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Questioni Morali e Sociali
Cambiare si può
Di Roberto Marchesini
“Il Timone”, anno VIII, novembre 2005, pp. 39 – 41
Uno dei “miti” della propaganda gay afferma che gli omosessuali non possono cambiare
orientamento; ne conseguirebbe che l’unica cosa che possono fare è rassegnarsi alla
propria omosessualità e interrompere gli sforzi per opporvisi. Ogni tentativo di cambiare
orientamento, non sarebbe altro che un inutile tormento dettato da una sadica “omofobia”
travestita da benevolenza.
Peccato che le cose non stiano affatto così: gli omosessuali possono cambiare
orientamento.
Lo dimostrano l’esperienza clinica degli psicoterapeuti Nicolosi e van den Aardweg, e da
una ormai storica ricerca condotta dallo psicoanalista Irving Bieber, secondo la quale circa
il 27% dei pazienti con tendenze omosessuali sottopostisi a un trattamento psicoanalitico
aveva cambiato orientamento sessuale. Non va dimenticato il prezioso ed inaspettato
sostegno ai sostenitori della possibilità di cambiamento giunto nel 2003 da parte del prof.
Robert Spitzer della Columbia University di New York il quale, dopo aver esaminato il
percorso di cambiamento di circa 200 ex-omosessuali, ha dichiarato: "Come molti
psichiatri io pensavo che alla tendenza omosessuale si potesse solamente resistere e che
non potesse realmente cambiare l'orientamento sessuale. Ora credo che questa
convinzione sia falsa. Alcune persone con orientamento omosessuale possono cambiare
e cambiano".
La psicoterapia riparativa – ossia la psicoterapia che ha come obiettivo il ri-orientamento
sessuale - non è l’unica via di cambiamento per le persone che soffrono per un
orientamento omosessuale indesiderato: soprattutto negli Stati Uniti ci sono diversi gruppi
religiosi – per la maggior parte protestanti – che propongono un cammino spirituale e
umano che può portare a superare le ferite che hanno causato l’orientamento
omosessuale. Il più importante di questi gruppi, operante anche in Europa, è Living
Waters, fondato da Andrew Comiskey, ex omosessuale ed ora pastore protestante
coniugato.
Diverse testimonianze di cambiamento e ricerche che dimostrano la possibilità di un riorientamento
si possono trovare sul sito http://www.pathinfo.org/, del forum denominato
Positive Alternative sto Homosexuality - alternative positive all’omosessualità - che
raccoglie associazioni e gruppi, scientifici e pastorali, che propongono una visione
dell’omosessualità “positiva”, ossia differente a quella della rassegnazione gay.
Tra le varie testimonianza di cambiamento è disponibile sul sito del NARTH - National
Research and Therapy of Homosexuality, l’Associazione Nazionale per la Ricerca e la
Terapia dell’Omosessualità, diretta dal dott. Nicolosi, quella di Steffan che, attraverso un
percorso spirituale, ha riconquistato la sua eterosessualità: “Potrei dire che non ho avuto
un modello di padre e di uomo. Per riassumere un po', ho avuto un'infanzia poco felice,
anche se sembrava che miei genitori facessero del loro meglio. Durante l’adolescenza non
mi sentivo all'altezza d'essere un maschio: la pressione in me era intensa, tutto prendeva
proporzioni sempre più grandi, il desiderio erotico-sessuale diventava ossessivo, la
masturbazione, da anni praticata più volte al giorno come sollievo, era ancora più
immaginativa e di consolazione. Ricercavo la forza e la sicurezza in altri uomini, volevo
dagli altri quello che non possedevo! […] Non voglio dire che sono guarito, perché
vorrebbe dire ch'ero malato, e che l'omosessualità è dunque una malattia; ma piuttosto
che prima vivevo separato della mia identità, non ero mai stato confermato come uomo da
mio padre! Il processo di maturazione era bloccato. Cercavo solamente di acquistare la
mia mascolinità d'un modo sbagliato! Non ritornerei indietro nel passato e in quel falso io,
e sono contento d'avere capito cosa in me e fuori da me ha fatto sì che io abbia avuto dei
problemi d'omosessualità”.
Purtroppo, in Italia, grazie al clima terroristico creato dagli attivisti gay attorno ai tentativi di
cambiamento, le testimonianze sono ancora poche. Eppure, anche nella nostra penisola,
qualcosa comincia a muoversi, e le prime, timide testimonianze cominciano ad affiorare:
“Ho capito che l’omosessualità era come una via di fuga, una uscita d’emergenza che
potevo utilizzare quando il gioco si faceva troppo duro per le capacità che pensavo di
avere… ora non ho più pensieri omosessuali”; “Più mi relazionavo con uomini che mi
intimorivano e dai quali mi sentivo attratto, più sentivo diminuire l’attrazione nei loro
confronti… adesso i pensieri omosessuali durano un attimo e sono rarissimi…”; “Fino a
quando pensavo di non poter uscire dall’omosessualità mi sentivo completamente
dominato da essa, la percepivo costante… adesso ho capito che è una reazione ai
momenti di difficoltà e di vergogna”.
Gli attivisti gay sostengono che non esiste altra risposta possibile all’omosessualità se non
quella da loro proposta; per questo motivo attuano una vera e propria strategia terroristica
nei confronti della terapia riparativa, in modo che venga proibita, condannata e nessun
omosessuale tenti il ri-orientamento. Una delle accuse più terribili che essi muovono nei
confronti della terapia riparativa è di essere una violenza alla “vera natura” della persona,
tanto terribile da causare il suicidio. Intervistato su questo punto, il dottor Nicolosi ha
dichiarato che nessuno dei suoi pazienti ha mai nemmeno tentato il suicidio; e per quanto
riguarda la pericolosità della terapia riparativa per il benessere delle persone che vi si
sottopongono, è nuovamente il dott. Spitzer ad affermare che “Al contrario, i soggetti della
mia ricerca riferiscono che essa è stata utile a prescindere dallo stesso cambiamento di
orientamento sessuale”.
La terapia riparativa quali percentuali di successo ha? Approssimativamente, secondo le
testimonianze sia del dottor van den Aardweg che del dottor Nicolosi, 1/3 di pieno
successo (persone che hanno superato compiutamente l’omosessualità, orientandosi
stabilmente e armoniosamente verso l’eterosessualità anche con forme di legame
sessuale stabile con l’altro sesso); 1/3 di miglioramento della identità globale della
persona, con capacità di gestirsi in modo più equilibrato; infine 1/3 di “fallimento”, inteso
come persistenza nella omosessualità indesiderata (includendo anche gli abbandoni della
terapia). E’ opportuno sottolineare che queste percentuali sono pressappoco quelle di ogni
altra psicoterapia.
E le persone che si sottopongono alla terapia riparativa con successo, non avranno più
pensieri di tipo omosessuale? Non è detto. Come scriveva Freud nella sua Introduzione
alla psicoanalisi: "Se gettiamo per terra un cristallo, questo si frantuma, ma non in modo
arbitrario; si spacca secondo le sue linee di sfaldatura in pezzi i cui contorni, benché
invisibili, erano tuttavia determinati in precedenza dalla struttura". Questo significa che una
persona che ha cambiato orientamento, se sottoposta ad un forte stress, a umiliazioni, alla
fatica, a quelle situazioni, insomma, dove l’autostima può subire uno scossone, potrebbe
avere nuovamente pensieri omosessuali; ma il meccanismo consolatorio è ormai svelato,
e la persona è in grado di reagire in maniera positiva alla tentazione. Eccone una
testimonianza:
“La perdita di interesse per l‘omosessualità è stata progressiva, e, anche
se tuttora ho dei momenti in cui i pensieri omosessuali si riaffacciano alla mente, riesco
subito a capire che quella tentazione sta solo cercando di colmare qualche mancanza
nella mia vita e allora io colmo questo vuoto con qualcosa d’altro, semplicemente”.
Sono possibili anche delle ricadute? Certo. Esattamente come nella terapia di qualsiasi
altro disturbo; il che non impedisce che si continui a tentare di porvi rimedio.
Come abbiamo visto, il riorientamento non è semplice, e non è garantito per tutti; è la
proposta di un cammino difficile che a volte può durare tutta la vita. Ma è possibile. E
questo significa che l’omosessualità non è uno “stato”, una “condizione”; che non è
immutabile né per sempre; e soprattutto che ci sono alternative possibili alla resa, e allo
stile di vita gay.
E’ importante chiarire un punto: il ri-orientamento è sempre una proposta, mai una
imposizione; anche perché nessuno può essere obbligato a tentare di avere nuovamente
fiducia nella propria virilità.
Il ri-orientamento è dunque una proposta di libertà, non solo intesa come libera adesione
ad un cammino o come liberazione da una tendenza non desiderata; ma anche perché
offre alle persone con tendenze omosessuali una possibilità di scelta tra l’ideologia gay e il
combattimento contro pulsioni non desiderate e percepite come estranee.
L’ideologia gay vuole invece limitare questa libertà, affermandosi come unica risposta
all’omosessualità.
Non è così: una alternativa positiva all’omosessualità è possibile.
Ricorda:
“Ad una teoria si può rispondere con un’altra teoria; ma chi può confutare una vita?”
(Evagrio Pontico, monaco del IV secolo).
“Bisogna vivere come si pensa, altrimenti si finirà per pensare come si è vissuto” (Paul
Bourget, Il demone meridiano).
Bibliografia
- Gruppo Chaire, ABC per capire l’omosessualità, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo,
2005.
- Gerard van den Aardweg, Omosessualità e speranza, Milano, Edizioni Ares, 1995.
- Gerard van den Aardweg, Una strada per il domani, guida all’(auto) terapia
dell’omosessualità, Roma, Città Nuova, 2004.
- Joseph Nicolosi, Omosessualità maschile: un nuovo approccio, Milano, Sugarco
Edizioni, 2002.
- J. Nicolosi, L. Ames Nicolosi, Omosessualità: una guida per i genitori, Milano, Sugarco
Edizioni, 2003.
- Andrew Cominskey, Come superare le ferite sessuali e relazionali, Cinisello Balsamo,
San Paolo, 2005.
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