche” della sua asserzione. La scienza, che non ha mai potuto provare rigorosamente la non esistenza di Dio, tutt’al più può accumulare obiezioni e difficoltà. Ma si sa che nessuna obiezione al mondo costituisce argomento. D’altra parte si accettano e si crede a delle realtà per argomentazioni immensamente meno probanti e con implicazioni che sono, a volte, veri e propri assurdi.

60) Che significa vivere in Grazia di Dio o avere in  sé la Vita Divina?
        Vivere in Grazia significa partecipare per sublime degnazione alla stessa vita divina. La Fede ci assicura che chi crede e opera con lo Spirito di Cristo è reso partecipe della stessa vita di Cristo che, a sua volta, è vita divina. Gesù ne ha dato una immagine splendida con la similitudine della vite: “Io sono la vite, voi i tralci”. E, lo si sa, i tralci vivono dello stesso succo e della stessa linfa del tronco. Cristo e le anime che a Lui aderiscono, quindi, vivono la stessa vita. E non si può né vivere né operare soprannaturalmente se non rimanendo nella vite: il tralcio staccato è morto ed è buono solo per il fuoco!
 Noi non sappiamo cosa sia e cosa si provi vivendo la vita di Dio: ancora una volta dovremmo entrare nell'intimo mistero di Dio. Qualche raro e pallido riflesso di tale vita divina lo si potrebbe cogliere nel modo di vivere e operare dei Santi: la loro dolcezza, la gioia celeste anche nei più terribili frangenti che traspare dalla loro condotta, gli incontenibili  e stupendi slanci di amore che stupiscono il mondo, ecc., sono tutte, in qualche modo, efflorescenze soprattutto del germe divino della Grazia e quindi luci, sia pure sbiadite, della vita divina trinitaria!
 Agli effetti pratici bisogna aggiungere pure che vivere in Grazia significa operare per la vita eterna. E cioè poiché tutto deriva dal principio vitale ,se questo è divino, tutto è divino e quindi degno di vita eterna. Tra chi vive solo la vita dell’uomo, fosse pure la più sublime, e chi vive la vita della Grazia c'è una differenza enorme, infinita, quanta ce n'è -se così si può dire- tra il finito e l’infinito, tra la creatura e il Creatore.

61) Parli delle perfezioni di Dio.
Dio essendo la pienezza dell’essere ha tutte le perfezioni. Per perfezioni intendiamo tutto ciò che dice o implica ordine, bellezza, virtù, pienezza. Certo, parlando di perfezioni di dio, noi ci serviamo di concetti umani e perciò necessariamente finiti ed inadeguati. Ma tra le perfezioni create e quelle di Dio esiste una certa analogia, una certa somiglianza. Spogliando allora questi nostri concetti di ogni imperfezione e di ogni limite, si può giustamente parlare di sapienza infinita, di potenza infinita, di Amore infinito di Dio. In Dio vi è ogni perfezione senza difetti e senza limite, diceva il Catechismo di San Pio X. Un Dio che non avesse tutte le perfezioni e non le avesse in modo assolutamente trascendente, non sarebbe più Dio. Si potrebbe infatti, allora, immaginare un essere più perfetto, e sarebbe Lui il primo e Sommo Essere.

62) Lei, nella Facoltà di Teologia insegna anche il trattato sulla “Trinità”. Su quale aspetto della SS. Trinità insiste di più?
        Insisto soprattutto sugli effetti della giustificazione. Con l'avvento cioè della Grazia, l’uomo, liberato dal peccato originale e reso Santo, diviene figlio adottivo e amico di Dio, tempio e abitacolo della SS. Trinità, erede con Cristo della vita eterna. Studiare e far comprendere queste realtà è il modo migliore non solo di elevare infinitamente l’uomo, ma anche di rendersi conto della fecondità dei dogmi cristiani, fatti questi non tanto per  illuminare l’intelletto, quanto per portare tutto l'uomo nel circuito di Dio e della sua inesauribile ricchezza e bellezza.

63) Quale Santo ha scritto molto bene sulla SS.  Trinità?
        Sono tanti i Santi e i Padri e Dottori della Chiesa che hanno scritto sulla Trinità. Ai primi posti porrei S. Agostino, S. Gregorio Nazianzeno, S. Ilario di Poitiers, S. Cirillo di Gerusalemme, S. Tommaso d’Aquino, S. Bonaventura da Bagnoregio, S. Alberto Magno, ecc. Naturalmente le opere di questi Autori non sono pane per tutti i denti perché richiedono una buona preparazione teologica, ciò che non sempre è facile trovare. Per una comprensione più alla portata di tutti, consiglierei libri come quelli del P. R. Plus: In Cristo Gesù, dello Scheeben, Le meraviglie della Grazia, di D. Columba Marmion, Cristo vita dell’anima, ecc.

64)  Quindi consiglia a tutti di leggere questi libri?
        Sì, perché sono sodi e di sana dottrina, relativamente accessibili a tutti, anche a quelli di non grande preparazione teologica.


GESÙ :  DIO  ETERNO


65) Padre Antonio, perché il Verbo eterno Si è Incarnato assumendo il nome di Gesù?
        Il Verbo eterno o seconda Persona della SS.Trinità si è Incarnato per ristabilire l'ordine e la giustizia infranti dal peccato originale e da tutti gli altri peccati che ne seguirono e seguiranno, e quindi per ridare a Dio la gloria che Gli spetta e salvare l'uomo dalla orrenda schiavitù del peccato e della morte.
 Il nome assunto “Gesù”, che significa Salvatore, imposto dall'alto, vuole sottolineare appunto le due finalità che, in fondo, è una sola. La gloria di Dio, infatti, si effettua e consiste proprio nella salvezza delle anime; e Colui che è il Salvatore (Gesù) è allo stesso tempo il più grande glorificatore del Padre.

66) Per riparare il peccato originale quindi. Forse perché l'offesa procurata dai progenitori era infinita e ci voleva un Essere infinito?
        Certamente è così. Ogni offesa fatta a Dio -sia essa mortale o veniale-, è sempre offesa di infinita gravità. E' vero che l'atto essendo dell’uomo, e cioè di una creatura finita, è sempre entitativamente finito. Ma è pur vero che esso interessa l'infinita Maestà di Dio. E la gravità di un'offesa -lo sanno tutti- la si misura  dalla persona offesa e non dalla condizione dell’offensore. A riparare perciò equamente l'offesa fatta dai nostri progenitori, come ogni altra trasgressione di legge, si richiedeva, per la riconciliazione e il perdono, una soddisfazione o riparazione che fosse stata, al tempo stesso, umana e infinita, cosa impossibile ad ogni creatura.
Il problema l'ha risolto l'infinita e misericordiosa sapienza divina: sarà Dio stesso, fatto uomo, a riparare. Essendo egli Uomo-Dio nell'unica Persona divina, la sua riparazione sarà, al tempo stesso umana e divina, entitativamente finita e di valore infinito. Umana  e finita, perchè avverrà nella e con la natura umana assunta  creata e perciò finita; di valore infinito, perché azione fatta e appartenente alla Persona o Io divino dalla dignità infinita.

67) Allora era strettamente necessario che la redenzione la operasse Dio fatto Uomo?
Da un punto di vista legale di giustizia, per così dire, le cose stanno così: la piena riparazione dell'offesa e la restaurazione dell'ordine infranto poteva farla solo un Uomo-Dio. Anche se, Dio non è necessitato da nulla e da nessuno. Oltretutto, essendo Lui l’offeso, poteva comportarsi anche  diversamente da come sono andate le cose. Comunque, Dio non  opera in un determinato modo senza che ci siano profondissime ragioni di convenienza.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                
68) Con la morte di croce Gesù ha redento il mondo, ha riportato l'amicizia tra Dio e l’uomo. Poteva operare la redenzione anche in altro modo?
A ripristinare l'ordine e a riammettere l'uomo nella sua vita divina, Dio poteva servirsi di innumerevoli altri mezzi, ugualmente convenienti e degni della sua Gloria. Per esempio: Egli avrebbe potuto semplicemente perdonare l'offesa e ripristinare l'ordine di prima con il Suo semplice volere. Dio, non è condizionato da nulla né legato da alcuna necessità, altrimenti non  sarebbe Dio. La stessa opera redentiva, una volta decisa, poteva effettuarsi per vie le più disparate. Cade così l'obiezione di tanti che dicono: Se era predestinato che Dio morisse in quel modo ecc., doveva pur esserci qualcuno che lo avesse tradito e altri che lo avessero crocifisso. E invece il tradimento di Giuda come l'odio di coloro che hanno tradito e crocifisso Cristo restano, pur sempre, crimini gravissimi dell'umana nequizia.

69) Gesù ci ha mostrato l'immenso amore che ha per  il Padre e per noi morendo in Croce, Lui che era l’Innocente.
        Morendo per l'uomo e in quel modo, Gesù ha offerto una prova irrefutabile di un amore unico, infinito. “A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto” (Rom 5,7), mentre Egli muore per l'uomo peccatore, in stato di inimicizia con Lui Dio. Morendo in croce e riparando così l'offesa fatta, Gesù ha dato prova pure di un immenso amore al Padre perché, oltre tutto, il di Lui  onore è preferito alla stessa propria vita e felicità. Il Padre “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rom 8,32), non certamente, come dice S. Agostino, contro sua volontà ma con Suo pieno assenso, perché, per l'identità di natura, una è la volontà del Padre e del Figlio (cfr. S. Agostino, Sermone 157,2, ed.B.A.C., Madrid 1964, p.582s.).

70) La sofferenza terribile provata da Lui, qualcuno dice che è stata poca cosa, in quanto era Dio e poteva sopportare tutto. Non è esatto pensare questo, ma ci dica della sofferenza patita da Gesù nella Passione.
Gesù nella Sua tremenda Passione ha sofferto veramente e spaventosamente come mai nessuno uomo potrà o ha mai sofferto. I Santi affermano anzi che le sofferenze di tutti gli uomini, messe assieme, sono ben poca cosa a paragone delle sofferenze di Gesù nella sua  Passione.
Egli ha sofferto veramente perché: era vero e perfetto uomo. Il solo ipotizzare una Passione come di una... farsa senza alcuna realtà oggettiva, sarebbe indegno di Dio e della Sua veracità. Già Isaia, in spirito, lo aveva detto l'Uomo “che ben conosce il patire”, essendosi “caricato delle nostre sofferenze” (Is 53,3-4).
Ha sofferto spaventosamente: il fatto che fosse sostenuto dalla divinità non toglie nulla alla profondità e spessore del dolore. Con la Grazia anche l'uomo della strada può essere capace di sopportare sofferenze atrocissime che, però, con tutta la Grazia, restano tali.
Gesù ha sofferto come nessuno uomo ha mai sofferto o soffrirà per diversi e molti motivi. Tra gli altri  perché amava di Amore infinito, e l'amore è l'elemento forse più determinante della sofferenza; perché la Passione e morte ignominiosa gli è stata presente in ogni istante della vita, e noi sappiamo che, in certo qual modo, fa soffrire più la previsione e l'attesa che la presenza stessa del dolore; perché nella Passione erano presenti, con quelle dei Giudei e dei Romani crocifissori, le offese e le sofferenze che gli avrebbero arrecate gli uomini nel corso dei secoli; perché alle sofferenze del corpo si univano sofferenze inenarrabili dell'anima come quelle della ingratitudine degli uomini, della inutilità della sua morte per tante anime che si sarebbero ugualmente dannate; perché effettivamente la sua Passione, anche materialmente parlando, fu terribile, soprattutto se si considera la sua altissima dignità e anche la perfezione stessa della sua natura, che più è perfetta più è sensibile al dolore; e per mille altre ragioni che non si possono qui elencare compiutamente.


Continua
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