Ieri l’Unità riportava in prima pagina questo titolo:
“La fame uccide sei milioni di bambini ma a noi non importa nulla”. Credo anche
io che sia una tragedia immane che si consuma ogni anno e che non dovrebbe farci
dormire tranquilli. Giustamente Walter Veltroni scrive che “dovrebbe essere la
notizia principale per tutti i giornali del mondo”.
Ha ragione. Ma –
senza voler opporre tragedia a tragedia, perché fanno parte dello stesso computo
– ritengo che ci sia un orrore ancora maggiore su cui chiudiamo gli occhi (e
chiedo, pacatamente, anche all’Unità se non merita un titolo di prima pagina):
un miliardo di vite umane soppresse con l’aborto. Avete letto bene: un miliardo.
Un numero sconvolgente. E non lo troverete registrato da nessuna parte. Ancora
più censurato delle vittime per fame. Una gigantesca rimozione vige tuttora
nelle nostre coscienze, nel nostro sistema informativo e culturale, in tutta la
nostra civiltà. Si trovano una quantità di volumi che contabilizzano i morti per
fame, per guerre, per violenze, per stermini e genocidi nel corso del Novecento.
Marcello Flores, che arriva alla cifra complessiva di 200 milioni di vittime nel
libro “Tutta la violenza di un secolo”, conclude che per questo “il XX secolo è
stato considerato uno dei più violenti nella storia dell’umanità”, indicando la
Seconda guerra mondiale, “con i suoi cinquanta milioni di morti” come “l’evento
più distruttivo del XX secolo e forse della storia umana”.
Eppure da
questo spaventoso computo è rimasta fuori la più immensa delle tragedie. E non
perché nessuno ne sia a conoscenza: anzi, tutti la conoscono, è una soppressione
di vite umane addirittura pubblica, autorizzata e finanziata dagli Stati. Ma
questo fenomeno – nonostante le sue dimensioni, il più colossale programma di
morte della storia umana – è sistematicamente rimosso: un miliardo di vite umane
soppresse. Non voglio puntare il dito su nessuno (ne siamo tutti responsabili).
Chiedo solo di soffermarsi su questa cifra.
Come si arriva a un computo
così inaudito? Sono certo che il lettore sospetterà trattarsi di
un’esagerazione, di una cifra ad effetto. Purtroppo non è così. Secondo
l’Organizzazione mondiale della sanità (dati del 1997) ogni anno sarebbero
praticati 53 milioni di aborti. Ovvero abbiamo annualmente un numero di vittime
innocenti pari a quelle provocate dall’intera Seconda guerra mondiale
(1939-1945) che è considerata “l’evento più distruttivo della storia umana”. Da
quanti anni si verifica questa ecatombe? Se si considera che da più di
trent’anni l’aborto è statalizzato nei paesi democratici, e molto prima è stato
legalizzato in Unione Sovietica, nella Germania nazista e poi negli altri Paesi
dell’Est – cosa che dimostra come l’aborto sia uno dei frutti avvelenati delle
ideologie totalitarie del Novecento – si supera facilmente il miliardo di
vittime.
Si dirà che l’aborto era praticato anche nei secoli precedenti.
Sì, ma non in dimensioni così gigantesche. Inoltre erano perpetrate anche altre
crudeli pratiche, ma a nessuno è venuto in mente di renderle legali, oltretutto
così moltiplicando il numero delle vittime e moltiplicando le “armi”
tecnologiche di distruzione legale della vita innocente. Peraltro – come si sa –
la legge produce il costume, quella sorta di “anestetizzazione” delle coscienze
che Bobbio indicava come il grande disastro della legge 194. Non solo l’aborto
è, oggi, un “diritto” sancito dalle leggi, ma in certi Paesi è addirittura
obbligatorio. Per legge. In Cina dai primi anni Ottanta è entrato in vigore il
programma di controllo delle nascite che impone il limite di un solo figlio per
famiglia: “chi viola queste regole” scrive Bernardo Cervellera “rischia multe
salatissime, aborto forzato, infanticidio, distruzione della casa o requisizione
dei beni”.
Gli effetti sono stati giganteschi: “lo Stato si vanta dei
successi raggiunti: 300 milioni di nascite in meno in 21 anni”. Trecento
milioni. E quando improvvidamente un bambino “non permesso” riesce a scampare
all’aborto e a nascere, le contromisure sono agghiaccianti. Sono soprattutto le
donne a far le spese di questa violenta politica. Infatti nel 1997 l’OMS ha
scoperto che in Cina dal 1980 “mancavano” all’appello circa 50 milioni di
bambine di troppo: si è riscontrata cioè una sproporzione nel Paese fra maschi e
femmine che – dicono le statistiche ufficiali – sono oggi in rapporto di circa
120 contro 100 quando dovrebbe essere l’inverso. Alla cifra già vertiginosa di
un miliardo di vittime dell’aborto nel corso del Novecento (soprattutto degli
ultimi decenni del Novecento) dovrebbero essere aggiunte molte altre vite umane
soppresse dalle varie “pillole del giorno dopo” e da sistemi di contraccezione
meccanica (in realtà abortivi perché impediscono l’annidamento e non la
fecondazione: solo in Francia sono circa 2 milioni e mezzo le donne che li
usano).
Una studiosa francese calcola che ai 50 milioni di aborti
praticati ogni anno nel mondo si debbano sommare circa 4 milioni di aborti
“farmaceutici” (pillole del giorno dopo) e addirittura 460 milioni di aborti
dovuti all’uso contraccettivi meccanici abortivi. Mi sembra una stima altissima,
ma anche se si dovesse ridurre addirittura di tre quarti, avremmo sempre un
numero enorme. E’ però stupefacente che sia così difficile trovare delle stime
su ciò che tali sistemi provocano in termini di embrioni soppressi. E’ un vuoto
di informazione che conferma come sia stato semplicemente abolito il problema
della vita umana.
Le statistiche dimostrano che la legalizzazione
dell’aborto non solo non ha fatto sparire l’aborto clandestino (come dimostrato
pure da tristissimi episodi di cronaca), ma di fatto ha trasformato l’aborto in
una pratica contraccettiva, cosicché anche il numero degli aborti “legali” non è
affatto diminuito, anzi talvolta è aumentato. E nei casi in cui è diminuito in
cifre assolute il ricorso all’intervento chirurgico è solo perché, per
l’invecchiamento della popolazione, è minore il numero di donne in età fertile,
e perché, negli ultimi anni, sono diventati disponibili sul mercato vari
prodotti farmaceutici “del giorno dopo”. Il cui consumo massiccio dovrebbe
essere tenuto presente nelle statistiche sugli aborti. Cécile Prieur su Le Monde
(9 dicembre 2004) ha tracciato un bilancio rivelatore per la Francia, pur
essendo nient’affatto contraria alla legge abortista: “Trent’anni dopo
l’adozione della legge Veil, il numero di donne che abortiscono ogni anno
oscilla sempre intorno a 200 mila… Negli anni Settanta i legislatori e le
femministe speravano che lo sviluppo della contraccezione e poi l’autorizzazione
all’IGV, avrebbero prodotto una progressiva diminuzione del ricorso all’aborto.
Trent’anni dopo nulla di tutto ciò”.
Va poi aggiunto l’immenso numero di
embrioni “prodotti” per la fecondazione artificiale e – in un modo o nell’altro
– soppressi. Immenso quanto? Si calcola che solo per far nascere – ad esempio -
20 bambini occorra “produrre” circa 1800 embrioni di cui dunque 1780 sono
destinati alla morte. Se è vero che “oggi i nati con PMA nel mondo sono ormai
circa un milione”, per calcolare la moltitudine di “fratelli” che sono stati
“sacrificati” dovremmo orientarci all’incirca sui 90 milioni di “embrioni”
fratelli (e tutto questo è accaduto solo negli ultimi venti anni). Come si vede
si tratta di numeri sconvolgenti, che portano perfino sopra quella cifra (un
miliardo di vite umane soppresse) fornita all’inizio e che pur sembrava
assolutamente esagerata e abnorme. E un fenomeno simile non merita una
riflessione?
Antonio Socci - www.Lostraniero.it
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