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Perchè la Chiesa nega la comunione ai divorziati  -  Comunione negata ai separati perchè?

La Chiesa accetta i divorziati e i separati?

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Nè comunione né scomunica  
Scritto da Roberto BERETTA   


Monsignor Luigi Negri spiega: il primo dovere della Chiesa è difendere i diritti di Dio, mentre non esiste per nessuno un “diritto ai sacramenti”. I divorziati risposati esclusi dalla vita cristiana? È una menzogna frutto della mentalità laicista e terroristica

 
I giornali lo cercano spesso perché, in genere, le sue parole sono piuttosto lontane dalle maniere moderate e clericali tipiche di tanti altri suoi colleghi e – dunque – «fanno notizia». In effetti a volte le dichiarazioni di monsignor Luigi Negri – teologo e vescovo di San Marino Montefeltro – risultano spigolose, persino rudi; ma di sicuro hanno il pregio di una chiarezza quasi didascalica. E riservano quasi sempre qualche sorpresa anche agli habitués.

Monsignor Negri, cominciamo subito dall’obiezione più comune, fors’anche qualunquista ma con una certa presa pure tra i cattolici: perché tanta intransigenza della Chiesa verso i divorziati non sposati, tanto da essere ritenuta più severa nei loro riguardi che verso altre categorie di peccatori, per esempio i ladri o i disonesti?
«Dato e non concesso che sia vera la seconda parte della domanda, e cioè che la Chiesa non usi una bilancia corretta per la gravità dei peccati, non si tratta tanto di intransigenza verso i divorziati, quanto di un dovere nei confronti di Dio.

La prima difesa che la Chiesa deve mettere in pratica è infatti quella dei diritti di Dio. La fedeltà e l’unità degli sposi si radicano nella fedeltà di Dio, il matrimonio è un sacramento di Cristo e la Chiesa deve rispettare quanto le è affidato non perché venga manipolato, ma perché si resti il più possibile fedeli al messaggio originario. Bisogna poi dire una cosa molto chiara: sostenere che i divorziati risposati sono esclusi dalla vita cristiana è sbagliato, è il frutto di una mentalità laicista e terroristica; ogni fedele vive nella Chiesa secondo la sua capacità e non è detto che la partecipazione alla vita ecclesiale si debba livellare sulla pratica dell’eucaristia: c’è tutta una gradualità di posizioni, che rispondono a casi in cui ci si può trovare anche per propria volontà.

Non possiamo dunque ragionare solo nell’ottica delle condizioni individuali, in quanto c’è pure un coinvolgimento della libertà personale nella scelta di mettersi in una certa situazione; e ognuno deve assumersi le responsabilità delle decisioni che prende. Verso i divorziati che non passano a nuove nozze, difatti, la Chiesa si è ben guardata dal praticare una cosiddetta intransigenza».

Altra accusa ricorrente: il processo di annullamento dei matrimoni cattolici costa molto, è lungo, ottiene esito positivo solo per chi ha conoscenze altolocate e in fondo è solo un “trucchetto” per concedere il divorzio ai soliti privilegiati ...

Come smentire?

«Queste affermazioni fanno parte di una classica “leggenda nera” che va decisamente smontata. La Chiesa è estremamente garantista, conduce processi in cui tutti i fattori vengono tenuti presenti, senza pregiudizio verso nessuna parte. La questione economica poi non si pone proprio: addirittura, a volte è la diocesi che offre il patrocinio d’ufficio e si può fare tutto senza spendere praticamente niente. Il problema è semmai un altro: anche a detta dei due ultimi Papi, nei loro discorsi ai tribunali ecclesiastici, si verifica una certa disinvoltura nella concessione delle nullità matrimoniali.
Credo in effetti che ci sia il pericolo che la Chiesa ceda qualche volta con una certa facilità a pressioni massmediatiche o alla mentalità comune. Ma questo va esattamente in senso opposto all’obiezione da cui siamo partiti».

A proposito del divieto di comunicarsi per i divorziati risposati, lei ha scritto: «I sacramenti non sono un diritto acquisito. Nella mentalità di tanti cristiani, a volte, si insinua invece un’idea di rivendicazione sindacale».
Certo, si può vivere ed essere cristiani anche senza avere l’eucaristia; però è bello che si aspiri al massimo
della comunione, no?

«È vero che l’eucaristia è il culmine della vita cristiana. Ma, se mi sono messo consapevolmente e liberamente nelle condizioni di non arrivare su tale vetta, non posso pretendere di farlo a tutti i costi… Nessuno ha diritto a nessun sacramento, tutti sono frutto della grazia di Cristo. E la privazione della pratica sacramentale non è come ad esempio la scomunica latae sententiae per chi fa l’aborto: non esclude la possibilità di fare un’esperienza di Chiesa, pur senza giungere al vertice. D’altra parte nessuno ha costretto questi fratelli a divorziare, tanto meno la Chiesa. E arrivare al punto massimo della liturgia non è un assoluto. Bisogna saper tradurre questo desiderio in preghiera e in sacrificio: la comunione di desiderio, come si diceva una volta».

Dunque per i divorziati risposati non c’è, diciamo così, alcuna scorciatoia.
«Devono rimuovere la condizione di irregolarità in cui si sono messi: la nuova situazione affettiva, la cosiddetta nuova famiglia, il matrimonio civile che rende impossibile la partecipazione piena alla vita alla Chiesa; ma non da oggi: da sempre! E dunque la verità è che, in ogni caso, si deve mettere in conto un sacrificio. Per il resto, ribadisco che nella vita della Chiesa esiste una bellissima articolazione di carismi e di possibilità: chi impedisce, per esempio, ai divorziati risposati di vivere in ogni caso un’intensa vita di carità o di preghiera?».


Dossier: La Comunione e i divorziati risposati


IL TIMONE  N. 93 - ANNO X II - Maggio 2010 - pag. 42 - 43


Pandemia divorzio

Scritto da Andrea GALLI   

In Italia falliscono 300 matrimoni su 1000. In testa alla classifica le regioni del Nord e il Lazio. In Europa quasi un matrimonio su due finisce male. La risposta della Chiesa: accoglienza delle persone e verità della dottrina. L’Associazione Famiglie Separate Cristiane: «La separazione  un rullo compressore, ma non si cura con l’aperturismo di certi preti»

Non c’è dubbio: se c’è un ambito in cui gli italiani manifestano un desiderio spontaneo di farsi “europei” – non sollecitati per una volta da direttive o leggi comunitarie – colmando il divario che li separa dagli altri Paesi della UE è quello della famiglia.
Lo dicono le statistiche. Secondo i dati più aggiornati, quelli a disposizione del ministero della Giustizia e resi noti a febbraio dal Sole 24Ore, in Italia quasi 300 matrimoni ogni mille si sciolgono. Per la precisione, nel primo semestre del 2009 su 34.628 istanze di separazione consensuale e 17.676 di tipo giudiziale la classifica per regioni risulta così fatta: in cima il Piemonte/Valle d’Aosta, con 418 separazioni ogni mille nozze; subito dopo Friuli Venezia Giulia (396), Trentino Alto Adige (393), Liguria (392), Lazio (381), Lombardia (358) ed Emilia Romagna (373); a seguire Toscana (324), Marche (305), Veneto (302), Abruzzo (285), Umbria (258); infine il Sud e le isole, Molise (255), Sardegna (225), Sicilia (223), Puglia (217), Campania (189), Basilicata (138). Un tasso di fragilità che aumenta con geometrica precisione più si sale lungo la penisola e ci si avvicina dal Mediterraneo alle lande dell’Europa continentale, se si eccettuano i casi del Veneto, che si comporta come una regione di centro Italia, e del Lazio, che sovrasta i propri vicini e supera addirittura la Lombardia. Il dato medio italiano vede quindi 298 richieste di separazione (e 234 richieste di divorzio) ogni mille matrimoni. Numeri ancora lontani da quelli delle ultime rilevazioni di Eurostat – secondo cui a fronte di 2 milioni e 400mila matrimoni celebrati nel 2007 nei Paesi della UE, si sono registrate un milione di separazioni, una ogni 2,3 matrimoni – ma che puntano in quella direzione.

Questo, in estrema sintesi, è anche il quadro che fa da sfondo a un’attività pastorale della Chiesa tra le più complesse e impegnative. Quella con le famiglie divise, appunto, con le coppie che scoppiano. Con cattolici che si trovano lacerati tra la consapevolezza dell’indissolubilità del loro matrimonio in frantumi e il desiderio di un nuovo legame, o di battezzati chi riscoprono Dio e la fede trovandosi in una situazione irregolare. Con famiglie allargate che devono fare i conti anche con figli disorientati dal trovarsi di fronte nuovi “papà” e nuove “mamme” (in Italia in un solo anno, nel 2007, i figli coinvolti in separazioni e divorzi sono stati 66.406, più di mezzo milione andando negli ultimi dieci anni).

Ernesto Emanuele, milanese, è stato uno dei pionieri in questo campo. Sua l’idea di fondare nel 1998 l’associazione “Famiglie Separate Cristiane”, che ha iniziato i lavori nel 2000 dopo aver ottenuto il placet della CEI, e che si rivolge a «donne e uomini che vivono la separazione o il divorzio del loro matrimonio cattolico, ma anche persone che hanno subito una sentenza di nullità o il naufragio di un’unione civile o di una convivenza, e vogliono condividere la loro sofferenza per renderla feconda». Già, sofferenza. È da qui, spiega Emanuele, che bisogna sempre partire per affrontare correttamente il problema: «Per prima cosa, la cura delle ferite. Il senso di fallimento innanzi tutto. Ma anche ferite di tipo materiale: il problema della casa, dell’avvocato, dell’assegno familiare… La separazione è un po’ come un rullo compressore, dietro i sassi sono tutti stirati, davanti sono tutti increspati. Un’angoscia. Un passaggio sotto la croce che parifica tutti, buoni e cattivi, credenti e non credenti». Il primo compito di chi cerca il bene di queste persone è quindi quello di farsi prossimo a loro: «Noi lo chiamiamo il vangelo del grembiule: stare accanto a chi vive queste situazioni. Come ha fatto Gesù con la Samaritana, rimanendo a parlare con lei, ascoltandola. Io mi sono trovato recentemente con una coppia di amici sfasciata: sono andato a casa loro, ho suonato il campanello e ho detto: “se volete aprirmi bene, se dite di farmi i fatti miei va bene lo stesso. Però sappiate che per voi io ci sono in ogni momento e che vi sono vicino”. Sembra poco, ma non è così.
Questa carità attiva, questo visitare gli ammalati è anche il modo migliore per parlare di Dio, anche senza nominarlo. Per iniziare a riattivare un rapporto con il Signore».

Di associazioni e di esperienze ecclesiali che si dedicano al mondo della separazione – realtà magari già attive da tempo e versate nella pastorale “classica” della famiglia – ne sono spuntate molte negli anni, un po’ ovunque. Dalla Casa della Tenerezza a Perugia, all’Opera Madonnina del Grappa a Roma, all’Associazione Oasi Cana a Palermo, alla comunità Famiglia Piccola Chiesa nelle diocesi di Foggia e Otranto, a Retrouvaille, un programma attivo ormai in diverse regioni, nato in Canada alla fine degli anni ’70 per l’aiuto delle coppie in crisi. E così decine di gruppi di preghiera, insieme alle iniziative delle diocesi italiane. Un pullulare di offerte, per così dire, per le quali «non c’è ancora un vero e proprio coordinamento a livello nazionale» dice don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale familiare della CEI, «se non in alcune indicazioni di fondo, come il monito che è venuto dal convegno nazionale di Verona, o il direttorio familiare CEI e il magistero degli ultimi due Papi. C’è chi sta investendo molto in questo campo, penso alla diocesi di Milano o di Albano nel Lazio, ma anche al sud: recentemente è stato organizzato a Cosenza un momento specifico per le persone separate e divorziate. C’è ormai una sensibilità diffusa, che trova una sua espressione nelle attività di base e nella creatività dei laici». Il tutto, ricorda don Gentili, deve fare leva comunque su due elementi: «Quello dell’accoglienza delle persone e della verità della dottrina. Bisogna far capire ai separati o ai divorziati che non sono fuori dalla Chiesa. Anche se non possono fare la comunione bisogna aiutarli a cogliere la presenza di Gesù nella parola di Dio, nella vicinanza dei fratelli, nella Chiesa stessa, che, come dice la Lumen Gentium, è sacramento di salvezza. Tenendo ferma la verità sull’indissolubilità del sacramento del matrimonio e su ciò che questo comporta. L’esperienza insegna che là dove c’è questa chiarezza ci sono anche i frutti maggiori».

L’equilibrio tra questi due poli non si trova però facilmente. «Manca ancora un’accoglienza vera dei separati/divorziati nelle comunità ecclesiali», commenta Ernesto Emanuele, «e dove è presente, spesso è sbilanciata in senso opposto, in un aperturismo verso le situazioni irregolari che finisce per mettere in imbarazzo coloro che, nella separazione, vogliono vivere la fedeltà al proprio coniuge, anche se costui se ne è andato o si è risposato: i separati fedeli».

Una scelta di donazione e di coerenza con la propria fede, questa, che – spiega sempre Emanuele, direttore pure di un’associazione specificamente dedicata a queste persone – sembra scomoda per non pochi pastori: «Alcuni nella Chiesa non sanno gestire i separati fedeli. C’è un noto monsignore familiarista, che scrive molto su questi argomenti, che ha messo per iscritto tutta la casistica: il separato che ha una relazione ma non convive, il separato che convive, il separato che si è risposato, e così via. Mancava un solo caso: il separato che ha fatto la scelta della fedeltà.

La prima volta che ci siamo riuniti come associazione è venuta una signora emiliana sui 45 anni, una bella donna, che ha raccontato di essersi separata a 23. E che il consiglio che gli diede il suo parroco fu molto semplice: “Senti, la vita è lunga, tu sei giovane e anche bella, trovati un altro uomo…”. Poi c’è il giudice del tribunale ecclesiatico che dice: “ma sì, signora, si rifaccia la vita con un altro…”. Noi l’abbiamo scritto nei nostri statuti: bisogna dare la speranza alla Chiesa che la fedeltà al sacramento del matrimonio è possibile anche quando l’amore non è più ricambiato. Perché questa speranza, spiace dirlo, oggi non c’è. Anche fra i preti».
Marco Lora, direttore del Forum delle Associazioni familiari e docente di spiritualità coniugale al Teresianum di Roma, sintetizza la situazione così: «Si assiste alla sfiducia di una parte della Chiesa nel sacramento del matrimonio (vedi i fautori politici di Di.Co., CUS etc.) e tale sfiducia ha effetti diretti sia sulla pastorale familiare, sia su quella dei separati, dei divorziati, delle situazioni irregolari. Ma la questione è più profonda: la poca stima nel matrimonio diventa poca stima della Chiesa, non solo di quel settore specifico che è la pastorale familiare. Il problema, come già accade per la contraccezione a partire da Paolo VI, è di carattere ecclesiale: di fiducia e di obbedienza al Magistero.
Nel matrimonio si tocca addirittura il livello stesso della natura sacramentale della Chiesa, che – come ben ricorda tutta la Tradizione, la Liturgia, il Concilio Vaticano II – è “Sposa”.

La via d’uscita da questo impoverimento è un percorso con due riferimenti forti: il nesso tra antropologia e teologia, chiarissimo nella prima parte della Enciclica Deus Caritas est, di Benedetto XVI, che prosegue in perfetta coerenza la fiducia nell’amore di Giovanni Paolo II, e quanto indicato nel Direttorio di Pastorale familiare per la Chiesa in Italia, dove i vescovi tracciano un percorso teologico-pastorale chiaro: nell’intreccio tra progetto di Dio, bellezza dell’amore umano e risposta degli uomini. Allora anche le situazioni più critiche trovano la loro collocazione e la loro accoglienza. E la Chiesa torna a far vedere il volto radioso di sposa e di madre».

Dossier: La Comunione e i divorziati risposati.
IL TIMONE  N. 93 - ANNO XII - Maggio 2010 - pag. 36 - 38

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