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Quei martiri dimenticati


A Karaganda, in Kazahkstan, nello scorso settembre, la consacrazione della cattedrale che sorge sul luogo dove sono sepolte le vittime di un Gulag dell’epoca comunista. Di cui più nessuno parla. Il Timone c’era

Karaganda, Kazahkstan. «Dovunque scavi qui trovi ossa di vittime della persecuzione comunista. Da queste fredde ossa emana però il calore dell’amore per Cristo. A decine di migliaia sono morti per la Fede in nostro Signore», afferma mons. Atanasio Schneider, vescovo ausiliario della locale diocesi, nato in Kirghizistan da genitori tedeschi, originari del Caucaso. Dal 1931 al 1959, nel Gulag di Karaganda (Karlag) sono stati internati circa due milioni di soldati e civili e di questi «traditori della patria» almeno 500mila sono morti di fame, freddo, malattie, torture o per fucilazioni sommarie.
Il Karlag si estendeva su una superficie di 200 per 300 chilometri, aveva ventisei sezioni con ben 192 campi. In queste aree recintate con torri armate di mitragliatrici e riflettori, sono stati rinchiusi centinaia di migliaia di intellettuali, impiegati, operai, contadini e soldati di quaranta nazionalità, in particolare russi, ucraini, tartari, slovacchi, coreani, kirghisi, tedeschi, austriaci, rumeni, ungheresi, italiani, polacchi, cechi, francesi, giapponesi, armeni, ebrei. La stragrande maggioranza era composta da cristiani. Proprio qui, infatti, è morto martirizzato il sacerdote Alexij Saritski, proclamato beato da papa Giovanni Paolo II nel 2001.

I campi di sterminio

«Almeno mezzo milione di tedeschi vennero trasferiti nel Karlag
, in diverse deportazioni, negli anni 1931, 1933, 1935, 1938 e nel 1941» e «la maggioranza erano civili originari del Volga, del Caucaso e di altre parti dell’Unione Sovietica », ci racconta padre Alexander Hoffmann, che ha perso due nonni nel Karlag ma non sa dove sono sepolti. Alcuni di questi 192 campi, come Peschenlag, Steplag, Luglag, Kamishlag e Spassk rappresentavano un vero inferno in terra. Erano campi speciali dove venivano sperimentati «nuovi ed efficaci metodi di annichilimento dei soggetti socialmente e politicamente pericolosi». Con temperature fino a -40 C° l’inverno e fino a +40 C° l’estate, si era costretti al lavoro forzato fino a 14 ore al giorno in campi agricoli, in miniere di carbone o in cave di pietra. Come cibo giornaliero due ciotole di brodo di miglio con qualche rapa o patata marcia e un tozzo di pane nero. Per recarsi alle miniere i prigionieri erano costretti a percorrere a piedi una media di 15 chilometri, anche d’inverno. E dopo lunghe ore di lavoro forzato, si era costretti all’indottrinamento politico e a cantare l’Internazionale. La doccia una volta alla settimana ma solo se c’era l’acqua, che spesso mancava. E non era raro che, alla fine della condanna, il “soggiorno” nel Karlag venisse allungato di alcuni anni, come succede ancora oggi nei laogai cinesi.

I prigionieri italiani

Degli ottomila soldati italiani dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia) internati nel Karlag, tornarono a casa in poco più di duecento.
Dopo vent’anni di purghe staliniane punteggiate da arresti, torture, fucilazioni, anche circa duemila italiani che risiedevano in Crimea vennero deportati, fra il 29 e il 30 gennaio 1942, rinchiusi nelle stive delle navi e poi, attraversato il Mar d’Azov, ammassati come bestie dentro i vagoni piombati di tre convogli ferroviari. Arrivarono dopo due mesi di viaggio massacrante. Vecchi e bambini morirono di fame e di freddo. Dei superstiti, la metà non tornò più indietro.
Don Edoardo Canetta, missionario nella capitale Astana, ha scoperto che gli archivi del ministero degli esteri custodiscono almeno ottocento schede di italiani morti a Karaganda, ed è in corso un’iniziativa dell’ Associazione Trentina “Uomo Libero” per recuperarle.
L’entrata nel “sistema rieducativo” di Karaganda era la stazione ferroviaria di Karabàs, punto di arrivo dei convogli carichi di prigionieri provenienti da tutto l’impero sovietico. Una volta sbarcati dai vagoni, i deportati venivano disinfestati e subito smistati, tramite marce forzate di decine di chilometri, nei vari “campi”, in baracche prive di luce elettrica, acqua, servizi igienici e riscaldamento. Tra i prigionieri di guerra detenuti a Spassk c’era l’artigliere alpino Andrea Bordino di Castellinardo (Cuneo) che nel dopoguerra, dopo essere rientrato in Italia, prese l’abito religioso diventando fratello Luigi, presso l’Istituto Cottolengo di Torino.

La vita nei campi

La vita nelle prigioni, documentata nel Museo di Dorlinka, era terrificante. Si dormiva in 25-30 persone in una cella di venti metri quadrati o in terra o in piedi o, a turno, nei 4-5 letti a castello presenti. Le madri potevano tenere i bambini fino all’età di tre anni. I bimbi venivano poi consegnati al NKVD (“Commissariato del popolo per gli affari interni”, la polizia segreta) che li internava in orfanotrofi speciali come Karkalarinsk e li costringeva a scrivere alle proprie madri per esprimere il loro odio e la loro condanna. Spesso anche i bambini, maltrattati, morivano. I corpicini venivano infilati dentro delle botti e successivamente sepolti nel cimitero di Mamochkino. Nel Museo vi è una lista, solo parziale, di 1520 nomi di questi bambini sacrificati sull’altare del terrore rosso. Purtroppo, ancora oggi, non si conosce l’esatta entità dei massacri. Si veniva spesso interrogati e torturati per confessare crimini inesistenti, come accade ancora oggi nei laogai. Se non si confessava immediatamente, si potevano subire trenta tipi di torture diverse, fino all’inevitabile confessione. Nel Museo vi è un originale “bicchiere”, cioè un buco di circa due metri quadrati dove veniva lasciato un prigioniero per numerosi giorni con acqua e 200 gr di pane al giorno
. Se usciva vivo era psicologicamente irreparabilmente leso. Anche se si era gravemente malati il massimo periodo di soggiorno in infermeria era un giorno; a chi stava per morire veniva appuntato un biglietto con su scritto “morto” e il corpo veniva immediatamente portato via. Nel cimitero di Spassk vi sono croci e monumenti di numerose nazioni, dedicati ai propri martiri del Karlag.

Una cattedrale per ricordare i martiri

Per onorarne la memoria, i vescovi Jan Pavel Lenga e Atanasio Schneider hanno pensato, fin dal 2003, alla costruzione di una cattedrale. Grazie alla collaborazione e al grande contributo finanziario dell’Associazione Luci sull’Est e di molti finanziatori occidentali, in quella località, dove a centinaia di migliaia sono sepolte in fosse comuni le vittime del comunismo, ora sorge una meravigliosa cattedrale la cui prima pietra è stata deposta nel 2005 alla presenza del cardinale Angelo Sodano. Le guglie neogotiche e le navate interne, spaziose e luminose, raccontano al mondo le sofferenze di tanti. Il 9 settembre di quest’anno, lo stesso cardinale Angelo Sodano ha presieduto la Messa di consacrazione della nuova cattedrale, dedicata a Nostra Signora di Fatima. La funzione, alla quale hanno assistito almeno duemila fedeli, è stata concelebrata dal vescovo di Karaganda, Janusz Kaleta, dal nunzio apostolico, l’arcivescovo Miguel Maury Buendìa, dal presidente della Conferenza episcopale del Kazakhstan, l’arcivescovo di Astana Tomasz Peta, e da molti altri vescovi e sacerdoti della nazione asiatica.

Il giorno prima, per commemorare tutti i martiri dell’Unione Sovietica, è risuonato, nella cattedrale, il Requiem di Mozart. Il cardinal Sodano ha ricordato che «questa terra del Kazahkstan ha molto sofferto e dobbiamo pregare per tutti questi martiri... noi piemontesi ricordiamo ancora gli alpini della Cuneense, sepolti a Spassk».

Ma il comunismo non ha mietuto vittime solo nel Karlag
. Vi erano centinaia di questi Gulag come Kolyma, Magadan, Solovki, Kengir, Pechora, Djezkazgan, Krasnoyarsk, Norilsk, Taishet, Vorkuta dove sono morti milioni di uomini, donne e bambini innocenti. Non è semplicemente vergognoso che di questi crimini del comunismo non si parli e non si scriva nulla sui nostri quotidiani e, soprattutto, nei nostri libri scolastici?
È in nome di tutti questi martiri che non possono più parlare, che noi, che sappiamo, dobbiamo pregare e agire affinchè la loro memoria non scompaia.  

IL TIMONE  N. 118 - ANNO XIV - Dicembre 2012 - pag. 16 - 17.

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