Comunisti partigiani massacravano preti - Cristiani Cattolici: Pentecostali Apologetica Cattolica Studi biblici

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Oltre il "Triangolo". Preti uccisi nel resto d'Italia  Stampa
Scritto da Roberto BERETTA   
 
Preti assassinati di cui nessuno parla. La cui storia nessuno, anche tra i cattolici, conosce. Invece, furono esempi di fedeltà a Cristo e di coraggio. Ricordarli è un dovere, anche per rimediare dopo un silenzio colpevole.

 
«Triangolo»? Macché: è ben più complesso il poligono degli odi di parte e della giustizia sommaria procurata dalle ideologie dopo la liberazione, in quella che è stata chiamata «guerra civile» e che ha fatto tante vittime cattoliche. Così anche il «triangolo» dei preti uccisi ha allargato il suo perimetro ben oltre l'Emilia Romagna, a comprendere una gran fetta dello Stivale. Sì, don Umberto Pessina e la ventina di sacerdoti emiliani e romagnoli trucidati tra il 1944 e il 1946 non furono i soli. Anzi, per paradosso - pur nella giustificata lamentela che i loro casi siano dimenticati, dagli storici e talvolta anche dalla Chiesa - i preti del «triangolo rosso» sono più fortunati di altri: perché di loro almeno qualcosa s'è detto, qualche libro è stato scritto e le loro vicende (anche se nelle pieghe di una pubblicistica spesso «minore») hanno ricevuto un po' d'attenzione. Invece per molti confratelli della Toscana, delle Marche, dell'Umbria, della Liguria, del Lazio e persino del «civilissimo» e democratico Piemonte niente di tutto questo.
Si stenta a crederlo, ma è così: ci sono parroci trucidati sul finire o subito 'dopo la guerra dei quali resiste a malapena un ricordo. Non si dice di un processo giusto o di un monumento, una lapide; ma nemmeno di un articolo di giornale sono stati ritenuti degni, di una rievocazione nell'anniversario della scomparsa, di un capitoletto o di una pagina tra i fasti della Resistenza... Niente, nulla. E chi va a cercare notizie spesso incontra a tutt'oggi paura, silenzio, omertà.


LE VITTIME DIMENTICATE



don Augusto Galli (Pesaro)

Vedi il caso di don Augusto Galli, parroco di Pereto presso Sant'Agata Feltria (PS), autentico desaparecido italiano: colpevole di aver fatto un discorso anti-comunista durante una festa, fu ucciso da una sventagliata di mitra la notte del 31 maggio 1946, mentre era alla finestra della canonica. Lo vegliò tutta la notte il suo cagnolino, ma nessuno - né i parenti, né la diocesi ebbero il coraggio di far aprire un processo per trovare gli assassini (e si era già un anno dopo la liberazione!); del resto, per la paura la chiesa di Pereto rimase senza parroco residente fino al 1952. Così il nome di don Augusto non appare nel Martirologio del clero italiano nella seconda guerra mondiale e nel periodo della Resistenza, compilato dall'Azione Cattolica nel 1963, né su alcuna lapide.


Don Francesco Pellizzari (Alessandria)

Di don Francesco Pellizzari, parroco a Tagliolo Monferrato (AL), nessuno vuoi parlare neppure adesso: poco dopo la mezzanotte del 9 maggio 1945 il sacerdote - aveva 61 anni - fu «prelevato» da due individui che lo invitarono a confessare un condannato a morte; don Francesco prese gli olii santi e non tornò più a casa (ma circa mezz'ora dopo fu udita una scarica di mitra nelle campagne), né si trovò il cadavere. Ancora oggi il suo nome non sta scritto sul monumento dei caduti del paese.
Oltre un centinaio sono i sacerdoti italiani uccisi da mano partigiana; escludendo i gruppi maggiori nel «triangolo rosso» e un'altra quarantina trucidati o infoibati dai titini in Istria, ne resta ancora un bel numero sparso negli anfratti più inattesi della Penisola. 12 casi in Piemonte, quattro in Liguria, tre in Veneto e uno in Lombardia, 15 in Toscana, 7 nelle Marche e due in Umbria. Si dirà che erano individui compromessi col regime; ma, anche accettando (senza mai giustificarlo) il criterio della «giustizia sommaria» in caso di guerra, le vere e proprie «epurazioni» di sacerdoti pesantemente collusi col fascismo si contano sulle dita di una mano. Diversi altri erano stati sì cappellani militari repubblichini, ma senza particolare enfasi mussoliniane e più per fedeltà alla patria e ai soldati che per altro; diversi ancora avevano mostrato simpatie per il Duce, ma quando il fascismo era ancora quello del Concordato con la Chiesa e comunque non più di moltissimi altri italiani.
Ma gli altri? Nell'elenco dei martiri risultano sacerdoti senza alcuna macchia «nera», anzi certamente antifascisti e che di fatto aiutarono sia gli sfollati, sia gli ebrei, sia i renitenti alla leva di Salò... Addirittura ci sono preti partigiani essi stessi, massacrati da quelli che dovevano essere «compagni d'arme», però avevano la camicia ideologica di altro colore.


Don Attilio Pavese (Pavia)

Come fu per don Attilio Pavese, parroco di montagna ad Alpe Gorreto nel pavese: dapprima cooptato nella Resistenza in qualità di vivandiere per i ribelli, che ospitava nella sua canonica; poi, quando più forte si fece il contrasto tra brigate garibaldine «bianche» e «rosse» nella zona, processato dai suoi stessi colleghi - unico caso del genere! - con l'accusa di aver praticato la borsa nera e giustiziato il 6 dicembre 1944 mentre confessava un gruppo di soldati tedeschi che s'apprestavano a essere fucilati (dissero che c'era stato un tentativo di fuga e che don Attilio era stato colpito per sbaglio...).


Padre Eugenio Squizzato ofm (Piemonte)

Idem per il francescano veneto padre Eugenio Squizzato, già cappellano degli alpini e fermatosi dopo 1'8 settembre 1943 per assistere i commilitoni che si erano dati alla macchia sulle montagne piemontesi: dopo la Pasqua 1944 lui e il suo comandante furono attirati a un appunta-mento da partigiani comunisti e massacrati.


Don Virginio Icardi (Alessandria)

Idem per don Virginio Icardi, già parroco di Squaneto (AL), che pareva avesse lasciato la veste per unirsi ai combattenti e invece il 4 dicembre 1944 fu eliminato dai suoi, forse per essersi dimostrato troppo «pietoso» verso alcuni prigionieri.


Don Giuseppe Rocco (Arezzo)

Idem per don Giuseppe Rocco, curato a S. Sofia in Marecchia (AR), che aveva ospitato per mesi dei partigiani slavi in canonica: il 4 maggio 1945 tre di essi tornarono col pretesto di salutarlo, si fecero offrire da mangiare e poi pagarono lui e il fratello a suon di pistola, perché li consideravano «traditori»...
E i torturati, i seviziati, i «sacchettati»? Il metodo era ben noto nel centro Italia: bastava riempire un sacchetto con alcune manciate di sabbia e poi usarlo come corpo contundente per menare botte sul corpo di un poveraccio con la tonaca; il sistema aveva il vantaggio di non lasciare tracce sulla pelle e di agire invece in profondità, ledendo gli organi interni e portando a morte la vittima diversi giorni dopo, e dopo molte sofferenze.


Don Pietro Maraglia (Massa)

Fu il destino di don Pietro Maraglia, parroco a Cerignano (Ms) e «sacchettato» nell'ottobre 1947 col pretesto infamante di una relazione con una donna: morì tempo dopo e ancora oggi è difficilissimo trovare notizie sul suo caso.


Don Federico Semprini (Rimini)

Oppure il riminese don Federico Semprini, un'altra delle vittime occulte della Resistenza (il suo nome non appare nei martirologi della Chiesa e nemmeno in quelli della Repubblica Sociale): passeggiava col predicatore fuori di chiesa, dopo la funzione serale della novena natalizia del 1943, e fu pestato a morte con sacchi di sabbia; sopravvisse solo pochi giorni.


Don Luigi Grandetti (Massa)

O ancora don Luigi Grandetti, generosissimo parroco di Pieve di Offiano (MS), assassinato fuori tempo massimo il 31 gennaio 1947: aveva 71 anni quando fu «sacchettato», al ritorno dalla novena di Natale; gli misero anche frantumi di vetro in bocca, per non farlo più parlare. Morì oltre un mese dopo; diagnosi ufficiale: cancro allo stomaco...


Don Giuseppe Amateis (Val di Lanzo)

Don Giuseppe Amateis invece fu trucidato il 16 marzo 1944 sul greto del torrente Tesso, presso Coassolo Torinese in Val di Lanzo, a colpi d'ascia: aveva invitato i giovani a presentarsi alla leva di Salò, in una zona controllata dai partigiani comunisti.


Don Luigi Bovo (Pordenone)

A don Luigi Bovo, parroco di Bertipaglia di Maserà (PD), bussarono alla porta e misero in mano il foglietto della condanna a morte: «Questa è la giustizia per coloro che maltrattano il popolo»; e mentre il poveretto abbassava lo sguardo per leggere, tre spari lo uccidevano. Era il 25 settembre 1944. La colpa della vittima? Aver deprecato le ruberie dei ribelli.


Don Luigi Bordet (Val d'Aosta)

Ma finiamo con don Luigi Bordet, l'unico sacerdote ucciso dai partigiani in Val d'Aosta. L’avevano avvisato di non continuare a parlare male del comunismo dal pulpito, e lui annunciò una catechesi proprio su questo tema ai fedeli di Hone (AO); due giorni dopo, il 5 marzo 1946, mentre andava a suonare le campane della prima messa, fu colto da una sventagliata di mitra sul sagrato. Nel suo cassetto fu trovata una lettera anonima: «È l'ora di finirla con un vecchio fascista come te. Hai dieci giorni di tempo per andartene, altrimenti morirai», firmato: «La popolazione», In calce il sacerdote aveva aggiunto di suo pugno la data e una nota: «Prego Dio di perdonare il miserabile che l'ha scritta».

Dossier: Il "Triangolo" dell'odio e della vergogna

IL TIMONE – N.39 - ANNO VII - Gennaio 2005 - pag. 42-44

I cattolici, sacerdoti e laici, uccisi dai partigiani comunisti nell’immediato dopoguerra
(fonte qelsi.it)

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Comunismo Una pagina rimossa della nostra storia.

Centinaia di cattolici, sacerdoti e laici, uccisi dai partigiani comunisti nell’immediato dopoguerra. In odio alla fede e alla Chiesa.
I testimoni tacciono. I libri di testo nascondono la verità. Viltà, paura o complicità?
Una delle accuse più squalificanti che possano essere rivolte a chi si occupa di storia è senz’altro — nell’attuale temperie culturale — quella di essere revisionista: che equivale quanto meno a impudente falsario o a spericolato negatore di verità conclamate e di tesi pacificamente ammesse dalla gente che conta.
Uno storico vero dovrebbe invece essere revisionista per definizione, perché il passato è sempre suscettibile di una pluralità di letture, e la valutazione dei fatti, per essere il più possibile serena, va sgombrata da pregiudizi ideologici e luoghi comuni non verificati. Il revisionismo, insomma, dovrebbe essere strumento ordinario di lavoro per uno storico, se non altro per evitare il formarsi di miti e leggende che piano piano finiscono per sovrapporsi alla verità dei fatti.
Ora, una delle mitologie più solide, in Italia, nell’ultimo cinquantennio è certamente quella che riguarda la Resistenza: della quale è intoccabile la sacralità e incrollabile il giudizio totalmente positivo, Il che spiega come, mentre molto si sa dei crimini commessi dai nazisti (e che nessuno vuole naturalmente sminuire), manchino invece del tutto studi approfonditi sui crimini commessi dai partigiani in alta Italia, e soprattutto in Emilia Romagna, nel cosiddetto Triangolo della Morte
.
Eppure anche un Giorgio Bocca, certo insospettabile di voler “gonfiare” le cifre, calcola in 12-15.000 il numero dei “giustiziati” dai partigiani. Diciamo subito che il termine “giustiziati” usato da Bocca non appare esalto, perché fra gli uccisi ci sono certamente molti fascisti, ma ancor di più ci sono persone eliminate per ragioni che con la politica avevano poco o nulla a che tare (si pensi, per stare alla realtà, ai sette fratelli Govoni – uno solo dei quali era qualificabile come fascista, e di cui l’ultima, lda, ventenne, era madre di una bimba di pochi mesi – trucidati ad Argelato l’11 maggio 1945, i cui corpi verranno trovati solo nel ‘51; oppure, per passare alla poesia, che spesso interpreta i fatti in modo più efficace della pura cronaca, al bellissimo racconto di Guareschi intitolato Due mani benedette).

Ma quello che qui ci interessa è sottolineare il fatto che fra questi morti ammazzati elevatissimo è il numero di cattolici, uccisi proprio in quanto cattolici
, ossia perché incarnavano — agli occhi sia dei nazisti sia dei partigiani comunisti —quella tragica figura del “nemico oggettivo” di cui le rivoluzioni hanno assoluto bisogno per sopravvivere.

Di queste vittime restano dei nomi, delle date, e poco più.
Perfino Il secolo del martirio, il bel libro di Andrea Riccardi di cui si è già parlato su queste pagine, nulla dice in proposito: di questi veri martiri della fede si rischia di perdere anche la memoria, se non ci si deciderà a tentare, e presto, qualche ricerca approfondita. Eppure sono tanti: solo in Emilia Romagna sono 92 i sacerdoti e seminaristi caduti per mano dei partigiani e su L’Osservatore Romano del 1° novembre 1995 Luciano Bergonzoni ne elenca i nomi, insieme a quelli di tanti altri, vittime della ferocia nazista.
Sempre nel ‘95, il card. Biffi ha promosso una serie di celebrazioni commemorative, nelle parrocchie della diocesi di Bologna, dei sembravano socialmente sacerdoti uccisi prima e avanzate ed erano soltanto dopo la Liberazione, affermando che  ”questa impressionante serie di crimini dice che c’era a quel tempo il piano di impadronirsi politicamente della nostra società attraverso l’intimidazione della gente”; proseguiva ribadendo il dovere del ricordo e della riconoscenza nei confronti di chi ha sacrificato la vita per ottenerci “il dono di un lungo periodo di prosperità e di pace”, sapendo “opporsi con fermezza ed efficacia al trionfo di ideologie che sembravano socialmente avanzate ed erano soltanto cieche e disumane”, e preservandoci così “dalle tristi prove toccate a molte nazioni dell’Est europeo”. Non è questa la sede per un ricordo dettagliato di tanti martiri, tra cui abbondano le figure nobili e luminose, e spesso i veri e propri eroi.

Basterà menzionare il sacrificio di don Alfonso Reggiani, ucciso ad Amola il 5 dicembre 1945, e di don Enrico Donati, di Lorenzatico, ucciso il 13 mezza e ricordato espressamente dal card. Biffi, per arrivare al caso forse più famoso di tutti, quello di don Umberto Pessina, trucidato a San Martino di Correggio il 18 giugno 1946 (quindi sempre ben dopo il fatidico 25 aprile!): un delitto che invano i comunisti hanno cercato di far passare per un incidente, come è spiegato dallo storico Sandro Spreafico in un’intervista pubblicata su Avvenire del 30 dicembre 1993 (una ricostruzione dell’omicidio, che portò in carcere per dieci anni l’allora sindaco di Correggio Germano Nicolini, pur innocente, è contenuta nello studio di Frediano Sessi, Nome di battaglia: Diavolo, uscito da Marsilio nel 2000: cfr. sull’argomento M. Corradi su Avvenire del 4 giugno 2000 e R. Festorazzi su Avvenire del 18 giugno 1996).
Tanti sacerdoti, dunque, ma anche tanti seminaristi e tanti laici, come il quindicenne Rolando Rivi, ucciso a Reggio Emilia il 10 aprile 1945, in quanto “futuro ragno nero”, o il famoso Giuseppe Fanin, apostolo dell’idea cristiana fra i braccianti e i contadini, ucciso a ventiquattro anni il 4 novembre 1948 vicino a Bologna, perché dava fastidio il suo impegno per tradurre in pratica la dottrina sociale della Chiesa.

Un ultimo punto vorremmo ricordare: gli assassini di tanti innocenti — colpevoli solo di essere cattolici — sono stati spesso individuati, ma le condanne sono state pochissime, perché quasi sempre essi hanno trovato, con la copertura e la connivenza del partito comunista, rifugio e ospitalità oltre la cortina di ferro. E questo va tenuto presente soprattutto oggi, quando quasi nessuno vuoi più ricordare il suo passato comunista, e addirittura vuol farsi passare per liberale, ma allo stesso tempo rifiuta un serio esame di coscienza. Ci piacerebbe insomma che anche altri, e non solo i cattolici, scoprissero la grandezza e la dignità del chiedere perdono.
Tutto questo discorso è fatto qui — sia chiaro — non per riaprire ferite o per vano spirito di polemica, ma allo scopo di mantenere viva la memoria dei fatti e far risplendere la verità, che rischia altrimenti di restare sepolta sotto gli slogan e il conformismo ideologizzato; e con la speranza che la Storia — quella vera, e non quella manipolata dagli storici non revisionisti o dai manuali scolastici — insegni a evitare gli orrori del passato.

(Bibliografia:
Luciano Bergonzoni, Clero e Resistenza, Cantelli, Bologna 1964.
Luciano Bergonzoni, Preti nella tormenta, A. Forni, Bologna 1977.

© Il Timone – n. 11 Gennaio/Febbraio 2001
Ettore Barocci, Dino Foschi, Pietro Tonelli. Giuseppe Balducci, Federico Buda, Pietro Carabini, Giuliani, Pietro Maccagli. Sperindio Bolognesi (parroco di Nismozza, ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944), Pasquino Borghi, Aldemiro Corsi (parroco di Grassano, assassinato nella sua canonica, con la domestica Zeffirina Corbelli, da partigiani comunisti la notte del 21 settembre 1944), Giuseppe Donadelli, Luigi Ilariucci, Giuseppe Jemmi, Sveno Maioli, Luigi Manfredi (parroco di Budrio, ucciso il 14 dicembre 1944 perché aveva deplorato gli “eccessi partigiani”), Dante Mattioli, Umberto Pessina, Battista Pigozzi, Rolando Rivi, Carlo Terenziani. Primo Mantovani, Luciano Missiroli, Santo Perin, Mario Domenico Turci. Giuseppe Beotti, Giuseppe Borea, Alberto Carrozza, Francesco Delnevo, Francesco Mazzocchi, Alessandro Sozzi. Amedeo Frattini, Pietro Picinotti, Italo Subacchi, Giuseppe Voli. Aldo Boni, Aristide Derni, Giuseppe Donini, Palmiro Ferrucci, Giovanni Guicciardi, Luigi Lendini (parroco di Crocette trucidato dopo inenarrabili torture il 20 luglio 1945), Elio Monari, Pietro Cardelli, Teobaldo Daporto (arciprete di Castel Ferrarese, ucciso da un comunista nel settembre 1945), Giovanni Ferruzzi (arciprete di Campanile, ucciso dai partigiani il 3 aprile 1945), Giuseppe Galassi, Tiso Galletti (parroco di Spazzate Passatelli, ucciso il 9 maggio 1945 perché aveva criticato il comunismo), Settimio Pattuelli, Luigi Pelliconi, Aristide Penazzi, Evaristo Venturini.Gerrino Cavazzoli, Giacomo Davoli. Domenico Cavanna, Aldo Panni. Mario Boschetti, Pietro Rizzo. Angelo Cicognani, Antonio Lanzoni, Antonio Scarante. Lazzaro Urbini. Alberto Fedozzi, Amadio Po, Francesco Venturelli. Luigi Balestrazzi, Medardo Barbieri, Corrado Bartolini (parroco di S. Maria in Duno, prelevato dai partigiani il 1° 1945 e fatto sparire), Raffaele Bartolini (canonico della Pieve di Cento, ucciso dai partigiani la sera del 20 giugno 1945), Dogali Raffaele Busi, Ferdinando Casagrande, Enrico Donati (arciprete di Lorenzatico, ucciso il 13 maggio 1945 da elementi qualificatisi per partigiani, chiuso in un sacco e gettato in acqua), Achille Filippi (parroco di Moiola, ucciso dai comunisti il 25 luglio 1945 perché accusato di filofascismo).


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