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Ricercatori italiani shock: “Legittimo l’aborto post-natale”

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Secondo un provocatorio articolo pubblicato sul prestigioso Journal of Medical Ethics da due filosofi italiani esperti di bioetica, i neonati in quanto solo “persone potenziali” potrebbero essere soppressi -in determinate condizioni- alla stregua dei feti. Aspra replica sul quotidiano cattolico Avvenire e caos in rete con l’utenza di mezzo mondo basita per le esternazioni dei nostri connazionali.

- Andrea Centini – 29 Febbraio 2012 – L’articolo scientifico di Alberto Giubilini dell’Università di Milano e Francesca Minerva
del Centre for applied philosophy and public ethics dell’Università australiana di Melbourne è ammantato da un’aura talmente grottesca da apparire surreale. Nel titolo dell’opera è racchiusa buona parte della sua efficacia provocatoria: “After-birth abortion: why should the baby live?”, che, nel nostro idioma suona più o meno come “Aborto post-natale: perché il neonato dovrebbe vivere?”. A questa infallibile domanda, corredata da altrettanto provocatorie argomentazioni, stanno arrivando migliaia di risposte. Illustri e non.

L’assunto di base dell’esposizione di Giubilini e Minerva è l’equiparazione morale e di autocoscienza del neonato con quelle di un feto:
“in tutte le circostanze che avrebbero giustificato l’aborto -ma rilevabili solo dopo la nascita- dovrebbe essere permesso ciò che chiamiamo aborto post-natale”, questo perché -scrivono gli autori- “i neonati non hanno lo status morale di una reale persona umana”, aggiungendo che “il fatto di essere nati umani non è di per se una ragione per ascrivere a qualcuno il diritto alla vita” (Merely being human is not in itself a reason for ascribing someone a right to life). Ma ciò non basta.

Nella riflessione dei due ricercatori si contemplano tutti i casi che possono spingere i genitori alla difficile decisione di abortire un feto (sano e non), dunque non solo gravi patologie -che nel neonato potrebbero essere indotte al momento del parto o semplicemente essere presenti perché non diagnosticate/diagnosticabili- ma anche motivi “sociali, psicologici ed economici”. In pratica, dovrebbe essere legittimo sopprimere un neonato anche solo perché non ce lo si può “permettere”, come avviene con alcuni sfortunati feti.


Del resto si tratta solo di “persone potenziali” ancora prive del diritto morale a vivere. Sulle tempistiche relative alla liceità di sopprimere “eticamente” il neonato i due ricercatori non si sbilanciano, delegando agli esperti tale valutazione, tuttavia ritengono che l’autocoscienza si sviluppi in un paio di settimane. Dunque i genitori avrebbero circa 14 giorni per valutare se far sopprimere o meno il bimbo, nel caso in cui la sua esistenza fosse un ostacolo al benessere generale della famiglia.

Al di là delle considerazioni religiose scaturite dall’infausto articolo (Avvenire ha tuonato considerando la proposta come il “crepuscolo disumano della civiltà occidentale”) e del fatto che un eventuale aborto post-natale sarebbe logicamente privo di senso per le conseguenze sulla madre, quanto di tutto questo è eticamente accettabile anche per un non credente?

Leggendo i giornali non v’è dubbio che esistano al mondo persone in grado di compiere barbarie nei confronti dei bambini e generalmente di chi non può difendersi, ma si tratta di criminali. Criminali che in taluni paesi e casi vengono privati del diritto alla vita attraverso la pena di morte, altro argomento delicato che suggerisce riflessioni etiche analoghe a quelle suscitate dall’articolo di Giubilini e Minerva.

Il legame che unisce madre e figlio alla nascita è un disegno meravigliosamente unico, legittimare l’infanticidio -anche solo in determinati ed infelici casi- potrebbe avere effetti disastrosi sulla psiche della donna, molto più gravi dell’accettare situazioni difficili, in particolare se le problematiche sono solo di natura economico-sociale. C’è chi decide di non riconoscere i propri figli e di darli in adozione, ma quante madri biologiche entrano in depressione e cercano disperatamente il ricongiungimento? Figurarsi cosa potrebbe accadere avallando l’omicidio di un figlio portato in grembo per nove lunghi mesi.

Nei Paesi Bassi dal 2002 è in vigore il cosiddetto “Protocollo Groningen” che prevede l’infanticidio solo nei casi estremi in cui il neonato fosse inevitabilmente condannato ad un’esistenza dolorosa ed infelice
(a causa di patologie e malformazioni gravissime), una disposizione che ha già sollevato asprissime polemiche e non solo in ambienti cattolici, tuttavia le argomentazioni di Giubilini e Minerva vanno ben oltre la legislazione olandese, proponendo scenari inquietanti e davvero difficili da accettare anche solo come azzardate riflessioni etico-filosofiche.

La convinzione che sia “eticamente” plausibile dare la morte ai bambini già nati, non è purtroppo una novità. Hanno teorizzato questa raccapricciante ipotesi bioeticisti del calibro di Peter Singer e Hugo T. Engelhardt jr. Quest’ultimo ad esempio, nella seconda edizione del suo Manuale di bioetica, pubblicato in italiano nel 1996, non esclude la possibilità dell’infanticidio osservando che «il dovere di preservare la vita di un neonato generalmente viene meno con il diminuire delle possibilità di successo nonché della qualità e della quantità della vita, e con l’aumentare dei costi del conseguimento di tale qualità».

Nei Paesi Bassi l’eutanasia pediatrica non è soltanto una teoria, ma una drammatica realtà ammessa dal 2002 con il Protocollo di Groningen
che concede a genitori e medici di sopprimere le vite di neonati portatori di una sofferenza ritenuta “insopportabile”.

Non-persone


Ma perché il neonato sarebbe equivalente al feto? “Entrambi – scrivono i due ricercatori – mancano di quelle proprietà che giustificano l’attribuzione di un diritto a vivere dell’individuo”. Una persona, secondo la teoria utilitaristica, è un individuo in grado di attribuire alla sua esistenza almeno un valore di base. È cioè necessario essere consapevoli che essere privati dell’esistenza rappresenterebbe una perdita, consapevolezza di cui sia il feto che il neonato sarebbero privi. Ne consegue che gli individui che non sono nelle condizioni di attribuire nessun valore alla loro stessa esistenza non sono persone. Sì, ma allora quando si diventerebbe persone? Questo non è dato sapere. Viene un dubbio, cosa farne dei malati di Alzheimer e dei dementi cronici che non sono più in grado di attribuire un valore alla propria esistenza? Aborto post-senile?



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