Crociate cosa furono Oriana Fallaci spiega - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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ORIANA FALLACI - IO, ATEA, VI SPIEGO COSA FURONO LE CROCIATE

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"Non mi piace dire che Troia brucia, che l’Europa è ormai una provincia anzi una colonia dell’Islam e l’Italia un avamposto di quella provincia, un caposaldo di quella colonia. Dirlo equivale ad ammettere che le Cassandre parlano davvero al vento, che nonostante le loro grida di dolore i ciechi rimangono ciechi, i sordi rimangono sordi, le coscienze svegliate si riaddormentano presto e i Mastri Cecchi muoiono per nulla. Ma la verità è proprio questa. Dallo Stretto di Gibilterra ai fiordi di Serey, dalle scogliere di Dover alle spiagge di Lampedusa, dalle steppe di Volgograd alle vallate della Loira e alle colline della Toscana, l’incendio divampa. In ogni nostra città v’è una seconda città. Una città sovrapposta ed uguale a quella che negli Anni Settanta i palestinesi crearono a Beirut installando uno Stato dentro lo Stato, un governo dentro il governo. Una città mussulmana, una città governata dal Corano. Una tappa dell’espansionismo islamico. Quell’espansionismo che nessuno è mai riuscito a superare. Nessuno. Neanche i persiani di Ciro il Grande. Neanche i macedoni di Alessandro Magno. Neanche i romani di Giulio Cesare. Neanche i francesi di Napoleone. Perché è l’unica arte nella quale i figli di Allah hanno sempre eccelso, l’arte di invadere, conquistare, soggiogare. La loro preda più ambita è sempre stata l’Europa, il mondo cristiano, e vogliamo darci un’occhiata a quella Storia che oggi si vorrebbe cancellare?


Fu nel 635 d.C. cioè tre anni dopo la morte di Maometto che gli eserciti della Mezzaluna invasero la cristiana Siria e la cristiana Palestina. Fu nel 638 che si presero Gerusalemme e il Santo Sepolcro. Fu nel 640 che conquistata la Persia e l’Armenia e la Mesopotamia ossia l’attuale Iraq invasero il cristiano Egitto e dilagarono nel cristiano Maghreb cioè in Tunisia e in Algeria e in Marocco. Fu nel 668 che per la prima volta attaccarono Costantinopoli, le imposero un assedio di cinque anni. Fu nel 711 che attraversato lo Stretto di Gibilterra sbarcarono nella cattolicissima Penisola Iberica, s’impossessarono del Portogallo e della Spagna dove nonostante i Pelayo e i Cid Campeador e i vari sovrani impegnati nella “Reconquista” rimasero per ben otto secoli.

E chi crede al mito della «pacifica convivenza» che secondo i collaborazionisti caratterizzava i rapporti tra conquistati e conquistatori farebbe bene a rileggersi le storie dei conventi e dei monasteri bruciati, delle chiese profanate, delle monache stuprate, delle donne cristiane o ebree rapite per essere chiuse negli harem. Farebbe bene a riflettere sulle crocifissioni di Cordova, sulle impiccagioni di Granada, sulle decapitazioni di Toledo e di Barcellona, di Siviglia e di Zamora. Quelle di Siviglia, volute da Mutamid, il re che con le teste mozze adornava i giardini del suo palazzo. Quelle di Zamora, da Almanzor: il visir definito il-mecenate-dei-fìlosofì, il più grande leader che la Spagna Islamica abbia mai prodotto. Cristo! A invocare il nome di Gesù o della Madonna si finiva subito giustiziati. Crocifissi, appunto, o decapitati o impiccati. E a volte impalati. A suonare le campane, lo stesso. A indossare un indumento verde, colore dell’Islam, idem. E al passaggio d’un mussulmano i cani-infedeli dovevano farsi da parte, inchinarsi. Se il mussulmano li aggrediva o li insultava, non potevano ribellarsi. Quanto al particolare che i cani-infedeli non avessero l’obbligo di convertirsi all’Islam, sai a cosa era dovuto? Al fatto che i convertiti non pagassero le tasse.

I cani-infedeli, invece, sì. Dalla Spagna nel 721 passarono alla non meno cattolica Francia. Guidati da Abd al-Rahman, il governatore dell’Andalusia, varcarono i Pirenei, presero Narbonne. Vi massacrarono tutta la popolazione maschile, ridussero in schiavitù tutte le donne e tutti i bambini poi proseguirono per Carcassonne. Da Carcassonne passarono a Nimes dove fecero strage di monache e frati. Da Nimes passarono a Lione e a Digione dove razziarono ogni singola chiesa, e sai quanto durò il loro avanzare in Francia? Undici anni. A ondate. Nel 731 un’ondata di trecentottantamila fanti e sedicimila cavalieri arrivò a Bordeaux che si arrese immediatamente. Da Bordeaux si portò a Poitiers poi a Tours, e se nel 732 Carlo Martello non avesse vinto la battaglia di Poitiers oggi anche i francesi indosserebbero burqua e turbante. Nell’827 sbarcarono in Sicilia, altro bersaglio delle loro bramosie. Al solito massacrando e profanando conquistarono Siracusa e Taormina, Messina poi Palermo, e in tre quarti di secolo (tanti ce ne vollero per piegare la fiera resistenza dei siciliani) la islamizzarono. Vi rimasero oltre due secoli e mezzo, cioè fin quando vennero sloggiati dai Normanni, ma nell’836 sbarcarono a Brindisi. Nell’840, a Bari. E islamizzarono anche la Puglia.
Nell’841 sbarcarono ad Ancona. Poi dall’Adriatico si riportarono nel Tirreno e durante l’estate dell’846 sbarcarono ad Ostia. La saccheggiarono, la incendiarono, e risalendo le foci del Tevere giunsero a Roma, la città santa, la Sede di Pietro. La misero sotto assedio e una notte vi irruppero. Sfregiarono e depredarono le basiliche di San Pietro e di San Paolo, saccheggiarono tutto il saccheggiabile. Per liberarsene, Papa Sergio II dovette impegnarsi a versargli un tributo annuo di 25 mila monete d’argento. Per prevenire altri attacchi, il suo successore Leone IV dovette realizzare le mura leonine. Abbandonata Roma, però, si piazzarono in Campania. Vi restarono settant’anni distruggendo Montecassino e tormentando Salerno. Città nella quale, a un certo punto, si divertivano a sacrificare ogni notte la verginità di una monaca, sempre diversa. Sai dove? Sull’altare della cattedrale. Nell’898, invece, sbarcarono in Provenza. Per l’esattezza, nell’odierna Saint-Tropez. Vi si stabilirono, e nel 911 varcarono le Alpi per entrare in Piemonte. Occuparono Torino e Casale, dettero fuoco alle chiese e alle biblioteche, ammazzarono migliaia di cristiani, poi passarono in Svizzera. Raggiunsero la valle dei Grigioni e il lago di Ginevra, poi scoraggiati dalla neve fecero dietro-front. Tornarono nella calda Provenza, nel 940 occuparono Tolone e... Oggi è di moda battersi il petto per le Crociate, biasimare l’Occidente per le Crociate, vedere nelle Crociate un’ingiustizia commessa ai danni dei poveri mussulmani innocenti. Ma prima d’essere una serie di spedizioni per rientrare in possesso del Santo Sepolcro (che prima della conquista mussulmana era –ricordiamolo- territorio cristiano e appartenente ai cristiani), le Crociate furono la risposta a quattro secoli di invasioni occupazioni angherie carneficine. Quando nella Seconda guerra mondiale i tedeschi vennero a prendersi l’Italia, mio padre e gli altri partigiani mi insegnarono che quando qualcuno si impadronisce con la forza di ciò che non gli appartiene, tu devi fartelo restituire, anche con le armi, se le parole non bastano. Se poi questo qualcuno viene anche a fare pulizia etnica, ad ammazzare i tuoi fratelli, allora non ti resta che ricambiarlo con la stessa carta, se vuoi sopravvivere. Cosa fecero, se non questo, gli odiati crociati mille anni fa? Tentarono di riprendersi le loro terre, di salvare i loro fratelli cristiani, di difendere le loro chiese. Nulla di più. E non ci riuscirono neppure. Cosicché i figli di Allah ammazzarono tutti e presero tutto. Si riuscì a bloccarli solo in Europa, e neppure bene. Se oggi abbiamo la libertà, lo dobbiamo anche e soprattutto a quei crociati, che si fecero massacrare per proteggere un’Europa cristiana e libera, per garantirci quella libertà che oggi vigliaccamente abusiamo per condannarli. Le crociate furono una controffensiva per bloccare l’espansionismo islamico in Europa. Per deviarlo, (mors tua vita mea), verso l’Oriente. Verso l’India, l’Indonesia, la Cina, il continente africano, nonché la Russia e la Siberia dove i Tartari convertiti all’Islam stavano già portando il Corano. Concluse le Crociate, infatti, i figli di Allah ripresero a seviziarci come prima e più di prima. Ad opera dei turchi, stavolta, che si accingevano a partorire l’Impero Ottomano. Un impero che fino al 1700 avrebbe condensato sull’Occidente tutta la sua ingordigia, la sua voracità, e trasformato l’Europa nel suo campo di battaglia preferito. Interpreti e portatori di quella voracità, i famosi giannizzeri che ancor oggi arricchiscono il nostro linguaggio col sinonimo di sicario o fanatico o assassino. Ma sai chi erano in realtà i giannizzeri? Le truppe scelte dell’Impero. I super-soldati capaci di immolarsi quanto di combattere, massacrare, saccheggiare. Sai dove venivano reclutati o meglio sequestrati? Nei paesi sottomessi all’Impero. In Grecia, per esempio, o in Bulgaria, in Romania, in Ungheria, in Albania, in Serbia, e a volte anche in Italia. Lungo le coste battute dai pirati. Li sequestravano all’età di dieci o undici o dodici anni, scegliendoli tra i primogeniti più belli e più forti delle buone famiglie. Dopo averli convertiti li chiudevano nelle loro caserme e qui, proibendogli di sposarsi e d’avere qualsiasi tipo di rapporto amoroso o affettivo, (incoraggiato, al contrario, lo stupro), li indottrinavano come neanche Hitler sarebbe riuscito a indottrinare le sue Waffen SS. Li trasformavano nella più formidabile macchina da guerra che il mondo avesse mai visto dal tempo degli antichi romani. Nel 1356, cioè ottantaquattr'anni dopo l'Ottava Crociata, i turchi si beccarono Gallipoli cioè la penisola che per cento chilometri si estende lungo la riva settentrionale dei Dardanelli. Da lì partirono alla conquista dell'Europa sud-orientale e in un batter d'occhio invasero la Tracia, la Macedonia, l'Albania. Piegarono la Grande Serbia, e con un altro assedio di cinque anni paralizzarono Costantinopoli ormai del tutto isolata dal resto dell'Occidente. Nel 1396 si fermarono, è vero, per fronteggiare i Mongoli (a loro volta islamizzati), però nel 1430 riesumarono la marcia occupando la veneziana Salonicco. Travolgendo i cristiani a Vama nel 1444 si assicurarono il possesso della Valacchia, della Moldavia, della Transilvania, insomma dell'intero territorio che oggi si chiama Bulgaria e Romania, e nel 1453 assediarono di nuovo Costantinopoli che il 29 maggio cadde in mano a Maometto II. Una belva che in virtù dell'islamica Legge sul Fratricidio (legge che per ragioni dinastiche autorizzava un sultano ad assassinare i familiari più stretti) era salita al trono strozzando il fratellino di tre anni. E a proposito: conosci il racconto che sulla caduta di Costantinopoli ci ha lasciato lo scrivano Phrantzes? Forse no. Nell'Europa che piange soltanto per i mussulmani, mai per i cristiani o gli ebrei o i buddisti o gli induisti, non sarebbe Politically Correct conoscere i dettagli sulla caduta di Costantinopoli... Gli abitanti che al calar della sera cioè mentre Maometto II cannoneggia le mura di Teodosio si rifugiano nella cattedrale di Santa Sofia e qui si mettono a cantare i salmi, a invocare la misericordia divina. Il patriarca che a lume delle candele celebra l'ultima Messa e per rincuorare i più terrorizzati grida: «Non abbiate paura! Domani sarete nel Regno dei Cieli e i vostri nomi sopravvivranno fino alla notte dei tempi!». I bambini che piangono, le mamme che singhiozzano: «Zitto, figlio, zitto! Moriamo per la nostra fede in Gesù Cristo! Moriamo per il nostro imperatore Costantino XI, per la nostra patria!». Le truppe ottomane che suonando i tamburi entrano dalle brecce delle mura crollate, travolgono i difensori genovesi e veneziani e spagnoli, a colpi di scimitarra li massacrano tutti, poi irrompono nella cattedrale e decapitano perfino i neonati. Con le loro testine spengono i ceri... Durò dall'alba al pomeriggio, la strage. Si placò solo al momento in cui il Gran Visir sali sul pulpito di Santa Sofia e ai massacratori disse: «Riposatevi. Ora questo tempio appartiene ad Allah». Intanto la città bruciava. La soldataglia crucifiggeva e impalava. I giannizzeri violentavano e poi sgozzavano le monache (quattromila in poche ore) oppure incatenavano le persone sopravvissute per venderle al mercato di Ankara. E i cortigiani preparavano il Pranzo della Vittoria. Quel pranzo durante il quale (in barba al Profeta) Maometto II si ubriacò con i vini di Cipro, e avendo un debole pei giovinetti si fece portare il primogenito del granduca greco-ortodosso Notaras. Un quattordicenne noto per la sua bellezza. Dinanzi a tutti lo stuprò, e dopo averlo stuprato si fece portare gli altri Notaras. I suoi genitori, i suoi nonni, i suoi zii, i suoi cugini. Dinanzi a lui li decapitò. Uno ad uno. Fece anche distruggere tutti gli altari, fondere tutte le campane, trasformare tutte le chiese in moschee o bazaar. Eh, sì. Fu a questo modo che Costantinopoli divenne Istambul. Che i Fra' Accursio dell'Onu vogliano sentirselo dire o no. Tre anni dopo e cioè nel 1456 conquistarono Atene dove, di nuovo, Maometto II trasformò in moschee tutte le chiese e gli antichi edifici. Con la conquista di Atene completarono l'invasione della Grecia che avrebbero tenuto cioè rovinato per ben quattrocento anni, quindi attaccarono la Repubblica di Venezia che nel 1476 se li ritrovò anche dentro il Friuli poi nella vallata dell'Isonzo. E ciò che accadde il secolo successivo non è meno agghiacciante. Perché nel 1512 sul trono dell'Impero Ottomano salì Selim il Sanguinario. Sempre in virtù della Legge sul Fratricidio ci salì strozzando due fratelli più cinque nipoti più vari califfi nonché un numero imprecisato di visir, e da tal individuo nacque colui che voleva fare lo Stato Islamico d'Europa: Solimano il Magnifico. Appena incoronato, infatti, il Magnifico allestì un'armata di quasi quattrocentomila uomini e trentamila cammelli più quarantamila cavalli e trecento cannoni. Dalla ormai islamizzata Romania nel 1526 si portò nella cattolica Ungheria e nonostante l'eroismo dei difensori ne disintegrò l'esercito in meno di quarantotto ore. Poi raggiunse Buda, oggi Budapest. La dette alle fiamme, completò l'occupazione, e indovina quanti ungheresi (uomini e donne e bambini) finirono subito al mercato degli schiavi che ora caratterizzava Istambul. Centomila. Indovina quanti finirono, l'anno seguente, nei mercati che competevano con quello di Istambul cioè nei bazaar di Damasco e di Bagdad e del Cairo e di Algeri. Tre milioni. Ma neanche questo gli bastò. Per realizzar lo Stato Islamico d'Europa, infatti, allestì una seconda armata con altri quattrocento cannoni e nel 1529 dall'Ungheria si portò in Austria. L'ultracattolica Austria che ormai veniva considerata il baluardo della Cristianità. Non riuscì a conquistarla, d'accordo. Dopo cinque settimane di inutili assalti preferì ritirarsi. Ma ritirandosi massacrò trentamila contadini che non gli meritava di vendere a Istambul o a Damasco o a Bagdad o al Cairo o ad Algeri perché il prezzo degli schiavi era troppo calato a causa di quei tre milioni e centomila ungheresi, e appena rientrato affidò la riforma della flotta al famoso pirata Khayr al-Din detto il Barbarossa. La riforma gli consentì di rendere il Mediterraneo un feudo acqueo dell'Islam sicché, dopo aver spento una congiura di palazzo facendo strangolare il primo e il secondo figlio più i loro sei bambini cioè i suoi nipotini, nel 1565 si buttò sulla roccaforte cristiana di Malta. E non servì a nulla che nel 1566 morisse d'infarto cardiaco. Non servì perché al trono ci salì il suo terzo figlio. Noto, lui, non con l'appellativo di Magnifico bensì di Ubriacone. E fu proprio sotto Selim l'Ubriacone che nel 1571 il generale Lala Mustafa conquistò la cristianissima Cipro. Qui commise una delle infamie più vergognose di cui la cosiddetta Cultura-Superiore si sia mai infangata. Il martirio del patrizio veneziano Marcantonio Bragadino, governatore dell'isola. Come lo storico Paul Fregosi ci racconta nel suo straordinario libro «Jihad», dopo aver firmato la resa Bragadino si recò infatti da Lala Mustafa per discutere i termini della futura pace. Ed essendo uomo ligio alla forma vi si recò in gran pompa. Cioè a cavallo d'un destriere squisitamente bardato, indossando la toga viola del Senato, nonché scortato da quaranta archibugieri in alta uniforme e dal bellissimo paggio Antonio Quirini (il figlio dell'ammiraglio Quirini) che gli teneva sul capo un prezioso parasole. Ma di pace non si parlò davvero. Perché in base al piano già stabilito i giannizzeri sequestraron subito il paggio Antonio per chiuderlo nel serraglio di Lala Mustafa che i giovinetti li deflorava ancor più volentieri di Maometto II, poi circondarono i quaranta archibugieri e a colpi di scimitarra li fecero a pezzi. Letteralmente a pezzi. Infine disarcionarono Bragadino, seduta stante gli tagliarono il naso poi le orecchie e così mutilato lo costrinsero a inginocchiarsi dinanzi al vincitore che lo condannò ad essere spellato vivo. L'esecuzione avvenne tredici giorni dopo, alla presenza di tutti i ciprioti cui era stato ingiunto d'assistere. Mentre i giannizzeri schernivano il suo volto senza naso e senza orecchie Bragadino dovette far ripetutamente il giro della città trascinando sacchi di spazzatura, nonché leccar la terra ogni volta che passava dinanzi a Lala Mustafa. Morì mentre lo spellavano. E con la sua cute imbottita di paglia Lala Mustafa ordinò di fabbricare un fantoccio che messo a cavalcioni d'una vacca girò un'altra volta intorno alla città quindi venne issato sul pennone principale della nave ammiraglia. A gloria dell'Islam. Del resto non servì nemmeno che il 7 ottobre dello stesso anno i veneziani furibondi ed alleati con la Spagna, il papato, Genova, Firenze, Torino, Parma, Mantova, Lucca, Ferrara, Urbino e Malta sconfiggessero la flotta di Ali Pascià nella battaglia navale di Lepanto. Ormai l'Impero Ottomano era arrivato all'apice della potenza, e coi sultani successivi l'attacco al continente europeo proseguì indisturbato. Arrivò sino alla Polonia dove le sue orde entrarono ben due volte: nel 1621 e nel 1672. Il loro sogno di stabilire lo Stato Islamico d'Europa si sarebbe bloccato soltanto nel 1683 quando il Gran Visir Kara Mustafa mise insieme mezzo milione di soldati, mille cannoni, quarantamila cavalli, ventimila cammelli, ventimila elefanti, ventimila bufali, ventimila muli, ventimila tra vacche e tori, diecimila tra pecore e capre, nonché centomila sacchi di granturco, cinquantamila sacchi di caffè, un centinaio tra mogli e concubine, e accompagnato da tutta quella roba entrò di nuovo in Austria. Rizzando un immenso accampamento (venticinquemila tende più la sua, munita di struzzi e di fontane) di nuovo mise Vienna sotto assedio. Il fatto è che a quel tempo gli europei erano più intelligenti di quanto lo siano oggi, ed esclusi i francesi del Re Sole (che col nemico aveva firmato un trattato di alleanza ma agli austriaci aveva promesso di non attaccare) tutti corsero a difendere la città considerata il baluardo del Cristianesimo. Tutti. Inglesi, spagnoli, tedeschi, ucraini, polacchi, genovesi, veneziani, toscani, piemontesi, papalini. Il 12 settembre riportarono la straordinaria vittoria che costrinse Kara Mustafa a fuggire abbandonando anche i cammelli, gli elefanti, le mogli, le concubine sgozzate, e... Guarda, l'attuale invasione dell'Europa non è che un altro aspetto di quell'espansionismo. Più subdolo, però. Più infido. Perché a caratterizzarlo stavolta non sono i Kara Mustafa e i Lala Mustafa e gli Alì Pascià e i Solimano il Magnifico e i giannizzeri. O meglio: non sono soltanto i Bin Laden, i Saddam Hussein, gli Arafat, gli sceicchi Yassin, i terroristi che saltano in aria coi grattacieli o gli autobus. Sono anche gli immigrati che s'installano a casa nostra, e che senza alcun rispetto per le nostre leggi ci impongono le loro idee. Le loro usanze, il loro Dio. Sai quanti di loro vivono nel continente europeo cioè nel tratto che va dalla costa Atlantica alla catena degli Urali? Circa cinquantatre milioni. Dentro l'Unione Europea, circa diciotto. (Ma c'è chi dice venti). Fuori dell'Unione Europea, dunque, trentacinque.

Il che include la Svizzera dove sono oltre il dieci per cento della popolazione, la Russia dove sono il dieci e mezzo per cento, la Georgia dove sono il dodici per cento, l'isola di Malta dove sono il tredici per cento, la Bulgaria dove sono il quindici per cento. E il diciotto a Cipro, il diciannove in Serbia, il trenta in Macedonia, il sessanta in Bosnia-Erzegovina, il novanta in Albania, il novantatre e mezzo in Azerbaigian. Scarseggiano soltanto in Portogallo dove sono lo 0,50 per cento, in Ucraina dove sono lo 0,45 per cento, in Lettonia dove sono lo 0,38 per cento, in Slovacchia dove sono lo 0,19 per cento, in Lituania dove sono lo 0,14 per cento. E in Islanda dove sono lo 0,04 per cento. Beati gli islandesi. Però ovunque (anche in Islanda) aumentano a vista d'occhio. E non solo perché l'invasione procede in maniera implacabile ma perché i mussulmani costituiscono il gruppo etnico e religioso più prolifico del mondo. Caratteristica favorita dalla poligamia e dal fatto che in una donna il Corano veda anzitutto un ventre per partorire. Si rischia la morte civile, a toccar quest'argomento.

Nell'Europa soggiogata, il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Non a caso tra i capi d'accusa del processo che subii a Parigi v'era una frase (brutale, ne convengo, ma esatta) con cui m'ero tradotta in francese. «Ils se multiplient comme les rats. Si riproducono come topi».

Ma nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano. Ossia il fatto che nell'ultimo mezzo secolo i mussulmani siano cresciuti del 235 per cento. (I cristiani solo del 47 per cento). Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. (Del 2003 mancano ancora i dati ma suppongo che al ritmo di trentatré milioni per anno siano diventati almeno un miliardo e 690 milioni). Nessun giudice liberticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall'Onu, che ai mussulmani attribuiscono un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all'anno. (I cristiani, solo l'I e 40 per cento). Per crederci basta ricordare che le regioni più densamente popolate dell'ex-Unione Sovietica sono quelle mussulmane, incominciando dalla Cecenia. Che negli Anni Sessanta i mussulmani del Kossovo erano il 60 per cento. Negli Anni Novanta, il 90 per cento.

Ed oggi, il cento per cento. Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli Anni Settanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto impossessarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristiano-maronita. Tantomeno potrà negare che nell'Unione Europea i neonati mussulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiungano il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente. Sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah saranno, in Italia, almeno un milione.

Ma, soprattutto, basta ricordare ciò che Boumedienne (non un folle qualsiasi, ma il presidente dell'Algeria) disse nel 1974 dinanzi all'Assemblea delle Nazioni Unite: «Un giorno milioni di uomini abbandoneranno l'emisfero sud per irrompere nell'emisfero nord. E non certo da amici. Perché vi irromperanno per conquistarlo. E lo conquisteranno popolandolo coi loro figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria». Non disse una cosa nuova. Tantomeno una cosa geniale. La Politica del Ventre cioè la strategia di esportare esseri umani e farli figliare in abbondanza è sempre stato il sistema più semplice e più sicuro per impossessarsi di un territorio, dominare un paese, sostituirsi a un popolo o soggiogarlo.

E dall'Ottavo Secolo in poi l'espansionismo islamico s'è sempre svolto all'ombra di questa strategia. Non di rado, attraverso lo stupro o il concubinaggio. Pensa a quel che i suoi guerrieri e le sue truppe di occupazione facevano in Andalusia, in Albania, in Serbia, in Moldavia, in Bulgaria, in Romania, in Ungheria, in Russia. Ed anche in Sicilia, in Sardegna, in Puglia, in Provenza. Anche in Kashmir, in India. Per non parlar dell'Africa. Incominciando dall'Egitto e dall'intero Maghreb. Però con la decadenza dell'Impero Ottomano la Politica del Ventre aveva perso brio, e il discorso di Boumedienne fu come uno squillo di tromba che scuote gli immemori. Lo stesso anno, infatti, l'Organizzazione della Conferenza Islamica chiuse il convegno di Labore con una delibera che includeva il progetto di trasformare il flusso degli immigrati nel continente europeo (a quel tempo un flusso modesto) in «preponderanza demografica». Ed oggi quel progetto è un precetto. In tutte le moschee d'Europa la preghiera del venerdì è accompagnata dall'esortazione che pungola le donne mussulmane a «partorire almeno cinque figli ciascuna». Bè, cinque figli non sono pochi. Nel caso dell'immigrato con due mogli, diventano dieci. O almeno dieci. Nel caso dell'immigrato con tre mogli, diventano quindici. O almeno quindici. E non dirmi che da noi la poligamia è proibita, sennò il mio sdegno cresce e ti rammento che se sei un bigamo italiano o francese o inglese eccetera vai dritto in galera. Ma se sei un bigamo algerino o marocchino o pakistano o sudanese o senegalese eccetera, nessuno ti torce un capello. Nel 1993 la Francia emanò una legge che bandiva l'immigrazione dei poligami e autorizzava l'espulsione di quelli che erano già entrati e quindi vivevano con più mogli. Ma i maccabei del Politically Correct e i terzomondisti del vittimismo si misero a strillare in nome dei Diritti-Umani e della Pluralità-Etnico-Religiosa.

Accusarono i legislatori di intolleranza, razzismo, xenofobia, neo-colonialismo, ed oggi in Francia gli immigrati poligami li trovi ovunque. Nel resto dell'Europa, idem. Compresa l'Italia dove l'articolo 556 del Codice Penale punisce i rei col carcere fino a cinque anni, e dove non s'è mai visto un processo o un'espulsione per poligamia. Io so di un maghrebino che in Toscana vive con due o tre mogli e una dozzina di bambini. (Il numero dei bambini è incerto perché ogni poco ne nasce uno. Il numero delle mogli, perché non escono mai insieme ed oltre al chador portano il nikab cioè la mascherina che copre il volto fino alla radice del naso sicché con quella sembrano tutte uguali). Un giorno chiesi a un funzionario della Questura per quale motivo al maghrebino fosse consentito di infrangere l'articolo .5.56. E la risposta fu: «Per motivi di ordine pubblico».

Circonlocuzione che tradotta in parole semplici significa: «Per non farcelo nemico, per non irritare i suoi connazionali e i loro favoreggiatori». E che, tradotta in parole oneste, vuoi dire: «Per paura». Io non dimenticherò mai i comizi con cui l'anno scorso i clandestini riempirono le piazze d'Italia per ottenere i permessi di soggiorno. Quei volti distorti, cattivi. Quei pugni alzati, minacciosi. Quelle voci irose che mi riportavano alla Teheran di Khomeini. Non li dimenticherò mai perché mi sentivo offesa dalla loro prepotenza in casa mia, e perché mi sentivo beffata dai ministri che ci dicevano: «Vorremmo rimpatriarli ma non sappiamo dove si nascondono». Stronzi! In quelle piazze ve n'erano migliaia, e non si nascondevano affatto sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura d'andar contro corrente cioè d'apparire razzisti non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà.

All'annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po' più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri... proprio perché è definita da molti secoli e molto precisa, la nostra identità culturale non può sopportare un'ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell'altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti che da noi non c'è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l'Italia. E io l'Italia non gliela regalo mica. Naturalmente capisco che la filosofia della Chiesa Cattolica si basa sull' ecumenismo e sul comandamento Ama-il-nemico-tuo-come-te-stesso. Che uno dei suoi principii fondamentali è almeno teoricamente il perdono, il sacrificio di porgere l' altra guancia. (Sacrificio che rifiuto non solo per orgoglio cioè per il mio modo di intendere la dignità, ma perché lo ritengo un incentivo al Male di chi fa del male). Però esiste anche il principio dell' autodifesa anzi della legittima difesa, e se non sbaglio la Chiesa Cattolica vi ha fatto ricorso più volte. Carlo Martello respinse gli invasori musulmani alzando il crocifisso. Isabella di Castiglia li cacciò dalla Spagna facendo lo stesso. E a Lepanto c' erano anche le truppe pontificie a conseguire quella vittoria che salvò l'Occidente dall'invasione islamica, una data quella del 7 ottobre di così immensa portata che la Chiesa vi isituì, e si celebra tutt'ora, la solennità della Madonna del Rosario, in ringraziamento alla Vergine per la salvezza conseguita del continente europeo. A difendere Vienna, ultimo baluardo della Cristianità, a romper l' assedio di Kara Mustafa, c' era anche e soprattutto il polacco Giovanni Sobienski con l' immagine della Vergine di Chestochowa. E se quei cattolici non avessero applicato il principio dell' autodifesa, della legittima difesa, oggi anche noi porteremmo il burka o il jalabah".

da

http://www.thankyouoriana.it/?p=843

https://www.facebook.com/BibbiaCattolica.eresie.a.confronto/photos/a.307279236003838.73437.307040496027712/930601637004925/?type=1&fref=nf

ORIANA FALLACI, DA "LA FORZA DELLA RAGIONE"
Rizzoli 2004

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