Devozione al Sacro Cuore di Gesù Cristo il Messia catechesi - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Studio inviato dal fratello Luigi Basile

Che cosa s’intenda per devozione
al S. Cuore di Gesù e in che cosa consista


Oggetto speciale.

L’oggetto speciale di questa devozione è l’amore immenso che indusse il Figlio di Dio ad accettare la morte per noi e a darci se stesso nel SS. Sacramento dell’Altare, senza che la vista delle molte ingratitudini e degli oltraggi che doveva ricevere in tale stato di Vittima immolata sino alla fine dei secoli, abbia potuto impedirgli di operare questo prodigio; amando meglio esporsi ogni giorno agli insulti e agli obbrobri degli uomini, anziché non mostrarci con la maggiore di tutte le meraviglie fino a quale eccesso Egli ci ama.

Questo è appunto quello che ha eccitato la pietà e lo zelo dì molte persone, le quali, considerando la poca riconoscenza degli uomini per un tanto eccesso d’amore, quanto poco Gesù sia riamato, e quanto poco caso si faccia d’essere da Lui tanto amati, non hanno potuto tollerare di vederlo ogni giorno sì maltrattato, senza mostrargli il giusto dolore che sentivano, e il desiderio vivissimo di riparare al possibile tante ingratitudini e tanti disprezzi con il loro ardente amore, col profondo rispetto e con omaggi d’ogni specie.

A questo scopo si scelsero alcuni giorni dell’anno per riconoscere in modo particolare l’eccesso d’amore che Gesù ci mostra nel SS. Sacramento, e insieme per fargli almeno qualche riparazione onorevole di tutte le indegnità e di tutti i disprezzi che l’amabile Salvatore ha ricevuto e riceve in questo Sacramento d’amore. E certamente quel rincrescimento, che si prova nel vedere quanto Gesù Cristo sia poco amato nel Mistero adorabile, il dolore intenso nel vederlo così maltrattato, le pratiche devote suggerite dal solo amore e tendenti a riparare più che si può gli oltraggi ch’Egli vi soffre, sono una prova dell’amore ardente verso di Lui e un segno evidente d’una giusta riconoscenza.

È facile quindi scorgere che l’oggetto e il motivo principale di questa devozione è, come già s’è detto, l’amore immenso di Gesù verso gli uomini, i più dei quali non lo ripagano che con disprezzi o almeno con l’indifferenza.
Il fine a cui mira.

Il fine a cui si mira è anzitutto di riconoscere e di onorare, per quanto è da noi, con adorazioni frequenti, con contraccambio d’amore, con ringraziamenti e; con omaggi d’ogni maniera i sentimenti d’amore e di tenerezza che Gesù nutre per noi nell’adorabile Eucaristia, dove però Egli è sì sconosciuto dagli uomini o almeno amato così poco da quelli che lo conoscono.

In secondo luogo ci proponiamo di riparare con ogni mezzo possibile le indegnità e gli oltraggi ai quali l’espose l’amore nel corso della sua vita mortale e a cui lo stesso amore l’espone ogni giorno nel SS. Sacramento dell’altare. Di modo che tutta questa devozione consiste, a parlar propriamente, nell’amare con tutto l’ardore Gesù Cristo, che sta sempre con noi nell’Adorabile Eucaristia, nel mostrargli quest’amore ardente col nostro rincrescimento di vederlo amato e onorato così poco dagli uomini, e nei mezzi che si prendono per riparare tale disprezzo e poco amore.

Ma perché nell’esercizio delle devozioni anche più spirituali, ci sono sempre degli oggetti materiali e sensibili che, attirando maggiormente la nostra attenzione, ce ne rinnovino la memoria e ne rendano facile la pratica, si è scelto il S. Cuore di Gesù come oggetto sensibile più degno dei nostri rispetti e insieme più adatto al fine di questa devozione.

Che se non ci fossero state altre ragioni particolari d’intitolare questi esercizi di pietà col nome di Devozione al S. Cuore di Gesù, mi pare che meglio non si poteva esprimere il carattere speciale di questa devozione che con tale titolo: perché infine qui non si tratta che d’un esercizio d’amore; l’amore n’è l’oggetto, l’amore il motivo principale, l’amore deve esserne il fine. Il cuore umano, dice S. Tommaso, è in certo modo la sorgente e la sede dell’amore; i suoi movimenti naturali seguono e imitano continuamente gli affetti dell’animo, e servono non poco con la loro forza o con la loro debolezza ad accrescerne o a diminuirne le passioni. Perciò al cuore di solito si attribuiscono i sentimenti più delicati dell’anima, e questo appunto rende sì venerabile e prezioso il cuore dei Santi.
Amore e dolore.

Da tutto ciò che si è detto fin qui è facile comprendere che cosa s’intenda per devozione al S. Cuore di Gesù: un amore ardente che si concepisce per Gesù Cristo al ricordo di tante meraviglie da Lui compiute per dimostrarci la sua tenerezza, sopratutto poi nel Sacramento dell’Eucaristia, ch’è il miracolo dell’amor suo un dolore sensibile alla vista delle offese recate dagli uomini a Gesù Cristo in questo mistero adorabile; un desiderio ardente di non tralasciare cosa alcuna per riparare in ogni modo tutti questi oltraggi. Ecco dunque ciò che s’intende per devozione al S. Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo, ecco in che consiste.

Essa non si riduce, come forse qualcuno si sarà immaginato, vedendo questo titolo, ad amare solamente e a onorare con un culto particolare un Cuore di carne simile al nostro, appartenente al Corpo adorabile di Gesù. Non già perché quel sacro Cuore non sia degno delle nostre adorazioni; basta dire ch’è il Cuore di Gesù. E se il Suo Corpo e il Suo Sangue prezioso meritano ogni nostro rispetto, chi non vede che il Suo Sacro Cuore richiede in modo più speciale i nostri omaggi? E se ci sentiamo mossi alla devozione verso le sue sante Piaghe, quanto più non dobbiamo sentirei accesi di devozione verso il Suo Sacro Cuore? Solo vogliamo far notare che intendiamo prendere qui la parola Cuore in senso figurato, e che questo Cuore divino, considerato come parte dei Corpo adorabile di Gesù, è propriamente l’oggetto sensibile di questa devozione, mentre il motivo principale è solo l’amore immenso che Gesù Cristo ci porta. Ora essendo quest’amore tutto spirituale, non poteva rendersi sensibile; era dunque necessario trovare un simbolo; e qual simbolo più proprio e naturale dell’amore che il cuore?

Perciò la Chiesa, volendo darci un oggetto sensibile delle sofferenze del Figlio di Dio, sofferenze non meno spirituali dell’amor suo, ci rappresenta l’immagine delle sacre Piaghe; di maniera che siccome la devozione alle sacre Piaghe non è altro che una devozione particolare verso Gesù paziente, così la devozione al S. Cuore è una devozione più affettuosa e più ardente verso Gesù nel Sacramento eucaristico, in considerazione dell’amore eccessivo che ci porta in detto Sacramento, e con lo scopo di riparare il disprezzo che se ne fa.

E certo il S. Cuore di Gesù Cristo ha tanta relazione con l’amor suo, per coi questa devozione si crede debba ispirare sentimenti di gratitudine, quanta almeno ne hanno le sacre Piaghe con le sofferenze di Lui, verso le quali la Chiesa intende ispirare sentimenti di riconoscenza e di amore.

Ora se in tutti i tempi vi fu tanta devozione alle Piaghe di Gesù Cristo, e se la Chiesa, volendo eccitare nei suoi figli l’amore verso Gesù, pone continuamente sotto i loro occhi queste stesse Piaghe, che non devono fare il ricordo e l’immagine del S. Cuore?
Non nuova ma soda

Si vedrà in seguito che questa devozione non è nuova e che parecchi grandi Santi ne confermarono l’uso col loro esempio. Si può anche aggiungere che la S. Sede l’ha autorizzata sotto lo stesso titolo, poiché Clemente X con una bolla del 4 ottobre 1674 concesse grandi indulgenze a una Confraternita del S. Cuore eretta nella Chiesa del Seminario di Contances, consacrata in Suo onore, e il nostro S. Padre Innocenzo XII ha concesso da poco con un Breve l’indulgenza plenaria in favore della devozione al S. Cuore.

Non occorre riferir qui molte ragioni per dimostrare la sodezza di questa devozione: basti dire che il suo motivo più grande è l’amore immenso di Gesù per noi, del quale ci dà una prova sì bella nell’adorabile Eucaristia; che il fine principale a cui si mira è la riparazione del disprezzo che si fa di questo amore; che l’oggetto sensibile è il S. Cuore tutto infiammato di carità, e che il frutto deve essere un amore ardentissimo e tenerissimo verso la persona di Gesù Cristo.
CAPITOLO II
Di quale mezzo Dio si è servito
per ispirare questa devozione

Il Beato P. de la Colombière d. C. d. G. fu uno dei primi di cui Dio sì servì per indurre i fedeli a questa devozione. Questo gran servo di Dio fu ancor più illustre per la sua gloriosa qualità di Confessore di G. C. in Inghilterra, che per quella di predicatore di S. A. R. la duchessa di York, poi regina d’Inghilterra; rinomato a ragione per i suoi libri nei quali ha saputo così bene unire la sodezza al garbo e questo all’unzione, ma più stimato ancora per quella virtù sublime a cui s’era obbligato con voto espresso di tendere senza posa, e a cui giunse in breve tempo, destando l’ammirazione di tutti quelli che lo conobbero ed anche degli eretici. Questo gran servo di Dio, dico, concepì subito una sì giusta idea della sodezza ed importanza di questa devozione, ricevette da Dio dei favori sì grandi mediante la pratica di questi santi esercizi, da credersi obbligato a non trascurare nulla per render pubblico un tesoro che appartiene a tutti, e che tuttavia la maggior parte ignora. Ecco ciò che aveva scritto nel diario dei suoi Ritiri spirituali, fatti a Londra e pubblicati dopo la sua, morte:

«Terminando, egli dice, questi Esercizi, pieno di fiducia nella misericordia del mio Dio, mi son fatto un obbligo di promuovere con tutte le forze possibili l’esecuzione di, ciò che mi fu comandato dal mio adorabile Maestro, in riguardo al suo prezioso Corpo nel SS. Sacramento dell’altare, dove lo credo veramente e realmente presente… ricolmo di dolcezze che io posso gustare e ricevere dalla misericordia del mio Dio, senza poterlo spiegare… ho compreso che Dio voleva ch’io lo servissi, procurando il compimento dei suoi desideri circa la devozione ch’Egli ha suggerito ad una persona a cui si rivela con grandissima famigliarità, e per cui mezzo ha voluto servirsi della mia debolezza. L’ho già suggerita a molte persone in Inghilterra e ne ho scritto anche in Francia, dove ho pregato un amico a farla entrare nel luogo dov’egli si trova; essa vi sarà molto utile, e il gran numero d’anime privilegiate che si trovano in quella Comunità mi fa sperare che la detta pratica in quella santa casa sarà gratissima a Dio. Oh, perché non posso, o mio Dio, essere dappertutto per divulgare ciò che voi attendete dai vostri servi ed amici? Essendosi dunque Iddio manifestato alla persona che si ha motivo di credere che sia secondo il Cuor suo, per le grandi grazie che le ha fatte, essa se ne aprì con me ed io le imposi di scrivere ciò che mi aveva detto e che io stesso ben volentieri ho riportato nel diario dei miei Esercizi, perché Dio nell’esecuzione di questo disegno vuole servirsi delle mie deboli forze.

«Mentre me ne stavo dinanzi al SS. Sacramento un giorno della sua ottava, così quest’anima santa, io ricevetti dal mio Dio alcune grazie eccessive dell’amor suo: e mentre io ardevo dal desiderio di contraccambiarlo rendendogli amore per amore, Egli mi disse: — Tu non puoi darmene un contraccambio maggiore che facendo ciò che già più volte t’ho chiesto — e scoprendo il suo Cuore divino: — Ecco, (disse) quel Cuore che ha tanto amato gli uomini, che nulla ha tralasciato fino a esaurirsi e consumarsi per mostrare l’amor suo verso di loro; e per riconoscenza io non ricevo dai più che ingratitudini con disprezzi, irriverenze, sacrilegi e freddezze, che hanno per me in questo Sacramento d’amore! Ma ciò ch’è ancor più doloroso, chi mi tratta così sono proprio dei cuori a me consacrati! Perciò ti chiedo che il primo venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini sia dedicato a una festa speciale per onorare il mio Cuore, tributandogli una riparazione d’onore con un’ammenda onorevole, comunicandosi in tal giorno per riparare le offese ch’Egli ha ricevuto nel tempo ch’è stato esposto su gli altari. Io poi ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per diffondere in abbondanza gli influssi del suo amore divino su quelli che gli renderanno questo onore.

« — Ma Signore, a chi vi rivolgete voi? — gli rispose questa persona — a una creatura tanto misera e povera peccatrice, che per la sua stessa indegnità sarebbe anche capace di ostacolare il compimento del vostro disegno? Avete tante anime generose per eseguirlo! …

« — E non sai, tu, povera innocente, che io, per confondere i forti mi servo dei soggetti più deboli? Che di solito proprio sui più piccoli e poveri di spirito io dimostro la mia potenza, affinché essi non attribuiscano niente a se medesimi?

« — Datemi dunque il modo, gli dissi, di fare ciò che mi comandate.

«Allora Egli soggiunge: — Rivolgiti al mio servo N. N. (il. P. de la Colombière) e digli a nome mio che faccia il possibile per diffondere questa devozione e di appagare il Mio Cuore divino. Non si scoraggi punto per le difficoltà alle quali andrà incontro, ché non gli mancheranno; ma sappia che è onnipotente chi, diffidando pienamente di sé, confida soltanto in me».

Il P. de la Colombière, che aveva un discernimento finissimo, non era uomo da credere con facilità a qualsiasi cosa, ma aveva delle prove troppo evidenti dell’alta e soda virtù della persona che gli parlava, per temere in lei la minima illusione; perciò si diede subito al ministero che Dio gli aveva affidato; ma per adempirlo con ogni sodezza e perfezione volle cominciar da se stesso, e prima fece la sua consacrazione intera al S. Cuore di Gesù, offrendogli tutto quello che stimò essere in sé capace d’onorarlo e di fargli piacere; e le grazie straordinarie che ricevette da questa pratica lo confermarono ben presto nell’idea che s’era fatta dell’importanza e della solidità di tale devozione. Così non appena egli ebbe considerato i sentimenti tenerissimi di Gesù verso di noi nel santo Sacramento, dove il Suo Sacro Cuore arde perennemente d’amore per gli uomini, e sta sempre aperto per diffondere su loro ogni sorta di grazie e di benedizioni, non poté rappresentarsi, senza gemere, gli oltraggi orribili che Gesù vi riceve da sì lungo tempo dalla malizia degli eretici e dallo strano disprezzo, che la maggior parte dei Cattolici ha per Gesù in questo augusto Sacramento. Questo oblio, questo disprezzo e questi oltraggi toccarono la sua sensibilità e lo spinsero a consacrarsi di nuovo al S. Cuore con quella bella preghiera, ch’egli chiama l’Offerta al S. Cuore di Gesù, e si trova in fine di questo libro.

Il viaggio in Inghilterra del Servo di Dio; la prigionia e il poco tempo che sopravvisse al suo ritorno in Francia, gl’impedirono di istruirne maggiormente il pubblico. Ma Dio non ha lasciato imperfetta l’opera di lui. Egli medesimo ha ispirato questa devozione, che aveva fatto conoscere a S. Geltrude (Vita: l. 4, c. 4) come riservata a questi ultimi tempi, per scuotere con tal mezzo la tiepidezza e l’accidia dei fedeli; e per mezzo d’un libretto scritto quasi a caso, senza studio, senza arte e senza disegno, ha destato questa devozione anche in quelle persone che non l’avevano mai gustata, anzi prima, senza quasi conoscerla l’avevano per così dire screditata. E Dio s’è servito anche di queste per diffonderla quasi dappertutto[1].

Così in meno d’un anno si è vista questa devozione felicemente diffusa. I Direttori più sapienti, i dottori e i prelati ne han fatto personalmente l’elogio, i predicatori l’hanno predicata con buona riuscita; sono state erette cappelle in onore del S. Cuore di Gesù, scolpita e dipinta la sua Immagine e consacrati altari in suo onore; mentre le Religiose della Visitazione che, animate dallo spirito del loro Fondatore, ne furono le più zelanti o almeno le prime, ebbero la gioia di sentir cantare solennemente a Digione, nella cappella fatta costruire da loro al S. Cuore di Gesù, la Messa composta in suo onore. Il loro esempio è già stato imitato con frutto grandissimo da parecchie altre Religiose. Questa solida devozione s’è diffusa e stabilita con meraviglioso successo in quasi tutta la Francia, è passata nelle altre nazioni, ed ha perfino varcato gli oceani, stabilendosi a Quebec e a Malta, e si ha motivo di credere che per mezzo dei missionari si sia propagata in Siria, nelle Indie e fino in Cina.

In conclusione, l’approvazione generale avuta da questa devozione e la stima che ne hanno fatta le persone d’un merito e d’una virtù universalmente conosciuta, fanno sperare che Gesù Cristo sarà ormai meno dimenticato, meglio servito e assai più amato.
CAPITOLO III
Come la devozione al S. Cuore di N. S. G. C.
sia giusta e ragionevole.

Le ragioni che persuadono ad amare Gesù Cristo superano ogni sentimento: le anime le gustano secondo il loro stato nella grazia, e pare che il voler investigare altri motivi che ci spingano ad amare N. Signore, sia un dimenticarci di quello che siamo o credere d’ignorare chi Egli sia.

Potrebbe dunque apparire cosa inutile riferire qui i motivi che ci devono spingere alla devozione al S. Cuore di Gesù. Siccome pero non tutti gli uomini sono sempre nelle stesse disposizioni, e non essendo la grazia sempre uguale in essi, ci sembrò opportuno di fare alcune riflessioni su i tre motivi principali che a prima vista ci si presentano, e a cui si arrende ogni uomo ragionevole. Essi si ricavano da tre cose che con più forza influiscono sul nostro spirito e sul nostro cuore, cioè dalla ragione, dall’interesse e dal piacere. Mostreremo in questo capitolo e nei due seguenti: 1° Quanto la devozione al Sacro Cuore di Gesù è giusta e ragionevole; 2° Quanto è utile alla nostra salute e perfezione; 3° Quanto questa devozione contenga di vera dolcezza. E veramente se si considera l’oggetto sensibile di questa devozione, cioè il S. Cuore di Gesù, o ci si fermi sull’oggetto principale e spirituale, ch’è l’amore immenso di Gesù per l’umanità, dì quali sentimenti dì rispetto, dì riconoscenza e d’amore non dovremo esser pieni!
§ 1. Eccellenza del Cuore adorabile di N. S. Gesù Cristo.

Il Cuore di Gesù è santo della santità di Dio stesso; per conseguenza tutti i moti del suo Cuore, data la dignità della Persona che li compie, sono atti di prezzo e di valore infinito, essendo azioni d’un Uomo-Dio. È giusto dunque che si onori il S. Cuore di Gesù con un culto speciale, perché tale onore si tributa alla stia Persona divina.

Se la venerazione che tributiamo ai Santi ci rende il loro cuore così prezioso, se lo consideriamo conte la più preziosa delle loro Reliquie, che si deve pensare del Cuore adorabile di Gesù? Qual’è mai quel cuore che abbia avuto disposizioni così meravigliose e così conformi ai nostri veri interessi? Dove potremo trovarne un altro i cui moti ci siano stati più vantaggiosi? In questo Cuore divino si formarono tutti i disegni della nostra salvezza, e per l’amore che divampa in questo Cuore divino tali disegni vennero mandati ad effetto.

Il S. Cuore di Gesù, dice un gran servo di Dio, è la sede di ogni virtù, la sorgente di ogni benedizione, il rifugio di tutte le anime sante. Le virtù principali che si possono ancora onorare in lui sono: l’amore ardentissimo verso Dio suo Padre, unito al rispetto più profondo e alla maggiore umiltà che mai sia stata; la pazienza infinita nelle pene, il dolore eccessivo per i peccati che si era addossato, la confidenza d’un Figlio tenerissimo unita alla confusione d’un grandissimo peccatore, infine la compassione più sentita per le nostre miserie, l’amore immenso per noi, malgrado le nostre stesse miserie; e non ostante tuffi questi moti, di cui ciascuno al più alto grado immaginabile, un’uguaglianza inalterabile causata da conformità perfetta alla volontà di Dio, da non poter venir turbata da nessun avvenimento, per quanto contrario al suo zelo, all’umiltà, allo stesso amore e a ogni altra disposizione in cui si trovava.

Questo Cuore adorabile nutre ancora, in quanto, è possibile, gli stessi sentimenti, ma soprattutto è, sempre ardente d amore verso gli uomini, sempre aperto per versare su di loro ogni sorta di grazie e di benedizioni, sempre compassionevole ai nostri mali, sempre stimolato dal desiderio di comunicarci i suoi tesori e Se stesso, sempre disposto ad accoglierci per essere nostro asilo, abitazione, paradiso anche in questa vita.

Con tutto ciò Egli non riceve dagli uomini che durezza, oblio, disprezzi, ingratitudine. Questi motivi non devono dunque indurre i buoni cristiani a onorare il S. Cuore e a riparare tanti oltraggi con manifestazioni vibranti d’amore?
§ 2. Le amabilità che si trovano nella persona dì Gesù Cristo,

Non possiamo applicarci a conoscere Gesù Cristo senza trovare in Lui tutto ciò che c’è di più amabile nelle creature ragionevoli, o prive di ragione. Ognuno ha il suo allettamento per amare. Chi è mosso da rara bellezza, chi da insigne mansuetudine; per alcuni una bontà indulgente, una singolare elevatezza congiunta a grande modestia sono attrattive tali a cui non possono resistere. C’è anche chi si fa avvincere da certe virtù che gli mancano, perché gli sembrano più ammirabili di quelle ch’egli possiede. Qualche altro è attirato dalle qualità che gli pare siano più conformi alle sue inclinazioni. Le belle doti e le vere virtù si fanno amare da tutti.

Ma, dice un gran servo di Dio, se esistesse una Persona nel mondo in cui fossero raccolti tutti i motivi d’amare, chi potrebbe negarle l’amor suo? Ora tutti sono d’accordo nel dire che tutto ciò si trova unito in modo eccellente nella Persona adorata di Gesù Cristo. E tuttavia Egli non è amato che da pochissimi.

La bellezza più splendida, dice il profeta, non è che un fiore appassito in confronto di quella del Salvatore divino.

— Mi pareva (così S. Teresa) dopo un’estasi, in cui vidi alcuni raggi della bellezza di Gesù, che il sole non mandasse, sulla terra più che ombre pallide. —

Le creature più perfette di questo mondo son quelle che hanno meno difetti; le doti più belle degli uomini sono unite a tante imperfezioni, che mentre quelle da una parte ci attirano, queste dall’altra ci respingono. Solo Gesù è sovranamente perfetto, ché tutto in Lui è ugualmente amabile e nulla gli manca che attiri i cuori di tutti. In Lui vediamo insieme raccolte tutte le doti di natura, le ricchezze di grazia e di gloria, le perfezioni della divinità. Non vi si scoprono che abissi e come spazi immensi, e una estensione infinita di grandezze. L’Uomo-Dio insomma, che ci ama con tanta tenerezza e che gli uomini invece riamano cosi poco, e l’oggetto dell’amore, degli ossequi, delle adorazioni e delle lodi di tutta la Corte celeste. In Lui è l’autorità suprema di giudicare gli uomini e gli Angeli, nelle sue mani stanno la sorte e la felicità eterna di tutte le creature, il suo dominio si estende su tutta la natura. Tutti gli Spiriti tremano dinanzi a Lui, costretti ad, adorarlo o con sottomissione volontaria d’amore, o col patimento forzato degli effetti della sua giustizia. Egli regna con potere assoluto nell’ordine della grazia e nello stato di gloria, ed ha sotto i suoi piedi il mondo visibile e invisibile.

Non è dunque, o uomini insensati, non è dunque Egli un oggetto degno dei vostri omaggi? E quest’Uomo Dio con tutti i titoli e con tutta la gloria che possiede, amandoci al segno che ci ama, non merita d’essere amato da noi?

Ma ciò che sembra più amabile ancora nel Salvatore divino è ch’Egli unisce tutte queste rare doti, tutti questi titoli magnifici e questa sua elevatezza sublime a una tale tenerezza per noi che giunge all’eccesso. La sua mansuetudine è tanto amabile che incantava persino i suoi nemici più accaniti. Come una pecorella fu portato al macello, dice il profeta, e non apri la sua bocca, come appunto sta muto l’agnello dinanzi al tosatore. (Is 57, 7). Da se stesso ora si paragona a un padre che non può frenare la sua gioia al ritorno del figlio traviato (Lc. 15, 5); ora a un pastore che, avendo ritrovato la pecorella smarrita, se la pone sulle spalle e invita gli amici e i vicini a rallegrarsi con lui perché ha ritrovato la sua pecorella. (Lc. 15, 4). Nessuno ti ha condannato? — dice all’adultera — e nemmeno io ti condanno; va’ e non peccar più in avvenire. (Gv 8,11). Né minore dolcezza egli mostra ancora ogni giorno verso di noi. È strano quante attenzioni dobbiamo usare nella società per non urtare la suscettibilità d’un amico. Gli uomini sono d’una delicatezza così sensibile, che spesso basta un pochino di malumore per far dimenticare fino i quindici o più anni di servigi, e una parola detta fuor di proposito rompe alle volte la amicizia più antica.

Non è così però Gesù Cristo. La cosa sembra incredibile, ma tuttavia è vera: non possiamo trovare un amico più riconoscente di Lui. Non lo si creda capace di romperla con noi per la più leggera ingratitudine.

Egli vede le nostre infedeltà, sa le nostre debolezze e sopporta con bontà incredibile tutte le miserie di quelli che ama; le dimentica e finge di non accorgersene.

La sua compassione s’inoltra fino a consolare egli stesso le anime che ne son troppo afflitte, perché non vuole affatto che il timore che abbiamo di dispiacergli arrivi sino a turbarci e a tormentarci lo spirito. Brama che si evitino le minime colpe, ma non vuole però che ci turbiamo delle gravi; vuole che la gioia, la libertà e la pace del cuore siano l’eredità eterna di quelli che l’amano davvero.

Basterebbe la metà di queste qualità in un grande della terra per acquistargli il cuore di tutti i sudditi. Il solo racconto di qualcuna di tali virtù in un principe che non si è mai veduto e mai si vedrà, fa impressione. E Gesù Cristo, il solo in cui si trovino raccolte tante belle doti, virtù e tutto quel che si possa immaginare di grande, d’eccellente o d’amabile, come mai tante ragioni non possono farcelo veramente amare? Eppure nel mondo basta spesso tanto poco a guadagnare il nostro cuore! Noi lo doniamo il nostro cuore, lo prodighiamo in ogni occasione per cosa da nulla, e per Te solo, Signore, per Te solo non c’è posto!

Come si può riflettere a queste cose e non amare ardentemente Gesù, e non avere almeno il dispiacere sensibile ch’Egli si ami sì poco? Noi gli dobbiamo certo il nostro cuore per diversi motivi; ma possiamo rifiutarglielo quando a questi si aggiungano i benefici immensi coi quali ci ha prevenuti, e l’ardore e la tenerezza eccessiva con cui ci ha amato e ancora ci ama, mai cessando, nemmeno un giorno, di darci prove manifeste dell’amore immenso che ci porta?
§ 3. Prove sensibili dell’amore immenso di Gesù verso di noi.

Di tutte le prove d’amore, quelle che maggiormente toccano il cuore degli uomini sono i benefici, o perché nulla meglio dimostra la passione di chi ama, oppure perché niente piace di più al nostro genio, naturalmente interessato, quanto un amore che ci è utile. Anche qui Gesù ha procurato di obbligarci ad amarlo col prevenirci e colmarci di mille benefici, il numero considerevole dei quali supera tutto ciò che potevamo meritare o attenderci, o ragionevolmente desiderare. Tutti ricevono senza tregua i suoi benefici, tutti riconoscono l’eccesso di quell’amore, i cui benefici sono prove così manifeste, eppure quanto pochi sono guadagnati da questi, quanto pochi sono grati all’amor suo! A forza di sentir parlare di Creazione, Incarnazione, Redenzione, ci si abitua a queste parole e al loro significato; tuttavia non c’è uomo così poco ragionevole che non si sia sentito subito acceso d’amore per un altro, da cui abbia avuto la centesima parte del più piccolo di tali favori.

Ci sentivamo poco mossi dal ricordo di un Essere tutto spirituale, essendo per lo più l’anima nostra soggetta ai sensi nelle sue operazioni; perciò prima della Incarnazione del Verbo, per quanto grandi fossero i prodigi che Dio compieva in favore del popolo suo, pare che fosse più temuto che amato; ma finalmente questo Dio s’è reso, per così dire, più sensibile col farsi uomo, e quest’Uomo medesimo ha fatto più di quello che possiamo credere che sia capace di obbligare gli uomini ad amarlo. Se Egli non avesse voluto riscattarci, non sarebbe stato meno santo, né meno potente, né meno felice, è tuttavia ha avuto così fortemente a cuore la nostra salute, che a considerare ciò che ha fatto e il modo con cui l’ha fatto si direbbe che la sua felicità dipendesse dalla nostra.

Poteva riscattarci con pochissima spesa, ed ha voluto meritarci la grazia della salvezza con la morte, e la morte di Croce più disonorevole e crudele; poteva applicarci i suoi meriti in mille modi, ed ha scelto quello del più prodigioso abbassamento, che ha fatto stupire il Cielo e la natura intera: e tutto questo per toccare dei cuori naturalmente sensibili al minimo beneficio e al minimo segno d’amicizia. Una nascita povera, una vita laboriosa e oscura, una Passione colma d’obbrobri, una morte infame e dolorosa sono meraviglie a noi superiori, e son pure effetti dell’amore che ha per noi Gesù.

Abbiamo mai capito bene la grandezza del beneficio della nostra Redenzione? E se l’abbiamo capito, come possiamo essere mossi tanto poco al solo ricordo di questo beneficio? Il peccato del primo uomo ci ha causato tanti mali e privato di tanti beni; ma come si può guardare Gesù nel presepio, mirarlo sulla Croce o nell’Eucaristia senza confessare che le nostre perdite sono state con tanto vantaggio riparate, e che i vantaggi dell’uomo ricomprato dal Sangue adorabile di Gesù Cristo pareggiano almeno i privilegi dell’uomo innocente?

La qualifica di Redentore universale è motivo non meno potente per obbligarci ad amarlo. Tutti gli uomini erano morti per il peccato di Adamo, dice l’Apostolo, e Gesù è morto universalmente per tutti gli uomini. Nessuno s’era potuto difendere dal contagio d’un male sì grande, e ciascuno ha sentito l’effetto d’un rimedio tanto potente. L’amabile Salvatore ha versato tutto il suo Sangue per il pagano che non lo conosce, per l’eretico che non vuol credere in Lui, e per il fedele che in Lui credendo, rifiuta di amarlo.

Se poi riflettiamo al prezzo infinito del suo Sangue, oh, qual Salvatore! che abbondanza di Redenzione!

Non bastava a Gesù di pagare i debiti contratti da noi, ma prevenne tutti quelli che potevamo contrarre nel futuro, li pagò, per così esprimerci, in anticipo, prima che fossero contratti. Aggiungete a ciò gli aiuti potenti, le grazie grandi e i lavori segnalati di cui colma le anime fedeli, e con i quali egli fa dolce e piacevole quanto c’è di aspro e di fastidioso nel nostro esilio.

O mio Dio, se ci faceste la grazia di capire quest’eccesso di misericordia, potrebbe mai darsi che noi, non ci commovessimo e non amassimo Gesù con tutto il nostro cuore? È veramente amabile questo divin Salvatore, che ci ha voluto riscattare con un mezzo, tanto difficile. Ma non è anche più amabile per aver Lui stesso desiderato di liberarci per questo mezzo, costretto solo dalla sua carità immensa e dal desiderio di obbligarci ad amarlo con prove sì splendide del suo amore ardente? L’Eterno Padre, dice Salviano, ci conosce troppo bene per averci messo a un sì alto prezzo; il perché è Gesù stesso che ci ha tassati e di sua libera volontà ha offerto questo eccessivo riscatto. E dopo tanto noi non ameremo Gesù Cristo?

Ma avvertite che per quanto grande e ineffabile sia quello che il Signore ha compiuto per la salvezza nostra, è ancor più grande l’amore che l’ha indotto a compierlo, perché è infinito: e come se questo amore non fosse ancora pago sino a che gli restasse ancora un prodigio da compiere, istituisce il SS. Sacramento dell’altare, compendio di tutte le sue meraviglie; cioè, abita ancora veramente con noi sino alla fine dei secoli, si dona a noi nell’Eucaristia sotto le specie del pane e, del vino, fa della Carne e del suo Sangue l’alimento delle anime nostre per unirsi più intimamente a noi, o meglio per unirci più strettamente a sé.

Cristiani, possiamo noi essere ragionevoli e sentirci poco commossi al solo racconto di questo prodigio?

Possediamo ancora sentimenti d’umanità se non bruciamo d’amore per Gesù, alla vista di tali benefici?

Un Dio che s’intenerisce, si compiace e si dà premura per un uomo! Un Dio che desidera d’unirsi a noi, e a tal punto da annichilarsi ogni giorno, da immolarsi ogni giorno, e voler che ogni giorno io mi cibi di Lui senza punto mutarsi o per l’indifferenza, il disgusto e il disprezzo di quelli che non lo ricevono mai, o per la freddezza o anche per la colpa di quelli che lo ricevono spesso!

Finalmente starsene chiuso sopra un altare in un ciborio ogni giorno e tutte le ore del giorno; non sono queste, o cristiani, prove manifeste dell’amore di Gesù per noi? Non sono motivi per obbligarci ad amarlo? O uomini ingrati, per cui solo sono state compiute tali meraviglie, che ve ne pare? Merita Gesù sui nostri altari d’essere onorato dagli uomini? E non mostra Egli amore abbastanza per meritare d’essere amato? Infamia e anatema a chi dopo tutto ciò non ama Gesù Cristo!

[1] Il P. Croiset allude all’opuscolo di Suor Joly, di cui poco appresso pubblicò un’edizione con note.










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